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venerdì 21 novembre 2014

TIEPIDEZZA – Tratto da “ Cammino” di Josemaría Escrivá




Capitolo 1 - Carattere



Punto 16 - Tu, uno qualunque? Tu... del gregge!? Ma se sei nato per essere un leader! In mezzo a noi non c'è posto per i tiepidi. Umìliati, e Cristo ti accenderà di nuovo con fiamme d'Amore.

 
Punto 17 - Attento a non cadere in quella malattia del carattere che ha per sintomi la mancanza di stabilità in tutto, la leggerezza nell'operare e nel dire, la superficialità...: in una parola, la frivolezza.
E la frivolezza —non dimenticarlo—, che rende i tuoi programmi quotidiani così vuoti (così “pieni di vuoto”), farà della tua vita, se non reagisci in tempo —non domani: adesso!— un fantoccio, morto e inutile.

Capitolo 9 - Propositi



Punto 257 - Stai lì come un sacco di sabbia. —Da parte tua, non fai nulla. E così non è strano che cominci a sentire i sintomi della tiepidezza. —Reagisci.

 

Capitolo 14 - Tiepidezza

 
Punto 325 - Lotta contro quella fiacchezza che ti fa pigro e rilassato nella vita spirituale. —Bada che può essere il principio della tiepidezza..., e, come dice la Scrittura, i tiepidi Dio li vomiterà.


Punto 326 - Mi addolora vedere il pericolo della tiepidezza che ti minaccia, quando non ti vedo camminare seriamente verso la perfezione nel tuo stato.
—Di' con me: la tiepidezza, no! Confige timore tuo carnes meas —dammi, Dio mio, un timore filiale che mi faccia reagire!

Punto 327 - Lo so che eviti i peccati mortali. —Vuoi salvarti! —Ma non ti preoccupa quel continuo cadere deliberatamente nei peccati veniali, benché ogni volta tu senta la chiamata di Dio a vincerti.
—È la tua tiepidezza a farti avere questa cattiva volontà.

 
Punto 328 - Che poco Amore di Dio hai quando cedi senza lottare perché non è un peccato grave!

 
Punto 329 - I peccati veniali fanno un gran danno all'anima. Per questo, capite nobis vulpes parvulas, quae demoliuntur vineas, dice il Signore nel “Cantico dei cantici”: date la caccia alle piccole volpi che distruggono la vigna.

 
Punto 330 - Che pena mi fai: non senti ancora dolore per i tuoi peccati veniali! —Perché, fino a quel momento, non avrai cominciato ad avere una vera vita interiore.
Punto 331 - Sei tiepido se fai pigramente e di malavoglia le cose che si riferiscono al Signore; se vai cercando con calcolo o con furbizia il modo di diminuire i tuoi doveri; se non pensi che a te stesso e alla tua comodità; se le tue conversazioni sono oziose e vane; se non aborrisci il peccato veniale; se agisci per motivi umani.


Capitolo 16 - Formazione


Punto 368 - Ti annoi? —È perché tieni desti i sensi e addormentata l'anima.

 
Capitolo 17 - Il piano della tua santità

Punto 414 - Che pena un “uomo di Dio” pervertito! —Ma fa ancora più pena vedere un “uomo di Dio” tiepido e mondano.



 

Maria accolta nel Tempio. Ella, nella sua umiltà, non sapeva di essere la Piena di Sapienza. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta – Libro I capitolo 8



30 agosto 1944.

Vedo Maria fra mezzo al padre e alla madre camminare per le vie di Gerusalemme.
I passanti si fermano a guardare la bella Bambina, tutta vestita di un bianco di neve e avvolta in un leggerissimo tessuto che per i suoi disegni, a rami e fiori, più opachi fra il tenue dello sfondo, mi pare sia lo stesso che aveva Anna il giorno della sua Purificazione. Soltanto che, mentre ad Anna esso non sorpassava la cintura, a Maria, piccolina, scende fin quasi a terra e l'avvolge in una nuvoletta leggera e lucida di una vaghezza rara. Il biondo dei capelli sciolti sulle spalle, meglio, sulla nuca gentile, traspare là dove non vi è damascatura nel velo, ma unicamente il fondo leggerissimo. Il velo è trattenuto sulla fronte da un nastro di un azzurro pallidissimo, su cui, certamente per opera della mamma, sono ricamati in argento dei piccoli gigli. L'abito, come ho detto, candidissimo, scende fino a terra, e i piedini appena si mostrano nel passo, coi loro sandaletti bianchi. Le manine sembrano due petali di magnolia che escano dalla lunga manica. Tolto il cerchio azzurro del nastro, non vi è altro punto di colore. Tutto è bianco. Maria pare vestita di neve. Gioacchino ed Anna sono vestiti, lui con lo stesso abito della Purificazione, e Anna invece di viola scurissimo. Anche il mantello, che le copre anche il capo, è viola scuro. Ella se lo tiene molto calato sugli occhi. Due poveri occhi di mamma, rossi di pianto, che non vorrebbero piangere e non vorrebbero, soprattutto, esser visti piangere, ma che non possono non piangere sotto la protezione del manto.

giovedì 20 novembre 2014

IL COMANDAMENTO CALPESTATO - NON RUBARE - di Don Giuseppe Tomaselli


INTRODUZIONE

Attraversavo in filobus la via Etnea di Catania. In una « fermata facoltativa » ebbi modo di osservare le copertine di alcuni libri esposti in vetrina presso una libreria. Mi colpì un titolo: « Tutti la­dri ».

- Possibile, dissi tra me, che tutti siamo ladri? - Non mi diedi la briga di provvedermi del volume; ma ritor­nando col pensiero a quel titolo, con­clusi: Se non si è ladri da tutti, lo si è certamente da una gran maggioranza!

Volli in seguito approfondire il pro­blema e mi decisi a comporre questo scritto.

Tratterò della giustizia, in genere ed in specie, e dell'obbligo della restitu­zione.


PARTE PRIMA

NON RUBARE


PRELUDIO.

Simpatico quel vecchietto messinese che, anni or sono, mi raccontava le sue avventure! Dopo la narrazione, soggiun­se: Io sono di novant'anni e voi di qua­ranta; non dimenticate ciò che vi dico: La società è un ammasso di ladri! È la­dro chi vende, perché falsifica la merce e pretende più del giusto; è ladro chi com­pra, non volendo pagare quanto deve. Ladro il datore di lavoro, perchè riduce la paga all'operaio; ladro l'operaio, che non compie con coscienza il lavoro. La­dro chi dà denaro in prestito, esigendo troppo interesse; ladro chi ha avuto il prestito, perché non vuol restituire ... Tutti ladri oggi; ma ai miei tempi c'era più coscienza! –

IL COMANDO DI DIO.

I Comandamenti di Dio contengono i doveri che abbiamo verso di Lui, verso il prossimo e verso noi stessi. Queste leggi morali sono conformi alla retta ragione e si possono osservare con la buona vo­lontà e con l'aiuto della grazia divina.

Ascoltiamo quanto Iddio ha coman­dato nell'Antico Testamento e nel Nuo­vo, riguardo alla roba altrui.

« Io sono il Signore Dio tuo... Non rubare » (Es., 20, 15).
« A nulla gioveranno i tesori male acquistati » (Prov., 10,2).
« Altri rubano l'altrui e sono sempre in miseria » (Prov., 11, 24).
« È meglio poco con giustizia, che grandi entrate con iniquità» (Prov., 16,8).
« Molti uomini son chiamati misericor­diosi; ma un uomo fedele chi lo potrà trovare? » (Prov., 20, 6).
« Chi ruba a suo padre ed a sua madre e dice che non è peccato, è compagno del­l'omicida » (Prov., 28, 24).
« Chi si associa al ladro, odia la sua anima » (Prov., 29, 24).
« Immonda è l'offerta di chi sacrifica roba di male acquisto » (Eccl., 34, 21).
« Chi offre sacrifici con la roba dei po­veri, è come chi sgozza un figliuolo sotto gli occhi del padre. Il pane dei bisognosi è la vita dei poveri; chi loro lo toglie, è un assassino » (Eccl., 34, 24).
« Chi toglie il pane del sudore, è come se uccidesse il prossimo. Chi sparge il san­gue e chi defrauda la mercede all'operaio, sono fratelli » (Eccl., 34, 26).
« Guai a colui che accumula roba non sua! Diranno: E fino a quando durerà a caricarsi addosso denso fango? (Abacuc, 2, 6).
« La maledizione si spande sopra la faccia di tutta la terra, perché tutti i la­dri saranno giudicati » (Zacc., 5, 3).
« Badate di non errare: Nè i ladri, né gli avari possederanno il Regno di Dio » (Cor., 1, 6-9).

lunedì 17 novembre 2014

GESU’ MIO! Chi sei tu? – Chi sono io?...... di Don Tomaselli Giuseppe


 

INTRODUZIONE

Un'insegnante di quarta elementare diede a svolgere alle alunne il tema: " Dite chi è la mamma ».

Lo svolgimento doveva farsi in classe. Le bambinette fecero del loro meglio per esporre i sentimenti verso la propria mamma. Tutte alla fine presentarono il compito, con una o due paginette di svol­gimento.

Il migliore voto fu dato ad una bam­bina, che ridusse il compito ad una sola proposizione: " La mamma... è... la mam­ma! ..."

L'insegnante, madre di famiglia, vide in questa proposizione l'animo dell'alun­na, l'effluvio dei suoi sentimenti filiali e l'incapacità di esprimere ciò che sentiva in cuore, e, quando scorse sul foglio in bianco l'impronta di due lacrimoni, si commosse e diede un bel dieci di svolgi­mento.

Scrivere un libro per svolgere il tema: « Gesù mio, chi sei Tu? Chi sono io? » non è cosa facile. Per quanto di bello, di grande e di santo si possa dire, si dice sempre poco. Lo svolgimento potrebbe ridursi ad una sola espressione: « Gesù mio, Tu sei il tutto! Io sono il nulla! ».

Tuttavia tenterò di esprimere i miei sentimenti di amore e di riconoscenza verso Gesù, facendo miei i sentimenti di molte anime. Che queste pagine diven­tino fuoco ed infiammino i cuori di amo­re verso Gesù, Figlio di Dio, Verbo In­carnato!

PROEMIO

Un uomo viveva della sua figliuola; la vedeva crescere buona e giudiziosa e faceva sogni d'oro sul suo avvenire; ave­va posato gli occhi sopra un bravo gio­vane, fiducioso di darlo ad essa come com­pagno della vita.

Niente mancava in casa alla signorina; avrebbe potuto dirsi felice, a preferenza di cento altre coetanee.

Un pomeriggio, nella solitudine della camera, si svolse un colloquio tra figlia e padre:

- Tu sai, babbo mio, quanto ti ami. Ho fatto di tutto per risparmiarti i di­spiaceri. Eppure, devo dirti una cosa che ferirà il tuo cuore.

- Parla pure, figlia mia!

- Devo lasciarti, per seguire la mia vocazione religiosa; da anni coltivo l'a­spirazione di divenire Suora; è Gesù che mi chiama e m'invita dolcemente; Gesù mi ha fatto comprendere che nel mondo è tutto vanità, felicità falsa. Sono risoluta di seguire Gesù molto da vicino e di ser­virlo fra le mura di un convento. -

Il padre, tanto affettuoso verso la figlia, ma ateo, rimase impietrito e poi esclamò:

- E tu avresti il coraggio di lasciare me, tuo padre?... E tu dici di amarmi?... Se mi ami, non devi staccarti da me!

- Ti amo, ma più di te amo Gesù. Egli ha detto: Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me!

- Ma, dunque, tu sei innamorata di questo Gesù?

- Sì, e sono disposta a seguirlo ove Egli mi vuole! -

Il padre invitò la figlia a lasciarlo solo un momento; passeggiando concitatamente nella camera, livido per la rab­bia, sembrava un orso ferito. Il suo sguardo si posò sopra un'immagine di Gesù, davanti alla quale spesso la figlia si raccoglieva in preghiera.

I due sguardi s'incontrarono e subito l'uomo esclamò: Chi sei tu, o Gesù, che hai la forza di strapparmi la figlia? –

Gesù

Gli uomini mi chiedono chi sia io! Me lo chiesero anche gli Ebrei, meravi­gliati della mia dottrina e dei miei prodigi; e la risposta fu: Sono il Principio, che vi parlo! - Nessuno mi conosce appieno, tranne il Padre mio Celeste. Mi conob­be Simon Pietro, quando disse: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. - Ed io gli soggiunsi: Beato te, Simone, figlio di Giona! Non é stata la carne nè il san­gue a rivelarti ciò, ma il Padre mio che è nei Cieli. - Tanti altri mi conoscono, perchè il Padre lo rivela loro.

domenica 16 novembre 2014

Dieci cose che Dio non vorrà sapere......





Dio non vorrà sapere che genere di automobili hai avuto; ti chiederà se ci hai accompagnato dei bisognosi.

Dio non vorrà sapere il numero di metri quadri della tua casa, ti chiederà quante persone vi hai accolte.

Dio non vorrà sapere che tipo di abili hai indossalo: ti chiederà se hai contribuito a vestire esseri umani.

Dio non vorrà sapere quanto lunghi e belli siano stati i tuoi viaggi; ti chiederà se ti sei fermato per donare una carezza a chi era ai bordi della tua strada.

Dio non vorrà sapere quanto alto fosse il tuo stipendio; ti chiederà se per ottenerlo hai distolto attenzione e premura a chi ti vuole bene.

Dio non vorrà sapere quale fosse il tuo titolo di studio; ti chiederà se hai svolto il tuo lavoro al meglio delle tue capacità.

Dio non vorrà sapere quanti amici hai avuto; ti chiederà se ti sei dimostrato un vero amico.

Dio non vorrà sapere in quale quartiere hai abitato; ti chiederà se hai avuto cura dei tuoi vicini.

Dio non vorrà sapere quale fosse il colore della tua pelle; ti chiederà cosa era nascosto nel tuo cuore.

Dio non vorrà sapere perché hai impiegato così tanto tempo per avvicinarti a Lui; ti porgerà la Sua mano e ti accompagnerà amorevolmente verso le porte del Paradiso.

sabato 15 novembre 2014

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 25,14-30 - Sei stato fedele nel poco, prendi parte alla gioia del tuo padrone.


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola:
«Avverrà come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì.
Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro.
Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone –, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”.
Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”.
Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”».

Parola del Signore


Riflessione
Il Vangelo di oggi è splendido!!! Immaginiamo la scena: qualcuno ci lascia in custodia una grande quantità di soldi e parte per un viaggio in qualche lontana isola tropicale... Il nostro pensiero, qual'è? ..."Speriamo che non torni più... chissà, magari facendo il bagno... qualche squalo affamato gli passa vicino e ops!!!"
Pensieri non molto igienici per un vero cristiano! Prima o poi i conti li dobbiamo fare... e siccome con il Signore non abbiamo scampo è meglio accogliere questa parabola come un serio avvertimento.
Gesù racconta la storia di un uomo che, prima di partire per un lungo viaggio, chiama i suoi dipendenti e consegna loro i suoi beni. Al primo vengono dati cinque talenti, al secondo due e al terzo uno. I primi due, come dei bravi imprenditori, si mettono subito al lavoro e ricavano il doppio di quanto avevano ricevuto. Il terzo, che lo chiameremo “scansafatiche”, prende il talento e lo sotterra in una buca... Ma un bel giorno, ecco che il padrone riappare e chiama i dipendenti per verificare come sono stati gestiti i suoi beni. Per i primi due, che sono stati in grado di raddoppiare il capitale, la risposta è la stessa: “Bene, servo buono e fedele... sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”... Ci verrebbe da dire: "Ma come?... i miei cinque talenti sono diventati dieci e mi tratti allo stesso modo di chi con due ne ha ricavati quattro? Non si fanno forse delle preferenze?"... Ma Dio, comportandosi in questo modo, forse ci vuol far capire che se ai suoi figli da dei talenti in misura diversa, lo fa in base alle reali capacità di ognuno, e ciò che conta ai suoi occhi è che tutti si impegnino al massimo. Quindi, chi ha ricevuto più talenti non deve sentirsi autorizzato ad avere un trattamento migliore, deve evitare di essere geloso, il che in effetti in questa parabola non accade.
Poi il padrone va dal terzo per esaminare anche lui... ma ahimè... ecco l'amara sorpresa: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”... Incredibile la risposta di quest'ultimo... è come se qualcuno si mettesse a criticare il proprio datore di lavoro perché lo paga per essere produttivo.
Il terzo servitore, purtroppo, rappresenta tanti di noi che spesso non investiamo i doni ricevuti: l'esistenza, il tempo e l'intelligenza, per crescere nella conoscenza e nell'amore di Dio, per amare i nostri fratelli... ed è come se seppellissimo il talento. E siamo anche molto bravi a trovare mille scuse: io non sono capace... io non sono brava... io non capisco niente... Tutti questi discorsi nascondono una falsa umiltà... perché Dio ha dato a tutti almeno un talento e dobbiamo farne buon uso investendolo per aiutare, per servire, per cercare di conoscere di più il Signore. Però dobbiamo fare anche attenzione a un'altra cosa... non dobbiamo impuntarci e volere un talento che Dio non prevede per noi. Volere ad ogni costo una certa cosa solo perché ci piace, significa non far sbocciare il dono che Dio ha pensato per noi... Potrebbe succedere che, svolgendo un ministero che ci gratifica, ma che non è ciò che Dio ha pensato per noi, rischiamo di dare scandalo ai fratelli e di non dare lode al Signore. A questo proposito... mi viene in mente il caso di chi insiste a voler proclamare la parola di Dio convinto di fare un servizio, senza rendersi conto che sarebbe meglio lasciare il posto ad altri... Proclamare la Parola del Signore è un dono che non tutti hanno... A volte, quando sento leggere le meravigliose lettere di San Paolo, mi viene un “coccolone”... e penso che lui si rivolti nella tomba nel sentire come le sue lettere vengono maltrattate!!!
Domandiamo al buon Dio di aumentare la nostra fede, di aiutarci ad avere più fiducia in noi, di aiutarci a riconoscere le capacità che Lui ci ha dato, evitando sia la sindrome dello struzzo, sia la presunzione. Tutte le opportunità che il buon Dio ci offre dobbiamo coglierle al volo cercando di essere dei bravi amministratori, e allora, come per i primi due, verremmo ricompensati non solo in Cielo, ma anche quaggiù Lui ci farà pregustare dei piccoli antipasti.
Oh Gesù mio, tu mi hai dato e continui a darmi tanto. Aiutami a far fruttificare i tuoi doni, aiutami a essere responsabile e fedele, ma sopratutto accetta lo sforzo che faccio per servirti.
Pace e bene

SANTA GERTRUDE DI HELFTA di Don Giuseppe Tomaselli



Eisleben, Germania, ca. 1256 - Monastero di Helfta, Germania, 1302

INTRODUZIONE
Ricevetti una lettera spedita dall'Abbadessa del Monastero " Romite Ambrosiane ", dimorante al Sacro Monte di Varese.
Mi fece meraviglia quella lettera, perché spedita da persona a me ignota. Il contenuto era: Reverendo, Le mando un volume importante, perché credo che nelle sue mani potrebbe essere utile.
Mi pervenne il volume dal titolo "L'Araldo del Divino Amore", cioè "Santa Geltrude".
Dopo averlo letto ed averne constatato la preziosità, pensai: L'Abbadessa avrà avuto una santa ispirazione per inviarmi il volume.
Anch'io ebbi un' altra ispirazione: scrivere un libretto popolare per fare conoscere Santa Geltrude, chiamata "La Grande", degna di paragonarsi, secondo il giudizio de' Teologi, a Santa Teresa D'Avila.
Il titolo del libretto "L'Araldo del Divino Amore" significa che la Santa è stata scelta dal Signore come canale dei tesori divini a vantaggio delle anime.
Il volume contiene cinque libri. Nella esposizione della materia per il libretto che intendo comporre, spero essere fedele a quanto già è stato pubblicato nel volume sopra indicato.


INFANZIA
Sono tre le Sante che portano il nome di Geltrude, ma quella di cui trattiamo è Santa Geltrude La Grande, detta anche Santa Teresa della Germania.
Nacque il 6 gennaio 1256 ad Helfta (Sassonia). Ancora bambina rimase orfana di padre e di madre. Ormai è conosciuta la lodevole condotta delle Suore nell'accettare le orfanelle nei loro istituti.
La piccola Geltrude all'età di cinque anni fu ricevuta nel Monastero Cistercense di Helfta. Questo Monastero era in quel tempo un notevole centro di vita intellettuale e spirituale. Ammessa alla scuola, subito si distinse per vivacità e finezza d'intelligenza, sorpassando le compagne in qualsiasi ramo di studio.
La sorella dell'Abbadessa, che poi fu dichiarata Santa, di nome Matilde, era direttrice delle scuole del Monastero ed anche Maestra delle Novizie.
Santa Matilde ebbe una cura particolare di Geltrude, fino a disporla a divenire Suora.
GIOVANE SUORA
Geltrude era così avida di sapere, che per venti anni lo studio era diventato la sua occupazione preferita; cosicché all'età di venticinque anni aveva una grande istruzione Provava il suo diletto nello studio delle lettere, della filosofia, del canto e delle arti belle.
Quantunque fosse Suora e vivesse nel Monastero da vera Suora, la sua vita spirituale s'intiepidì nella pratica degli esercizi spirituali.
A Suor Geltrude, sebbene fosse tiepida spiritualmente per il troppo attaccamento allo studio profano, Dio, siccome voleva attuare su di lei dei meravigliosi disegni spirituali, le venne in aiuto per mezzo di una forte crisi spirituale. Era necessaria questa crisi per farla uscire dallo stato di tiepidezza ed introdurla nella via dell'ardente fervore spirituale. La crisi durò parecchie settimane.
Suor Geltrude cominciò a provare un'angosciosa mestizia; si sentiva sola, sperduta ed avvilita. Non sapeva come uscire da quello stato.
Non trovando più soddisfazione alcuna in ciò che non tendeva a Dio, stabili di darsi generosamente a Dio e di trovare il suo diletto nell'amore divino.
PRIMA VISIONE DI GESÙ
Dopo questa risoluzione venne nell'anima sua la serenità ed il conforto. Essendo cessata la tiepidezza ed incominciato il vero fervore spirituale, Geltrude il 27 gennaio 1281, quando contava ventisei anni, ebbe la prima visione di Gesù.

Al Tempio nella festa dei Tabernacoli. Le condizioni per seguire Gesù. La parabola dei talenti e la parabola del buon samaritano. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" – Libro IV capitolo 281.



20 settembre 1945.

Gesù è diretto al Tempio. Lo precedono a gruppi i discepoli, lo seguono in gruppo le discepole, ossia la Madre, Maria Cleofe, Maria Salome, Susanna, Giovanna di Cusa, Elisa di Betsur, Annalia di Gerusalemme, Marta e Marcella. Non c'è la Maddalena. Intorno a Gesù, i dodici apostoli e Marziam. Gerusalemme è nella pompa dei suoi tempi di solennità. Gente in ogni via e di ogni terra. Canti, discorsi, mormorio di preghiere, imprecazioni di asinai, qualche pianto di bambino. E su tutto un cielo nitido che si mostra fra casa e casa, e un sole che scende allegro a ravvivare i colori delle vesti, ad accendere i morenti colori delle pergole e degli alberi che si intravvedono qua e là oltre i muri dei chiusi giardini o delle terrazze. Talora Gesù incrocia persone di conoscenza, e il saluto è più o meno deferente a seconda degli umori dell'incrociante. Così è profondo ma sussiegato quello di Gamaliele, il quale guarda fisso Stefano, che gli sorride dal gruppo dei discepoli e che Gamaliele, dopo essersi inchinato a Gesù, chiama in disparte e gli dice poche parole, dopo di che Stefano torna nel gruppo. Venerante è il saluto del vecchio sinagogo Cleofa di Emmaus, diretto insieme ai suoi concittadini al Tempio. Aspro come una maledizione è quello di risposta dei farisei di Cafarnao.
Un gettarsi a terra baciando i piedi di Gesù nella polvere della via è quello dei contadini di Giocana, capitanati dall'intendente. La folla si ferma ad osservare stupita questo gruppo di uomini che ad un quadrivio si precipita con un grido ai piedi di un giovane uomo, che non è un fariseo né uno scriba famoso, che non è un satrapo né un potente cortigiano, e qualcuno domanda chi è, e un bisbiglio corre: «È il Rabbi di Nazaret, quello che si dice sia il Messia». Proseliti e gentili si affollano allora curiosi, stringendo il gruppo contro al muro, facendo ingombro nella minuscola piazzetta, finché un gruppo di asinai li disperde vociando imprecazioni all'ostacolo. Ma la folla subito si riunisce di nuovo, separando le donne dagli uomini, esigente, brutale nella sua manifestazione che è anche di fede. Tutti vogliono toccare le vesti di Gesù, dirgli una parola, interrogarlo. Ed è sforzo inutile, perché la loro stessa fretta, la loro ansia, la loro irrequietezza per farsi avanti, respingendosi a vicenda, fa sì che nessuno ci riesce, e anche le domande e le risposte si confondono in un unico rumore incomprensibile. L'unico che si astrae dalla scena è il nonno di Marziam, il quale ha risposto con un grido al grido del nipotino e, subito dopo aver venerato il Maestro, si è stretto al cuore il nipote stando così, ancora rilassato sui calcagni, i ginocchi a terra, se lo è seduto nel grembo e se lo ammira e carezza con lacrime e baci, beati, e lo interroga e ascolta. Il vecchio è già in Paradiso tanto è beato. Accorrono le milizie romane credendo che vi sia qualche rissa e si fanno largo. Ma quando vedono Gesù hanno un sorriso e si ritirano tranquille, limitando a consigliare i presenti a lasciare libero l'importante quadrivio. E Gesù subito ubbidisce, approfittando dello spazio fatto dai romani che lo precedono di qualche passo come per fargli strada, in realtà per tornare al loro posto di picchetto perché la guardia romana è molto rinforzata, come se Pilato sapesse esservi malcontento nella folla e temesse sommosse in questi giorni in cui Gerusalemme è colma di ebrei di ogni parte. Ed è bello vederlo andare preceduto dal drappello romano, come un re al quale si fa largo mentre va ai suoi possessi. Ha detto, nel muoversi, al bambino e al vecchio: «State insieme e seguitemi»; e all'intendente: «Ti prego lasciarmi i tuoi uomini. Mi saranno ospiti fino a sera». L'intendente risponde ossequioso: «Tutto ciò che Tu vuoi sia fatto», e se ne va da solo dopo un profondo saluto.

MARTA ROBIN - La gioia nella croce - Papa Francesco l'ha dichiarata Venerabile il 7 novembre 2014


 
MARTA ROBIN
La gioia nella croce

RAYMOND PEYRET - © EDITRICE ANCORA MI

DICHIARAZIONE - Conformemente al decreto di Papa Urbano VIII, l'autore dichiara che tutto ciò che è scritto in questa biografia, essendo fondato con certezza solo su testimonianze umane, fa le dovute riserve sulle manifestazioni soprannaturali, finché la Chiesa non s'è pronunciata. Dichiara inoltre che usando a volte qualificativi tipo «santa» e parlando di fatti d'ordine soprannaturale e pre­ternaturale, egli adotta semplicemente un linguaggio ricevuto, senza voler pregiudicare in niente le decisioni della Chiesa alle quali si sottomette senza riserve.

Imprimatur

R. GLAS, vicario generale

Valence, 11 ottobre 1981

I documenti in questo libro, sono riprodotti grazie alla gen­tile autorizzazione di padre Finet e delle famiglie Serve - Bros­se - Gaillard.

PRESENTAZIONE


La traduzione italiana della biografia di Marta Robin, scritta da Raymond Peyret, vuol essere un modesto contributo per diffondere la conoscenza di uno dei più significativi movimenti religiosi del no­stro tempo: i Focolari di Carità.
Sorti in Francia negli anni trenta, essi sono or­mai diffusi in più di 30 nazioni ed esprimono, con la loro presenza discreta ed efficace, il dinamismo dello Spirito, la cui inventiva si pone come fermen­to nella realtà umana di ogni nuova generazione.
Ma qual è la loro origine? Chi mai ha avuto l'idea di orientare il laicato cattolico verso una forma di vita comunitaria «nuova» e particolarmente adatta alla diffusione del Regno in un mondo ateo e senza speranza?
Dio, che si serve dei deboli per confondere i for­ti, ha scelto Marta Robin, l'umile popolana di Chà­teauneuf-de-Galaure, perché fosse la pietra angolare posta a fondamento della grande costruzione.
L'azione misteriosa della grazia e la risposta fe­dele di questa eroina della sofferenza hanno fatto di lei un miracolo vivente, polo di attrazione per chiunque si accosti al soprannaturale in semplicità di cuore, richiamo pressante alla scoperta della mi­sericordia di Dio, la cui «bellezza antica e sempre nuova» vive e si manifesta nei santi.
L'esistenza di Marta Robin si snoda in un cre­scendo di amore per Cristo, fino ad assimilarne le atroci sofferenze della Passione.
Ridotta all'immobilità, ella rivive ogni settimana il mistero del Calvario e, per oltre cinquant'anni, sof­fre e prega per la salvezza del mondo. La sua è una sfida contro la disperazione di chi non sa più dare un senso alla vita e, come sfida, dimostra che tutto ha un senso nella realtà dello Spirito; infatti, le preghiere e le lacrime degli uni, assunte come un prolungamento della Passione di Cristo, possono gio­vare alla conversione e alla felicità degli altri.
La conquista dell'amore vero, quello che rende gli uomini partecipi della gioia di Dio, non conosce altra via se non la via della croce: «Nella croce e nella gioia...» (p. 94 ed. franc.).
p. V. LETTRY

martedì 11 novembre 2014

CRESCERE NEL SIGNORE - Rev. P. Jude O. Mbukanma, O.P. Imprimatur Ayo-Maria Atoyebi, O.P. Vescovo di Ilorin






Questo libro è dedicato al Padre Eterno, che mi ha creato e mi ha chiamato a servirlo come sacerdote consacrato il 16 dicembre 1976. A Lui va il mio eterno ringraziamento per questi anni spesi al suo servizio. 19 dicembre 2001

INTRODUZIONE

Dobbiamo rivolgerci costantemente a Cristo e pregarlo incessantemente affinché ci bat­tezzi con il fuoco della Spirito Santo perché è nell'unzione dello Spirito Santo che possia­mo condurre una vita religiosa più dinami­ca. Lo Spirito Santo è la fonte vitale della nostra conoscenza cristiana di Dio, della maturazione spirituale e di una proficua azione apostolica.

La nostra trasformazione è essenzialmente opera dello Spirito Santo, nostro amico e santificatore. Lo Spirito Santo è qui per liberarci dal peccato, dalle debolezze e dalle limitazioni umane affin­ché l'opera di Cristo (la redenzione dell'uma­nità) possa essere portata a compimento nelle nostre vite.

Gesù non ha chiesto ai cristiani di compiere miracoli, guarigioni o scacciare i demoni (Mt 29, 19-20). Egli ha dato alla Chiesa un compito pre­ciso: trasformare le persone in suoi discepoli, "insegnare loro a obbedire ai comandamenti".

I Santi nella gloria sono passati per questo stesso mondo che a noi sembra presentarsi come un ostacolo per la nostra crescita spirituale. Se essi sono stati santificati per la grazia dello Spirito Santo, anche noi possiamo sperare che lo Spirito Santo faccia lo stesso con noi.

È possibile sviluppare e incrementare le qualità morali (la bontà morale, la virtù) e prevenire il loro opposto solo facendo e rifacendo la cosa giusta. In poche parole "bisogna mettere in prati­ca ciò che si impara e farne un'abitudine..." (Aristotele, Etica a Nicomaco, Libro IX).

Nella storia della spiritualità si nota che ci sono molti asceti che credono che la maturazione spi­rituale consista nel privarsi di cibo e bevande. Naturalmente la rinuncia è importante, fa parte dell'autodisciplina. La Bibbia, però, ci insegna che non è con ciò che mangiamo o beviamo che ci rendiamo graditi a Dio (Mc 7, 14-23): la nostra crescita e la nostra santità dipendono esclusiva­mente dalla grazia di Dio.

IL POTERE DELLA SPERANZA (Gv 5, 1-14)

Solo la ricerca di Dio non è mai vana e, quando Lo si cerca con speranza, Lo si trova sempre.

(San Bernardo di Chiaravalle)