giovedì 30 gennaio 2014
LA LUCERNA SUL CANDELABRO San Massimo il confessore *
LA LUCERNA SUL CANDELABRO
San
Massimo il confessore *
Nato verso il 580 a Costantinopoli e
morto in esilio nel Caucaso, nel 662, Massimo deve il suo titolo di
«confessore» alla costanza con cui si oppose a/fa corrente
teologica monotelita, che negava la volontà umana del Cristo. Il
vigore e la chiarezza del suo pensiero, ispirato da Gregario
Nazianzeno e da Dionigi l'Areopagita, fanno di lui uno dei teologi
più profondi dell'antichità cristiana.
Il mistero del Verbo incarnato sta al centro della sua meditazione. Dandoci una interpretazione originale della parabola della lampada, egli descrive qui con eccezionale abilità l'azione illuminatrice esercitata nella Chiesa da Cristo, Parola di Dio.
Il mistero del Verbo incarnato sta al centro della sua meditazione. Dandoci una interpretazione originale della parabola della lampada, egli descrive qui con eccezionale abilità l'azione illuminatrice esercitata nella Chiesa da Cristo, Parola di Dio.
La lampada posta sul candelabro è la
vera luce del Padre, quella che illumina ogni uomo che viene nel
mondo: il nostro Signore Gesù Cristo, che prendendo la nostra carne,
s'è fatto e s'è chiamato lampada. Colui cioè che è per natura
Sapienza e Parola del Padre; colui che nella Chiesa di Dio è
proclamato dalla fede; colui che è esaltato e fatto risplendere tra
i popoli con una vita virtuosa grazie all'osservanza dei
comandamenti, e che brilla per tutti quelli che sono nella casa, cioè
in questo mondo. Così infatti afferma lo stesso Dio e Verbo: Nessuno
accende una lucerna e la mette
sotto il moggio, ma
sul candelabro, dove brilla
per tutti quelli che sono nella casa (Mt.
5, 15). Egli chiama evidente mente se stesso lucerna, in
quanto è Dio per natura e s'è fatto carne secondo l'economia della
salvezza... Credo che anche il grande Davide pensasse a questo quando
chiamò lucerna il Signore, dicendo: Lucerna
per i miei piedi è la
tua legge, e luce
sui miei sentieri (Sal. 118,
105). Il mio Salvatore e mio Dio è liberatore dalle tenebre
dell'ignoranza e del vizio: è per questo che anche dalla Scrittura è
stato detto lucerna. Lui solo, dissipando quale lucerna la caligine
dell'ignoranza e le tenebre del peccato, si è fatto per tutti
cammino di salvezza. Mediante la virtù e la conoscenza, egli porta
al Padre quelli che vogliono percorrere questa via di giustizia con
l'osservanza dei comandamenti di Dio.
Quanto al candelabro, è la Santa Chiesa. Basata sulla sua predicazione, la Parola di Dio splende e illumina con lo sfavillio della verità tutti quelli che si trovano in questo mondo, come fossero in una casa, riempiendo le menti di tutti della conoscenza di Dio...
La Parola non vuole in nessun modo essere tenuta sotto il moggio: essa vuoi essere posta ben in alto, dove più sublime è la bellezza della Chiesa. Tenuta infatti sotto la lettera della Legge come sotto un maggio, la Parola lasciò tutti privi della luce eterna, senza dare la contemplazione spirituale a quanti cercavano di svestirsi del senso ingannevole, capace soltanto d'illusione, atto a percepire solo le cose corruttibili. Ma posta sul candelabro che è la Chiesa, cioè sul culto razionale nello Spirito, essa illumina tutti... Perché la lettera, se non è compresa spiritualmente, ha solo il senso limitato della sua espressione, e non permette alla forza di quel che è stato scritto di aprirsi una strada verso l'intelligenza...
Se accendiamo dunque la lucerna, cioè la Parola luminosa della conoscenza, con la contemplazione e con la azione, non mettiamola sotto il maggio, al fine di non essere condannati per aver circoscritto entro la lettera !'incomprensibile forza della Sapienza. Mettiamola piuttosto sopra il candelabro, cioè sulla santa Chiesa, sulla sommità della vera contemplazione, perché possa far risplendere su tutti la luce della divina verità.
Quanto al candelabro, è la Santa Chiesa. Basata sulla sua predicazione, la Parola di Dio splende e illumina con lo sfavillio della verità tutti quelli che si trovano in questo mondo, come fossero in una casa, riempiendo le menti di tutti della conoscenza di Dio...
La Parola non vuole in nessun modo essere tenuta sotto il moggio: essa vuoi essere posta ben in alto, dove più sublime è la bellezza della Chiesa. Tenuta infatti sotto la lettera della Legge come sotto un maggio, la Parola lasciò tutti privi della luce eterna, senza dare la contemplazione spirituale a quanti cercavano di svestirsi del senso ingannevole, capace soltanto d'illusione, atto a percepire solo le cose corruttibili. Ma posta sul candelabro che è la Chiesa, cioè sul culto razionale nello Spirito, essa illumina tutti... Perché la lettera, se non è compresa spiritualmente, ha solo il senso limitato della sua espressione, e non permette alla forza di quel che è stato scritto di aprirsi una strada verso l'intelligenza...
Se accendiamo dunque la lucerna, cioè la Parola luminosa della conoscenza, con la contemplazione e con la azione, non mettiamola sotto il maggio, al fine di non essere condannati per aver circoscritto entro la lettera !'incomprensibile forza della Sapienza. Mettiamola piuttosto sopra il candelabro, cioè sulla santa Chiesa, sulla sommità della vera contemplazione, perché possa far risplendere su tutti la luce della divina verità.
* Quesito
63 a
Talassio
I CRISTIANI E IL MONDO Lettera a Diogneto *
I CRISTIANI E IL MONDO
Lettera a Diogneto *
"La lettera a Diogneto» è
un'apologia. L'unico manoscritto che possediamo fu
scoperto nel XV secolo. Sembra di poterla datare attorno all'anno 200
e considerarla scritta in Grecia o ad Alessandria. I capitoli tre e
cinque, che sviluppano alcune tesi sul compito dei cristiani nella
storia, sono il centro di questo scritto, e la loro
fecondità è di un'attualità
estrema. In due luoghi, nella "Lumen Gentium» (38) e nel
Decreto "Ad Gentes» (15), il Concilio suggerisce la meditazione
del testo che presentiamo e che costituisce un buon commento alle
parole del Vangelo: Voi siete il sale della terra (Mt. 5, 13).
I cristiani non si distinguono
dagli altri uomini, né per territorio, né per lingua, né
per modo di vivere. Essi non abitano città loro proprie, non usano
un linguaggio particolare né conducono un singolare genere di vita.
La loro dottrina non è conquista del genio inventivo o della
riflessione di uomini irrequieti; né essi professano, come fanno
alcuni, un sistema filosofico umano. Abitando in città civili o
barbare, come a ciascuno è capitato,
e seguendo gli usi del paese nel vestito, nel cibo e in tutto il
resto del vivere, danno prova di una forma di vita sociale
meravigliosa che, a detta di tutti, ha dell'incredibile.
Abitano la loro patria, ma come pellegrini; prendono parte a tutto come cittadini e si sottomettono a tutto come stranieri. Ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è, per loro, terra straniera. Si sposano come tutti gli altri e hanno figli, ma non abbandonano i neonati. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro tenore di vita vanno molto al di là.
Amano tutti e da tutti vengono perseguitati. Non sono capiti, e vengono condannati; sono messi a morte e ne ricevono vita. Sono poveri, e arricchiscono molti; sono privi di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nel disprezzo trovano gloria; vengono calunniati, e si aggiunge testimonianza alla loro innocenza. Sono ingiuriati, e benedicono; trattati con violenza, rendono onore. Quando fanno del bene, sono puniti come dei malfattori; ed anche allora godono, quasi si dia loro vita. I Giudei li combattono come gente straniera, e i Greci li perseguitano; ma chi li odia non sa dire il perché.
In breve, i cristiani sono nel mondo ciò che l'anima è nel corpo. L'anima è in tutte le parti del corpo, e anche i cristiani sono sparsi in tutte le città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo: anche i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo... Questo è il posto di combattimento che Dio ha loro assegnato, e non è loro permesso di disertarlo.
Abitano la loro patria, ma come pellegrini; prendono parte a tutto come cittadini e si sottomettono a tutto come stranieri. Ogni terra straniera è loro patria e ogni patria è, per loro, terra straniera. Si sposano come tutti gli altri e hanno figli, ma non abbandonano i neonati. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro tenore di vita vanno molto al di là.
Amano tutti e da tutti vengono perseguitati. Non sono capiti, e vengono condannati; sono messi a morte e ne ricevono vita. Sono poveri, e arricchiscono molti; sono privi di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nel disprezzo trovano gloria; vengono calunniati, e si aggiunge testimonianza alla loro innocenza. Sono ingiuriati, e benedicono; trattati con violenza, rendono onore. Quando fanno del bene, sono puniti come dei malfattori; ed anche allora godono, quasi si dia loro vita. I Giudei li combattono come gente straniera, e i Greci li perseguitano; ma chi li odia non sa dire il perché.
In breve, i cristiani sono nel mondo ciò che l'anima è nel corpo. L'anima è in tutte le parti del corpo, e anche i cristiani sono sparsi in tutte le città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo: anche i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo... Questo è il posto di combattimento che Dio ha loro assegnato, e non è loro permesso di disertarlo.
* Epistole
pros Diogneton - V-VI - Corona Patrum Salesiana - Series
Graeca - VoI. XIV -
VITA COMUNITARIA E AMORE FRATERNO Anonimo del IV secolo *
VITA
COMUNITARIA E AMORE FRATERNO
Anonimo
del IV secolo *
La
terza omelia sulla vita cenobitica, da cui è presa la pagina
seguente, sviluppa una concezione monastica molto vicina a quella di
San Basilio, con un accento particolare sulla libertà dello Spirito.
Essa fa parte delle «50 omelie spirituali» un tempo attribuite a
San Macario il Grande (405, Basso Egitto), ma che una critica più
recente fa risalire all'inizio del V secolo e colloca nell'ambiente
siriano.
E'
importante che i fratelli vivano insieme in grande carità. Sia che
preghino, sia che leggano la Scrittura, sia che si occupino di
qualche lavoro, essi debbono avere come fondamento l'amore fraterno.
In questo modo, sarà possibile assaporare la gioia della
partecipazione a queste diverse occupazioni, ed a tutti coloro che
pregano, a tutti coloro che leggono, a tutti coloro che lavorano,
sarà dato di edificarsi reciprocamente nella trasparenza dell'anima
e nella semplicità...
Qualsiasi cosa facciano, i fratelli debbono mostrarsi caritatevoli e sereni gli uni con gli altri. Colui che lavora, così dirà di colui che prega: «Anch'io posseggo il tesoro di mio fratello, dal momento che ci è comune». Da parte sua, colui che prega dirà di colui che legge: «Anch'io vengo arricchito dal beneficio che egli trae dalla sua lettura! ». E colui che lavora, dirà ancora: «E' nell'interesse della comunità che compio questo servizio».
Le molteplici membra del corpo non formano che un corpo solo. Esse si sostengono vicendevolmente, ciascuna assolvendo al proprio compito. L'occhio vede per tutto il corpo; la mano lavora per le altre membra; il piede, camminando, le porta tutte; una soffre appena soffre l'altra. Ecco come i fratelli debbono comportarsi gli uni con gli altri (cf. Rom. 12, 4-5). Colui che prega, non giudicherà colui che lavora perché non prega. Colui che lavora, non giudicherà colui che prega dicendo: «Ecco uno che perde tempo, mentre io sto qui a lavorare». Colui che serve non giudicherà gli altri. AI contrario, ciascuno, qualunque cosa faccia, agirà per la gloria di Dio (cf. 1 Cor. 10, 31; 2 Cor. 4, 15).
Colui che legge, penserà con amore di colui che prega e dirà a se stesso: «Egli prega anche per me". E colui che prega penserà nei riguardi di colui che lavora: «Ciò che fa, lo fa per il bene di tutta la comunità".
Così una grande concordia ed una serena armonia formeranno il vincolo della pace (Et. 4, 3), che li unirà tra loro e li farà vivere con carità e semplicità sotto lo sguardo benevolo di Dio. Evidentemente, l'essenziale è di perseverare nella preghiera. Del resto, è necessaria un'unica cosa: ciascuno deve possedere nel suo cuore questo tesoro che è la presenza viva e spirituale del Signore. Sia che lavori, preghi o legga, ciascuno deve poter dirsi in possesso di questo bene imperituro che è lo Spirito Santo.
Qualsiasi cosa facciano, i fratelli debbono mostrarsi caritatevoli e sereni gli uni con gli altri. Colui che lavora, così dirà di colui che prega: «Anch'io posseggo il tesoro di mio fratello, dal momento che ci è comune». Da parte sua, colui che prega dirà di colui che legge: «Anch'io vengo arricchito dal beneficio che egli trae dalla sua lettura! ». E colui che lavora, dirà ancora: «E' nell'interesse della comunità che compio questo servizio».
Le molteplici membra del corpo non formano che un corpo solo. Esse si sostengono vicendevolmente, ciascuna assolvendo al proprio compito. L'occhio vede per tutto il corpo; la mano lavora per le altre membra; il piede, camminando, le porta tutte; una soffre appena soffre l'altra. Ecco come i fratelli debbono comportarsi gli uni con gli altri (cf. Rom. 12, 4-5). Colui che prega, non giudicherà colui che lavora perché non prega. Colui che lavora, non giudicherà colui che prega dicendo: «Ecco uno che perde tempo, mentre io sto qui a lavorare». Colui che serve non giudicherà gli altri. AI contrario, ciascuno, qualunque cosa faccia, agirà per la gloria di Dio (cf. 1 Cor. 10, 31; 2 Cor. 4, 15).
Colui che legge, penserà con amore di colui che prega e dirà a se stesso: «Egli prega anche per me". E colui che prega penserà nei riguardi di colui che lavora: «Ciò che fa, lo fa per il bene di tutta la comunità".
Così una grande concordia ed una serena armonia formeranno il vincolo della pace (Et. 4, 3), che li unirà tra loro e li farà vivere con carità e semplicità sotto lo sguardo benevolo di Dio. Evidentemente, l'essenziale è di perseverare nella preghiera. Del resto, è necessaria un'unica cosa: ciascuno deve possedere nel suo cuore questo tesoro che è la presenza viva e spirituale del Signore. Sia che lavori, preghi o legga, ciascuno deve poter dirsi in possesso di questo bene imperituro che è lo Spirito Santo.
*
Terza
omelia, 1-3.
Testo greco in Die
50
geist/ichen
Homilien des Makarios.
LA NUZIALE E DOLCE VESTE DELLA CARITÀ Santa Caterina da Genova *
LA NUZIALE E DOLCE VESTE DELLA
CARITÀ
Santa Caterina da Genova *
Caterina dei Fieschi nacque a Genova
nel 1447 e a sedici anni andò sposa, contro la sua volontà, al
nobile ghibellino Giuliano Adorno. Dopo alcuni anni di pena a causa
di quest'unione infelice e dopo altri ,di dissipazione e di vita
mondana, l'esistenza della giovane donna fu radicalmente trasformata
da un'illuminazione improvvisa. L'austerità, la preghiera e
l'assistenza ai malati furono da allora le occupazioni di Caterina.
Il marito stesso fu conquistato all'ideale di vita della giovane
sposa e si fece suo collaboratore nelle opere di misericordia. La
santa morì nel 1510. Contemplativa e mistica di eccezionale
profondità, santa Caterina da Genova ci lascia nel suo «Dialogo» e
nel «Trattato del Purgatorio» una solida e sicura dottrina
spirituale e consolanti rivelazioni sull'aldilà.
Gesù, chi ti ha fatto venire dal cielo
in terra? L'amore! Chi ti ha fatto patire tanti e così terribili
tormenti fino alla morte? L'amore! Chi ti ha fatto lasciare te stesso
in cibo all'anima tua diletta? L'amore! Chi ti ha mosso che ci hai
mandato e continuamente ci mandi, per nostra fortezza e guida, lo
Spirito Santo? L'amore! Molte altre cose si possono dire di te. Tu
sei sembrato tanto vile e abbietto in questo mondo, e tanto ti
umiliasti, dinanzi al popolo, solo per amore che, non solo non fosti
riconosciuto come Dio, ma quasi non fosti ritenuto neppure uomo. Un
servo, pur quanto si voglia fedele e affezionato, non sopporterebbe
tanto per il suo padrone, anche se gli fosse promesso il paradiso:
ciò perché senza il tuo amore interiore, che tu doni all'uomo, non
si può con pazienza sopportare tormento alcuno nella anima e neppure
nel corpo. Ma tu, Signore, portasti dal cielo questa soave manna e
questo dolce cibo, il quale ha in sé tal vigore, che fa sopportare
ogni supplizio, e tanto noi abbiamo visto per esperienza, prima di
te, dolce Maestro nostro, Signore e guida, e poi nei tuoi santi.
O quante cose essi hanno fatte e sopportate con grande pazienza, per questo tuo amore, infuso nel loro cuore, del quale restavano tanto accesi e uniti con te, che qualsivoglia tormento non li poteva separare da te: anzi in questi tormenti si accendeva in loro uno zelo che cresceva tanto quanto crescevano i tormenti. Per questo motivo essi non potevano essere superati da quanti martirii i tiranni crudelissimi potessero immaginare. Costoro guardavano solo di fuori la debolezza della carne: non vedevano quel soave e forte amore, né lo zelo che Dio infondeva nel loro cuore, e che è tanto vivo e forte che se uno vi si attacca bene non può mai perire.
Non si trova via né più breve, né migliore, né più sicura per la nostra salvezza di questa nuziale e dolce veste della carità, la quale dà tanta fiducia e tanto vigore all'anima, che essa si presenta a Dio senza alcun timore. Ma, per contrario, se si trova nuda di carità al tempo della morte, resta tanto abbietta e vile che se ne andrebbe in ogni altro luogo, quanto si voglia tristo e cattivo, per non comparire alla divina presenza. Infatti, poiché Dio è semplice e puro, non può ricevere in sé altra cosa, che non sia puro e semplice amore. Essendo Dio un mare d'amore, nel quale restano annegati e inabissati tutti i Santi, è impossibile che una qualsiasi minima imperfezione vi possa entrare, e perciò l'anima nuda di carità, quando è separata dal corpo in questo mondo però, piuttosto che presentarsi a quella nettezza e semplicità (di Dio) si getta nell'inferno. O amore puro, ogni minima macchia di difetto è per te grande inferno e ancora più aspro di quello dei dannati per l'impeto e la veemenza tua. Questo non crederà, né potrà intendere se non chi sarà in te esperto ed esercitato.
O quante cose essi hanno fatte e sopportate con grande pazienza, per questo tuo amore, infuso nel loro cuore, del quale restavano tanto accesi e uniti con te, che qualsivoglia tormento non li poteva separare da te: anzi in questi tormenti si accendeva in loro uno zelo che cresceva tanto quanto crescevano i tormenti. Per questo motivo essi non potevano essere superati da quanti martirii i tiranni crudelissimi potessero immaginare. Costoro guardavano solo di fuori la debolezza della carne: non vedevano quel soave e forte amore, né lo zelo che Dio infondeva nel loro cuore, e che è tanto vivo e forte che se uno vi si attacca bene non può mai perire.
Non si trova via né più breve, né migliore, né più sicura per la nostra salvezza di questa nuziale e dolce veste della carità, la quale dà tanta fiducia e tanto vigore all'anima, che essa si presenta a Dio senza alcun timore. Ma, per contrario, se si trova nuda di carità al tempo della morte, resta tanto abbietta e vile che se ne andrebbe in ogni altro luogo, quanto si voglia tristo e cattivo, per non comparire alla divina presenza. Infatti, poiché Dio è semplice e puro, non può ricevere in sé altra cosa, che non sia puro e semplice amore. Essendo Dio un mare d'amore, nel quale restano annegati e inabissati tutti i Santi, è impossibile che una qualsiasi minima imperfezione vi possa entrare, e perciò l'anima nuda di carità, quando è separata dal corpo in questo mondo però, piuttosto che presentarsi a quella nettezza e semplicità (di Dio) si getta nell'inferno. O amore puro, ogni minima macchia di difetto è per te grande inferno e ancora più aspro di quello dei dannati per l'impeto e la veemenza tua. Questo non crederà, né potrà intendere se non chi sarà in te esperto ed esercitato.
* Dialogo, III
parte, in Opere di Santa Caterina da Genova
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Santa Caterina da Genova
mercoledì 29 gennaio 2014
PREGHIERA DI GUARIGIONE PSICOLOGICA
Se guardiamo con occhio umano la sofferenza, siamo
tentati di cercarne la causa o in noi, o fuori di noi, nella
cattiveria umana ad esempio, o nella natura, o in altro... E tutto
ciò può essere anche vero, ma, se pensiamo solo in tal modo,
dimentichiamo il più. Ci scordiamo che dietro la trama della nostra
vita sta Dio con il suo amore, che tutto vuole o permette per un
motivo superiore, che è il nostro bene. (Chiara Lubich)
Signore, tu puoi ritornare indietro nel
tempo insieme a me e camminare con me lungo la mia vita a partire dal
momento in cui fui concepito. Aiutami, Signore, ancora: mondami e
liberami da tutto ciò che ha potuto causarmi difficoltà quando sono
stato concepito. Tu eri presente nel momento in cui mi sono formato
nel grembo di mia madre; liberami e guariscimi da qualunque
sofferenza che mi sia stata procurata da mia madre o attraverso
le circostanze della vita dei miei genitori quando ancora il mio
corpo non prendeva forma. Per questo ti ringrazio. Signore Gesù,
ti lodo perché nella mia vita sei stato con me ogni volta che ne ho
avuto bisogno. Ci sono stati alcuni momenti in cui ho sentito il
bisogno che mia madre mi stringesse al petto, mi cullasse e mi
raccontasse una favola come solo le mamme sanno fare. Signore, fallo
tu nel più profondo del mio essere. Lascia che senta un amore
materno,commovente e profondo che conforta tanto da non dovermene più
separare per nessun motivo. Ti rendo grazie e ti lodo, Signore,
perché sono sicuro che lo stai già facendo. Per
qualunque motivo che mi abbia fatto sentire trascurato, Signore,
riempi quella parte del mio essere con un profondo amore paterno che
solo un padre può dare. Anche se non sono cosciente di avere avuto
bisogno di due braccia forti e di un babbo che mi amasse e mi
infondesse sicurezza e appoggio, fallo tu adesso. Grazie, Signore,
perché anche questo già lo stai facendo. Guarisci, Signore, le
ferite causate dalle relazioni sbagliate con la mia famiglia, con mio
fratello, che non mi capiva o che non sapeva dimostrarmi tutto il suo
affetto. Una parte di me non si è sentita mai amata per questo
motivo. Aiutami a far sì che il mio perdono raggiunga quel
fratello. Forse attraverso gli anni non ho potuto mai accettarli
perché non mi sono mai sentito veramente accettato da parte loro.
Donami un grande amore, perché possa perdonarli e dimenticare le
cose passate. Ti ringrazio Signore per tutto quello che avrai già
rinnovato in me in questo senso. Entra nel mio cuore e togli tutte
quelle vicende che mi causarono sofferenze e vergogna. Non ti chiedo
Gesù di cancellare tutto dalla mia mente ma, di trasformarlo in
maniera che possa ricordare senza vergogna, e rendendoti grazie.
Fammi comprendere ciò che sentono i giovani oggi, perché io stesso
sono stato come loro, ho vissuto quell'età di ricerche e di
conflitti. Man mano che tu mi guarisci, consentimi di aiutare
altri a trovare la strada della guarigione. Signore, alla fine di
quel periodo della mia vita, e all'inizio della vita vocazionale alla
quale tu mi chiamavi, ebbi alcune difficoltà. Ti chiedo Gesù
di guarirmi dallo stato di vita nel quale mi trovo oggi e da tutto
ciò che questo ha rappresentato per il mondo che mi circonda.
Signore, guariscimi da queste cose. Grazie, Signore perché
attraverso questa guarigione possa arrivare ad essere come tu
vuoi. Signore, aiutami a sentire tanta forza e tanto calore
provenienti dal tuo amore da non dubitare mai più della tua
chiamata. Dammi coraggio e fiducia nell'opera che mi hai affidato.
Portami avanti con propositi e mete nuove. Grazie, Signore perché so
che lo stai già facendo. Amen.
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