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settembre 1945.
Gesù
è diretto al Tempio. Lo precedono a gruppi i discepoli, lo seguono
in gruppo le discepole, ossia la Madre, Maria Cleofe, Maria Salome,
Susanna, Giovanna di Cusa, Elisa di Betsur, Annalia di Gerusalemme,
Marta e Marcella. Non c'è la Maddalena. Intorno a Gesù, i dodici
apostoli e Marziam. Gerusalemme è nella pompa dei suoi tempi di
solennità. Gente in ogni via e di ogni terra. Canti, discorsi,
mormorio di preghiere, imprecazioni di asinai, qualche pianto di
bambino. E su tutto un cielo nitido che si mostra fra casa e casa, e
un sole che scende allegro a ravvivare i colori delle vesti, ad
accendere i morenti colori delle pergole e degli alberi che si
intravvedono qua e là oltre i muri dei chiusi giardini o delle
terrazze. Talora Gesù incrocia persone di conoscenza, e il saluto
è più o meno deferente a seconda degli umori dell'incrociante.
Così è profondo ma sussiegato quello di Gamaliele, il quale
guarda fisso Stefano, che gli sorride dal gruppo dei discepoli e che
Gamaliele, dopo essersi inchinato a Gesù, chiama in disparte e gli
dice poche parole, dopo di che Stefano torna nel gruppo. Venerante è
il saluto del vecchio sinagogo Cleofa di Emmaus, diretto insieme ai
suoi concittadini al Tempio. Aspro come una maledizione è quello di
risposta dei farisei di Cafarnao.
Un
gettarsi a terra baciando i piedi di Gesù nella polvere della via
è quello dei contadini di Giocana, capitanati dall'intendente. La
folla si ferma ad osservare stupita questo gruppo di uomini che ad un
quadrivio si precipita con un grido ai piedi di un giovane uomo, che
non è un fariseo né uno scriba famoso, che non è un satrapo né
un potente cortigiano, e qualcuno domanda chi è, e un bisbiglio
corre: «È il Rabbi di Nazaret, quello che si dice sia il Messia».
Proseliti e gentili si affollano allora curiosi, stringendo il gruppo
contro al muro, facendo ingombro nella minuscola piazzetta, finché
un gruppo di asinai li disperde vociando imprecazioni all'ostacolo.
Ma la folla subito si riunisce di nuovo, separando le donne dagli
uomini, esigente, brutale nella sua manifestazione che è anche di
fede. Tutti vogliono toccare le vesti di Gesù, dirgli una parola,
interrogarlo. Ed è sforzo inutile, perché la loro stessa fretta,
la loro ansia, la loro irrequietezza per farsi avanti, respingendosi
a vicenda, fa sì che nessuno ci riesce, e anche le domande e le
risposte si confondono in un unico rumore incomprensibile. L'unico
che si astrae dalla scena è il nonno di Marziam, il quale ha
risposto con un grido al grido del nipotino e, subito dopo aver
venerato il Maestro, si è stretto al cuore il nipote stando così,
ancora rilassato sui calcagni, i ginocchi a terra, se lo è seduto
nel grembo e se lo ammira
e carezza con lacrime e baci, beati, e lo
interroga e ascolta. Il vecchio è già in Paradiso tanto è
beato. Accorrono le milizie romane credendo che vi sia qualche rissa
e si fanno largo. Ma quando vedono Gesù hanno un sorriso e si
ritirano tranquille, limitando a consigliare i presenti a lasciare
libero l'importante quadrivio. E Gesù subito ubbidisce,
approfittando dello spazio fatto dai romani che lo precedono di
qualche passo come per fargli strada, in realtà per tornare al loro
posto di picchetto perché la guardia romana è molto rinforzata,
come se Pilato sapesse esservi malcontento nella folla e temesse
sommosse in questi giorni in cui Gerusalemme è colma di ebrei di
ogni parte. Ed è bello vederlo andare preceduto dal drappello
romano, come un re al quale si fa largo mentre va ai suoi possessi.
Ha detto, nel muoversi, al bambino e al vecchio: «State insieme e
seguitemi»; e all'intendente: «Ti prego lasciarmi i tuoi uomini. Mi
saranno ospiti fino a sera». L'intendente risponde ossequioso:
«Tutto ciò che Tu vuoi sia fatto», e se ne va da solo dopo un
profondo saluto.









