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venerdì 9 gennaio 2015

Alessandra di Rudini - Tema: Scetticismo - Fede e ragione - Conversione - Monte Carmelo - Carmelitane - Biografia e video



Nel più profondo del cuore dell'uomo sono iscritti il desiderio e la nostalgia di Dio. Sant'Agostino, all'inizio delle Confessioni, testimonia del carattere imperioso di tale desiderio: «Ci hai creati per Te, o Signore, e il nostro cuore non ha pace fino a che non riposi in Te» (Confessioni 1, 1, 1).
Alessandra di Rudinì nasce il 5 ottobre 1876 a Roma, in una famiglia dell'alta aristocrazia siciliana. Suo padre, marchese di Rudinì, sindaco di Palermo a venticinque anni, dopo la spedizione del «condottiero» Garibaldi nella Sicilia dei Borboni, sarà parecchie volte ministro. Egli condivide l'ostilità del re Vittorio Emanuele II nei riguardi della Chiesa. Maria de Barral, la madre di Alessandra, soffre per le idee rivoluzionarie del marito; la salute cagionevole non le permette di circondare la figlia di tutte quelle attenzioni che vorrebbe darle il suo affetto. Alessandra ha un fratello maggiore, Carlo.
Un vulcano costantemente in eruzione
«Sandra» dimostra fin dall'infanzia un carattere testardo e indomabile. Affascinata dai cavalli, diventerà ben presto un'ottima cavallerizza. A dieci anni, viene messa in collegio al Sacro Cuore della Trinità dei Monti, a Roma. Sua madre spera che le Suore la aiuteranno a correggere il suo carattere indipendente; ma Sandra si comporta come una ribelle, fa il diavolo a quattro nel convitto e distrae le altre convittrici. Viene espulsa, alla fine dell'anno scolastico. Suo padre la fa allora ammettere all'Annunciazione di Poggio Imperiale; in quel collegio improntato al pensiero liberale, la direttrice le dà la massima libertà affinchè segua la sua inclinazione smodata per la lettura... Malgrado tutto, Sandra diventa, in poco tempo, un'ottima alunna; tuttavia, fin dall'età di tredici anni, influenzata da un insegnante miscredente, ha dubbi nei riguardi della fede. «La sua intelligenza era come un vulcano, costantemente in eruzione», dirà una delle sue compagne. D'altro canto, ha un cuore d'oro e torna spesso in convitto senza un soldo, avendo dato tutto ai poveri.
A sedici anni, tornata nella dimora familiare, Sandra non vi trova la madre, che, ammalata, è dovuta entrare in una casa di cura. Si riavvicina allora al padre, che va orgoglioso di lei: alta, bella quanto intelligente, Sandra è una che si nota. Assolve il compito di padrona di casa e si lascia nello stesso tempo iniziare all'alta politica da suo padre, che sarà parecchie volte Presidente del Consiglio. Tuttavia, una profonda crisi spirituale sopraggiunge e le turba l'anima. «Mi sembrava, dirà più tardi, che tutto crollasse attorno a me, e cercavo disperatamente un punto d'appoggio fermo, fuori di me. Ricordo certe notti d'angoscia e di sofferenza indicibile. Non vi è dolore peggiore di quello dell'anima che cerca e non riesce a raggiungere la verità». Conscio delle difficoltà incontrate da coloro che cercano la verità, Papa Giovanni Paolo II scriveva: «Non vi è preparazione più urgente della seguente all'annuncio del messaggio evangelico: condurre gli uomini alla scoperta della loro capacità di conoscere la verità e del loro desiderio di avanzare verso il senso ultimo e definitivo dell'esistenza» (Enciclica Fides et ratio, settembre 1998; n. 102).
La lettura della Vita di Gesù di Renan, opera che nega il soprannaturale e vede in Gesù soltanto un «uomo straordinario», è fatale per la fede vacillante di Alessandra. Di quel giorno, dirà più tardi: «fu uno dei più tristi della mia esistenza. Sentii allora che la vita perdeva per me la sua unica ragione di essere». Si apre per la ragazza una lunga strada di tenebre. Essa cerca di distrarsi frequentando la società più facoltosa: parte in crociera sullo yacht personale dell'imperatore di Germania Guglielmo II, mantiene strette relazioni con la regina Margherita d'Italia... A diciotto anni, Sandra sorprende il suo ambiente sposando Marcello Carlotti da Garda, marchese di Riparbella, maggiore di lei di dieci anni. Forse la decisione si spiega in parte per il desiderio della ragazza di lasciare la famiglia: suo padre ha un'amante, che diventerà sua moglie dopo la morte di Maria de Barral, sopravvenuta nel 1896. I giovani sposi si sistemano nella lussuosa proprietà dei Carlotti a Garda. Negli anni seguenti, la giovane sposa metterà al mondo due maschi, Antonio e Andrea.
Ma Marcello presenterà ben presto i sintomi della tubercolosi. Fin dall'inizio del 1900, sa di essere spacciato e si sforza di affrontare la morte quale seguace delle teorie materialistiche. Sua moglie, all'epoca, scrive: «Marcello fa tutti gli sforzi possibili e immaginabili per mostrarsi sereno e direi quasi indifferente... Tuttavia, sono quasi certa che tutto ciò è artificiale e l'infelice soffre due volte, non volendo neppur mostrare che soffre». Per questo, Sandra, a quell'epoca, torna un po' alla fede e si preoccupa di non permettere al marito di lasciare la terra senza i soccorsi della religione. Si rivolge ad un prelato di Verona, Monsignor Serenelli; ma questi non può far altro che manifestare il proprio interessamento alla coppia colpita dalla sciagura: il marchese Carlotti rifiuta qualsiasi soccorso religioso. Si spegne il 29 aprile 1900, senza aver dato alcun segno di apertura alle realtà eterne. Alessandra è vedova a 24 anni, con due bambini, e con il senso di non aver saputo portare a buon fine la sua missione spirituale nei riguardi del marito.
Un vuoto che nulla può colmare
Tuttavia, la marchesa si dedica all'educazione dei figli e sembra riprender gusto alla vita. Nel novembre del 1901, scrive a Monsignor Serenelli: «Risento profondamente l'assenza di un ideale; è un vuoto nella vita che nulla può colmare, nessuna distrazione, nessuna pazzia, nessuna occupazione. Che m'importa di aver la salute, una grande agiatezza, un nome, se sono diventata odiosa a me stessa? Lei, che ha consacrato la vita al sollievo di tante miserie, creda pure che la mia, per quanto celata e sopportata con volto impassibile, non è tuttavia fra le meno importanti». Nel corso dell'inverno del 1900-1901, Alessandra affida i figli ad una governante e parte, assieme ad una Lady inglese, per un pericoloso viaggio di esplorazione in Marocco. Alessandra nota la religiosità delle guide mussulmane, che si prosternano cinque volte al giorno davanti all'Eterno. Impressionata, si chiede se tutte le religioni non si equivalgano: «Ho pensato per molto tempo che tutte le religioni avessero un valore quasi uguale e dovessero di conseguenza esser tutte considerate dal punto di vista dell'utilità sociale» (lettera del 14 gennaio 1902).
Tale mentalità è oggigiorno molto diffusa. La Chiesa vi risponde: «Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, è la Parola unica, perfetta e definitiva del Padre, il quale in Lui dice tutto, e non ci sarà altra parola che quella» (Catechismo della Chiesa Cattolica, CCC, n. 65). «Bisogna riaffermare che la rivelazione di Gesù Cristo è definitiva e completa. Infatti, si deve credere fermamente che la rivelazione della pienezza della verità divina si realizza nel mistero di Gesù Cristo, Figlio di Dio incarnato, che è la via, la verità e la vita (Giov. 14, 6)» (Dichiarazione Dominus Jesus, della Congregazione per la Dottrina della Fede, 6 agosto 2000, n. 4). La Chiesa è autorizzata a diffondere tale insegnamento con la massima certezza, perchè Gesù Cristo ha provato di esser Dio attraverso le sue opere. Egli ha potuto dire a coloro che si apprestavano a metterlo a morte: Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi. Ma se le compio, anche se non volete credere a me, credete almeno alle opere, perchè sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre (Giov. 10, 37-38). Il più gran miracolo di Gesù Cristo è l'evento storico, e in pari tempo trascendente, della sua propria risurrezione. L'ha predetta lui stesso pubblicamente, e gli Apostoli l'hanno comprovata a rischio della loro vita.
Piena di dubbi, Sandra si rivolge a Dio: «Talvolta pregavo, scriverà, chiedendo insistentemente a Dio un raggio di luce e di grazia, e soprattutto il dono della fede... Allora mi capitava di ripetere, ma a gran distanza di tempo fra una volta e l'altra, la promessa di dare la vita a Nostro Signore, nella forma più perfetta e completa che mi fosse dato di concepire, se Egli si fosse degnato di farmi la grazia richiesta».
Lavoro leale ma inefficace
Di ritorno in Italia, Alessandra si rituffa nel mondo; confida tuttavia a certe persone il suo smarrimento e la sua ricerca spirituale. Il cardinale francese Mathieu le consiglia di studiare con perseveranza la filosofia e la teologia; le propone addirittura un piano di studio. Purtroppo, invece di attenercisi, essa si butta febbrilmente nella lettura di opere di critica filosofica o biblica di spirito razionalistico. Confesserà di esserne uscita profondamente turbata. Si immagina di poter risolvere la sua crisi spirituale attraverso un lavoro leale e perseverante. Ma voler conquistare la fede con le proprie forze, vuol dire dimenticare che essa è un dono divino: Senza di me non potete far nulla, dice Gesù (Giov. 15, 5). Pensando di poter leggere tutto senza discernimento, Sandra è sballottata fra le onde mobili del dubbio. Monsignor Serenelli se ne accorge e, in una lettera, le raccomanda di essere più umile nella sua ricerca della Verità: «La fede pura e luminosa non è il frutto di ragionamenti umani, bensì il dono di Dio... di conseguenza, chiediamo al Signore il dono di questa fede». A seguito delle esortazioni del prelato, nel febbraio del 1902, si confessa e si comunica. Ma tale passo manca di profondità, ingenera soltanto una pratica sacramentale intermittente, compiuta nel turbamento e l'incertezza: non ha veramente ritrovato la fede. Si annuncia una crisi più grave.
Il 26 maggio 1903, alla Scala di Milano, Alessandra viene presentata a Gabriele d'Annunzio, amico di suo fratello. L'uomo alla moda, che si dice sia il più grande poeta italiano della sua epoca, non piace di primo acchito alla giovane signora, che conosce la sua fama di seduttore. Lui, invece, concepisce una viva passione per quella donna, tanto bella quanto intelligente. Non si scoraggia di fronte alla sua freddezza, perchè sa rendersi irresistibile grazie al fulgore incomparabile della parola. Alessandra confessa di esser stata toccata dal «colpo di fulmine» il 12 novembre 1903, giorno del matrimonio del fratello Carlo; in seguito, accetterà di ricevere d'Annunzio parecchie volte e subirà il fascino del seduttore. Tuttavia, Sandra prova a sfuggirgli, risponde con un rifiuto alle lettere quotidiane che le manda. Prende addirittura in considerazione la possibilità di un ritiro spirituale in un convento del Cenacolo che le raccomanda Monsignor Serenelli; ma il ritiro non avrà luogo. Allora, la trappola si chiude. Malgrado i rimproveri della famiglia, nel maggio del 1904, va a raggiungere d'Annunzio nella villa della «Capponcina», vicino a Pisa, rinunciando all'onore e abbandonando i due figli. L'ebbrezza dei due amanti durerà un anno.
Nella primavera del 1905, Sandra si ammala gravemente e deve esser ricoverata in una clinica, dove subisce tre interventi chirurgici. Teme di morire senza esser munita dei sacramenti, ma non ha il coraggio di rompere la relazione con d'Annunzio. Quando viene dimessa dalla clinica, guarita, la sua bellezza è in parte sfiorita ed essa constata ben presto che il poeta non è più lo stesso con lei; instabile com'è, ha già in vista un'altra conquista. Alla fine del 1906, le fa capire che è di troppo alla «Capponcina». L'anno seguente è terribilmente doloroso per Alessandra. Tuttavia, la penosa avventura la aiuta a capire di esser fatta per amare non una creatura, ma il Creatore. La beatitudine alla quale Dio chiama l'uomo «ci invita a purificare il nostro cuore dai suoi istinti cattivi e a cercare l'amore di Dio al di sopra di tutto. Ci insegna che la vera felicità non si trova nè nella ricchezza o nel benessere, nè nella gloria umana o nel potere, nè in alcuna attività umana, per quanto utile possa essere, come le scienze, le tecniche e le arti, nè in alcuna creatura, ma in Dio solo, sorgente di ogni bene e di ogni amore» (CCC, 1723).
«L'unico oggetto dei miei pensieri»
Di ritorno nella sua villa, a Garda, Alessandra, sul finire del 1907, riallaccia i rapporti con Monsignor Serenelli, cui scrive: «So che la mia preghiera è troppo indegna per salire fino a Dio. Eppure, oserò dire con il re Davide: Abbi pietà di me, Signore; guarisci la mia anima, perchè ho peccato contro di Te... Mi aiuti a trovare la strada che mi conduca a Dio, perchè sono molto addolorata di essermi allontanata da Lui, e questo è l'unico oggetto dei miei pensieri». Il prelato non rifiuta di ricevere il figliol prodigo, di cui raccoglie ben presto la confessione; nella primavera del 1908, Sandra fa un ritiro spirituale di sant'Ignazio. Gli Esercizi di sant'Ignazio hanno prodotto, attraverso i secoli, abbondanti frutti di santità. Papa Giovanni Paolo II, seguendo le orme dei suoi predecessori, li ha raccomandati per tutti e specialmente per i giovani: «Sono un'esperienza quasi necessaria, soprattutto in certi momenti delicati della crescita, se vogliamo che i giovani rimangano cristiani» (17 novembre 1989).
Sandra assume quale precettore un sacerdote francese, l'abate Gorel, affinchè si occupi dell'educazione dei suoi due figli. Gli espone le sue ultime obiezioni contro la fede. Convinta che la dottrina cattolica sia in contraddizione con la ragione, stenta ad ammettere, per esempio, la possibilità del miracolo. Non ha ancora capito che, «anche se la fede è sopra la ragione, non vi potrà mai essere vera divergenza tra fede e ragione, poichè lo stesso Dio che rivela i misteri e comunica la fede, ha anche deposto nello spirito umano il lume della ragione; questo Dio non potrebbe negare se stesso, nè mai il vero contraddire il vero» (Concilio Vaticano I, Dei filius, IV). Il miracolo è possibile, poichè Dio, che è l'autore delle leggi della natura, ha altresì la potenza di derogarvi. Gesù Cristo ha compiuto miracoli onde provare la propria missione e la propria natura divina, ed attribuisce lo stesso potere a certi Santi, in vista del bene delle anime.
L'abate Gorel consiglia allora a Sandra di fare un viaggio a Lourdes. Essa vi consente, non senza scetticismo, e, il 5 agosto 1910, si trova provvidenzialmente presente nell'ufficio delle constatazioni mediche, all'atto della guarigione miracolosa più notevole di quell'anno, cioè quella di un paralitico colpito da una mielite incurabile. Ormai, la sua convinzione sulla possibilità dei miracoli è acquisita. In un profondo raccoglimento, si confessa all'abate Gorel, che, dopo la di lei morte, dirà: «Tutte le esitazioni, tutte le tergiversazioni, tutte le resistenze erano vinte, e, quella volta, proprio per sempre». Alessandra preciserà: «Ho riflettuto molto all'atto compiuto a Lourdes e sono lieta di riconoscere di non aver agito spinta da un momento di emozione religiosa, ma di aver compiuto un atto volontario e ponderato, preparato lungamente da anni di studio e di meditazione».
Il luogo del tuo riposo
L'idea di farsi Suora non la lascia più. Rinnova a Dio l'offerta di se stessa e Gli chiede lumi. Lei che, un tempo, esclamava, dopo aver fatto visita ad una Religiosa: «Per quanto mi riguarda, potrei sopportare la povertà, ma non rinunciare alla mia indipendenza nè sottomettere la mia volontà a qualcuno», aspira ora all'obbedienza. Si sente attratta dall'ordine delle Carmelitane, in gran parte «perchè è un ordine di penitenza... Ho un'assoluta necessità di una vita un po' dura; è una delle ragioni principali che mi hanno fatto scegliere l'ordine delle Carmelitane». Nel luglio del 1911, la marchesa parte alla volta di Paray-le-Monial, città nota per via delle apparizioni del Sacro Cuore; l'abate Gorel le ha raccomandato il convento delle Carmelitane. È preferibile che ciò avvenga in Francia piuttosto che in Italia dove è troppo conosciuta. Appena arrivata, sente una voce interiore che le dice: «Questo è il luogo del tuo riposo». La Priora dà il suo assenso e l'ammissione viene fissata all'autunno seguente. Prima di lasciare Garda, si reca presso la parrocchia per chiedere perdono di tutti gli scandali dati. Il 28 ottobre 1911, la porta del convento delle Carmelitane di Paray si richiude dietro di lei.
Il noviziato di Alessandra, che ha assunto il nome di Suor Maria di Gesù, è un periodo difficile: malgrado la sua generosità, incontra difficoltà per abituarsi ad una vita povera, dipendente. Ha 35 anni e non è assolutamente preparata all'austerità della vita delle Carmelitane, nè all'ambito ristretto di un monastero di clausura. Ma, soprattutto, è l'aridità spirituale che la tormenta fin dall'inizio del 1912: «Impossibile pregare, pensare, leggere. Non vedo la fine di questa prova. Non so se sia divina, o se io non sia caduta in un abisso senza fondo», scrive nel suo diario. Solo rimangono intatte la fede, conquistata tanto laboriosamente, e la certezza della sua vocazione religiosa. Tuttavia, a partire dal 1914, le consolazioni e le grazie mistiche succedono allo stato di abbandono interiore.
Il demonio, molto turbato dalla novizia, la assilla in mille modi, ivi incluse persecuzioni fisiche, sovente avvertite dalle altre Carmelitane: strani frastuoni, rumore di passi che seguono Suor Maria di Gesù... Ma lei non si lascia intimidire. La sua attrattiva per la sofferenza riparatrice e la penitenza è molto profonda; deve addirittura esser frenata dalla Priora. Nominata infermiera, si occupa di una Carmelitana colpita da tubercolosi. Mentre fa un'iniezione all'ammalata, a causa di un falso movimento, si punge con la siringa e si inocula il microbo. Qualche giorno più tardi, la malattia comincerà a manifestarsi nell'infermiera improvvisata: accessi di febbre, enormi ascessi che si riproducono a brevi intervalli per quattro anni. Eppure, non muore; il Signore ha ancora bisogno di lei. Il 26 aprile 1913, durante una tregua della malattia, Suor Maria di Gesù pronuncia i voti. Un anno dopo, la Priora nomina Istruttrice delle Novizie la giovanissima professa.
Nel 1916, perde i due figli, colpiti anch'essi da tubercolosi. Poi, nel marzo del 1917, sopravviene il decesso della Priora di Paray. Suor Maria di Gesù viene eletta alla di lei successione. Essa dà un'impronta profonda al suo Convento, attraverso una spiritualità esigente, ed insiste sulla funzione delle contemplative, incaricate da Dio e dalla Chiesa di ottenere, a forza di preghiere e di sacrifici, le grazie di conversione di cui il mondo ha bisogno. Pensa a tante anime che, come lei un tempo, cercano la luce.
Grazie alle numerose vocazioni che affluiscono al convento delle Carmelitane di Paray, Madre Maria di Gesù può intraprendere tre fondazioni: nel 1924, quella dell'ordine delle Carmelitane a Valenciennes; nel 1928, quella di Montmartre, a due passi dalla Basilica del Sacro Cuore, a Parigi. Questa seconda fondazione viene realizzata fra numerose difficoltà materiali e politiche. Infine, a partire dallo stesso anno 1928, avviene il ripristino dell'ex Certosa del Reposoir, situata in una grande solitudine in Savoia. Madre Maria di Gesù si sente infatti spinta a installare un «Convento di Carmelitane sulla montagna», per glorificare Gesù Cristo nel mistero della Trasfigurazione. Totalmente in rovina, la proprietà deve esser restaurata pazientemente; Madre Maria di Gesù vi passa tutte le estati. L'istituzione della clausura è privista per il 1931.
Facile e bello
Ma nel marzo del 1930, la Madre è colpita da una malattia del fegato e dei reni; vuole tuttavia partire alla volta del Reposoir, per sorvegliare gli ultimi lavori. La malattia si aggrava in novembre. Trasferita in una clinica di Ginevra per ordine dei medici, essa subisce quattro interventi chirurgici infruttuosi. Riceve gli ultimi sacramenti e si spegne il 2 gennaio 1931, pronunciando le ultime parole di Gesù sulla croce: Signore, nelle tue mani consegno il mio spirito. Mentre la sua reazione abituale di fronte alla morte era il terrore, aveva confidato qualche giorno prima: «Ho provato qualcosa che non avevo mai provato all'avvicinarsi della morte: il fascino di Dio, la sete di Dio; ed ho capito quanto fosse facile e bello andare verso di Lui... Mentre fisicamente provavo le sofferenze più angosciose, l'anima era in una pace, in una letizia indicibile, grazie a quella presenza che appaga totalmente».
Incoraggiati dall'esempio della conversione di Alessandra, chiediamo allo Spirito Santo di guidare anche noi, secondo la promessa di Gesù, alla verità tutta intera (ved. Giov. 16, 13) per andare verso Dio, in cui si trovano la letizia e la pace per le quali siamo creati.
Dom Antoine Marie osb
 
"Lettera mensile dell'abbazia Saint-Joseph, 
F. 21150 Flavigny- Francia (Website :www.clairval.com)"


mercoledì 7 gennaio 2015

STORIA E SPIRITUALITA’ DEL SANTO BAMBINO DI PRAGA - La grande promessa di Gesù Bambino: Più voi mi onorerete, più io vi favorirò




Devozione all’Infanzia di Gesù

Il culto all ́infanzia di Gesu ́ nella comunita ́ cristiana risale a piu ́ di un millennio fa ́ e il suo contenuto rimanda essenzialmente alla contemplazione del mistero della Incarnazione del nostro Dio e Signore Gesu ́ Cristo. Il primissimo interesse per l ́infanzia di Gesu ́ e ́ dimostrato gia ́ da san Matteo e da san Luca nei vangeli dell ́Infanzia, seguiti subito dopo dai vangeli apocrifi (ad es. lo Pseudovangelo di Giacomo o di Tommaso). Alcuni Padri della Chiesa venerarono Dio sotto forma di bambino, come ad es. sant ́Atanasio e san Girolamo. Fra i grandi promotori di una teologia dell ́Infanzia e dell ́Incarnazione troviamo san Bernardo di Clairvaux, san Francesco di Assisi e sant ́Antonio da Padova. Successivamente poi santa Teresa d ́Avila, la quale aveva sempre con se ́ una statua del Santo Bambino Gesu ́ nelle sue fondazioni di nuovi monasteri di monache carmelitane Scalze. Proprio nella Spagna di questo periodo la sottolineatura della Incarnazione di Cristo e di conseguenza il culto per la sua infanzia trovo ́ una profonda risonanza. La raffigurazione di Gesu’ Bambino da solo, al di fuori di configurazioni sceniche, affiora all’inizio del XIV secolo. Le piu’ antiche sculture si trovano in Germania. Si dice che tale raffigurazione trovo’ un ambiente ideale nell’ambito di alcuni monasteri femminili. Troviamo molta varieta’ anche per quanto riguarda gli oggetti raffigurati nelle mani di Gesu’: mentre la mano destra normalmente benedice, nella mano sinistra compaiono uccellini (forse un eco di alcuni passaggi di evangeli apocrifi), una mela, una sfera, un libro, una croce oppure un grappolo d’uva (simbolo dell’Eucarestia - Gv 15,1-11). Nel Medioevo le statue del Santo Bambino vennero fatte principalmente di legno, mentre nel tempo barocco in vari materiali: cera, avorio, bronzo, ecc. Le statuine di questo tempo sono anche dotate di vestitini.

UNA NOTIZIA VERAMENTE SPECIALE ... Lo Scapolare di Giovanni Paolo II, si potrà venerare oggi e domani nella Chiesa del Carmelo di Sassari.



S. Eminenza Rev.ma il Cardinale Stanislao Dziwisz, Arcivescovo metropolita di Cracovia, già segretario di Giovanni Paolo II, ha inviato in dono al nostro parroco, p. Lucio Maria Zappatore, uno Scapolare della Madonna del Carmine indossato dal Servo di Dio Giovanni Paolo II.
Questo Scapolare, che ci ricorda la grande devozione del Papa alla Madonna del Carmine, mediante questo segno (nella lettera ai Carmelitani del 25 marzo 2001 il Papa affermava: "Anche io porto sul cuore da tanto tempo lo Scapolare della Madonna del Carmine!") è giunto da Cracovia portato direttamente da Suor Tobiana Sobotka, l'angelo custode del Papa, colei che ha raccolto le ultime parole di Giovanni Paolo II in polacco: "...pozwólcie mi odejsc do domu Ojca...", "...lasciatemi tornare alla casa del Padre..." la sera del 2 aprile 2005.
Con lo Scapolare è giunta la dichiarazione di autenticità, firmata dallo stesso Cardinale e consegnata nella mani di p. Lucio sabato 6 ottobre, primo sabato del mese, come per la morte del S. Padre, ha sottolineato Suor Tobiana.
Nella fotografie in basso, lo Scapolare di Giovanni Paolo II e la dichiarazione di autenticita dello Scapolare.
foto scapolare foto dichiarazione
Aggiornamento del maggio 2011
A seguito della beatificazione di Giovanni Paolo II, la reliquia è stata esposta - dal 4 maggio - in una teca alla venerazione dei fedeli; pubblichiamo anche la foto della consegna da parte di suor Tobiana dello Scapolare al parroco, p. Lucio, che aveva promesso di non diffonderla fino alla beatificazione.
foto teca scapolare foto consegna


domenica 4 gennaio 2015

"L'Epifania del Signore" - Tratto da " È Gesù che passa " di Josemarià Escrivà




Non molto tempo fa, ho avuto occasione di ammirare un rilievo in marmo che rappresentava l'adorazione dei Magi al Dio Bambino. Gli facevano corona altri rilievi raffiguranti quattro angeli, ognuno con un simbolo: un diadema, il mondo coronato dalla croce, una spada, uno scettro. In questo modo plastico, utilizzando segni ben noti, si è voluto illustrare l'avvenimento che oggi commemoriamo: alcuni sapienti — la tradizione dice che erano dei re — si prostrano davanti a un Bambino, dopo aver domandato a Gerusalemme: Dov'è il re dei giudei che è nato? (Mt 2, 2).

Anch'io, spinto da questa domanda, contemplo ora Gesù adagiato in una mangiatoia (Lc 2, 12), cioè in un posto adatto solo agli animali. Dove sono, Signore, la tua regalità, il diadema, la spada, lo scettro? Gli appartengono, ma non ne fa uso; regna avvolto in fasce. È un re che appare a noi inerme, indifeso; un piccolo bambino. Come non ricordare le parole dell'Apostolo: Spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo? (Fil 2, 7).

Il Signore nostro si è incarnato per manifestarci la volontà del Padre, e ci ammaestra fin dalla culla. Gesù ci cerca — con vocazione che è vocazione alla santità — affinché assieme a Lui portiamo a compimento la Redenzione. Ascoltiamo il suo primo insegnamento: dobbiamo corredimere cercando non il trionfo sul nostro prossimo, ma su noi stessi. A imitazione di Cristo, dobbiamo annullarci e metterci al servizio degli altri, per condurli a Dio.

Dov'è il re? Dove cercarlo se non là dove vuole regnare, cioè nel cuore, nel tuo cuore? Per questo si fa bambino: chi non ama infatti una piccola creatura? Dov'è allora il re, il Cristo che lo Spirito Santo cerca di formare nella nostra anima? Non può essere di certo nella superbia che ci separa da Dio, non nella mancanza di carità che ci isola. Lì Cristo non c'è; lì l'uomo resta solo.

Ai piedi di Gesù Bambino, nel giorno dell'Epifania, davanti a un Re che non porta segni esterni di regalità, noi diciamo: Signore, strappa la superbia dalla mia vita, distruggi il mio amor proprio, la mia smania di affermazione, di impormi sugli altri. Fa' che l'identificazione con te sia il fondamento della mia personalità. 

sabato 3 gennaio 2015

"Sorgi, Signore! Salvami!": Salmo 3 - Udienze Generali di Benedetto XVI sull'Antico Testamento di Mercoledi 7 Settembre 2011 - Roma



.....Il primo Salmo su cui mi soffermo è un Salmo di lamento e di supplica pervaso di profonda fiducia, in cui la certezza della presenza di Dio fonda la preghiera che scaturisce da una condizione di estrema difficoltà in cui si trova l’orante. Si tratta del Salmo 3, riferito dalla tradizione ebraica a Davide nel momento in cui fugge dal figlio Assalonne (cfr v. 1): è uno degli episodi più drammatici e sofferti nella vita del re, quando suo figlio usurpa il suo trono regale e lo costringe a lasciare Gerusalemme per salvarsi la vita (cfr 2Sam 15ss). La situazione di pericolo e di angoscia sperimentata da Davide fa dunque da sottofondo a questa preghiera e aiuta a comprenderla, presentandosi come la situazione tipica in cui un tale Salmo può essere recitato. Nel grido del Salmista, ogni uomo può riconoscere quei sentimenti di dolore, di amarezza e insieme di fiducia in Dio che, secondo la narrazione biblica, avevano accompagnato la fuga di Davide dalla sua città.
Il Salmo inizia con un’invocazione al Signore:


«Signore, quanti sono i miei avversari!
Molti contro di me insorgono.
Molti dicono della mia vita:
“Per lui non c’è salvezza in Dio!”» (vv. 2-3).



La descrizione che l’orante fa della sua situazione è quindi segnata da toni fortemente drammatici. Per tre volte si ribadisce l’idea di moltitudine - “numerosi”, “molti”, “tanti” - che nel testo originale è detta con la stessa radice ebraica, così da sottolineare ancora di più l’enormità del pericolo, in modo ripetitivo, quasi martellante. Questa insistenza sul numero e la grandezza dei nemici serve a esprimere la percezione, da parte del Salmista, dell’assoluta sproporzione esistente tra lui e i suoi persecutori, una sproporzione che giustifica e fonda l’urgenza della sua richiesta di aiuto: gli oppressori sono tanti, prendono il sopravvento, mentre l’orante è solo e inerme, in balìa dei suoi aggressori. Eppure, la prima parola che il Salmista pronuncia è “Signore”; il suo grido inizia con l’invocazione a Dio.