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sabato 15 novembre 2014

Al Tempio nella festa dei Tabernacoli. Le condizioni per seguire Gesù. La parabola dei talenti e la parabola del buon samaritano. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" – Libro IV capitolo 281.



20 settembre 1945.

Gesù è diretto al Tempio. Lo precedono a gruppi i discepoli, lo seguono in gruppo le discepole, ossia la Madre, Maria Cleofe, Maria Salome, Susanna, Giovanna di Cusa, Elisa di Betsur, Annalia di Gerusalemme, Marta e Marcella. Non c'è la Maddalena. Intorno a Gesù, i dodici apostoli e Marziam. Gerusalemme è nella pompa dei suoi tempi di solennità. Gente in ogni via e di ogni terra. Canti, discorsi, mormorio di preghiere, imprecazioni di asinai, qualche pianto di bambino. E su tutto un cielo nitido che si mostra fra casa e casa, e un sole che scende allegro a ravvivare i colori delle vesti, ad accendere i morenti colori delle pergole e degli alberi che si intravvedono qua e là oltre i muri dei chiusi giardini o delle terrazze. Talora Gesù incrocia persone di conoscenza, e il saluto è più o meno deferente a seconda degli umori dell'incrociante. Così è profondo ma sussiegato quello di Gamaliele, il quale guarda fisso Stefano, che gli sorride dal gruppo dei discepoli e che Gamaliele, dopo essersi inchinato a Gesù, chiama in disparte e gli dice poche parole, dopo di che Stefano torna nel gruppo. Venerante è il saluto del vecchio sinagogo Cleofa di Emmaus, diretto insieme ai suoi concittadini al Tempio. Aspro come una maledizione è quello di risposta dei farisei di Cafarnao.
Un gettarsi a terra baciando i piedi di Gesù nella polvere della via è quello dei contadini di Giocana, capitanati dall'intendente. La folla si ferma ad osservare stupita questo gruppo di uomini che ad un quadrivio si precipita con un grido ai piedi di un giovane uomo, che non è un fariseo né uno scriba famoso, che non è un satrapo né un potente cortigiano, e qualcuno domanda chi è, e un bisbiglio corre: «È il Rabbi di Nazaret, quello che si dice sia il Messia». Proseliti e gentili si affollano allora curiosi, stringendo il gruppo contro al muro, facendo ingombro nella minuscola piazzetta, finché un gruppo di asinai li disperde vociando imprecazioni all'ostacolo. Ma la folla subito si riunisce di nuovo, separando le donne dagli uomini, esigente, brutale nella sua manifestazione che è anche di fede. Tutti vogliono toccare le vesti di Gesù, dirgli una parola, interrogarlo. Ed è sforzo inutile, perché la loro stessa fretta, la loro ansia, la loro irrequietezza per farsi avanti, respingendosi a vicenda, fa sì che nessuno ci riesce, e anche le domande e le risposte si confondono in un unico rumore incomprensibile. L'unico che si astrae dalla scena è il nonno di Marziam, il quale ha risposto con un grido al grido del nipotino e, subito dopo aver venerato il Maestro, si è stretto al cuore il nipote stando così, ancora rilassato sui calcagni, i ginocchi a terra, se lo è seduto nel grembo e se lo ammira e carezza con lacrime e baci, beati, e lo interroga e ascolta. Il vecchio è già in Paradiso tanto è beato. Accorrono le milizie romane credendo che vi sia qualche rissa e si fanno largo. Ma quando vedono Gesù hanno un sorriso e si ritirano tranquille, limitando a consigliare i presenti a lasciare libero l'importante quadrivio. E Gesù subito ubbidisce, approfittando dello spazio fatto dai romani che lo precedono di qualche passo come per fargli strada, in realtà per tornare al loro posto di picchetto perché la guardia romana è molto rinforzata, come se Pilato sapesse esservi malcontento nella folla e temesse sommosse in questi giorni in cui Gerusalemme è colma di ebrei di ogni parte. Ed è bello vederlo andare preceduto dal drappello romano, come un re al quale si fa largo mentre va ai suoi possessi. Ha detto, nel muoversi, al bambino e al vecchio: «State insieme e seguitemi»; e all'intendente: «Ti prego lasciarmi i tuoi uomini. Mi saranno ospiti fino a sera». L'intendente risponde ossequioso: «Tutto ciò che Tu vuoi sia fatto», e se ne va da solo dopo un profondo saluto.

MARTA ROBIN - La gioia nella croce - Papa Francesco l'ha dichiarata Venerabile il 7 novembre 2014


 
MARTA ROBIN
La gioia nella croce

RAYMOND PEYRET - © EDITRICE ANCORA MI

DICHIARAZIONE - Conformemente al decreto di Papa Urbano VIII, l'autore dichiara che tutto ciò che è scritto in questa biografia, essendo fondato con certezza solo su testimonianze umane, fa le dovute riserve sulle manifestazioni soprannaturali, finché la Chiesa non s'è pronunciata. Dichiara inoltre che usando a volte qualificativi tipo «santa» e parlando di fatti d'ordine soprannaturale e pre­ternaturale, egli adotta semplicemente un linguaggio ricevuto, senza voler pregiudicare in niente le decisioni della Chiesa alle quali si sottomette senza riserve.

Imprimatur

R. GLAS, vicario generale

Valence, 11 ottobre 1981

I documenti in questo libro, sono riprodotti grazie alla gen­tile autorizzazione di padre Finet e delle famiglie Serve - Bros­se - Gaillard.

PRESENTAZIONE


La traduzione italiana della biografia di Marta Robin, scritta da Raymond Peyret, vuol essere un modesto contributo per diffondere la conoscenza di uno dei più significativi movimenti religiosi del no­stro tempo: i Focolari di Carità.
Sorti in Francia negli anni trenta, essi sono or­mai diffusi in più di 30 nazioni ed esprimono, con la loro presenza discreta ed efficace, il dinamismo dello Spirito, la cui inventiva si pone come fermen­to nella realtà umana di ogni nuova generazione.
Ma qual è la loro origine? Chi mai ha avuto l'idea di orientare il laicato cattolico verso una forma di vita comunitaria «nuova» e particolarmente adatta alla diffusione del Regno in un mondo ateo e senza speranza?
Dio, che si serve dei deboli per confondere i for­ti, ha scelto Marta Robin, l'umile popolana di Chà­teauneuf-de-Galaure, perché fosse la pietra angolare posta a fondamento della grande costruzione.
L'azione misteriosa della grazia e la risposta fe­dele di questa eroina della sofferenza hanno fatto di lei un miracolo vivente, polo di attrazione per chiunque si accosti al soprannaturale in semplicità di cuore, richiamo pressante alla scoperta della mi­sericordia di Dio, la cui «bellezza antica e sempre nuova» vive e si manifesta nei santi.
L'esistenza di Marta Robin si snoda in un cre­scendo di amore per Cristo, fino ad assimilarne le atroci sofferenze della Passione.
Ridotta all'immobilità, ella rivive ogni settimana il mistero del Calvario e, per oltre cinquant'anni, sof­fre e prega per la salvezza del mondo. La sua è una sfida contro la disperazione di chi non sa più dare un senso alla vita e, come sfida, dimostra che tutto ha un senso nella realtà dello Spirito; infatti, le preghiere e le lacrime degli uni, assunte come un prolungamento della Passione di Cristo, possono gio­vare alla conversione e alla felicità degli altri.
La conquista dell'amore vero, quello che rende gli uomini partecipi della gioia di Dio, non conosce altra via se non la via della croce: «Nella croce e nella gioia...» (p. 94 ed. franc.).
p. V. LETTRY

martedì 11 novembre 2014

CRESCERE NEL SIGNORE - Rev. P. Jude O. Mbukanma, O.P. Imprimatur Ayo-Maria Atoyebi, O.P. Vescovo di Ilorin






Questo libro è dedicato al Padre Eterno, che mi ha creato e mi ha chiamato a servirlo come sacerdote consacrato il 16 dicembre 1976. A Lui va il mio eterno ringraziamento per questi anni spesi al suo servizio. 19 dicembre 2001

INTRODUZIONE

Dobbiamo rivolgerci costantemente a Cristo e pregarlo incessantemente affinché ci bat­tezzi con il fuoco della Spirito Santo perché è nell'unzione dello Spirito Santo che possia­mo condurre una vita religiosa più dinami­ca. Lo Spirito Santo è la fonte vitale della nostra conoscenza cristiana di Dio, della maturazione spirituale e di una proficua azione apostolica.

La nostra trasformazione è essenzialmente opera dello Spirito Santo, nostro amico e santificatore. Lo Spirito Santo è qui per liberarci dal peccato, dalle debolezze e dalle limitazioni umane affin­ché l'opera di Cristo (la redenzione dell'uma­nità) possa essere portata a compimento nelle nostre vite.

Gesù non ha chiesto ai cristiani di compiere miracoli, guarigioni o scacciare i demoni (Mt 29, 19-20). Egli ha dato alla Chiesa un compito pre­ciso: trasformare le persone in suoi discepoli, "insegnare loro a obbedire ai comandamenti".

I Santi nella gloria sono passati per questo stesso mondo che a noi sembra presentarsi come un ostacolo per la nostra crescita spirituale. Se essi sono stati santificati per la grazia dello Spirito Santo, anche noi possiamo sperare che lo Spirito Santo faccia lo stesso con noi.

È possibile sviluppare e incrementare le qualità morali (la bontà morale, la virtù) e prevenire il loro opposto solo facendo e rifacendo la cosa giusta. In poche parole "bisogna mettere in prati­ca ciò che si impara e farne un'abitudine..." (Aristotele, Etica a Nicomaco, Libro IX).

Nella storia della spiritualità si nota che ci sono molti asceti che credono che la maturazione spi­rituale consista nel privarsi di cibo e bevande. Naturalmente la rinuncia è importante, fa parte dell'autodisciplina. La Bibbia, però, ci insegna che non è con ciò che mangiamo o beviamo che ci rendiamo graditi a Dio (Mc 7, 14-23): la nostra crescita e la nostra santità dipendono esclusiva­mente dalla grazia di Dio.

IL POTERE DELLA SPERANZA (Gv 5, 1-14)

Solo la ricerca di Dio non è mai vana e, quando Lo si cerca con speranza, Lo si trova sempre.

(San Bernardo di Chiaravalle)





RIVELAZIONE FATTA A S. BERNARDO DA GESU’ DELLA PIAGA ALLA SACRA SPALLA APERTA DAL PESO DELLA CROCE




San Bernardo, Abate di Chiaravalle, domandò nella preghiera a Nostro Signore quale fosse stato il maggior dolore sofferto nel corpo durante la sua Passione. Gli fu risposto: “Io ebbi una piaga sulla spalla, profonda tre dita, e tre ossa scoperte per portare la croce: questa piaga mi ha dato maggior pena e dolore di tutte le altre e dagli uomini non è conosciuta. Ma tu rivelala ai fedeli cristiani e sappi che qualunque grazia mi chiederanno in virtù di questa piaga verrà loro concessa; ed a tutti quelli che per amore di essa mi onoreranno con tre Pater, tre Ave e tre Gloria al giorno perdonerò i peccati veniali e non ricorderò più i mortali e non moriranno di morte improvvisa ed in punto di morte saranno visitati dalla Beata Vergine e conseguiranno la grazia e la misericordia”.

PREGHIERA ALLA SACRA SPALLA

Dilettissimo Signore Gesù Cristo, mansuetissimo Agnello di Dio, io povero peccatore, adoro e venero la Vostra Santissima Piaga che riceveste sulla Spalla nel portare la pesantissima Croce del Calvario, nella quale restarono scoperte tre Sacralissime Ossa, tollerando in essa un immenso dolore; Vi supplico, per virtùà e meriti di detta Piaga, ad avere su di me misericordia col perdonarmi tutti i miei peccati sia mortali che veniali, ad assistermi nell’ora della morte e di condurmi nel vostro regno beato.   


SAN PIO E LA PIAGA DELLA SPALLA

San Pio da Pietrelcina è stato uno di quei pochissimi sacerdoti santi ad aver avuto l'onore di portare sul proprio corpo i segni visibili e tangibili della Passione di Nostro Signore Gesù Cri­sto, e anche lui ha patito gli stessi atroci dolori alla piaga della sua spalla, a conferma di quanto rivelato diretta­mente da Gesù a San Bernardo sulla presenza di una dolorosissima ed inco­gnita piaga alla Sua Sacra Spalla. Una sconcertante scoperta riguardo ai dolori alla spalla patiti da Padre Pio è stata fatta dopo la sua morte da un carissimo amico del Padre, nonché suo figlio spirituale, Fra' Modestino da Pie­trelcina, il quale riferì: "... Dopo la morte di Padre Pio, continuai ad esplo­rare con cura ed oculatezza ogni lembo dei suoi indumenti che sistemavo e ar­chiviavo, con il presentimento che an­cora qualche altra sconcertante sco­perta avrei dovuto fare. Non mi sba­gliai! Quando fù la volta delle maglie, mi venne in mente che una sera del 1947, davanti alla cella N0 5, Padre Pio mi confidò che uno dei suoi più grandi dolori era quello che provava quando si cambiava la maglia... avevo pensato che quel dolore fosse stato causato al venerato Padre dalla piaga che egli aveva sul costato. Il 4 febbraio 1971 però dovetti cam­biare opinione allorché, osservando con più attenzione una maglia di lana da lui usata, notai sopra di essa, con mia grande sorpresa, all'altezza della clavicola destra, una traccia indelebile di sangue. Non mi sembrava, come nella "camicia della flagellazione" una macchia di essudazione sanguigna. Si trattava del segno evidente di una ec­chimosi circolare di circa dieci centi­metri di diametro, all'inizio della spal­la destra, vicino alla clavicola. Mi ba­lenò l'idea che il dolore lamentato da Padre Pio potesse derivargli da quella misteriosa piaga. Rimasi scosso e per­plesso. D'altra parte avevo letto su qualche libro di pietà una preghiera in onore della piaga della spalla di Nostro Si­gnore, apertagli dal legno della Croce che, scoprendogli tre sacratissime ossa, Gli avevano procurato acerbissimo dolore. Se in Padre Pio si erano ripetu­ti tutti i dolori della Passione, non era da escludersi che egli avesse sofferto anche quelli provocati dalla piaga del­la spalla. La sua sofferenza nel con­templare Cristo carico del pesante le­gno e più ancora, carico dei nostri peccati, gli aveva procurato certamen­te sulla spalla quella ennesima ferita. Dolore mistico e dolore fisico. Ormai, grazie al mio amico medico, avevo le idee chiare, o quasi, in proposito. In Gesù, carico della croce, sulla spalla si era avuta la distruzione del­l'epidermide e del sottocutaneo. Il peso del legno e lo strofinio del durissimo elemento rigido contro le parti molli, gli aveva prodotto una lesione trauma­tica muscolare, con "risentimento al­gico nevritico osseo". In Padre Pio quella lesione fisica, generata dalla sofferenza mistica, aveva determinato un profondo ematoma e una fuoriusci­ta di liquido ematico sulla spalla de­stra, con secrezione sierosa. Ecco quin­di sulla maglia un alone sfocato con al centro la macchia scura del sangue assorbito. Di questa scoperta parlai subito al padre superiore che mi disse di scrive­re una breve relazione. Anche Padre Pellegrino Funicelli, che per anni ave­va assistito Padre Pio, mi confidò che, aiutando parecchie volte il Padre a cambiare la maglia di lana che indos­sava, aveva notato quasi sempre, sulla spalla ora destra ora sinistra, una ec­chimosi circolare. In aggiunta a questa, un 'importan­te conferma mi venne dallo stesso Pa­dre Pio. A sera, prima di addormentar­mi, feci a lui, con tanta fede, questa preghiera: "Caro Padre, se tu avevi veramente la piaga alla spalla, dam­mene un segno". Mi addormentai. Ma, esattamente all'una e cinque minuti di quella notte, mentre dormivo tranquil­lamente, un improvviso, acuto dolore alla spalla mi fece svegliare. Era come se qualcuno, con un coltello mi avesse scarnito l'osso della clavicola. Se quel dolore fosse durato qualche minuto ancora, penso che sarei morto. Con­temporaneamente sentii una voce che mi diceva: "Così ho sofferto io!". Un intenso profumo mi avvolse e riempì tutta la mia cella. Sentii il cuore tra­boccante di amor di Dio. Provai anco­ra una strana sensazione: l'essere sta­to privato di quella insopportabile sof­ferenza mi era ancora più penoso. Il corpo voleva respingerla ma l'anima, inspiegabilmente, la desiderava. Era dolorosissima e dolce insieme. Ormai avevo capito! Confuso più che mai avevo la certezza che Padre Pio, oltre alle stigmate alle mani, ai piedi e al costato, oltre ad aver subito la flagellazione e la coronazione di spine, per anni, novello Cireneo di tutti e per tutti, aveva aiutato Gesù a porta­re la croce delle nostre miserie, delle nostre colpe, dei nostri peccati. E quel­la maglia ne portava indelebile il se­gno!".
da "Novissimum Verbum" (sett. - dic. 2002) 

Preghiera per domandare una grazia

Dilettissimo Signore mio Gesù Cristo, mansueto Agnello di Dio, io povero peccatore Ti adoro e considero la dolorosissima piaga della tua spalla aperta dalla pesante croce che hai portato per me. Ti ringrazio del Tuo immenso dono d’Amore per la Redenzione e spero le grazie che Tu hai promesso a co­loro che contemplano la Tua Passione e l’atroce piaga della Tua Spalla. Gesù, mio Salvatore, incoraggiato da Te a chiedere quello che desidero, Ti chiedo il dono del Tuo Santo Spiri­to per me, per tutta la Tua Chiesa, e la grazia (...chiedere la grazia desiderata); fa che sia tutto per la Tua gloria e il mio maggior bene secondo il Cuore del PADRE. Amen. tre Pater, tre Ave, tre Gloria.

TU SEI MIA MADRE



Ricordati e rammentati, o dolcissima Vergine,
che Tu sei mia Madre e che io sono Tuo figlio;
che Tu sei potente
e che io sono poverissimo, timido e debole.
Io Ti supplico, dolcissima Madre,
di guidarmi in tutte le mie vie,
in tutte le mie azioni.
Non dirmi, Madre stupenda, che Tu non puoi,
poiché il Tuo amatissimo Figlio
Ti ha dato ogni potere, sia in cielo che in terra.
Non dirmi che Tu non sei tenuta a farlo,
poiché Tu sei la Mamma di tutti gli uomini
e, particolarmente, la mia Mamma. Se Tu non potessi ascoltare,
io Ti scuserei dicendo :
“è vero che è mia Mamma e che mi ama come Suo figlio,
ma non ha mezzi e possibilità per aiutarmi”.
Se Tu non fossi la mia Mamma,
io avrei pazienza e direi :
“ha tutte le possibilità di aiutarmi,
ma, ahimé, non è mia Madre
e, quindi, non mi ama”.
Ma invece no, o dolcissima Vergine,
Tu sei la mia Mamma
e per di più sei potentissima.
Come potrei scusarti se Tu non mi aiutassi
e non mi porgessi soccorso e assistenza?
Vedi bene, o Mamma,
che sei costretta ad ascoltare
tutte le mie richieste.
Per l’onore e per la gloria del Tuo Gesù,
accettami come Tuo bimbo
senza badare alle mie miserie
e ai miei peccati.
Libera la mia anima e il mio corpo
da ogni male e dammi tutte le Tue virtù,
soprattutto l’umiltà.
Fammi regalo di tutti i doni, di tutti i beni e
di tutte le grazie che piacciono
alla SS. Trinità, Padre, Figlio e Spirito Santo


San Francesco di Sales


sabato 8 novembre 2014

La cacciata dei mercanti dal Tempio. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta. Libro I capitolo 53.



24 ottobre 1944. (...)

Vedo Gesù che entra con Pietro, Andrea, Giovanni e Giacomo, Filippo e Bartolomeo, nel recinto del Tempio. Vi è grandissima folla entro e fuori di esso. Pellegrini che giungono a frotte da ogni parte della città. Dall'alto del colle, su cui il Tempio è costruito, si vedono le vie cittadine, strette e contorte, formicolare di gente. Pare che fra il bianco crudo delle case si sia steso un nastro semovente dai mille colori. Sì, la città ha l'aspetto di un bizzarro giocattolo, fatto di nastri variopinti fra due fili bianchi e tutti convergenti al punto dove splendono le cupole della Casa del Signore. Nell'interno poi è... una vera fiera. Ogni raccoglimento di luogo sacro è annullato. Chi corre e chi chiama, chi contratta gli agnelli e urla e maledice per il prezzo esoso, chi spinge le povere bestie belanti nei recinti (sono rudimentali divisioni di corde o di pioli, al cui ingresso sta il mercante, o proprietario che sia, in attesa dei compratori). Legnate, belati, bestemmie, richiami, insulti ai garzoni non solleciti nelle operazioni di adunata e di cernita delle bestie e ai compratori che lesinano sul prezzo o che se ne vanno, maggiori insulti a quelli che, previdenti, hanno portato, di loro, l'agnello. Intorno ai banchi dei cambiavalute, altro vocìo. Si capisce che, non so se in ogni momento o in questo pasquale, si capisce che il Tempio funzionava da... Borsa, e borsa nera. Il valore delle monete non era fisso. Vi era quello legale, di certo vi sarà stato, ma i cambiavalute ne imponevano un altro, appropriandosi di un tanto, messo a capriccio, per il cambio delle monete.
E le assicuro che non scherzavano nelle operazioni di strozzinaggio!... Più uno era povero e veniva da lontano, e più era pelato. I vecchi più dei giovani, quelli provenienti da oltre Palestina più dei vecchi. Dei poveri vecchierelli guardavano e riguardavano il loro peculio, messo da parte con chissà che fatica in tutta l'annata, se lo levavano e se lo rimettevano in seno cento volte, girando dall'uno all'altro cambiavalute, e finivano magari per tornare dal primo, che si vendicava della loro iniziale diserzione aumentando l'aggio del cambio... e le grosse monete lasciavano, tra dei sospiri, le mani del proprietario e passavano fra le grinfie dell'usuraio e venivano mutate in monete più spicciole. Poi altra tragedia di scelte, di conti e di sospiri davanti ai venditori di agnelli, i quali, ai vecchietti mezzi ciechi, appioppavano gli agnelli più grami.

Signore, non sono capace!


 



Credo, Signore, che sarei capace di compiere una volta,
qualche atto straordinario.

Un’azione che impegnerebbe tutto me stesso,
se fossi sconvolto da una sventura, da un’ingiustizia,
se uno dei miei cari fosse in pericolo...

Ma ciò che mi umilia e spesso mi scoraggia,
è che non sono capace di donare la mia vita pezzo a pezzo,
giorno dopo giorno, ora dopo ora, minuto dopo minuto,

donare, sempre donare... e darmi!

Questo non posso farlo e tuttavia,

è certamente ciò che Tu mi chiedi...

Ogni giorno mille frammenti di vita da donare,
in mille possibili gesti d’amore,

che più non si vedono tanto sono abituali,

e più non si notano tanto sono banali,

ma di cui Tu mi dici di aver bisogno,
per mettere insieme un’offerta

e perché un giorno io possa dire in verità:

ai miei fratelli io ho donato tutta la mia vita.

E’ ciò che desideri, Signore, ma non ne sono capace...

Non posso farlo, lo so, ed ho paura.

Figliolo, io non ti chiedo di riuscire sempre,
ma di provarci sempre!

E soprattutto ascoltami,

ti chiedo di accettare i tuoi limiti,
di riconoscere la tua povertà e di farmene dono,

perché donare la propria vita
non vuol dire donare soltanto le proprie ricchezze,
ma anche la propria povertà, i propri peccati.

Fa’ questo, figliolo,
e con i pezzi di vita sciupata, da te sottratti

a tutti coloro che aspettano,

colmerò i vuoti, dandoti in cambio la durata,

perché nelle mie mani la tua povertà offerta,
diventerà ricchezza per l’eternità.”

( Michel Quoist )

venerdì 7 novembre 2014

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 16, 9-15 - Se non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera?




In quel tempo, Gesù diceva ai discepoli: «Fatevi degli amici con la ricchezza disonesta, perché, quando questa verrà a mancare, essi vi accolgano nelle dimore eterne.
Chi è fedele in cose di poco conto, è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti. Se dunque non siete stati fedeli nella ricchezza disonesta, chi vi affiderà quella vera? E se non siete stati fedeli nella ricchezza altrui, chi vi darà la vostra?
Nessun servitore può servire due padroni, perché o odierà l’uno e amerà l’altro, oppure si affezionerà all’uno e disprezzerà l’altro. Non potete servire Dio e la ricchezza».
I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si facevano beffe di lui. Egli disse loro: «Voi siete quelli che si ritengono giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che fra gli uomini viene esaltato, davanti a Dio è cosa abominevole».

Parola del Signore
Riflessione
I soldi non sono cattivi in sé... ma Gesù continua a spiegarci che bisogna farne buon uso. Gesù ci parla di “ricchezza disonesta” perché, purtroppo, i soldi ci distolgono dai veri valori: l'amore per il Signore e per i nostri fratelli.
Tanti pensano che con il denaro si compri tutto, ma non è così, ci sono infatti cose che non si possono comprare semplicemente perché non sono in vendita... e l'Amore non si vende.
Nella società di oggi si vive per i soldi e si fa di tutto per avere più soldi... può anche accadere che qualcuno venda l'anima al diavolo pur di non rimanere al “verde”. Il problema è sempre lo stesso: non siamo mai soddisfatti e vogliamo sempre di più .
Se però vogliamo essere veri discepoli del Signore dobbiamo cercare di vivere cercando un tesoro che nessuna tarma può rosicchiare... per questo tesoro l'antitarme del supermercato non serve a niente, è l'Amore infatti la medicina giusta... Perché dove è il vostro tesoro, là sarà anche il vostro cuore” (Lc 12, 34).
Dobbiamo fare una scelta netta e coraggiosa scrollandoci di dosso questa zavorra che appesantisce il cammino verso Dio. Solo così ci libereremo da questa dipendenza che ci rende ansiosi e isterici... Chi possiede di più, grazie al buon Dio, deve dare e condividere con i fratelli meno fortunati la famosa "ricchezza disonesta"... Così ti preparerai un bel tesoro per il giorno del bisogno, poiché l'elemosina libera dalla morte e salva dall'andare tra le tenebre” (Tb 4, 9-10).
Proviamo allora a essere saggi nell'uso dei tanti beni che il buon Dio ci ha dato, non solo beni materiali, forze fisiche e salute, disponibilità di tempo, ma anche capacità e doti spirituali... Questi doni li dobbiamo mettere a disposizione per collaborare con il Signore nel salvare e santificare il maggior numero di fratelli. Investire i nostri beni nella “Jesus's Bank International” ci assicurerà un futuro da migliardari in Cielo. Lassù le azioni non scendono e salgono a seconda del momento, ma sono sempre in rialzo... e chi decide di affidare la propria vita nelle mani di Dio non diventerà ricco, ma ricchissimo... C'è chi fa il ricco e non ha nulla; c'è chi si fa povero e ha molti beni” (Pr 13, 7).
Gesù mio, rafforza la mia fede così che non mi faccia prendere dall'angoscia nei momenti di “magra”... Ma Ti volevo dire anche un'altra cosa... la scelta che ho fatto tre anni fa è stata la più azzeccata della mia vita, e anche se ora non ho niente in mano, continuo a guardare avanti e a credere in Te, perché Tu mi aiuterai... ho la certezza assoluta che anche nei momenti in cui tutto sembra andare per il verso sbagliato Tu sei con me, e manterrai le Tue promesse... come mi hai guidato e aiutato finora sono sicura che continuerai a farlo... grazie per la fiducia che hai posto in me.
Pace e bene

Disonesta ricchezza?!!!


Nel Vangelo di Luca cap. 16 versetto 9 troviamo queste parole di Gesù: Ebbene, io vi dico: Procuratevi amici con la disonesta ricchezza, perché, quand'essa verrà a mancare, vi accolgano nelle dimore eterne.
Come mai la ricchezza viene chiamata disonesta? Sembra un'espressione un po' strana. In realtà, a ben vedere, è un'espressione molto giusta. Infatti, come una persona che non mantiene le promesse è disonesta, così la ricchezza promette benessere, felicità, amori, amici, sicurezza, ma prima o poi si smentisce e non mantiene quanto ha promesso.
Allora il Signore ci dice che non è dalla ricchezza che dobbiamo sperare la felicità; la felicità la potremo raggiungere in pienezza solo nelle dimore eterne. La ricchezza non va utilizzata per accrescere i beni e gli amici della terra, ma per acquistare i beni e gli amici del Cielo. Ogni atto di generosità, di bontà, di carità, anche se è nascosto o non ottiene la riconoscenza degli uomini, è visto, apprezzato e ci procura l'amicizia di quanti in Cielo non vivono che di reciproco amore. 

Eugenio Pramotton          dal sito http://www.medvan.it/

INTERVISTA CON MELID (DEMONIO IMPURO) di Don Giuseppe Tomaselli

Sua Eminenza, il Cardinale CORRADO URSI, Arcivescovo di Napoli ha dato il suo giudizio sul presente libretto: E’ uno scritto che non contiene errori. E’ interessante. Si diffonda che farà tanto bene. Napoli, 24. 5. 84


INTRODUZIONE

Il Sommo Pontefice Paolo VI, in uno dei suoi illuminanti discorsi, il 15 novembre 1972, accennò al demonio ed al male che esso produce nel mondo. Contro il detto Papa ci fu una levata di scudi, certamente da parte di ignoranti e degli irreligiosi: ma ancora la Chiesa parla del demonio? Ancora si crede a certe dicerie dei secoli scorsi? Il demonio, come persona non esiste; è la semplice personificazione ideale del male in genere.

E’ in circolazione un libretto, dal titolo “Interviste col maligno”. Ho pensato che potrei scrivere anch’io un libretto sul delicato argomento, in quanto da cinquant’anni in qua (1934 – 1984) ho esercitato il compito di esorcista ed anzi ho avuto non poche volte l’occasione di vedere il demonio, in forma umana, di lottare direttamente con lui, anzi di essere stato preso più volte per il collo e maltrattato. Ho potuto studiarlo, come si vedrò in questo scritto, nelle varie manifestazioni. Inoltre sono stato e sono Direttore Spirituale di anime mistiche, le quali sogliono essere bersaglio diretto e terribile del demonio in persona e come Direttore di tali anime ho potuto constatare fatti, che sembrerebbero inimmaginabili, eppure io sono stato testimonio per decine e decine di volte. Per svolgere il tema ho dovuto impostare l’intervista in forma ideale, né potrebbe farsi diversamente; però quanto si verrà esponendo corrisponde ai detti ed ai fatti, di cui io sono stato testimonio oculare, auricolare e parte direttamente interessata.


MELID

- Melid, intratteniamoci in conversazione, per fare un’intervista.

- So per studio e per esperienza che tu operi sempre per il male, poiché sei confermato nel male e non puoi volere altro che il male. Ma so anche che pur volendo sempre il male, indirettamente, contro tua voglia, per disposizione divina puoi cooperare al bene, così avviene che tante volte tenti al male e chi vince le tue tentazioni si arricchisce di meriti eterni.

- Quest’intervista potrà operare molto bene, ed io prego Dio che ti costringa a rispondere ai quesiti che ti presento.

- Ebbene, Pretaccio, cosa chiedi? Non dimenticare che tu parli con Melid! E dimmi: come sai che io mi chiamo Melid?

- Me lo dicesti tu stesso al nostro primo incontro tanti anni or sono. Anzi allora eravate in due, tu ed il tuo aiutante Ofar. Allora ti chiesi: Come mai siete in due? Voi di solito andate in giro per il mondo o in uno o in tre o in sette e tu mi rispondesti indispettito: Cosa sai tu di questi numeri? – Prima di andare avanti con l’intervista, ti rivolgo una domanda in apparenza inutile, anzi piuttosto sciocca: Tu, Melid, in qualità di demonio, esisti o no?

- Ignorante! E come potrei non esistere?

- Bugiardo! Quando ti conviene, dici che esisti; in caso contrario fai dire sfacciatamente che non esisti. Quando in quella seduta spiritica i curiosi chiamano l’anima di un defunto e dicesti: Il demonio non esiste. Sono i Preti che v’insegnano queste corbellerie.

- Dimmi Melid, prima di essere demonio chi eri?

- Ero un alto ufficiale della Corte Angelica, un Cherubino, ed ora sono un ufficiale di Satana.