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sabato 6 dicembre 2014

Non si entra in una casa senza rivolgersi al portiere! Ebbene, la Santa Vergine è la portinaia del cielo! - Tutto ciò che il Figlio chiede al Padre gli viene concesso. Tutto ciò che la Madre chiede al Figlio le viene ugualmente concesso. ( Curato d'Ars )



CINQUE PIÙ CINQUE – Tratto da “ MONDO PICCOLO” di Giovannino Guareschi

Le cose si erano guastate forte per via della politica e, pur senza che fosse successo niente di speciale, Peppone, quando incontrava don Camillo, faceva una smorfia di disgusto e voltava la faccia da un'altra parte. Poi, durante un discorso in piazza, Peppone aveva fatto delle allusioni offensive a don Camillo e lo aveva chiamato «il corvaccio del cancelliere». In seguito, avendo don Camillo risposto per le rime sul giornaletto della parrocchia, una notte gli scaricarono davanti alla porta della canonica un biroccio di letame, sì che alla mattina dovette uscire con una scala dalla finestra. E sul mucchio c'era un cartello: «Don Camillo, concimati la zucca». Di qui cominciò una polemica verbale, giornalistica e murale così accesa e violenta che c'era in giro sempre più un maledetto odor di legnate. E dopo l'ultima replica di don Camillo attraverso il giornaletto, la gente disse: «Se quelli di Peppone non rispondono ci siamo».
E quelli di Peppone non risposero, anzi si chiusero in un silenzio preoccupante e pareva l'attimo che precede il temporale.
Una sera don Camillo stava in chiesa assorto nelle sue preghiere, quando udì cigolare la porticina del campanile e non fece neppure a tempo a levarsi in piedi che Peppone gli stava dinanzi. Peppone aveva il viso tetro e teneva una mano dietro la schiena. Pareva ubriaco e i capelli gli ciondolavano sulla fronte. Don Camillo con la coda dell'occhio mirò un candelabro che gli stava a fianco e, calcolata bene la distanza, si alzò in piedi con un balzo all'indietro e si trovò con la mano stretta attorno al pesante arnese di bronzo. Peppone strinse le mascelle e guardò negli occhi don Camillo e don Camillo aveva tutti i nervi tesi ed era sicuro che, appena Peppone avesse mostrato quello che celava dietro le spalle, il candelabro sarebbe partito come una saetta. Lentamente Peppone trasse la mano da dietro la schiena e porse a don Camillo un grosso pacco stretto e lungo. Don Camillo pieno di sospetto non accennò ad allungare la mano e allora Peppone, deposto il pacco sulla balaustra dell'altare, strappò la carta blu, e apparvero cinque lunghe torce di cera grosse come un palo da vigna. «Sta morendo» spiegò con voce cupa Peppone. Allora don Camillo si ricordò che qualcuno gli aveva detto che il bambino di Peppone da quattro o cinque giorni stava male, ma don Camillo non ci aveva fatto molto caso credendo si trattasse di cosa da poco.
E ora capiva il silenzio di Peppone e la mancata replica. «Sta morendo» disse Peppone. «Accendetele subito.» Don Camillo andò in sagrestia a prendere dei candelabri e, infilate le cinque grosse torce di cera, si accinse a disporle davanti al Cristo. «No» disse con rancore Peppone «quello lì è uno della vostra congrega. Accendetele davanti a quella là che non fa della politica.» Don Camillo a sentir chiamare «quella là» la Madonna strinse i denti e sentì una voglia matta di rompere la testa a Peppone. Ma tacque e andò a disporre le candele accese davanti alla statua della Vergine, nella cappelletta a sinistra. Si volse verso Peppone. «Diteglielo!» ordinò con voce dura Peppone. Allora don Camillo si inginocchiò e sottovoce disse alla Madonna che quelle cinque grosse candele gliele offriva Peppone perché aiutasse il suo bambino che stava male. Quando si rialzò Peppone era scomparso. Passando davanti all'altar maggiore don Camillo si segnò rapidamente e tentò di sgattaiolare via, ma la voce del Cristo lo fermò. «Don Camillo, cos'hai?» Don Camillo allargò le braccia umiliatissimo. «Mi dispiace» disse «che abbia bestemmiato così, quel disgraziato. Né io ho trovato la forza di dirgli niente. Come si fa a fare delle discussioni con un uomo che ha perso la testa perché gli muore il figlio?» «Hai fatto benissimo» rispose il Cristo. «La politica è una maledetta faccenda» spiegò don Camillo. «Voi non dovete avervene a male, non dovete essere severo con lui.» «E perché dovrei giudicarlo male?» sussurrò il Cristo. «Egli onorando la Madre mia mi riempie il cuore di dolcezza. Mi spiace un po' che l'abbia chiamata "quella là".» Don Camillo scosse il capo. «Avete inteso male» protestò. «Egli ha detto: "Accendetele tutte davanti alla Beata Vergine Santissima che sta in quella cappella là". Figuratevi! Se avesse avuto il coraggio di dire una cosa simile, figli o non figli, lo avrei cacciato fuori a pedate!» «Ho proprio piacere che sia così» rispose sorridendo il Cristo «Proprio piacere. Però parlando di me ha detto "quello lì".» «Non lo si può negare» disse don Camillo. «A ogni modo io sono convinto che egli lo ha detto per fare un affronto a me, non a Voi. Lo giurerei, tanto ne sono convinto.» Don Camillo uscì e dopo tre quarti d'ora rientrò pieno di orgasmo. «Ve l'avevo detto?» gridò sciorinando un pacco sulla balaustra. «Mi ha portato cinque candele da accendere anche a Voi! Cosa ne dite?» «È molto bello tutto questo» rispose sorridendo il Cristo. «Sono più piccolette delle altre» spiegò don Camillo «ma in queste cose quella che conta è l'intenzione. E poi dovete tener presente che Peppone non è ricco e, con tutte le spese di medicine e dottori, si è inguaiato fino agli occhi.» «Tutto ciò è molto bello» ripetè il Cristo. Presto le cinque candele furono accese e pareva che fossero cinquanta tanto splendevano. «Si direbbe persino che mandino più luce delle altre» osservò don Camillo.
E veramente mandavano molta più luce delle altre perché erano cinque candele che don Camillo era corso a comprare in paese facendo venir giù dal letto il droghiere e dando soltanto un acconto perché don Camillo era povero in canna. E tutto questo il Cristo lo sapeva benissimo e non disse niente, ma una lagrima scivolò giù dai suoi occhi e rigò di un filo d'argento il legno nero della croce e questo voleva dire che il bambino di Peppone era salvo.
E così fu.

venerdì 5 dicembre 2014

LA COSCIENZA MORALE - Dal Catechismo della Chiesa Cattolica - CAPITOLO PRIMO- LA DIGNITÀ DELLA PERSONA UMANA - ARTICOLO 6




1776 « Nell'intimo della coscienza l'uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente parla alle orecchie del cuore [...]. L'uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore [...]. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell'uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell'intimità propria ».69
I. Il giudizio della coscienza
1777 Presente nell'intimo della persona, la coscienza morale70 le ingiunge, al momento opportuno, di compiere il bene e di evitare il male. Essa giudica anche le scelte concrete, approvando quelle che sono buone, denunciando quelle cattive.71 Attesta l'autorità della verità in riferimento al Bene supremo, di cui la persona umana avverte l'attrattiva ed accoglie i comandi. Quando ascolta la coscienza morale, l'uomo prudente può sentire Dio che parla.
1778 La coscienza morale è un giudizio della ragione mediante il quale la persona umana riconosce la qualità morale di un atto concreto che sta per porre, sta compiendo o ha compiuto. In tutto quello che dice e fa, l'uomo ha il dovere di seguire fedelmente ciò che sa essere giusto e retto. È attraverso il giudizio della propria coscienza che l'uomo percepisce e riconosce i precetti della Legge divina:
La coscienza « è una legge del nostro spirito, ma che lo supera, che ci dà degli ordini, che indica responsabilità e dovere, timore e speranza. [...] Essa è la messaggera di colui che, nel mondo della natura come in quello della grazia, ci parla velatamente, ci istruisce e ci guida. La coscienza è il primo di tutti i vicari di Cristo ».72
1779 L'importante per ciascuno è di essere sufficientemente presente a se stesso al fine di sentire e seguire la voce della propria coscienza. Tale ricerca di interiorità è quanto mai necessaria per il fatto che la vita spesso ci mette in condizione di sottrarci ad ogni riflessione, esame o introspezione:
« Ritorna alla tua coscienza, interrogala. [...] Fratelli, rientrate in voi stessi e in tutto ciò che fate fissate lo sguardo sul Testimone, Dio ».73

Bisogna perdonare chi ci offende. Questa è la regola.....DON CAMILLO – Tratto da “ MONDO PICCOLO “ di Giovannino Guareschi




Don Camillo, l'arciprete di Ponteratto, era un gran brav'uomo. Però uno di quei tipi che non hanno peli sulla lingua e, la volta che in paese era successo un sudicio pasticcio nel quale erano immischiati vecchi possidenti e ragazze, don Camillo durante la Messa aveva cominciato un discorsetto generico e ammodino, poi a un bel momento, scorgendo proprio in prima fila uno degli scostumati, gli erano scappati i cavalli e, interrotto il suo dire, aveva gettato un drappo sulla testa del Gesù Crocifisso dell'altar maggiore perché non sentisse e, piantandosi i pugni sui fianchi, aveva finito il discorso a modo suo e tanto era tonante la voce che usciva dalla bocca di quell'omaccione, e tanto grosse le diceva, che il soffitto della chiesetta tremava. Naturalmente don Camillo, venuto il tempo delle elezioni, si era espresso in modo così esplicito nei riguardi degli esponenti locali delle sinistre che, una bella sera, tra il lusco e il brusco, mentre tornava in canonica, un pezzaccio d'uomo intabarrato gli era arrivato alle spalle schizzando fuor da una siepe e, approfittando che don Camillo era impacciato dalla bicicletta al manubrio della quale era appeso un fagotto con settanta uova, gli aveva dato una robusta suonata con un palo, scomparendo poi come inghiottito dalla terra. Don Camillo non aveva detto niente a nessuno. Arrivato in canonica e messe in salvo le uova, era andato in chiesa a consigliarsi con Gesù, come era solito fare nei momenti di dubbio. «Cosa debbo fare?» aveva chiesto don Camillo. «Spennellati la schiena con un po' d'olio sbattuto nell'acqua e statti zitto» gli aveva risposto Gesù dal sommo dell'altare. «Bisogna perdonare chi ci offende. Questa è la regola.» «Va bene» aveva obiettato don Camillo. «Qui però si tratta di legnate, non di offese.» «E cosa vuol dire?» gli aveva sussurrato Gesù. «Forse che le offese recate al corpo sono più dolorose di quelle recate allo spirito?»«D'accordo, Signore. Ma Voi dovete tener presente che legnando me che sono il Vostro ministro, hanno recato offesa a Voi. Io lo faccio più per Voi che per me.» «E io non ero forse più ministro di Dio di te? E non ho forse perdonato chi mi ha inchiodato sulla croce?» «Con Voi non si può ragionare» aveva concluso don Camillo. «Avete sempre ragione Voi. Sia fatta la Vostra volontà. Perdoneremo. Però ricordatevi che se quelli, imbaldanziti dal mio silenzio, mi spaccheranno la zucca la responsabilità sarà Vostra. Io Vi potrei citare dei passi del Vecchio Testamento...» «Don Camillo, a me vieni a parlare di Vecchio Testamento! Per quanto riguarda il resto mi assumo ogni responsabilità. Però, detto fra noi, una pestatina ti sta bene così impari a fare della politica in casa mia.» Don Camillo aveva perdonato. Però una cosa gli era rimasta di traverso nel gozzo come una lisca di merluzzo: la curiosità di sapere chi l'avesse spennellato. Passò del tempo e, una sera tardi, mentre era nel confessionale, don Camillo vide attraverso la grata la faccia del capoccia dell'estrema sinistra, Peppone. Peppone che veniva a confessarsi era un avvenimento da far rimanere a bocca aperta. Don Camillo si compiacque. «Dio sia con te, fratello: con te che più d'ogni altro hai bisogno della Sua santa benedizione. È da molto tempo che non ti confessi?» «Dal 1918» rispose Peppone. «Figurati i peccati che hai fatto in questi 28 anni, con quelle belle idee che hai per la testa.» «Eh sì, parecchi» sospirò Peppone. «Per esempio?» «Per esempio due mesi fa vi ho bastonato.» «È grave» rispose don Camillo. «Offendendo un ministro di Dio tu hai offeso Dio.» «Me ne sono pentito» esclamò Peppone. «Io poi non vi ho bastonato come ministro di Dio, ma come avversario politico. È stato un momento di debolezza.»«Oltre a questo e all'appartenenza a quel diabolico partito, hai altri peccati gravi?» Peppone vuotò il sacco. In complesso era poca roba e don Camillo lo liquidò con una ventina fra Pater e Avemarie. Poi, mentre Peppone si inginocchiava davanti alla balaustra per dire la sua penitenza, don Camillo andò a inginocchiarsi sotto il Crocifisso. «Gesù» disse «perdonami ma io gliele pesto.» «Neanche per sogno» rispose Gesù. «Io l'ho perdonato e anche tu lo devi perdonare. In fondo è un brav'uomo.» «Gesù, non ti fidare dei rossi: quelli tirano a fregare. Guardalo bene: non vedi che faccia da barabba che ha?» «Una faccia come tutte le altre. Don Camillo, tu hai il cuore avvelenato!» «Gesù, se Vi ho servito bene fatemi una grazia: lasciate almeno che gli sbatta quel candelotto sulla schiena! Cos'è una candela, Gesù mio?»«No» rispose Gesù. «Le tue mani sono fatte per benedire, non per percuotere.»Don Camillo sospirò. Si inchinò e uscì dal cancelletto. Si volse verso l'altare per segnarsi ancora e così si trovò dietro le spalle di Peppone che, inginocchiato, era immerso nelle sue preghiere. «Sta bene» gemette don Camillo giungendo le palme e guardando Gesù. «Le mani sono fatte per benedire, ma i piedi no!» «Anche questo è vero» disse Gesù dall'alto dell'altare. «Però mi raccomando, don Camillo: una sola!» La pedata partì come un fulmine. Peppone incassò senza battere ciglio poi si alzò e sospirò sollevato: «È dieci minuti che l'aspettavo» disse. «Adesso mi sento meglio.» «Anch'io» esclamò don Camillo che aveva ora il cuore sgombro e netto come il cielo sereno. Gesù non disse niente. Ma si vedeva che era contento anche Lui.

MARCELLINO IN CIELO di JOSE MARIA SANCHEZ SILVA


Marcellino Pane e Vino aveva lasciato il suo corpo sull'imbrunire, disteso come un grazioso vestitino usato, ai piedi dell'Altare della Cappella, in mezzo ai fiori. I buoni frati, i volti affondati tra le mani, ringra­ziavano il Signore; mentre i piú giovani erano andati ad avvertire la gente, Frate Male s'era fatto portare in Cappella e Fratel Dindon, piangendo, continuava a suonare a gloria.

Dapprima Marcellino Pane e Vino provò un bri­vido di freddo, poi un piacevole calore, simile a quello che aveva sentito quando, portando a Gesú nella soffitta un bicchiere di vino troppo pieno, ne aveva bevuto un gran sorso perché non si versasse. E da questo momento in poi, senti di star bene, proprio come in quella occasione.

Avanzava velocemente e già si trovava molto lon­tano non solo dal convento e dal suo Paese, che era la Spagna, ma anche dall'Europa e dalla vicina Africa e poi ancora da tutte le terre del mondo intero.

Era ormai l'alba di un nuovo giorno e il sole, sa­lendo la curva del cielo, segnava la stessa ora della sepoltura del bimbo: e quella sepoltura, accompagnata da tante e si diverse creature, rompeva con il suo dolce mormorio di canti e di preghiere la solitudine e il silenzio dei campi ancora irrigiditi dal freddo della notte.

Marcellino Pane e Vino camminava per una strada agevole e piana; c'era una gran differenza fra questa e quella dannata scala della soffitta. Il piccolino non si rendeva conto ancora di non stare piú sulla terra di questo mondo, ma di camminare ormai lungo una strada eterea, che era il cammino del Cielo.

Tuttavia, questo si riandava col pensiero alla sua vita come a un qualcosa che fosse accaduto in altro tempo o addirittura ad altra persona. Come gli era talvolta accaduto in sogno: ricordava i frati, ma gli sembravano piú piccini di sé medesimo e rammentava ancora i suoi animali, ma come se fossero dei piccoli giocattoli fatti da un gigante con un po' di fango e di acqua.

Marcellino Pane e Vino camminava in mezzo ad una luce sfavillante, che non proveniva solamente dall'alto, come quella che emanava dal sole quando egli si trovava sulla terra (ed anche allora era tanto felice, ma certamente non come ora); era una luce che si dif­fondeva da tutte le parti, e si sa­rebbe potuto pen­sare persino che emanasse anche da lui. Benché non vedesse ancora nulla da nessuna parte, tuttavia si accorgeva che ormai stava camminando da molto e molto tempo; e gli veniva da ridere ripensando che sulla terra, quando passeggiava con frate Porta davanti al convento, il Cielo non gli pareva poi troppo grande! Eppure lo aveva osservato tanto nel vano tentativo di scorgere sua madre! e non era purtroppo mai riuscito a vederla.

GRANDEZZA E FRAGILITÀ DELL'AMORE CONIUGALE - Card. Carlo Caffarra



Durante questa conversazione cercherò di balbettare qualcosa sulla grandezza (e sulla fragilità) dell'amore coniugale. Ho detto "balbettare". L'amore, infatti, in particolare l'amore coniugale è un cosi grande evento e mistero che di esso si può solo balbettare. Ci faremo guidare dalla lettera del S. Padre. 
Prima, tuttavia e purtroppo, dobbiamo fare quello che fece Mosé, prima di avvicinarsi al roveto ardente dove era presente il fuoco della Gloria di Dio. Egli, su ordine del Signore, si levò i calzari, perché stava per entrare in un luogo santo. Anche noi stiamo per entrare in un luogo santo, l'amore coniugale. Anche noi dobbiamo prima toglierci i calzari, cioè liberarci da tutte le idee sbagliate, i pregiudizi che oggi circolano sull'amore coniugale e che più o meno tutti respiriamo. 
1. Il primo pregiudizio, il più tremendo, da cui dobbiamo liberarci se vogliamo penetrare nel grande mistero dell'amore coniugale, è quello di pensare che la libertà consista nel non prendere mai impegni definitivi. È di pensare che essere liberi significa non essere legati a nessuno. È di pensare che la forza più grande della nostra libertà consista nel dire "no", piuttosto che nel dire "sì". Ho detto che questo pregiudizio è tremendo. Non è una esagerazione. Chi, infatti, si lascia dominare da questo pregiudizio, può veramente giungere fino alla distruzione spirituale di se stesso e dell'altra persona. Mi spiego con un esempio. 
Quando noi comperiamo una cosa, normalmente ci viene data con un certo periodo di garanzia. Che cosa significa "periodo di garanzia"? significa che tu da subito entri in possesso della cosa, tuttavia non intendi dare un consenso a tenerla per sempre, se non a condizione che tutto funzioni bene. Se l'esperimento non ha un buon risultato, ciascuno si riprende ciò che è suo. 

mercoledì 3 dicembre 2014

DIO DELLA MIA VITA di Karl Rahner




Con te voglio parlare. E di chi posso parlare se non di te? C'è cosa che non sia dall'eternità presso di te, che non abbia la patria nel tuo spirito e nel tuo cuore la sua prima sorgente? E perciò tutto quanto io posso dire è sempre un parlare di te. E tuttavia .in questo parlare, sommesso e timido, tu intendi sempre un parlare di me, sebbene di te solo io vorrei far parola. Perché, che posso dire di te, se non che sei il mio Dio, Dio della mia origine e del mio tramonto, Dio del mio gaudio e della mia afflizione, Dio della mia vita? Si, anche nell'adorare in te l'Altissimo che non ha bisogno di me, che sta lontano sopra questa valle dove si snoda il mio cammino, ti chiamo pur sempre Dio della mia vita. E, saresti tu il Dio della mia vita, se non fossi che il Dio della mia vita? E se io adoro te, Padre, Figlio e Spirito, se confesso il mistero tre volte santo della tua vita, celato così nell'abisso della tua infinità che nessuna traccia ne possiamo rinvenire nella creazione..., m'avessi tu rivelato questo mistero della tua vita, pure potrei io confessare te Padre, e te Verbo eterno del cuore del Padre, e te Spirito del Padre e del Figlio, se la tua vita non fosse divenuta mia vita nella grazia, se proprio tu, Trinità divina, non fossi per grazia il Dio della mia vita? 
Dio della mia vita! Ma che ho poi detto chiamandoti, Dio mio, Dio della mia vita? Senso della mia vita? Meta del mio cammino? Santità delle mie opere? Giudizio dei miei peccati? Amarezza delle mie ore amare e il più segreto dei miei gaudi? Mia forza, che prostri nell'impotenza quella forza che viene da me? Datore di essere, di vita e di grazia? Vicino e lontano? Incomprensibile? Dio dei miei fratelli, Dio dei miei padri? C'è nome ch'io non ti debba dare? E che avrò poi detto quando te li abbia dati tutti? Se dalla soglia della tua infinità avrò gridato nelle lontananze senza vie del tuo essere tutti insieme .i nomi che nella povertà del mio piccolo mondo io posso raccogliere, mai avrebbe fine il mio dire di te, mio Dio.

IMMERSA NELLA LUCE DI DIO di Karl Rahner




Maria è vissuta come noi sotto il segno del transitorio e dell’effimero. La sua vita come quella di tutti i figli di questa terra è stata una serie ininterrotta di vicissitudini, di cose che nascono e che muoiono. Inizia in un angolo sperduto della Palestina, tranquillo e sconosciuto, e si spegne nel silenzio, senza che il mondo ne sappia nulla. Ella conosce tutti quei mutamenti che sono la legge propria della nostra esistenza, tutta la monotonia quotidiana dei figli di Eva: la preoccupazione per il pane quotidiano, una buona dose di sofferenze e di lacrime, un mazzolino di modeste gioie. La vita di Maria si è svolta, come la nostra, sotto il segno della caducità. Ma in un punto era totalmente diversa. Ciò che dà alla nostra vita l’aspetto doloroso di un enigma indecifrabile, non è tanto il carattere oscuro del nostro destino, quanto la nostra condizione di peccatori. Sì, è questo che rende così assurda e confusa l’esistenza umana. L’eterno è mescolato alla nostra vita, si inserisce nella stessa trama temporale della nostra esistenza, prende talvolta il volto del bene, talvolta quello del male. Un istante di pentimento, frutto esso stesso della grazia divina, invano tenta di cancellare ciò che ore di traviamento hanno creato di funesto per l’eternità nelle profondità della nostra anima; niente potrà colmare il passivo che esse rappresentano: sono morte, totalmente e per sempre. Sono ricadute nel nulla del passato e nessuno potrà farle rivivere, questa volta sotto il segno del bene; sono private per sempre di quel chiarore di cui il bene doveva segnarle come di un’aurora eterna. Olre a Gesù, sappiamo che c’è un solo essere umano la cui vita è stata diversa: Maria, la Vergine, l’Immacolata, la sempre pura.
Ecco un caso in cui si verifica un fatto che il nostro cuore fatica tanto a credere, perché ha sempre davanti a sé le proprie esperienze amare: che un essere umano sia capace di entrare nell’eternità senza doversi pentire di nulla. Ora questo essere umano esiste, è Maria. Non c’è un momento della sua vita che essa debba rinnegare, nemmeno un momento vuoto e sterile. Nessun atto di cui possa arrossire, nessuno che sia avvolto di ombra, nessuno che sia caduto nell’abisso del passato senza aver acceso una luce eterna, senza brillare di uno splendore capace di penetrare tutto ciò che ogni istante di questa vita conteneva in sé di possibilità morali. Così tutta l’esistenza di Maria è entrata nell’eternità: ogni giorno e ogni ora, ogni battito della sua vita profonda, tutte le sue gioie e sofferenze, i più grandi e i più umili momenti della sua vita. Niente di tutto ciò è perduto, tutto continua a vivere, tutto è assunto nella pienezza eterna della sua anima, entrata nella patria beata.

Karl Rahner

lunedì 1 dicembre 2014

Charles de Foucauld - Pensieri



PENSIERI

1
Io vorrei tanto per me, e di conseguenza vorrei per voi, – perché mi sembra davvero una buona cosa – un po’ di solitudine e di silenzio. Da una parte sono molto solitario, perché non ho qui una sola persona che abbia verso di me il minimo attaccamento (se non, forse, un povero, fantaccino, Miloud; pregate per la sua conversione! è un’anima semplice e un buon cuore)… C’è anche un furiere maggiore di fanteria, un francese, che mi dimostra vera amicizia.
Ma dall’altra parte, dalle quattro e mezzo del mattino alle sei e mezzo della sera, non smetto mai di parlare e di veder persone: schiavi, poveri, malati, soldati, viaggiatori, curiosi. Questi, i curiosi, ormai li ho solo raramente, ma gli schiavi, i malati, i poveri aumentano anziché diminuire… Celebro la santa Messa prima del giorno, per non essere troppo disturbato dal rumore e per fare il ringraziamento un po’ tranquillo; è però inutile che lo faccia di buon’ora, durante il ringraziamento vengo sempre chiamato tre o quattro volte…

2
Ecco come fr. Charles esamina la sua vita a Béni-Abbés. Egli si domanda: «In che modo fare l’elemosina meglio che per il passato?» e risponde: «Facendola come la faceva Gesù, in un’imitazione più fedele del Modello Divino. Preoccupandosi meno di dare denaro e dando di più quello che dava Gesù: la nostra fraterna tenerezza il nostro tempo, la nostra pena».
Ancora si domanda: «In che modo praticare l’eguaglianza e la fraternità con gli indigeni?» e risponde: «Lasciandoli avvicinare a me, parlarmi, soprattutto non impiegando i soldati per allontanarli da me, non avendo paura di dedicare loro il mio tempo; anziché evitare le loro lunghe conversazioni, desiderarle, ma spostarle sempre verso Dio: riuscire a guidare io queste chiacchierate, distaccarle dalla terra e farle sempre salire alle cose spirituali. Non temere il contatto degli indigeni, né quello dei loro vestiti, coperte, ecc…
Non avere paura né della loro sporcizia né delle loro pulci… Vivere insieme agli indigeni con la familiarità che aveva Gesù verso i suoi apostoli, i quali erano simili ad essi… Soprattutto, vedere sempre Gesù in loro e, di conseguenza, trattarli non soltanto con senso di eguaglianza e di fraternità, ma anche con l’umiltà, col rispetto, con l’amore, con la dedizione comandate da questa fede».

sabato 29 novembre 2014

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 13, 33-37 - Vegliate: non sapete quando il padrone di casa ritornerà.



Mc 13, 33-37
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare.
Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all’improvviso, non vi trovi addormentati.
Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!».

Parola del Signore

Riflessione

Parto dal presupposto che un vero cristiano dovrebbe vigilare sempre, 365 giorni all'anno, ma nel mese di dicembre il Signore ci mette la sveglia con l'allarme sempre inserito per non farci addormentare... per scuoterci... se per caso fossimo un poco rilassati. Ogni giorno ci sembra di fare le stesse cose: lavoro, casa, amici, divertimento, riposo... ma non è così, perchè ogni Santo giorno è sempre diverso; le persone che il buon Dio ci fa incontrare non sono mai le stesse... e anche il nostro comportamento è condizionato dai diversi incontri che facciamo. Evitiamo allora il classico lamento di fine giornata: "Che barba... che noia... sempre la stessa cosa... non c'è mai niente di nuovo...". Forse non è proprio così...
Che tristezza quando si arriva a questo stato di torpore, niente ci sorprende, niente ci stupisce... è quindi normale che dal nostro cuore non esca per ogni cosa un: “Grazie Gesù”.
Allora... SVEGLIA!!!
Dobbiamo provare a vivere questo avvento come Dio comanda... con tanta speranza, spalancando la porta del nostro cuore perché possa entrarvi una ventata di aria fresca e pulita.
Con l'inizio dell'Avvento la Chiesa presenta la parabola in cui Gesù ci esorta a stare attenti e vigili. E' un invito a vigilare sul nostro desiderio di incontrare il Signore. Dovremmo vivere questi momenti di attesa con gioia, una gioia che non sia posta in primo luogo nel decorare la casa... con l'alberello verde... con l'alberello bianco... con le lucette... per non parlare della corsa all'acquisto del solito regalo scontato e inutile, regalo che molte volte viene pure riciclato... Che brutto!!!
Se dunque qualcuno di noi si era un pochetto assopito, ecco che è arrivato il momento giusto per risvegliarci e prepararci all'incontro con Gesù nostro che, come sappiamo bene, non conosciamo né il giorno né l'ora in cui arriverà; ma proprio a causa di questa incertezza si potrà distinguere chi avrà fatto il possibile per rimanere sveglio e chi no, solo i primi avranno dimostrato di amarlo veramente. Viviamo allora ogni giorno come se fosse l'ultimo, sempre pronti, con le fiaccole accese...
Ma oggi il mondo è molto occupato e preoccupato per altre cose, e insiste a voler vivere come se Dio non esistesse... ma un un bel giorno, “Qualcuno”, ci chiederà conto di tutto, e allora? Che ne sarà di noi? Meglio pensarci prima che sia troppo tardi...
Proviamo a fermarci un attimo... proviamo a fare silenzio... proviamo a fare una sorta di revisione del bilancio della nostra anima... proviamo a pensare all'anno appena trascorso... Questo servirà a farci capire quanto siamo insensibili per le cose di Dio... servirà a farci capire le nostre mancanze, le nostre miserie, la nostra povertà, la nostra impotenza, il non senso della nostra vita, la nostra infelicità... ma anche il nostro desiderio di felicità, il nostro desiderio di senso, il nostro desiderio di vita... c'è forse un modo migliore di prepararsi al natale se non desiderare un salvatore, se non desiderare Gesù!!!...
Penso anche a tutto il baccano che, nonostante la crisi, affligge le nostre città in questo periodo. Gesù??? Chi è??? Chi lo vuole???... I centri commerciali stracolmi fanno invidia all'invasione delle cavallette in Egitto... musica natalizia di ogni genere, bambini che strillano per la macchinetta, la bambola, il giocattolo di ultima generazione di cui non si può fare a meno... Babbi Natale di ogni sesso – anche in questo non c'è più rispetto – che invitano i bimbi a farsi una foto sulle loro ginocchia. Insomma, una confusione megagalattica... ma alla fine è come vivere in un mondo illusorio che ci lascia presto vuoti, come presto si è svuotato il nostro portafoglio. E così, dopo qualche momento di felicità apparente, puntuale come un treno svizzero arriva la delusione, l'amaro in bocca, la depressione...!!!
Allora mi domando: "Che senso ha farsi condizionare dalla pubblicità, dalla moda, dal 'così fan tutti'... e correre dietro a vanità che durano un istante? Perché non cercare di più e di meglio?... Perché accontentarci di un solo attimo?"... Gesù ci vuole dare la felicità eterna!!!
Proviamo allora a cercare di sapere dov'è la fonte di questa gioia... se noi faremo un passo verso la Fonte, la Fonte ne farà dieci verso di noi... e inizierà un'avventura in cui non mancheranno certo le sorprese...
Vigilare significa anche discernere... Se noi vigiliamo infatti, ci sarà dato di distinguere la luce dalle tenebre... se vigiliamo saremo saggi nelle decisioni importanti e prudenti in quelle difficili... se vigiliamo non ci lasceremo prendere dal panico nell'ora della prova... se vigiliamo eviteremo di cadere nelle trappole del demonio che, come sappiamo, è sempre in agguato. Non vigilare nella vita cristiana è come andare in cantina senza accendere la luce... non possiamo poi pretendere di non fracassarci la testa.
Chiediamo allora al buon Dio di aumentare la nostra fede per vivere questa attesa col giusto fervore, contageremo così le persone a noi vicine.
Per quanto mi riguarda, chiedo perdono al mio Gesù di tutte quelle volte che con le mie debolezze, le mie mancanze, i miei peccati, ho contribuito a diffondere nebbia intorno a me. Lo ringrazio però di tutte quelle volte che mi ha aiutato a essere luce per qualcuno. Grazie Gesù per questo anno che hai voluto trascorrere con me... e, anche se è stato un anno difficile, non mi hai abbandonata un attimo, mi hai sempre riempito e soccorso con le Tue grazie. Grazie sopratutto per l'angelo che mi hai mandato a settembre 2013, mi ha sostenuto nei momenti duri e mi ha aiutato a non lasciar spegnere la fiammella della fede. E poi, come non ringraziarti per il regalo anticipato che mi hai fatto per questo natale? Portando infatti le mie gambe fino alla Chiesa del Carmelo mi hai fatto un dono: non speciale, ma specialissimo. Grazie Gesù... e che Tu possa nascere in tanti cuori come sei nato nel mio!!!
Pace e bene

mercoledì 26 novembre 2014

L'anima che non è dimora di Cristo è infelice - Dalle «Omelie» attribuite a san Macario, vescovo (Om. 28; PG 34, 710-711)



Una volta Dio, adirato contro i Giudei, diede Gerusalemme in balia dei loro nemici. Così caddero proprio sotto il dominio di coloro che essi odiavano e si trovarono nell'impossibilità di celebrare i giorni festivi e di offrire sacrifici. Nello stesso modo, Dio, adirato contro un'anima che trasgredisce i suoi precetti, la consegna ai suoi nemici, i quali, dopo averla indotta a fare il male, la devastano completamente. Una casa, non più abitata dal padrone, rimane chiusa e oscura, cadendo in abbandono; di conseguenza si riempie di polvere e di sporcizia. Nella stessa condizione è l'anima che rimane priva del suo Signore. Prima tutta luminosa della sua presenza e del giubilo degli angeli, poi si immerge nelle tenebre del peccato, di sentimenti iniqui e di ogni cattiveria.
Povera quella strada che non è percorsa da alcuno e non è rallegrata da alcuna voce d'uomo! Essa finisce per essere il ritrovo preferito di ogni genere di bestie. Povera quell'anima in cui non cammina il Signore, che con la sua voce ne allontani le bestie spirituali della malvagità! Guai alla terra priva del contadino che la lavori! Guai alla nave senza timoniere! Sbattuta dai marosi e travolta dalla tempesta, andrà in rovina.
Guai all'anima che non ha in sé il vero timoniere, Cristo! Avvolta dalle tenebre di un mare agitato e sbattuta dalle onde degli affetti malsani, sconquassata dagli spiriti maligni come da un uragano invernale, andrà miseramente in rovina.
Guai all'anima priva di Cristo, l'unico che possa coltivarla diligentemente perché produca i buoni frutti dello Spirito! Infatti, una volta abbandonata, sarà tutta invasa da spine e da rovi e, invece di produrre frutti, finirà nel fuoco. Guai a quell'anima che non avrà Cristo in sé! Lasciata sola, comincerà ad essere terreno fertile di inclinazioni malsane e finirà per diventare una sentina di vizi.
Il contadino, quando si accinge a lavorare la terra, sceglie gli strumenti più adatti e veste anche l'abito più acconcio al genere di lavoro. Così Cristo, re dei cieli e vero agricoltore, venendo verso l'umanità, devastata dal peccato, prese un corpo umano, e, portando la croce come strumento di lavoro, dissodò l'anima arida e incolta, ne strappò via le spine e i rovi degli spiriti malvagi, divelse il loglio del male e gettò al fuoco tutta la paglia dei peccati. La lavorò così col legno della croce e piantò in lei il giardino amenissimo dello Spirito. Esso produce ogni genere di frutti soavi e squisiti per Dio, che ne è il padrone.