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martedì 16 dicembre 2014

Gianna Jessen - La bambina di Dio - Una testimonianza fantastica tenuta a Queen's Hall - Melbourne 2008


"Sono stata abortita e non sono morta. La mia madre biologica era incinta di sette mesi quando andò da "Planned Parenthood" nella California del sud e le consigliarono di effettuare un aborto salino tardivo. Un aborto salino consiste nell'iniezione di una soluzione di sale nell'utero della madre. Il bambino inghiottisce la soluzione, che brucia il bambino dentro e fuori, e poi la madre partorisce un bambino morto entro 24 ore. Questo è capitato a me! Sono rimasta nella soluzione per circa 18 ore e sono stata partorita VIVA il 6 aprile 1977 alle 6 del mattino in una clinica per aborti della California. C'erano giovani donne nella stanza che avevano appena ricevuto le loro iniezioni ed aspettavano di partorire bambini morti. Quando mi videro, provarono l'orrore dell'omicidio. Un'infermiera chiamò un'ambulanza e mi fece trasferire all'ospedale. Fortunatamente per me il medico abortista non era alla clinica. Ero arrivata in anticipo, non si aspettavano la mia morte fino alle 9 del mattino, quando sarebbe probabilmente arrivato per il turno d'ufficio. Sono sicura che non sarei qui oggi se il medico abortista fosse stato alla clinica dato che il suo lavoro è togliere la vita, non sostenerla. Qualcuno ha detto che sono un "aborto mal riuscito", il risultato di un lavoro non ben fatto. Fui salvata dal puro potere di Gesù Cristo. Signore e Signori, dovrei essere cieca, bruciata... dovrei essere morta! E tuttavia, io vivo! (continua...)



lunedì 15 dicembre 2014

Beato Onorato (Venceslao) Kazminski Cappuccino (1829 – 1916) SACERDOTE PROFESSO DELL'ORDINE DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI FONDATORE DI MOLTE CONGREGAZIONI RELIGIOSE - Beatificazione: 16 ottobre 1988 - Festa: 16 dicembre




ONORATO KOŹMIŃSKI nacque a Biała Podlaska, nella provincia di Siedlce in Polonia, il 16 ottobre 1829, dall'architetto Stefano Koźmiński e da Alessandra Kahl, coniugi di agiata condizione. Era il secondo di quattro figli. Al battesimo, ricevuto due giorni dopo, gli vennero imposti i nomi di Fiorentino, Venceslao, Johann, Stefano. Era però comunemente chiamato Venceslao. I suoi genitori lo educarono a una vita profondamente cristiana. Trascorse i primi undici anni in famiglia, frequentando le scuole elementari nel paese natale e poi continuando gli studi, dal 1837, nella scuola circoscri­zionale. Nel 1840 ricevette la cresima e nel maggio dello stesso anni si tra­sferì a Włocławek. Frequentò poi il ginnasio nel governatorato di Płock con­seguendo la relativa licenza. Ancora quindicenne, nel settembre 1844 iniziava gli studi di architettura all'Accademia delle Belle Arti di Varsavia.

L'influsso di un compagno negli ultimi anni di studi ginnasiali, l'azione anti-cattolica svolta dal governo, l'illuminismo razionalista e la morte del pa­dre il 2 novembre 1845 gli causarono una crisi di fede, per cui si proclamò ateo e svolse attività antireligiosa tra i compagni.

Il 23 aprile 1846, sospettato dalla polizia zarista di aver fatto parte di un complotto contro il regime, fu arrestato e rinchiuso nella « Cittadella » (pri­gione) di Varsavia, nel X reparto, dove finivano i candidati alla sentenza ca­pitale. Sua madre si precipitò a Varsavia e fece di tutto per strapparlo alla morte. In carcere Venceslao, oltre che dall'attesa tremenda, fu anche tormen­tato dal tifo. La crisi religiosa si acuì, ma con il lento ricupero della salute, tornò anche la fede.

LE PICCOLE VIRTU' DELLA CORTESIA, DELLA DISCREZIONE, DELLA GRATITUDINE, DELLA MODESTIA, DELLA SINCERITA’ ,DELLA SPERANZA, DELL'ECONOMIA, DELL'ESATTEZZA - Estratto dal libro: Les petites vertus du foyer, Georges Chevrot, ed. Le Laurier, Paris




LA PICCOLA VIRTU’ DELLA CORTESIA
In una lettera a Madame de Chantal, san Francesco di Sales scriveva: "Piccola cortesia, virtù modesta, ma segno di una virtù maggio­re... E occorre esercitarsi nelle virtù piccole, senza le quali le grandi virtù sono spesso false ed ingannevoli". E' raro, infatti, rimanere estasiati davanti ad una persona regolarmente affabile e gentile. Ciononostante, questa affa­bilità e questa gentilezza presuppongono una vigilanza ed un dominio di sé poco comuni. Ora, vi è un certo numero di piccole virtù che, come la cortesia, non provocano un'ammira­zione rumorosa; ma quando vengono meno, le relazioni tra gli uomini sono tese, faticose, addirittura burrascose, a tal punto che talvolta portano a dei disastri. Queste "virtù modeste" sono esattamente quelle che rendono soppor­tabile e gradevole la nostra vita quotidiana. Perciò vorrei dedicare questa serie di conver­sazioni alle piccole virtù delle famiglie cri­stiane. A prima vista, è un proposito assai modesto. Eppure, non è forse logico che sia prima di tutto alla famiglia che l'insegnamen­to di Cristo apporti la sua luce, il suo calore ed i suoi semi di gioia?
Non è forse vero che è tra le quattro mura della stanza in cui vi trovate adesso che dove­te osservare la legge di Gesù Cristo? A questo riguardo, in molte menti bisognerebbe rettifi­care alcuni errori. Alcuni ritengono che l'uni­co oggetto della religione sia garantire agli uomini la felicità in un altro mondo. Certo, Gesù Cristo ci ha fatto questa promessa ed è per mantenerla che il Figlio di Dio è venuto a far parte della famiglia umana, si è incarnato e ci ha riscattati. Tuttavia, quel dono prodi­gioso di felicità eterna, senza paragone con le nostre risorse e le nostre ambizioni, ha come condizioni la nostra fede, la nostra buona volontà, i nostri sforzi sinceri, tutte cose che dobbiamo realizzare fin da adesso. In realtà, noi abbiamo soltanto una vita che, oltre la morte, non avrà fine. La nostra felice eternità è cominciata fin dal giorno del nostro battesi­mo. E' qui, sulla terra, che ha inizio per noi il nostro cielo, pregando Dio ed osservando i suoi comandamenti. La religione non è solo una questione riguardante l'aldilà; ha la sua bella funzione anche quaggiù. Essa deve rego­lare la nostra vita presente. Dicendo la nostra vita presente, intendo dunque la nostra vita reale, la nostra vita quotidiana. Anche a que­sto proposito, sbagliano molte persone, talvol­ta dei buoni cristiani. Costoro compiono una separazione artificiale tra ciò che chiamano vita profana ed i doveri propri della religione, che formerebbero una breve parentesi nella vita di ciascuno. Ma se, per la maggioranza degli uomini, il tempo riservato alla preghiera è per forza molto breve rispetto alle loro varie occupazioni, non dimentichiamo che noi viviamo tutto il giorno sotto lo sguardo di Dio, e che gli dobbiamo costantemente l'o­maggio della nostra obbedienza, il quale si traduce nell'offerta esplicita di ogni nostra attività. Per essere esatti, l'espressione "vita profana" non ha senso per un cristiano, perché tutta la sua vita è consacrata interamente a Dio, che egli deve onorare in ogni sua azione, perfino in quelle più ordinarie.
Che voi mangiate o che voi beviate, scrive san Paolo, qualunque cosa facciate, fate tutto per la gloria di Dio.

Santa Virginia Centurione - Tema: Rosario - Mariologia - Servizio del prossimo -Virginia Centurione Bracelli è stata proclamata Beata il 22 settembre 1985 a Genova e canonizzata a Roma, il 18 maggio 2003, dallo stesso Pontefice: San Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).



«Preghiera per la pace, il Rosario è anche, da sempre, la preghiera della famiglia e per la famiglia. Una volta, questa preghiera era particolarmente cara alle famiglie cristiane e favoriva certamente la comunione. Non bisogna che questa preziosa eredità si perda... Mi rivolgo a voi, fratelli e sorelle di ogni condizione...: riprendete in mano la corona con fiducia... Che il mio appello non rimanga lettera morta!» Così si esprimeva il Santo Padre nella Lettera apostolica Rosarium Virginis Mariæ del 16 ottobre 2002, che istituiva un anno del Rosario (n. 41). L'esempio di una santa che ha saputo rispondere all'appello di Nostra Signora può incoraggiarci a vivere con Maria, poichè la devozione a Maria forma autentici servi di Gesù Cristo. Tale devozione può concretizzarsi per noi, attraverso la recita del Rosario.

Il 20 settembre 1801, nell'antico monastero di Santa Chiara, a Carignano, nel Piemonte (Italia), non lontano da Genova, alcuni operai ispezionano le tombe sotto il pavimento, nella speranza di trovarvi oggetti di valore o, quanto meno, piombo. In una bara, scoprono il corpo di una donna, assolutamente intatto. L'iscrizione rivela che si tratta di Virginia Centurione, moglie di Gaspare Bracelli, morta a 65 anni, il 15 dicembre 1651, vale a dire centocinquant'anni prima. Le autorità civili, piuttosto anticlericali (il Piemonte è all'epoca sotto il dominio di Napoleone) si sforza di temperare l'entusiasmo che la meravigliosa scoperta suscita fra la popolazione genovese. Il notaio Piaggio è incaricato di dimostrare scientificamente che la conservazione del corpo è dovuta ad un'imbalsamazione. Ma quando trova il cadavere morbido e flessibile, il Dottor Piaggio abbandona l'ispezione ed avverte le Suore di Bisagno che i resti mortali della loro fondatrice sono stati identificati. Quest'atto di sincerità, considerato dal governo come un tradimento, gli varrà di esser radiato dal collegio notarile. Non potendo più esercitare ormai la sua professione, egli accetta di vivere nella massima povertà e si adopera nella ricerca dei ricordi relativi alla defunta, in vista della di lei glorificazione.

venerdì 12 dicembre 2014

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 1,6-8.19-28 - In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete.




Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Parola del Signore
Riflessione

La prima lettura di oggi riporta la profezia di Isaia, quella che Gesù leggerà sul rotolo nella sinagoga di Nazareth e al termine della quale dirà: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4, 21). Il vangelo invece ci mostra la missione di Giovanni Battista e la sintetizza sempre con una profezia di Isaia: "Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore" (Is 40, 3). Questo per dirci che, come in un seme sono già presenti in qualche modo lo splendore e i frutti dell'albero, così in Gesù che nasce a natale sono già contenuti come in un seme i frutti della salvezza che porterà al mondo.
Nella società di oggi, per preparare la venuta di Gesù come l'ha preparata Giovanni Battista, ci vorrebbero dei veri testimoni innamorati del Signore. Purtroppo, molto spesso, coloro che dovrebbero testimoniare Gesù non lo conoscono veramente, e allora l'evangelizzazione diventa più che altro un ripetere luoghi comuni come i pappagalli. E' triste notare che, mentre si avvicina il Natale, si respira un clima di tiepidezza, di approssimazione, di superficialità. Dovremmo essere pronti ad accogliere Gesù nel nostro cuore, dovremmo traboccare di gioia e di gratitudine... e invece che cosa vediamo? Tanti musi duri, tanto pessimismo, tanta tristezza, tanta poca fede... E' vero che viviamo dei momenti non facili per tutti: ci sono difficoltà economiche, manca molto spesso il necessario, c'è tanta confusione, smarrimento, incertezza per il futuro, si verificano fatti orribili e agghiaccianti; esplodono le fogne e diffondono il loro fetore... ma se ci si affida al Signore... Lui ha il potere di placare ogni tempesta e, con la pace che solo Lui può dare, riusciremo ad affrontare ogni situazione con più lucidità. La fretta, l'agitazione, la tristezza, la disperazione e l'angoscia, non fanno altro che farci sprofondare sempre più nel buio.
Proviamo allora ad aprire il nostro cuore e a non vergognarci di guardare in faccia la situazione in cui ci troviamo, forse, riusciremo a dire col cuore: "Vieni Signore Gesù, vieni a salvarmi".
Proviamo anche ad imitare l'umiltà di Giovanni Battista... lui infatti era consapevole di essere solo il “portavoce” di Dio e non ne ha approfittato, alla domanda dei sacerdoti e dei leviti: «Tu, chi sei?», ha risposto: «Io sono voce di uno che grida nel deserto...». Cosa avremmo risposto noi? Che domanda... la stessa cosa!!! Noi, poveri umani, mica abbiamo la sindrome dell'onnipotenza!!! No, solo qualche volta, un pochetto!!!...
Allora, sarebbe meglio considerare che, anche se il buon Dio ci ha fatti a Sua immagine e somiglianza, Lui è sempre il Creatore e noi le creature, Lui è primo e noi siamo secondi, ma questa consapevolezza non è così scontata. Proviamo ad ascoltare con il cuore la Parola che ci viene annunciata oggi, perché la voce che grida nel deserto, i suoi richiami, le sue sferzate, li possiamo considerare come se qualcuno proiettasse un filmato della nostra vita... è un po' come se, su uno schermo, vedessimo chiaramente i nostri peccati, i nostri limiti, le nostre miserie, le nostre continue infedeltà; e questo perché, per essere salvati, per essere liberati, abbiamo bisogno prima di tutto che qualcuno ci riveli la nostra reale situazione, la nostra schiavitù, il nostro peccato... ecco il ruolo di Giovanni Battista. Lui però ci annuncia anche la buona novella... ci dice che sta per arrivare un certo Gesù che può liberarci dalla prigione da brivido in cui ci dibattiamo... se accoglieremo questa voce che ci scuote, saremo anche pronti ad accogliere Gesù come Dio comanda. Una bella e approfondita Confessione in un “gabbiotto” non ci farà male!!!
Chiediamo al buon Dio di rafforzare la nostra fede. Chiediamogli di farci ricordare ogni santo giorno la nostra reale condizione di poveretti sempre bisognosi di tutto... perché così potremo apprezzare e gioire meglio della salvezza che Lui ci dona. Se ci rendiamo veramente conto della nostra miseria apprezzeremo molto di più la sua misericordia.
Supplichiamolo anche di aiutarci ad essere più coraggiosi, in modo da non comportarci come gli agenti segreti... un vero cristiano non ha paura di stare alla luce del sole e di testimoniare con la vita di appartenere alla famiglia di Gesù. Ascoltiamo anche le belle parole di San Paolo: "Rallegratevi nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!" ( Fil 4, 4-5).
Pace e bene

La favola di Natale - GIOVANNINO GUARESCHI



Premessa

Questa favola è nata in un campo di concentramento del Nordovest germanico, nel dicembre del 1944, e le muse che l'ispirarono si chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia. Questa favola io la scrissi rannicchiato nella cuccetta inferiore di un "castello" biposto, e sopra la mia testa c'era la fabbrica della melodia. Io mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana d'angora. "Adesso la nonna racconta una fiaba al bambino per farlo addormentare", dicevo alle assicelle del soffitto. Oppure: "Adesso la nonna, il bambino e il cane montano in treno e fanno un lungo viaggio nella notte." E le muse ispiratrici salivano al piano superiore e dal soffitto piovevano semi biscrome. Si avvicinava il secondo Natale di prigionia: Fame, Freddo e Nostalgia. Tra i sei o settemila ufficiali prigionieri nel lager c'erano professionisti e dilettanti di musica e di canto. Qualcuno era riuscito a salvare il suo strumento, qualche strumento lo prestarono i prigionieri francesi del campo vicino. Coppola concertò le musiche e istruì orchestra, coro e cantanti. I violinisti non riuscivano a muovere le dita per il gran freddo; per l'umidità i violini si scollavano, perdevano il manico. Le voci faticavano a uscire da quella fame vestita di stracci e di freddo. Ma la sera della vigilia, nella squallida baracca del "teatro", zeppa di gente malinconica, io lessi la favola e l'orchestra, il coro e i cantanti la commentarono egregiamente, e il "rumorista" diede vita ai passaggi più movimentati. La nostalgia l'hanno inventata i prigionieri perché in prigionia tutto quello che appartiene al mondo precluso diventa favola, e gente ascolta sbalordita qualcuno raccontare che le tendine della sua stanza erano rosa. In prigionia anche i colori sono una favola, perché nel lager tutto è bigio, e il cielo, se una volta è azzurro, o se un rametto si copre di verde, sono cose di un altro mondo. Anche la realtà presente diventa nostalgia. Noi pensavamo allora alle cose più umili della vita consueta come meravigliosi beni perduti, e rimpiangevamo il sole, l'acqua, i fiori come se oramai non esistessero più: e per questo uomini maturi trovarono naturale che io, per Natale, raccontassi loro una favola, e giudicarono originalissimo il fatto che, nella favola, un uomo s'incontrasse con sua madre e col suo bambino. "Che fantasia", dicevano. "Come fai a pensare tutte queste strane faccende?" E la banalissima vicenda interessava i prigionieri forse più ancora del contenuto polemico della fiaba stessa. Perché La favola di Natale ha anche un contenuto polemico che le illustrazioni rendono oggi evidente anche al meno avvertito dei lettori, sì che io potrei premettere alla fiaba: "I personaggi di questo racconto sono tutti veri e i fatti in esso accennati hanno tutti un preciso riferimento con la realtà." La "realtà" era tutt'intorno a noi, e io la vedevo seduta a tre metri da me, in prima fila, vestita da Dolmetscher: e quando il "rumorista-imitatore" cantava con voce roca la canzoncina delle tre Cornacchie e il poliziotto di servizio sghignazzava divertito, io morivo dalla voglia di dirgli che non c'era niente da ridere: "Guardi, signore, che quella cornacchia è lei." "Io vi racconterò una favola, e voi la racconterete al vento di questa sera, e il vento la racconterà ai vostri bambini. E anche alle mamme e alle nonne dei vostri bambini, perché è la nostra favola: la favola malinconica d'ognuno di noi", Io, la sera della vigilia del '44, conclusi con queste parole la premessa: ma il vento avrà sentito? O, se ha sentito, sarà riuscito poi a superare i baluardi della censura? O, lungo la strada, avrà perso qualche periodo? Ci si può fidare del vento in un affare così delicato? Di qui l'idea di stampare la fiaba: il papà ex internato potrà così raccontarla al suo bambino, e da queste povere parole che sanno di fame, di freddo e di nostalgia il bambino capirà forse quel che il papà soffriva, lassù, nei desolati campi del Nord. E se non capirà il bambino, capirà la mamma. E - ripensando alle ultime parole della favola - anche per un mio orgoglietto personale: E se non v'è piaciuta - non vogliatemi male, ve ne dirò una meglio - il prossimo Natale, e che sarà una favola - senza malinconia: "C'era una volta - la prigionia..." Ho mantenuto la promessa e pago il mio debito: eccovi la favola. C'era una volta un prigioniero...

martedì 9 dicembre 2014

JUAN DIEGO CUAUHTLATOATZIN - (1474 – 1548) - IL MESSAGGERO DI NOSTRA SIGNORA DI GUADALUPE - Canonizzazione: 31 luglio 2002 - Festa: 9 dicembre



San JUAN DIEGO CUAUHTLATTOATZIN, dell'etnia indigena dei chichimecas, nacque verso il 1474 a Cuauhtitlán, venti chilometri a nord di Tenochtitlán (Città del Messico), oggi da questa assorbita. Il suo nome di nascita era Cuauh­tlatoatzin, che può essere tradotto con « Colui che parla come un'aquila », poiché l'aquila è simbolo dell'evangelista san Giovanni. Ciò dimostra come i missionari spagnoli tendessero a « inculturare » il cristianesimo, dando anche – quando era possibile – agli indios convertiti nomi cristiani di significato simbo­lico analogo a quello dei loro nomi originari. Secondo il più importante docu­mento biografico del Beato, il « Nican Motecpana », scritto dallo storico Fer­nando de Alva Ixtlilxochtl, Juan Diego era un « macehual », o « povero indio », un uomo del popolo, piccolo coltivatore diretto in un modesto villaggio: poco più di niente, nella società azteca, complessa e fortemente gerarchizzata. Ciò equivale a dire che apparteneva alla numerosa massa della classe inferiore del­l'Impero Azteco, ma non alla classe degli schiavi.

Nel 1524, tre anni dopo la conquista del Messico, giunsero i primi missio­nari francescani. Tra questi vi era fra Pietro da Gand, dal quale, secondo le testimonianze, Diego ricevette le prime nozioni della dottrina cristiana. All'età di cinquant'anni, nel 1524, ricevette il battesimo col nome cristiano di Juan Diego, insieme alla sua moglie Malintzin, che prese a sua volta il nome di Maria Lucia. Secondo le « Informaciones Guadalupanas » del 1666, basate sulle prime ricerche ecclesiastiche riguardanti gli avvenimenti di Guadalupe, sembra che Juan Diego già prima della sua conversione fosse un uomo religioso, molto riservato e meditativo. Egli percorreva a piedi i venti chilometri dalla sua casa a Tenochtitlán per ricevervi una formazione religiosa.

lunedì 8 dicembre 2014

“Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1, 28) - OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II - Basilica di S. Maria Maggiore, 8 dicembre 1982



1. Mentre queste parole del saluto dell’Angelo riecheggiano soavemente nel nostro animo, desidero rivolgere lo sguardo, insieme con voi, cari fratelli e sorelle, sul mistero dell’Immacolata Concezione della beata Vergine Maria con l’occhio spirituale di san Massimiliano Kolbe. Egli ha legato tutte le opere della sua vita e della sua vocazione all’Immacolata. E perciò, in quest’anno, in cui è stato elevato alla gloria dei Santi, egli ha molto da dirci nella solennità dell’Immacolata, di cui amò definirsi devoto “militante”.
L’amore all’Immacolata fu infatti il centro della sua vita spirituale, il fecondo principio animatore della sua attività apostolica. Il modello sublime dell’Immacolata illuminò e guidò la sua intera esistenza sulle strade del mondo e fece della sua morte eroica nel campo di sterminio di Auschwitz una splendida testimonianza cristiana e sacerdotale. Con l’intuizione del santo e la finezza del teologo, Massimiliano Kolbe meditò con acume straordinario il mistero della Concezione Immacolata di Maria alla luce della Sacra Scrittura, del Magistero e della Liturgia della Chiesa, ricavandone mirabili lezioni di vita. Egli è apparso nel nostro tempo profeta e apostolo di una nuova “era mariana”, destinata a far brillare di vivida luce nel mondo intero Gesù Cristo e il suo Vangelo.

L’Immacolata : ecco il nostro ideale. Avvicinarci a Lei per renderci simili a Lei. (SK 1210) di San Massimiliano Maria Kolbe




Il vertice dell’amore della creazione che torna a Dio è l’Immacolata, l’essere senza macchia di peccato, tutta bella, tutta di Dio. Neppure per un istante la Sua volontà si è allontanata dalla volontà di Dio. Ella è appartenuta sempre ed liberamente a Dio. E in lei avviene il miracolo dell’unione di Dio con la creazione. A Lei, come alla propria sposa il Padre affida il Figlio, il Figlio discende nel Suo grembo verginale, divenendo Figlio di Lei, mentre lo Spirito Santo forma in Lei in modo prodigioso il corpo di Gesù e prende dimora nella Sua anima, la compenetra in modo così ineffabile che la definizione di “Sposa dello Spirito Santo” è una somiglianza assai lontana della vita dello Spirito Santo in lei e attraverso di Lei. In Gesù vi sono due nature (la divina e l’umana) e un’unica persona (quella divina), mentre qui vi sono due nature e due sono pure le persone, lo Spirito Santo e l’Immacolata, tuttavia l’unione della divinità con l’umanità supera qualsiasi comprensione. (SK 1310) ...Maria, per il fatto di essere la madre di Gesù Salvatore, è divenuta la corredentrice del genere umano, mentre per il fatto di essere la Sposa dello Spirito Santo, prende parte alla distribuzione di tutte le grazie. (SK 1229) ... non abbiano affatto paura di amare troppo l’Immacolata, dato che (...) non l’ameremo mai nel modo come l’ha amata Gesù. Ebbene tutta la nostra santità consiste nell’imitare Gesù. Chi si avvicina a Lei per ciò stesso si avvicina a Dio, solo che lo fa percorrendo una strada più breve, più sicura , più facile. (SK 542) 

L'Immacolata concezione – dal Catechismo della Chiesa Cattolica



490 Per essere la Madre del Salvatore, Maria « da Dio è stata arricchita di doni degni di una così grande missione ». 137 L'angelo Gabriele, al momento dell'annunciazione, la saluta come « piena di grazia » (Lc 1,28). In realtà, per poter dare il libero assenso della sua fede all'annunzio della sua vocazione, era necessario che fosse tutta sorretta dalla grazia di Dio.
491 Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, « colmata di grazia » da Dio, 138 era stata redenta fin dal suo concepimento. È quanto afferma il dogma dell'immacolata concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854:
« La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale ». 139
492 Questi « splendori di una santità del tutto singolare » di cui Maria è « adornata fin dal primo istante della sua concezione » 140 le vengono interamente da Cristo: ella è « redenta in modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo ». 141 Più di ogni altra persona creata, il Padre l'ha « benedetta con ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo » (Ef 1,3). In lui l'ha scelta « prima della creazione del mondo, per essere » santa e immacolata « al suo cospetto nella carità » (Ef 1,4).
493 I Padri della Tradizione orientale chiamano la Madre di Dio « la Tutta Santa » , la onorano come « immune da ogni macchia di peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura ». 142 Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza.
«Avvenga di me quello che hai detto...»
494 All'annunzio che avrebbe dato alla luce « il Figlio dell'Altissimo » senza conoscere uomo, per la potenza dello Spirito Santo, 143 Maria ha risposto con « l'obbedienza della fede » (Rm 1,5), certa che nulla è impossibile a Dio: « Io sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38). Così, dando il proprio assenso alla parola di Dio, Maria è diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e senza essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si è offerta totalmente alla persona e all'opera del Figlio suo, mettendosi al servizio del mistero della redenzione, sotto di lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente: 144
« Come dice sant'Ireneo, "obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano". 145 Con lui, non pochi antichi Padri affermano: "Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria ha sciolto con la sua fede", 146 e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria "la Madre dei viventi" e affermano spesso: "La morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria" ». 147


(137) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS 57 (1965) 60.
(138) Cf Lc 1,28.
(139) Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: DS 2803.
(140) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS 57 (1965) 60.
(141) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 53: AAS 57 (1965) 58.
(142) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS 57 (1965) 60.
(143) Cf Lc 1,28-37.
(144) Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS 57 (1965) 60-61.
(145) Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 22, 4: SC 211, 440 (PG 7, 959).
(146) Cf Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 22, 4: SC 211, 442-444 (PG 7, 959-960).
(147) Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS 57 (1965) 60-61.