"Sono stata abortita e non sono morta. La mia madre biologica era
incinta di sette mesi quando andò da "Planned Parenthood" nella
California del sud e le consigliarono di effettuare un aborto salino
tardivo. Un aborto salino consiste nell'iniezione di una soluzione di
sale nell'utero della madre. Il bambino inghiottisce la soluzione, che
brucia il bambino dentro e fuori, e poi la madre partorisce un bambino
morto entro 24 ore. Questo è capitato a me! Sono rimasta nella soluzione
per circa 18 ore e sono stata partorita VIVA il 6 aprile 1977 alle 6
del mattino in una clinica per aborti della California. C'erano giovani
donne nella stanza che avevano appena ricevuto le loro iniezioni ed
aspettavano di partorire bambini morti. Quando mi videro, provarono
l'orrore dell'omicidio. Un'infermiera chiamò un'ambulanza e mi fece
trasferire all'ospedale. Fortunatamente per me il medico abortista non
era alla clinica. Ero arrivata in anticipo, non si aspettavano la mia
morte fino alle 9 del mattino, quando sarebbe probabilmente arrivato per
il turno d'ufficio. Sono sicura che non sarei qui oggi se il medico
abortista fosse stato alla clinica dato che il suo lavoro è togliere la
vita, non sostenerla. Qualcuno ha detto che sono un "aborto mal
riuscito", il risultato di un lavoro non ben fatto. Fui salvata dal puro
potere di Gesù Cristo. Signore e Signori, dovrei essere cieca,
bruciata... dovrei essere morta! E tuttavia, io vivo! (continua...)
martedì 16 dicembre 2014
Gianna Jessen - La bambina di Dio - Una testimonianza fantastica tenuta a Queen's Hall - Melbourne 2008
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Film e video religiosi
lunedì 15 dicembre 2014
Beato Onorato (Venceslao) Kazminski Cappuccino (1829 – 1916) SACERDOTE PROFESSO DELL'ORDINE DEI FRATI MINORI CAPPUCCINI FONDATORE DI MOLTE CONGREGAZIONI RELIGIOSE - Beatificazione: 16 ottobre 1988 - Festa: 16 dicembre
ONORATO
KOŹMIŃSKI nacque a Biała Podlaska, nella provincia di Siedlce in
Polonia, il 16 ottobre 1829, dall'architetto Stefano Koźmiński e da
Alessandra Kahl, coniugi di agiata condizione. Era il secondo di
quattro figli. Al battesimo, ricevuto due giorni dopo, gli vennero
imposti i nomi di Fiorentino, Venceslao, Johann, Stefano. Era però
comunemente chiamato Venceslao. I suoi genitori lo educarono a una
vita profondamente cristiana. Trascorse i primi undici anni in
famiglia, frequentando le scuole elementari nel paese natale e poi
continuando gli studi, dal 1837, nella scuola circoscrizionale.
Nel 1840 ricevette la cresima e nel maggio dello stesso anni si
trasferì a Włocławek. Frequentò poi il ginnasio nel
governatorato di Płock conseguendo la relativa licenza. Ancora
quindicenne, nel settembre 1844 iniziava gli studi di architettura
all'Accademia delle Belle Arti di Varsavia.
L'influsso di un compagno negli ultimi anni di studi ginnasiali, l'azione anti-cattolica svolta dal governo, l'illuminismo razionalista e la morte del padre il 2 novembre 1845 gli causarono una crisi di fede, per cui si proclamò ateo e svolse attività antireligiosa tra i compagni.
Il 23 aprile 1846, sospettato dalla polizia zarista di aver fatto parte di un complotto contro il regime, fu arrestato e rinchiuso nella « Cittadella » (prigione) di Varsavia, nel X reparto, dove finivano i candidati alla sentenza capitale. Sua madre si precipitò a Varsavia e fece di tutto per strapparlo alla morte. In carcere Venceslao, oltre che dall'attesa tremenda, fu anche tormentato dal tifo. La crisi religiosa si acuì, ma con il lento ricupero della salute, tornò anche la fede.
L'influsso di un compagno negli ultimi anni di studi ginnasiali, l'azione anti-cattolica svolta dal governo, l'illuminismo razionalista e la morte del padre il 2 novembre 1845 gli causarono una crisi di fede, per cui si proclamò ateo e svolse attività antireligiosa tra i compagni.
Il 23 aprile 1846, sospettato dalla polizia zarista di aver fatto parte di un complotto contro il regime, fu arrestato e rinchiuso nella « Cittadella » (prigione) di Varsavia, nel X reparto, dove finivano i candidati alla sentenza capitale. Sua madre si precipitò a Varsavia e fece di tutto per strapparlo alla morte. In carcere Venceslao, oltre che dall'attesa tremenda, fu anche tormentato dal tifo. La crisi religiosa si acuì, ma con il lento ricupero della salute, tornò anche la fede.
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Beato Onorato (Venceslao) Kazminski
LE PICCOLE VIRTU' DELLA CORTESIA, DELLA DISCREZIONE, DELLA GRATITUDINE, DELLA MODESTIA, DELLA SINCERITA’ ,DELLA SPERANZA, DELL'ECONOMIA, DELL'ESATTEZZA - Estratto dal libro: Les petites vertus du foyer, Georges Chevrot, ed. Le Laurier, Paris
LA
PICCOLA VIRTU’ DELLA CORTESIA
In
una lettera a Madame de Chantal, san Francesco di Sales scriveva:
"Piccola cortesia, virtù modesta, ma segno di una virtù
maggiore... E occorre esercitarsi nelle virtù piccole, senza le
quali le grandi virtù sono spesso false ed ingannevoli". E'
raro, infatti, rimanere estasiati davanti ad una persona regolarmente
affabile e gentile. Ciononostante, questa affabilità e questa
gentilezza presuppongono una vigilanza ed un dominio di sé poco
comuni. Ora, vi è un certo numero di piccole virtù che, come la
cortesia, non provocano un'ammirazione rumorosa; ma quando
vengono meno, le relazioni tra gli uomini sono tese, faticose,
addirittura burrascose, a tal punto che talvolta portano a dei
disastri. Queste "virtù modeste" sono esattamente quelle
che rendono sopportabile e gradevole la nostra vita quotidiana.
Perciò vorrei dedicare questa serie di conversazioni alle
piccole virtù delle famiglie cristiane. A prima vista, è un
proposito assai modesto. Eppure, non è forse logico che sia prima di
tutto alla famiglia che l'insegnamento di Cristo apporti la sua
luce, il suo calore ed i suoi semi di gioia?
Non
è forse vero che è tra le quattro mura della stanza in cui vi
trovate adesso che dovete osservare la legge di Gesù Cristo? A
questo riguardo, in molte menti bisognerebbe rettificare alcuni
errori. Alcuni ritengono che l'unico oggetto della religione sia
garantire agli uomini la felicità in un altro mondo. Certo, Gesù
Cristo ci ha fatto questa promessa ed è per mantenerla che il Figlio
di Dio è venuto a far parte della famiglia umana, si è incarnato e
ci ha riscattati. Tuttavia, quel dono prodigioso di felicità
eterna, senza paragone con le nostre risorse e le nostre ambizioni,
ha come condizioni la nostra fede, la nostra buona volontà, i nostri
sforzi sinceri, tutte cose che dobbiamo realizzare fin da adesso. In
realtà, noi abbiamo soltanto una vita che, oltre la morte, non avrà
fine. La nostra felice eternità è cominciata fin dal giorno del
nostro battesimo. E' qui, sulla terra, che ha inizio per noi il
nostro cielo, pregando Dio ed osservando i suoi comandamenti. La
religione non è solo una questione riguardante l'aldilà; ha la sua
bella funzione anche quaggiù. Essa deve regolare la nostra vita
presente. Dicendo la nostra vita presente, intendo dunque la nostra
vita reale, la nostra vita quotidiana. Anche a questo proposito,
sbagliano molte persone, talvolta dei buoni cristiani. Costoro
compiono una separazione artificiale tra ciò che chiamano vita
profana ed i doveri propri della religione, che formerebbero una
breve parentesi nella vita di ciascuno. Ma se, per la maggioranza
degli uomini, il tempo riservato alla preghiera è per forza molto
breve rispetto alle loro varie occupazioni, non dimentichiamo che noi
viviamo tutto il giorno sotto lo sguardo di Dio, e che gli dobbiamo
costantemente l'omaggio della nostra obbedienza, il quale si
traduce nell'offerta esplicita di ogni nostra attività. Per essere
esatti, l'espressione "vita profana" non ha senso per un
cristiano, perché tutta la sua vita è consacrata interamente a Dio,
che egli deve onorare in ogni sua azione, perfino in quelle più
ordinarie.
Che
voi mangiate o che voi beviate, scrive san Paolo, qualunque cosa
facciate, fate tutto per la gloria di Dio.
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Georges Chevrot
Santa Virginia Centurione - Tema: Rosario - Mariologia - Servizio del prossimo -Virginia Centurione Bracelli è stata proclamata Beata il 22 settembre 1985 a Genova e canonizzata a Roma, il 18 maggio 2003, dallo stesso Pontefice: San Giovanni Paolo II (Karol Józef Wojtyła, 1978-2005).
«Preghiera
per la pace, il Rosario è anche, da sempre, la preghiera della
famiglia e per la famiglia. Una volta, questa preghiera era
particolarmente cara alle famiglie cristiane e favoriva certamente la
comunione. Non bisogna che questa preziosa eredità si perda... Mi
rivolgo a voi, fratelli e sorelle di ogni condizione...: riprendete
in mano la corona con fiducia... Che il mio appello non rimanga
lettera morta!» Così si esprimeva il Santo Padre nella Lettera
apostolica Rosarium Virginis Mariæ del 16 ottobre 2002, che
istituiva un anno del Rosario (n. 41). L'esempio di una santa che ha
saputo rispondere all'appello di Nostra Signora può incoraggiarci a
vivere con Maria, poichè la devozione a Maria forma autentici servi
di Gesù Cristo. Tale devozione può concretizzarsi per noi,
attraverso la recita del Rosario.
Il 20
settembre 1801, nell'antico monastero di Santa Chiara, a Carignano,
nel Piemonte (Italia), non lontano da Genova, alcuni operai
ispezionano le tombe sotto il pavimento, nella speranza di trovarvi
oggetti di valore o, quanto meno, piombo. In una bara, scoprono il
corpo di una donna, assolutamente intatto. L'iscrizione rivela che si
tratta di Virginia Centurione, moglie di Gaspare Bracelli, morta a 65
anni, il 15 dicembre 1651, vale a dire centocinquant'anni prima. Le
autorità civili, piuttosto anticlericali (il Piemonte è all'epoca
sotto il dominio di Napoleone) si sforza di temperare l'entusiasmo
che la meravigliosa scoperta suscita fra la popolazione genovese. Il
notaio Piaggio è incaricato di dimostrare scientificamente che la
conservazione del corpo è dovuta ad un'imbalsamazione. Ma quando
trova il cadavere morbido e flessibile, il Dottor Piaggio abbandona
l'ispezione ed avverte le Suore di Bisagno che i resti mortali della
loro fondatrice sono stati identificati. Quest'atto di sincerità,
considerato dal governo come un tradimento, gli varrà di esser
radiato dal collegio notarile. Non potendo più esercitare ormai la
sua professione, egli accetta di vivere nella massima povertà e si
adopera nella ricerca dei ricordi relativi alla defunta, in vista
della di lei glorificazione.
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Santa Virginia Centurione
venerdì 12 dicembre 2014
Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 1,6-8.19-28 - In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete.
Venne un uomo mandato da Dio:
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
Parola del Signore
il suo nome era Giovanni.
Egli venne come testimone
per dare testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
Non era lui la luce,
ma doveva dare testimonianza alla luce.
Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e levìti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaìa».
Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo».
Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.
Parola del Signore
Riflessione
La prima lettura di oggi riporta la profezia di Isaia, quella che Gesù
leggerà sul rotolo nella sinagoga di Nazareth e al termine della quale dirà: "Oggi si è adempiuta questa Scrittura che voi
avete udita con i vostri orecchi" (Lc 4, 21). Il vangelo invece ci mostra la missione di Giovanni Battista e la sintetizza sempre con una profezia di Isaia: "Io sono voce
di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore" (Is 40, 3). Questo per dirci che, come in un seme sono già presenti in qualche modo lo splendore e i frutti dell'albero, così in Gesù che nasce a natale sono già contenuti come in un seme i frutti della salvezza che porterà al mondo.
Nella
società di oggi, per preparare la venuta di Gesù come l'ha preparata Giovanni Battista, ci vorrebbero dei veri testimoni innamorati del Signore. Purtroppo, molto spesso, coloro che dovrebbero testimoniare Gesù non lo conoscono veramente, e allora l'evangelizzazione diventa più che altro un ripetere luoghi comuni come i pappagalli. E' triste notare che, mentre si avvicina il Natale, si respira un clima di
tiepidezza, di approssimazione, di superficialità. Dovremmo essere pronti ad
accogliere Gesù nel nostro cuore, dovremmo traboccare di gioia e di
gratitudine... e invece che cosa vediamo? Tanti musi duri, tanto pessimismo,
tanta tristezza, tanta poca fede... E' vero che viviamo dei momenti non facili per tutti: ci sono difficoltà economiche, manca molto spesso il necessario, c'è tanta confusione, smarrimento, incertezza per il futuro, si verificano fatti orribili e agghiaccianti; esplodono le fogne e diffondono il loro fetore... ma se ci si affida
al Signore... Lui ha il potere di placare ogni tempesta e, con la pace che solo Lui può dare, riusciremo ad affrontare ogni situazione con più lucidità. La fretta, l'agitazione, la tristezza, la disperazione e
l'angoscia, non fanno altro che farci sprofondare sempre più nel buio.
Proviamo allora ad aprire il nostro cuore e a non vergognarci di guardare in faccia la situazione in cui ci troviamo, forse, riusciremo a dire col cuore: "Vieni Signore Gesù, vieni a salvarmi".
Proviamo
anche ad imitare l'umiltà di Giovanni Battista... lui infatti era
consapevole di essere solo il “portavoce” di Dio e non ne ha
approfittato, alla domanda dei sacerdoti e dei leviti: «Tu,
chi sei?», ha risposto: «Io sono voce di uno che grida nel
deserto...». Cosa avremmo risposto noi? Che
domanda... la stessa cosa!!! Noi, poveri umani, mica abbiamo la
sindrome dell'onnipotenza!!! No, solo qualche volta, un pochetto!!!...
Allora, sarebbe meglio considerare che, anche se il buon Dio ci ha
fatti a Sua immagine e somiglianza, Lui è sempre il Creatore e noi le creature, Lui è primo e noi siamo secondi, ma questa consapevolezza non è così scontata. Proviamo ad ascoltare con il cuore la Parola che ci
viene annunciata oggi, perché la voce che grida nel deserto, i suoi richiami, le sue sferzate, li possiamo considerare come se qualcuno proiettasse un filmato della nostra vita... è un po' come se, su uno schermo, vedessimo chiaramente i
nostri peccati, i nostri limiti, le nostre miserie, le nostre continue infedeltà; e questo perché, per essere salvati, per essere liberati, abbiamo bisogno prima di tutto che qualcuno ci
riveli la nostra reale situazione, la nostra schiavitù, il nostro peccato... ecco il ruolo di Giovanni Battista.
Lui però ci annuncia anche la buona novella... ci dice che sta per arrivare un certo Gesù che può liberarci dalla prigione da brivido in cui ci dibattiamo... se
accoglieremo questa voce che ci scuote, saremo anche pronti ad accogliere
Gesù come Dio comanda. Una bella e approfondita Confessione in un
“gabbiotto” non ci farà male!!!
Chiediamo al buon Dio di rafforzare la nostra fede. Chiediamogli di
farci ricordare ogni santo giorno la nostra reale condizione di poveretti sempre bisognosi di tutto... perché così potremo apprezzare e gioire meglio della
salvezza che Lui ci dona. Se ci rendiamo veramente conto della nostra
miseria apprezzeremo molto di più la sua misericordia.
Supplichiamolo
anche di aiutarci ad essere più coraggiosi, in modo da non comportarci come gli
agenti segreti... un vero cristiano non ha paura di stare alla luce del sole e di
testimoniare con la vita di
appartenere alla famiglia di Gesù. Ascoltiamo anche le belle parole di San Paolo: "Rallegratevi
nel Signore, sempre; ve lo ripeto ancora, rallegratevi. La vostra
affabilità sia nota a tutti gli uomini. Il Signore è vicino!" (
Fil 4, 4-5).
Pace
e bene
La favola di Natale - GIOVANNINO GUARESCHI
Premessa
Questa
favola è nata in un campo di concentramento del Nordovest
germanico, nel dicembre del 1944, e le muse che l'ispirarono si
chiamavano Freddo, Fame e Nostalgia. Questa favola io la scrissi
rannicchiato nella cuccetta inferiore di un "castello"
biposto, e sopra la mia testa c'era la fabbrica della melodia. Io
mandavo su da Coppola versi di canzoni nudi e infreddoliti, e Coppola
me li rimandava giù rivestiti di musica soffice e calda come lana
d'angora. "Adesso la nonna racconta una fiaba al bambino per
farlo addormentare", dicevo alle assicelle del soffitto. Oppure:
"Adesso la nonna, il bambino e il cane montano in treno e fanno
un lungo viaggio nella notte." E le muse ispiratrici salivano al
piano superiore e dal soffitto piovevano semi biscrome. Si avvicinava
il secondo Natale di prigionia: Fame, Freddo e Nostalgia. Tra i sei o
settemila ufficiali prigionieri nel lager c'erano professionisti e
dilettanti di musica e di canto. Qualcuno era riuscito a salvare il
suo strumento, qualche strumento lo prestarono i prigionieri francesi
del campo vicino. Coppola concertò le musiche e istruì orchestra,
coro e cantanti. I violinisti non riuscivano a muovere le dita per il
gran freddo; per l'umidità i violini si scollavano, perdevano il
manico. Le voci faticavano a uscire da quella fame vestita di stracci
e di freddo. Ma la sera della vigilia, nella squallida baracca del
"teatro", zeppa di gente malinconica, io lessi la favola e
l'orchestra, il coro e i cantanti la commentarono egregiamente, e il
"rumorista" diede vita ai passaggi più movimentati. La
nostalgia l'hanno inventata i prigionieri perché in prigionia tutto
quello che appartiene al mondo precluso diventa favola, e gente
ascolta sbalordita qualcuno raccontare che le tendine della sua
stanza erano rosa. In prigionia anche i colori sono una favola,
perché nel lager tutto è bigio, e il cielo, se una volta è
azzurro, o se un rametto si copre di verde, sono cose di un altro
mondo. Anche la realtà presente diventa nostalgia. Noi pensavamo
allora alle cose più umili della vita consueta come meravigliosi
beni perduti, e rimpiangevamo il sole, l'acqua, i fiori come se
oramai non esistessero più: e per questo uomini maturi trovarono
naturale che io, per Natale, raccontassi loro una favola, e
giudicarono originalissimo il fatto che, nella favola, un uomo
s'incontrasse con sua madre e col suo bambino. "Che fantasia",
dicevano. "Come fai a pensare tutte queste strane faccende?"
E la banalissima vicenda interessava i prigionieri forse più ancora
del contenuto polemico della fiaba stessa. Perché La favola di
Natale ha anche un contenuto polemico che le illustrazioni rendono
oggi evidente anche al meno avvertito dei lettori, sì che io potrei
premettere alla fiaba: "I personaggi di questo racconto sono
tutti veri e i fatti in esso accennati hanno tutti un preciso
riferimento con la realtà." La "realtà" era
tutt'intorno a noi, e io la vedevo seduta a tre metri da me, in prima
fila, vestita da Dolmetscher: e quando il "rumorista-imitatore"
cantava con voce roca la canzoncina delle tre Cornacchie e il
poliziotto di servizio sghignazzava divertito, io morivo dalla voglia
di dirgli che non c'era niente da ridere: "Guardi, signore, che
quella cornacchia è lei." "Io vi racconterò una favola,
e voi la racconterete al vento di questa sera, e il vento la
racconterà ai vostri bambini. E anche alle mamme e alle nonne dei
vostri bambini, perché è la nostra favola: la favola malinconica
d'ognuno di noi", Io, la sera della vigilia del '44, conclusi
con queste parole la premessa: ma il vento avrà sentito? O, se ha
sentito, sarà riuscito poi a superare i baluardi della censura? O,
lungo la strada, avrà perso qualche periodo? Ci si può fidare del
vento in un affare così delicato? Di qui l'idea di stampare la
fiaba: il papà ex internato potrà così raccontarla al suo
bambino, e da queste povere parole che sanno di fame, di freddo e di
nostalgia il bambino capirà forse quel che il papà soffriva,
lassù, nei desolati campi del Nord. E se non capirà il bambino,
capirà la mamma. E - ripensando alle ultime parole della favola -
anche per un mio orgoglietto personale: E se non v'è piaciuta - non
vogliatemi male, ve ne dirò una meglio - il prossimo Natale, e che
sarà una favola - senza malinconia: "C'era una volta - la
prigionia..." Ho mantenuto la promessa e pago il mio debito:
eccovi la favola. C'era una volta un prigioniero...
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Giovannino Guareschi
martedì 9 dicembre 2014
JUAN DIEGO CUAUHTLATOATZIN - (1474 – 1548) - IL MESSAGGERO DI NOSTRA SIGNORA DI GUADALUPE - Canonizzazione: 31 luglio 2002 - Festa: 9 dicembre
San
JUAN DIEGO CUAUHTLATTOATZIN, dell'etnia indigena dei chichimecas,
nacque verso il 1474 a Cuauhtitlán, venti chilometri a nord di
Tenochtitlán (Città del Messico), oggi da questa assorbita. Il suo
nome di nascita era Cuauhtlatoatzin, che può essere tradotto
con « Colui che parla come un'aquila », poiché l'aquila è
simbolo dell'evangelista san Giovanni. Ciò dimostra come i
missionari spagnoli tendessero a « inculturare » il
cristianesimo, dando anche – quando era possibile – agli indios
convertiti nomi cristiani di significato simbolico analogo a
quello dei loro nomi originari. Secondo il più importante documento
biografico del Beato, il « Nican Motecpana », scritto dallo
storico Fernando de Alva Ixtlilxochtl, Juan Diego era un
« macehual », o « povero indio », un uomo del popolo,
piccolo coltivatore diretto in un modesto villaggio: poco più di
niente, nella società azteca, complessa e fortemente gerarchizzata.
Ciò equivale a dire che apparteneva alla numerosa massa della classe
inferiore dell'Impero Azteco, ma non alla classe degli
schiavi.
Nel 1524, tre anni dopo la conquista del Messico, giunsero i primi missionari francescani. Tra questi vi era fra Pietro da Gand, dal quale, secondo le testimonianze, Diego ricevette le prime nozioni della dottrina cristiana. All'età di cinquant'anni, nel 1524, ricevette il battesimo col nome cristiano di Juan Diego, insieme alla sua moglie Malintzin, che prese a sua volta il nome di Maria Lucia. Secondo le « Informaciones Guadalupanas » del 1666, basate sulle prime ricerche ecclesiastiche riguardanti gli avvenimenti di Guadalupe, sembra che Juan Diego già prima della sua conversione fosse un uomo religioso, molto riservato e meditativo. Egli percorreva a piedi i venti chilometri dalla sua casa a Tenochtitlán per ricevervi una formazione religiosa.
Nel 1524, tre anni dopo la conquista del Messico, giunsero i primi missionari francescani. Tra questi vi era fra Pietro da Gand, dal quale, secondo le testimonianze, Diego ricevette le prime nozioni della dottrina cristiana. All'età di cinquant'anni, nel 1524, ricevette il battesimo col nome cristiano di Juan Diego, insieme alla sua moglie Malintzin, che prese a sua volta il nome di Maria Lucia. Secondo le « Informaciones Guadalupanas » del 1666, basate sulle prime ricerche ecclesiastiche riguardanti gli avvenimenti di Guadalupe, sembra che Juan Diego già prima della sua conversione fosse un uomo religioso, molto riservato e meditativo. Egli percorreva a piedi i venti chilometri dalla sua casa a Tenochtitlán per ricevervi una formazione religiosa.
lunedì 8 dicembre 2014
“Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te” (Lc 1, 28) - OMELIA DI GIOVANNI PAOLO II - Basilica di S. Maria Maggiore, 8 dicembre 1982
1.
Mentre queste parole del saluto dell’Angelo riecheggiano soavemente
nel nostro animo, desidero rivolgere lo sguardo, insieme con voi,
cari fratelli e sorelle, sul mistero dell’Immacolata Concezione
della beata Vergine Maria con l’occhio spirituale di san
Massimiliano Kolbe. Egli ha legato tutte le opere della sua vita e
della sua vocazione all’Immacolata. E perciò, in quest’anno, in
cui è stato elevato alla gloria dei Santi, egli ha molto da dirci
nella solennità dell’Immacolata, di cui amò definirsi devoto
“militante”.
L’amore
all’Immacolata fu infatti il centro della sua vita spirituale, il
fecondo principio animatore della sua attività apostolica. Il
modello sublime dell’Immacolata illuminò e guidò la sua intera
esistenza sulle strade del mondo e fece della sua morte eroica nel
campo di sterminio di Auschwitz una splendida testimonianza cristiana
e sacerdotale. Con l’intuizione del santo e la finezza del teologo,
Massimiliano Kolbe meditò con acume straordinario il mistero della
Concezione Immacolata di Maria alla luce della Sacra Scrittura, del
Magistero e della Liturgia della Chiesa, ricavandone mirabili lezioni
di vita. Egli è apparso nel nostro tempo profeta e apostolo di una
nuova “era mariana”, destinata a far brillare di vivida luce nel
mondo intero Gesù Cristo e il suo Vangelo.
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Immacolata concezione,
San Giovanni Paolo II
L’Immacolata : ecco il nostro ideale. Avvicinarci a Lei per renderci simili a Lei. (SK 1210) di San Massimiliano Maria Kolbe
Il
vertice dell’amore della creazione che torna a Dio è
l’Immacolata, l’essere senza macchia di peccato, tutta bella,
tutta di Dio. Neppure per un istante la Sua volontà si è
allontanata dalla volontà di Dio. Ella è appartenuta sempre ed
liberamente a Dio. E in lei avviene il miracolo dell’unione di Dio
con la creazione. A Lei, come alla propria sposa il Padre affida il
Figlio, il Figlio discende nel Suo grembo verginale, divenendo Figlio
di Lei, mentre lo Spirito Santo forma in Lei in modo
prodigioso il
corpo di Gesù
e prende dimora nella Sua anima, la compenetra in
modo così ineffabile che la definizione di “Sposa dello Spirito
Santo” è una somiglianza assai lontana della vita dello Spirito
Santo in lei e attraverso di Lei. In Gesù vi sono due nature (la
divina e l’umana) e un’unica persona (quella divina), mentre qui
vi sono due nature e due sono pure le persone, lo Spirito Santo e
l’Immacolata, tuttavia l’unione della divinità con l’umanità
supera qualsiasi comprensione. (SK 1310) ...Maria, per il fatto di
essere la madre di Gesù Salvatore, è divenuta la corredentrice
del genere umano, mentre per il fatto di essere la Sposa dello
Spirito Santo, prende parte alla distribuzione di tutte le grazie.
(SK 1229) ... non abbiano affatto paura di amare troppo l’Immacolata,
dato che (...) non l’ameremo mai nel modo come l’ha amata Gesù.
Ebbene tutta la nostra santità consiste nell’imitare Gesù. Chi
si avvicina a Lei per ciò stesso si avvicina a Dio, solo che lo fa
percorrendo una strada più breve, più sicura
, più facile. (SK
542)
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Immacolata concezione,
San Massimiliano Maria Kolbe
L'Immacolata concezione – dal Catechismo della Chiesa Cattolica
490
Per essere la Madre del Salvatore, Maria « da Dio è stata
arricchita di doni degni di una così grande missione ». 137
L'angelo Gabriele, al momento dell'annunciazione, la saluta come «
piena di grazia » (Lc 1,28). In realtà, per poter dare il
libero assenso della sua fede all'annunzio della sua vocazione, era
necessario che fosse tutta sorretta dalla grazia di Dio.
491
Nel corso dei secoli la Chiesa ha preso coscienza che Maria, «
colmata di grazia » da Dio, 138 era stata redenta fin dal
suo concepimento. È quanto afferma il dogma dell'immacolata
concezione, proclamato da papa Pio IX nel 1854:
« La beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per una grazia ed un privilegio singolare di Dio onnipotente, in previsione dei meriti di Gesù Cristo Salvatore del genere umano, è stata preservata intatta da ogni macchia del peccato originale ». 139
492
Questi « splendori di una santità del tutto singolare » di cui
Maria è « adornata fin dal primo istante della sua concezione »
140 le vengono interamente da Cristo: ella è « redenta in
modo così sublime in vista dei meriti del Figlio suo ». 141
Più di ogni altra persona creata, il Padre l'ha « benedetta con
ogni benedizione spirituale, nei cieli, in Cristo » (Ef 1,3).
In lui l'ha scelta « prima della creazione del mondo, per essere »
santa e immacolata « al suo cospetto nella carità » (Ef 1,4).
493
I Padri della Tradizione orientale chiamano la Madre di Dio « la
Tutta Santa » , la onorano come « immune da ogni macchia di
peccato, dallo Spirito Santo quasi plasmata e resa una nuova creatura
». 142 Maria, per la grazia di Dio, è rimasta pura da
ogni peccato personale durante tutta la sua esistenza.
«Avvenga
di me quello che hai detto...»
494
All'annunzio che avrebbe dato alla luce « il Figlio dell'Altissimo »
senza conoscere uomo, per la potenza dello Spirito Santo, 143
Maria ha risposto con « l'obbedienza della fede » (Rm 1,5),
certa che nulla è impossibile a Dio: « Io sono la serva del
Signore; avvenga di me quello che hai detto » (Lc 1,38).
Così, dando il proprio assenso alla parola di Dio, Maria è
diventata Madre di Gesù e, abbracciando con tutto l'animo e senza
essere ritardata da nessun peccato la volontà divina di salvezza, si
è offerta totalmente alla persona e all'opera del Figlio suo,
mettendosi al servizio del mistero della redenzione, sotto di lui e
con lui, con la grazia di Dio onnipotente: 144
« Come dice sant'Ireneo, "obbedendo divenne causa della salvezza per sé e per tutto il genere umano". 145 Con lui, non pochi antichi Padri affermano: "Il nodo della disobbedienza di Eva ha avuto la sua soluzione con l'obbedienza di Maria; ciò che la vergine Eva aveva legato con la sua incredulità, la Vergine Maria ha sciolto con la sua fede", 146 e, fatto il paragone con Eva, chiamano Maria "la Madre dei viventi" e affermano spesso: "La morte per mezzo di Eva, la vita per mezzo di Maria" ». 147
(138)
Cf Lc 1,28.
(139)
Pio IX, Bolla Ineffabilis Deus: DS 2803.
(140)
Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS 57
(1965) 60.
(141)
Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 53: AAS 57
(1965) 58.
(142)
Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS 57
(1965) 60.
(143)
Cf Lc 1,28-37.
(144)
Cf Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS 57
(1965) 60-61.
(145)
Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 22, 4: SC 211, 440
(PG 7, 959).
(146)
Cf Sant'Ireneo di Lione, Adversus haereses, 3, 22, 4: SC 211,
442-444 (PG 7, 959-960).
(147)
Concilio Vaticano II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56: AAS 57
(1965) 60-61.
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