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sabato 17 gennaio 2015

IL SIGNORE TE LO CHIEDE......di Don Giuseppe Tomaselli esorcista salesiano



Confessati bene

- Non nascondere per vergogna o paura qualche peccato!

- Vuoi sapere quali siano, d’ordinario, i peccati che il demonio fa nascondere in Confessione o confessare male? Sono le mancanze commesse contro il sesto comandamento, cioè, i brutti pensieri, i discorsi vergognosi, le cattive azioni.

- Credi tu che per confessarti bene si richieda solo la sincerità? Oltre a ciò, è necessario il dolore dei peccati, condizione principalissima per avere il perdono. Il dolore è il dispiacere interno dei peccati commessi, che fa proporre di non peccare più. Se ti confessi senza il dolore, non ricevi il perdono!!

- Il termometro del dolore è il proponimento, cioè la volontà di fuggire le occasioni prossime di peccato. Perciò, se ti confessi e non hai la volontà risoluta di troncare un occasione prossima di peccato grave, in tal caso commetti un sacrilegio. Richiama con carità e tatto chi per ignoranza o cattiva volontà dovesse compiere tali sacrilegi.

- Hai nulla da rimproverarti riguardo alle confessioni passate? Se ne sia il caso, che cosa aspetti per rimediarvi? Guai a te se rimandi sempre questa sistemazione! Potrebbe mancartene il tempo.

- Se hai imbrogli di coscienza, presentati al Ministro di Dio e digli: “Padre, aiutatemi a mettere a posto i conti della mia anima!”

Ogni volta che vieni alla confessione, posso versare in te tutta la mia grazia.. Io stesso ti aspetto nel confessionale.. infelici coloro che non ne approfitteranno, la invocherete invano quando sarà troppo tardi!!” (Gesu a S. Faustina Kowalska)

venerdì 16 gennaio 2015

Beato Giustino Maria Russolillo – Una vita per le vocazioni - Biografia e Film


Nascita e Infanzia

I. – LA NASCITA.
Il 18 gennaio 1891 Pianura si svegliò sotto la neve; mai se n’era veduta tanta. Durò dodici tredici giorni. Crollò qualche vecchia casa.I parenti avrebbero voluto rimandare il battesimo per organizzare i festini. Era il terzo maschio e si distingueva dagli altri tanto che la levatrice, zia Girolama, con la confidenza che le consentiva l’età avanzata e l’ufficio delicato, tenendo in braccio il neonato, disse alla puerpera: – Questo figlio non è come gli altri; con chi l’hai avuto? – Il Signore Vi perdoni, comare mia, rispose sorridente Giuseppina Simpatia, nient’affatto offesa ma commossa, perché aveva tradotto benissimo il significato di quella battuta “è frutto del cielo e non della terra”. Questa prima impressione resterà immutata: dovunque andrà, con chiunque tratterà, Giustino comparirà sempre come l’uomo di Dio, una creatura del cielo vivente sulla terra. Il giorno dopo, Giuseppina avvolse il neonato in uno scialle, chiamò il marito Luigi e gli disse molto risolutamente:- Il Signore ci manda i figli per la sua gloria e non per i nostri festini; mandiamo subito a battezzare questa creatura.
Luigi precedette il piccolo corteo spalando la neve. La levatrice osservò che il bimbo, rimasto quieto durante il sacro rito, al momento dell’infusione aveva abbozzato un sorriso di beatitudine celeste.- Sentite che vi dico, divinò poi alla mamma, questo bambino sarà prete, e fin d’ora pretendo una messa per l’anima mia.
2. – L’INFANZIA.
Fin dai primissimi anni, fu chiaro che Giustino non era fatto per un mestiere, nemmeno per una professione: egli aveva una missione. L’ingegno precoce, la docilità assoluta, la pietà singolare lo preconizzavano sacerdote. Era tutto sale, né gli mancava qualche acino di pepe. – Perché, domandò allo zio Giuseppe, perché i morti li chiamano “la buonanima”? Si diventa buoni dopo la morte ? – No, spiegava lo zio, dobbiamo diventare buoni durante la vita; dopo la morte ci chiamano buonanima per pietà, ma solo il Signore conosce la verità. Secondo una credenza popolare le creature molto giudiziose campano poco; perciò le vicine di casa pronosticavano male. – È troppo intelligente, dicevano, non può andare innanzi.- E perché ? rispondeva la mamma lusingata e risentita, forse solo gli scemi vanni innanzi?
La nonna, Giuseppina Scherillo, istruita e lesta, troncò una questione del genere con una sentenza d’oro: – Ve lo dico io dove stava questa creatura: nel talento di Dio ! Non gli mancava il pepe. La vecchia Santina prillava il fuso; egli, lesto, l’acchiappava e tirava. – “Statte sora, statte sora” (Stà fermo), biascicava la vecchia. Egli le rifaceva il verso fino a che, infastidita, Santina aggiungeva: – Madonna mia, pigliatillo! E l’impertinente, di rimando, correggeva a pigliatella. Stava, quieto, solo quando poteva celebrare, confessare, predicare all’uditorio senile delle casigliane che poi si sdebitavano insegnandogli il ricamo, l’uncinetto, la calza tanto che da grande egli fu un competente nel distinguere ed apprezzare i lavori donneschi. Era il benvenuto in tutte le cucine: non gli importava il meglio o il peggio, gli premeva solo di scansare le patate.

Su Fogulone - In Sardegna, quella di Sant'Antonio Abate e' fra le ricorrenze piu' celebrate



Col suo porchetto e col suo bastone di férula, Sant' Antonio si presentò, dunque, alla porta dell'inferno e bussò: - Apritemi! Ho freddo e mi voglio riscaldare. I diavoli alla porta videro subito che quello non era un peccatore, ma un Santo e dissero: - No. no! T'abbiamo riconosciuto! Non ti apriamo. Se vuoi lasciamo entrare il porchetto, ma te no.

E così il porchetto entrò. Cari miei, appena dentro si mise a scorrazzare con una tale furia da mettere lo scompiglio ovunque, tanto che i diavoli, ad un certo punto, non ne poterono proprio più. Finirono perciò per rivolgersi al Santo, che era rimasto fuori dalla porta. - Quel tuo porco maledetto ci mette tutto in disordine! Vientelo a riprendere. Sant'Antonio entrò nell' inferno, toccò il porchetto col suo bastone e quello se ne stette subito quieto. - Visto che ci sono, - disse Sant'Antonio, - mi siedo un momento per scaldarmi. E si sedette su un sacco di sughero, proprio sul passaggio dei diavoli. Infatti, ogni tanto, davanti a lui passava un diavolo di corsa.

E Sant'Antonio,col suo bastone di fèrula, giù una legnata sulla schiena! Ad un certo punto i diavoli, arrabbiati, esclamarono: - Questi scherzi non ci piacciono. Adesso ti bruciamo il bastone. Infatti lo presero e ne fìccarono la punta tra le fiamme. Il porco, in quel momento, ricominciò a buttare all'aria tutto: cataste di legna, uncini, torce e tridenti. E i diavoli avevano un bel da fare a mettere a posto. Non ci riuscivano e non riuscivano neppure ad acchiappare quel.., diavolo di porchetto. - Se volete che lo faccia star buono, - disse Sant'Antonio, - dovete ridarmi il mio bastone. Glielo diedero ed il porchetto stette subito buono. Ma il bastone era di fèrula ed il legno di fèrula ha il midollo spugnoso. Se una scintilla entra nel midollo questo continua a bruciare di nascosto, senza che di fuori si veda. Così i diavoli non s'accorsero che Sant'Antonio aveva il fuoco nel bastone. Il Santo col suo bastone se ne uscì ed i diavoli tirarono un sospiro di sollievo. Appena fu fuori, Sant'Antonio alzò il bastone con la punta infuocata e la girò intorno, facendo volare le scintille, come dando la benedizione. E cantò: - Fuoco, fuoco, per ogni loco; per tutto il mondo fuoco giocondo!

Da quel momento, con grande contentezza degli uomini, ci fu il fuoco sulla Terra e Sant'Antonio tornò nel suo deserto a pregare.



mercoledì 14 gennaio 2015

La guarigione di un lebbroso - Prima parte - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton

 

Mc 1, 40-45

In questa guarigione di un lebbroso raccontata dall'evangelista Marco potremmo vedere le condizioni per venire infallibilmente guariti da Gesù. Esse sono: 1 - La consapevolezza della gravità della propria malattia (il lebbroso era dolorosamente consapevole di essere tale). 2- Il desiderio della guarigione. 3 - La consapevolezza che Dio solo potrà veramente guarirci. 4 - Andare da Gesù. 5 - Supplicarlo in ginocchio. 6 - Attendere con fiducia di sentire il suo tocco e la sua parola di salvezza.

Osservazioni

Dopo il tocco e la parola di Gesù la guarigione del lebbroso è immediata. Ciò che non è immediato ma carico di lunghe e amare tribolazioni è la caduta nella malattia, la presa di coscienza della sua gravità, l'inutile lotta per cercare di venirne fuori, l'esperienza dell'esclusione sociale, della solitudine, dell'impotenza; la tentazione della disperazione e del suicidio.
In questo buio profondo e angosciante è tuttavia possibile constatare la presenza di un'aspirazione, di un grido, di un gemito inesprimibile verso una guarigione e una salvezza. Si sente che la condizione disastrata in cui ci si trova non è normale, si sente che siamo fatti per la vita e per la gioia, non per la morte. È in questa situazione che l'orecchio si fa attento e sensibile alle voci di coloro che raccontano di uno che ha il potere di guarire e di risolvere anche i casi più disperati. Si cerca allora di sapere se le voci e i fatti uditi sono veramente affidabili, di ciarlatani e di venditori di fumo è pieno il mondo, mettersi nelle loro mani servirebbe solo a peggiorare la situazione.
Una volta verificate e approfondite, per quanto possibile, queste notizie, può sorgere la decisione di andare a chiedere la propria guarigione, e allora ci si mette in cammino. Lungo il cammino per incontrare personalmente il Salvatore ci potranno ancora essere degli alti e bassi, tentazioni e scoraggiamento, perché, nonostante le assicurazioni, non si è ancora incontrato il Salvatore, tuttavia, se si persevera, prima o poi il Salvatore si farà trovare ed allora dalla sua parola e dal suo tocco seguirà immediata la guarigione.

Cosa centra questa storia con la nostra

La guarigione di un lebbroso - Seconda parte - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton

 

Mc 1, 40-45

Stranezza

Possiamo considerare adesso un fatto strano, uno dei tanti che si incontrano nel Vangelo e nella vita. La stranezza è nel contrasto fra il comportamento che umanamente avrebbe chi passa da una malattia grave alla completa guarigione, dalla desolazione alla consolazione, dalla morte alla vita, e il comportamento che invece Gesù con severità chiede a colui che ha appena beneficato. Umanamente parlando sembrerebbe naturale e giusto che il lebbroso esulti per la sua guarigione, che racconti a tutti il cambiamento straordinario avvenuto nella sua vita e diffonda la fama di colui che possiede una bontà e un potere così grandi. Gesù invece con severità gli ordina di non dire niente a nessuno e di andare dal sacerdote a compiere il rito di purificazione previsto dalla legge. L'esito di questo contrasto non è secondo le indicazioni del Signore, ma secondo le inclinazioni naturali dell'uomo appena guarito, il quale non prende minimamente in considerazione le severe parole di Gesù. Evidentemente il lebbroso era stato guarito nel corpo, ma non completamente guarito nello spirito. Aveva ricevuto la guarigione fondamentale, ma aveva ancora bisogno di molta guarigione progressiva. Doveva imparare ad ubbidire alle indicazioni del Signore anche quando queste erano in contrasto con le sue vedute e il suo sentire.
La conseguenza di questa disubbidienza è che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori in luoghi deserti, e venivano a Lui da ogni parte. Se invece avesse ubbidito le cose, probabilmente, sarebbero andate diversamente e: Gesù avrebbe potuto entrare pubblicamente in città e la gente per incontrarlo non avrebbe dovuto inoltrarsi nel deserto. Vediamo così che l'agire del lebbroso secondo l'emozione e l'esaltazione del momento e in contrasto con le raccomandazioni del Signore, complica e rende più disagevole sia la missione di Gesù, sia il cammino di chi vuole incontrarlo. Inoltrarsi nel deserto per incontrare Gesù è molto più scomodo che poterlo incontrare nella propria città.
Conviene ancora osservare che la disobbedienza del lebbroso rende Gesù impotente: Gesù non poteva più entrare. Quando la volontà dell'uomo preferisce agire secondo le sue luci e i suoi criteri, nonostante le siano noti i comandamenti di Dio, Dio rispetta la libertà dell'uomo e si tiene in disparte, fuori, in luoghi deserti; lascia che le conseguenze delle scelte umane abbiano il loro corso. Normalmente seguono disagi e complicazioni.

Il primato dell'obbedienza e il fraintendimento delle parole e delle opere di Gesù

martedì 13 gennaio 2015

La giornata di Cafarnao - Prima parte Mc 1, 21-39 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton



Mc 1, 21-39
Un giorno di sabato, all'inizio della sua vita pubblica, Gesù arriva a Cafarnao con i suoi primi quattro discepoli: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. Cafarnao era una cittadina situata su una riva del lago di Tiberiade chiamato anche Mare di Galilea, qui Pietro aveva la casa, una moglie, una suocera, suo fratello Andrea e l'attività peschereccia. La casa di Pietro diventerà poi il quartier generale di Gesù e dei suoi apostoli.
Il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato ci presenta le attività che caratterizzano la vita pubblica di Gesù: Gesù insegna, Gesù risana, Gesù prega. Entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. È interessante notare come Gesù abbia scelto proprio un tempo ed un luogo di Dio per manifestare la sua sapienza e il suo amore, come dice infatti la tradizione giudaica: il sabato è il luogo di Dio nel tempo mentre la sinagoga è il luogo di Dio nello spazio. Spazio e tempo sono le coordinate entro le quali ognuno di noi si muove, e Dio ha riservato a sé alcuni spazi e alcuni tempi, vediamo quindi che i tempi e i luoghi di Dio vengono scelti da Gesù per manifestarsi all'uomo.
La prima manifestazione che i frequentatori della sinagoga di Cafarnao ricevono è una manifestazione di sapienza. Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento. Noi ci saremmo aspettati o avremmo desiderato che ci venisse riportato questo insegnamento, ed invece ci viene detto solo che l'insegnamento di Gesù destava ammirazione perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. C'era dunque un insegnamento secondo gli scribi a cui stava incominciando ad affiancarsi l'insegnamento di Gesù, l'insegnamento di Gesù metterà sempre più in evidenza la scarsa autorità dell'insegnamento degli scribi e questo, a lungo andare, farà crescere la loro inimicizia nei confronti di Gesù. Potremmo allora chiederci: Da che cosa dipendeva la scarsa autorità dell'insegnamento degli scribi?
Uno dei motivi è senz'altro da attribuire al fatto che parlare di Dio, delle sue vie e delle sue leggi non è semplice, si tratta infatti di parlare di misteri che superano le capacità dell'uomo; a questo proposito così si esprime il libro della sapienza: Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi, e incerte le nostre riflessioni... a stento ci raffiguriamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi può rintracciare le cose del cielo? (Sap 9, 13-16).

La giornata di Cafarnao - Seconda parte Mc 1, 21-39 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton



Verso la comunione intima con Dio
Per rispondere alle domande lasciate in sospeso la volta scorsa, potremmo dedurre dal comportamento di Gesù le indicazioni che ci orientano verso una comunione intima con Dio. Questa intima comunione con Dio non è qualcosa di facoltativo, ma è la meta che tutti raggiungeremo quando entreremo in paradiso, è il bene massimo che possiamo desiderare ed il solo capace di renderci pienamente felici. Ora, per raggiungere qualsiasi intimità bisogna necessariamente ritirarsi ed isolarsi da tutto. Il bambino, ad esempio, lascia i giochi ed i compagni quando vuole rifugiarsi nelle braccia della mamma. I fidanzati si appartano dagli amici e dai divertimenti per conoscersi più a fondo e manifestarsi il loro affetto. Lo scienziato di genio si isola da tutto e da tutti per dedicarsi alle sue ricerche. Lo sportivo di valore si sottopone a dure discipline ed ha le sue giornate di ritiro per raggiungere traguardi elevati. Allo stesso modo, bisogna ritirarsi da tutto ciò che non è Dio per giungere a beneficiare dell'intimità con Dio.
L'intimità con Dio però, non è un bene di cui abbiamo normalmente esperienza e perciò è un bene che non sappiamo desiderare, di conseguenza non siamo disposti a fare un gran che per venirne in possesso. Ciò di cui abbiamo esperienza è invece il beneficio che otteniamo dalle cose e dalle persone che ci circondano. Godiamo così della bellezza dei mari e dei monti, delle giornate di sole, di una casa confortevole, della compagnia delle persone che ci vogliono bene e a cui vogliamo bene. Se si presentasse allora qualcuno a chiederci il distacco da questi beni non avrebbe molto successo.
Col passare del tempo però, facciamo anche un'altra esperienza, sperimentiamo cioè che le cose e le persone si rivelano a poco a poco incapaci di rispondere pienamente alle nostre attese; un senso di vuoto, di disagio e di insoddisfazione affligge allora le zone più profonde del nostro cuore. È bene non reprimere questa presa di coscienza, perché sarà uno dei mezzi che orienterà il nostro desiderio verso la ricerca dell'intimità con Dio. Un altro mezzo è il fascino che la persona di Gesù esercita su coloro che hanno fame e sete di una vita veramente autentica e piena, una vita che non si può trovare nelle realtà di questo mondo.

lunedì 12 gennaio 2015

Sulla fiducia in Dio - Sac. DOLINDO RUOTOLO - da “La storia della mia vita nel piano della misericordia di Dio”





Gesù all'anima – Perché vi confondete agitandovi? Lasciate a me la cura delle vostre cose e tutto sì calmerà. Vi dico in verità che ogni atto di vero, cieco, completo abbandono in me, produce l'effetto che desiderate e risolve le situazioni spinose. Abbandonarsi a me non. significa arrovellarsi, sconvolgersi e disperarsi, volgendo poi a me una preghiera agitata perché io segua voi e, cambiare così l'agitazione in preghiera. Abbandonarsi significa chiudere placidamente, li occhi dell'anima, stornare il pensiero dalla tribolazione, e rimettersi a me perché io solo operi, dicendo: pensaci tu. E' contro l'abbandono, essenzialmente contro, la preoccupazione, l'agitazione e il voler pensare alle conseguenze di un fatto. E' come la confusione che portano i fanciulli, che pretendono che la mamma pensi alle loro necessità, e vogliono pensarci essi, intralciando con le loro idee e le loro fisime infantili il suo lavoro. Chiudete gli occhi e lasciatevi portare dalla corrente della mia grazia, chiudete gli occhi e lasciatemi lavorare, chiudete gli occhi e non pensate al momento presente, stornando il pensiero dal futuro come da una tentazione, riposate in me credendo alla mia bontà, e vi giuro per il mio amore che, dicendomi con queste disposizioni: pensaci tu, io ci penso in pieno, vi consolo, vi libero, vi conduco.
E quando debbo portarvi in una via diversa da quella che vedete voi, io vi addestro, vi porto nelle mie braccia, vi fo trovare, come bimbi, addormentati nelle braccia materne, all'altra riva. Quello che vi sconvolge e vi fa male immenso è il vostro ragionamento, il vostro pensiero, il vostro assillamento, ed il volere ad ogni costo provvedere voi a ciò che vi affligge. Quante cose io opero quando l'anima, tanto nelle sue necessità spirituali quanto in quelle materiali, si volge a me, mi guarda, e dicendomi: pensaci tu, chiude gli occhi e riposa! Avete poche grazie quando vi assillate voi per produrle, ne avete moltissime quando la preghiera è affidamento pieno. Non vi rivolgete a me, ma volete voi, che io mi adatti alle vostre idee; non siete infermi che domandano al medico la cura, ma, che gliela suggeriscono.

Adolfo Retté - Tema: Conversione - Discernimento degli spiriti


Questi sono i veri miracoli che Cristo continuamente compie, quando un cuore gli apre umilmente la porta della libertà. È il miracolo della Pasqua che si ripete nel tempo…(Mons. Angelo Comastri)

Nel 1907, veniva pubblicato a Parigi un libro dal titolo suggestivo: Dal diavolo a Dio. L'autore, Adolfo Retté, vi narra la sua conversione al cattolicesimo. L'opera ebbe un successo considerevole; ha contribuito alla conversione di numerose anime che vi hanno trovato luce e incoraggiamento per le proprie lotte spirituali.
Nato a Parigi il 25 luglio 1863, Adolfo Retté non conosce nell'infanzia la gioia di una famiglia. Suo padre vive in Russia, precettore dei figli di un granduca. Sua madre, musicista assorbita dalla sua arte, si occupa del figlio solo per capriccio, per sperimentare su di lui metodi di educazione contraddittori. Il piccolo riceve il battesimo per iniziativa della nonna, cattolica pia e praticante. Suo nonno, rettore dell'Università di Liegi, un anticlericale accanito, si oppone a qualsiasi istruzione religiosa.
Adolfo è un bambino sognatore, impressionabile, avido di letture e già amico della solitudine. A quattordici anni, viene messo in collegio. Suo padre esige che segua le pratiche del culto protestante: il ragazzo ne ricava unicamente una vaga credenza in Dio, ed una ripulsione per il cristianesimo. Ha diciotto anni, quando si arruola volontario per cinque anni nell'esercito. La vita militare gli insegna a frenare la sua natura imperiosa, ma si lascia andare alla dissolutezza. Se un amico propone: «Andiamo a far bisboccia», esclama: «Non andiamoci, corriamoci!» Dopo aver ottenuto il congedo militare, inizia una carriera letteraria. Si entusiasma per la natura, soprattutto per la foresta, e si indirizza inizialmente verso il panteismo (sistema che identifica Dio con il mondo).
Risparmi dilapidati
Nel 1894, si innamora di una ragazza, generosa e retta, cui impone un'unione puramente civile, ritenendo ipocrisia la richiesta della benedizione di una Chiesa in cui non credeva. Malgrado l'amore per la moglie, Adolfo, è un coniuge violento ed infedele. Un giorno, essa riesce a mettere da parte un po' di denaro per comprargli alcuni libri che egli desidera, nonchè un vestito per sè di cui ha bisogno. Quando egli lo viene a sapere, esige che essa gli rimetta la somma. Davanti al di lei rifiuto, gliela strappa brutalmente, e se ne va a dilapidarla con una donna di cattivi costumi. Vittima di numerose scene del genere, la Signora Retté muore prematuramente. Adolfo si mette allora in concubinaggio con una donna senza morale, che dilapida le loro magre risorse, moltiplicando litigi e ingiurie. Solo l'ascendente che la donna esercita sui suoi sensi pervertiti, trattiene Retté presso di lei, sempre più triste e disgustato, ma troppo debole per rompere.

sabato 10 gennaio 2015

IL BATTESIMO DEL SIGNORE San Massimo di Torino




Il Vangelo ci racconta che il Signore venne al Giordano per essere battezzato e volle che in questo stesso fiume la sua consacrazione fosse confermata da segni celesti. Non dobbiamo meravigliarci che in questo egli abbia preceduto tutti gli altri. Volle compiere per primo quello che comandava di fare, per insegnare - da buon maestro - la sua dottrina non tanto con le parole, quanto piuttosto con gli atti che compiva...
E' significativo che questa festa segua, nello stesso volgere di tempo, quella della nascita del Signore, nonostante siano intercorsi degli anni fra i due avvenimenti, perché credo che tale festività celebri ancora una nascita... Là nasce come uomo e Maria, sua madre, lo riscalda stringendolo al seno; qui nasce secondo il mistero e Dio, suo Padre, lo abbraccia con la carezza della sua voce, dicendo: Questi è il mio Figlio diletto nel quale ho riposto ogni mia compiacenza, ascoltatelo (Mt. 3, 17 e 17, 5)...
Oggi dunque il Signore Gesù è venuto a ricevere il battesimo e ha voluto che il suo corpo fosse lavato nell'acqua del Giordano. Qualcuno forse dirà: «Perché ha voluto farsi battezzare se è Santo?». Ascoltami dunque: Cristo è battezzato, non per essere santificato dalle acque, ma per santificare lui stesso le acque e per purificare - lui, puro - le acque che tocca. Si tratta dunque più di una consacrazione dell'acqua che di quella del Cristo.
Dal momento in cui il Salvatore è lavato, tutta l'acqua è resa pura in vista del battesimo di noi tutti é viene purificata la sorgente, perché la grazia del lavacro passi alle generazioni che si succederanno nel tempo.
Il Cristo passa per primo attraverso il battesimo, perché i popoli cristiani seguano con fiducia il suo esempio.
Così la colonna di fuoco precedette i figli di Israele nel Mar Rosso, perché la seguissero coraggiosamente nel cammino da essa indicato e, ancora per prima, attraversò le acque, per preparare la strada a quanti la seguivano. Quest'avvenimento fu, secondo la parola dell'Apostolo, una figura del battesimo (cfr. 1Cor. 10, 1 ss.) e battesimo era veramente quello in cui gli uomini erano coperti da una nube e portati dalle acque. Tutto ciò ha compiuto lo stesso Cristo nostro Signore, che, come allora aveva preceduto nella colonna di fuoco i figli d'Israele, così nel Giordano precedette nella colonna del suo corpo i popoli cristiani. La stessa colonna, dico, che illuminava gli occhi degli Ebrei in marcia, dona la luce ai cuori dei credenti. Allora essa tracciò un cammino sicuro tra le onde, ora corrobora la via della fede in questo lavacro: chi procederà intrepido, con fede, come i figli di Israele, non temerà la persecuzione degli Egiziani.


Homilia XXX De Epiphania