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venerdì 23 gennaio 2015

L’INDURIMENTO del cuore - Sac. Cornelio A Lapide



CHE COSA È L'INDURIMENTO. - «Qual è che si chiama cuore indurito? domanda S. Bernardo, e risponde: È quello che non inorridisce di se medesimo, perché non sente più nulla. È quello che la compunzione non ispezza, la pietà non ammollisce, le preghiere non commuovono, le minacce non scuotono, i flagelli intristiscono. Esso è ingrato ai benefizi, sordo ai buoni consigli, spietato nel giudicare, spudorato nelle cose disoneste, temerario nei pericoli della salute, inumano con i suoi simili, superbo con Dio, dimentico del passato, non curante del presente, imprevidente del futuro. Del passato altro non ricorda che le ingiurie ricevute, perde il presente, chiude gli occhi sull'avvenire, eccetto che per vendicarsi. E per comprendere tutti in una parola i mali di così orrendo male, si chiama cuore indurito quello che non ha nessun timore di Dio, nessun rispetto agli uomini (De Consid., lib. I)».
L'indurimento è: 1° la malizia di colui che vuole peccare e non fare il bene; 2° un così forte ed ostinato attaccamento a ciò che è proibito, che non si vuole abbandonarlo né per ammonizioni, né per consigli, né per minacce, né per promesse, né per ricompense, né per castighi, né per ispirazioni, né per grazie.
Un cuore indurito: 1° non vuole comprendere, per timore di dover fare il bene (Psalm. XXXV, 3). Medita l'iniquità ad animo calmo, tiene il piede in tutte le strade non buone; non si rifiuta ad alcuna ribalderia (Ib. 4). 2° Si rallegra quando fa il male e gode dei più enormi delitti (Prov. II. 14). Quando uno si compiace delle cose vergognose è arrivato al fondo della disgrazia; poiché è disperata la guarigione di colui che fa dei vizi un affetto, un abito... 3° Il cuore indurito corre tutta la via del male, si burla di Dio e della virtù... 4° Il suo peccato diventa quasi indistruttibile, incurabile la sua piaga... 5° Non arrossisce dei suoi fatti per quanto maliziosi e vergognosissimi... 6° E incorreggibile... 7° Dio l'abbandona, lo rigetta. lo disprezza, lo maledice... 8° Flagellato da Dio, non sente più nulla, ha soffocato perfino i rimorsi... 9° L'abito gagliardo e inveterato di fare il male gli rende quasi impossibile fare il bene e schivare il peccato... 10° S. Paolo dice che un tal cuore accumula sopra di sé il furore di Dio, che è abbandonato al reprobo senso; lo chiama figlio di perdizione, vaso destinato all'esterminio. pieno di furore, che trabocca nei peggiori misfatti... 11° Questo cuore aggiunge iniquità ad iniquità, peggiora di più in più la deplorevole e disperata sua condizione, macchiandosi di sempre nuove immondizie, tuffandosi di ora in ora, di momento in momento, sempre più profondamente nella sterminata cloaca delle più vituperose e laide passioni...

giovedì 22 gennaio 2015

Dal Vangelo secondo Marco - Mc 3, 13-19 - Chiamò a sé quelli che voleva perché stessero con lui.




In quel tempo, Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.
Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.

Parola del Signore


Riflessione

Tanti seguono Gesù... ma, alla fine, è Lui solo che decide chi avere con se per una missione particolare.

E' importante per noi sapere che è sempre Lui che chiama e che sceglie. E' bello osservare come la scelta dei Dodici avviene dopo una lunghissima notte in preghiera, infatti, solo all'alba chiama i discepoli e comunica loro la Sua decisione.

E' quello che dovremmo fare noi... pregare e chiedere al buon Dio il Suo parere prima di prendere qualsiasi decisione importante.

Ne sceglie dunque dodici che rappresentano in qualche modo tutti i popoli: nessuno deve rimanere senza un buon pastore. Ma per essere tale, Gesù è come se mettesse una condizione: “Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni”.

Questo significa che la cosa più importante è prima di tutto stare con Gesù, conoscere Gesù e amare Gesù sopra ogni cosa. I nostri occhi devono essere orientati verso di Lui... il nostro cuore deve palpitare per Lui... e le nostre braccia devono dirigersi verso di Lui. E solo dopo che avremmo posto Gesù al centro della nostra vita, saremmo in grado di essere degli strumenti affidabili per la costruzione del Suo Regno. Riusciremo quindi ad amare il prossimo, a servirlo e a guarirlo, solo se Cristo è radicato nel nostro cuore. Dobbiamo insomma conoscere ogni cosa di Gesù: le parole, le opere, gli insegnamenti, le risposte, ma soprattutto gli atteggiamenti, un certo stile, un certo sentire come Cristo...

Nella nostra società c'è un po' di confusione... si pensa di essere religiosi compiendo un certo numero di pratiche esteriori, ma questo non significa avere fede, o al massimo è come la fede di un granello di senapa diviso quattro. L'errore di tanti consiste nel pretendere di fare proseliti da ogni parte a suon di parole; parole che vengono spesso smentire dai fatti, ossia dall'incoerenza dei comportamenti; parole che non hanno molta autorità perché ripetono più che altro cose sentite da altri, ma non sono  veramente assimilate, vissute, "sofferte"...

Troppi si credono evangelizzatori, troppi si credono buoni, troppi si credono miti, troppi si credono umili, troppi credono di amare Dio... Ma troppo pochi hanno il coraggio di dire gemendo: "Mio Dio, io non ti amo... io non credo in te... io non spero in te...". A questo punto mi domando, ma il Curato d'Ars quando esclamava: “Popolo insensibile, perché non ti lasci toccare!?... a chi si rivolgeva, se tutti sono così perfettini?... Diceva bene Benedetto XVI: “Conoscere Cristo, come processo intellettuale e sopratutto esistenziale, è un processo che ci fa testimoni. In altre parole, possiamo essere testimoni soltanto se Cristo lo conosciamo di prima mano e non solo da altri, dalla nostra propria vita, dal nostro incontro personale con Cristo. Le belle parole non incantano il Signore, ma è il riconoscere la nostra miseria che commuove il buon Dio, perché sa di grido e di gemito... e questi gemiti sono musica per le Sue orecchie... allora non rimarrà sordo, ma trasformerà i nostri cuori. Quindi, suggerimento pratico... non iniziare e non terminare mai una giornata senza almeno una bella chiacchierata con Dio.

Quando Dio sceglie qualcuno usa dei criteri diversi dai nostri; come vediamo, infatti, i discepoli non erano farina da ostie, ma Gesù non li ha scelti perché erano belli, intelligenti, dolci o irresistibili, ma perché ha visto nel loro cuore qualcosa di speciale. Essi volevano veramente conoscere Cristo, e anche se non capivano subito - l'amore di Dio è più forte delle nostre comprensioni -, il loro desiderio di verità, di giustizia, di amore... ha fatto superare loro tante paure, tanti dubbi, tante difficoltà... 

Chiediamo al buon Dio di rafforzare la nostra fede perché gli altri, vedendoci, possano dire: "Ecco, quello è un vero discepolo!". Chiediamogli di aiutarci ad imitare i dodici; e che anche loro ci incoraggino quando andiamo contro corrente, quando siamo derisi perché andiamo in Chiesa, quando parliamo di Lui, quando non vogliamo adeguarci alla logica del mondo... ma sopratutto ci aiutino a cedere le redini della nostra vita al capitano migliore che c'è sulla piazza.

Pace e bene



martedì 20 gennaio 2015

La costante situazione dei servi di Dio...



Essi devono affrontare una contraddizione che nessuna sapienza riesce a chiarire:
- da un lato, la ripetuta affermazione di un amore straordinario e geloso, rafforzata da segni anch'essi straordinari – questo esternamente – e internamente un fuoco divorante, che spinge a “sperare contro ogni speranza”:
- dall'altro, fatti... indiscutibili, gravi, innumerevoli, soffocanti, e nell'intimo la complicità del cuore umano, il quale abbandonato a se stesso, ricade ben presto e irresistibilmente nell'impressione (che egli crede del tutto giustificata da questi fatti) che non può essere così, che è tutto un sogno, una favola... e proprio allora il demonio ci attende per trascinarci al di là del dubbio, nella vertigine del nulla e nelle tenebre dell'angoscia dove non c'è più nemmeno Dio...
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Vi è una lotta fra l'uomo e Dio che non risparmierà nessuno, perché Dio stesso vuole che essa abbia luogo... (e questo è il mistero di Giobbe). I cuori semplici non hanno bisogno di tanta teologia per essere sconvolti dal mistero del male e per rivolgersi a Dio con quell'accento appassionato che viene dall'amore – accento che Jahvè preferisce di gran lunga ai ragionamenti consolanti e tiepidi degli amici di Giobbe, poco ansioni in realtà di percorrere il cammino che li condurrà alla visione...

p. Marie Dominique Molinié (dal libro “La lotta di Giacobbe”)

ANCHE SE EGLI HA FATTO DI TUTTO PER SPEZZARE LA MIA FEDE IN LUI...

domenica 18 gennaio 2015

Beata Cristina (Mattia) Ciccarelli da L'Aquila Vergine - Colle di Lucoli, L'Aquila, 24 febbraio 1480 - L'Aquila, 18 gennaio 1543



 
La Beata Cristina è uno dei personaggi più cari alla popolazione lucolana e quello per cui tutti nutrono una speciale devozione.
LA VITA IN CASA
Nacque nella frazione Colle il 24 febbraio 1480 e ricevette il nome di Mattia. Sin da bambina manifestò i segni di una serietà superiore ai suoi interessi religiosi ed era indifferente ai giochi spensierati tipici della sua età. Suor Giacoma dell'Aquila del monastero della S.S. Eucarestia, detto poi di S. Chiara, avutane notizia, esclamò: "Anima beata, tu sarai tutta di Cristo!".Fu un augurio profetico che, divenuta monaca agostiniana, si rivelò nella scelta del nome Cristina (che significa "tutta di Cristo").
Amava la ritiratezza, la semplicità, l'umiltà, il servizio; era una ragazza esemplare ed influiva persino sui buoni genitori perchè pensassero più al cielo che alla terra. Trascorreva molte ore dinnanzi all'immagine della Pietà dipinta nella sua casa e, nonostante le noie della salute, tra cui un dolore ai denti che l'accompagnò per tutta la vita, si mostrava sempre ben lieta e pensava più agli altri che a se stessa, dedicando cure ai poveri e agli infermi. Per la direzione spirituale si affidò a frate Vincenzo dall'Aquila, oggi beato, del convento di San Giuliano. Egli si trovava spesso a passare per il territorio lucolano per la questua e, ospite della famiglia Ciccarelli, disse ai genitori di Mattia che sarebbe stata una prediletta di Gesù. Addirittura la futura Beata ebbe la visione dell'ingresso al cielo dello stesso frate Vincenzo avvenuto in S. Giuliano la sera del 7 agosto 1504.

sabato 17 gennaio 2015

IL SIGNORE TE LO CHIEDE......di Don Giuseppe Tomaselli esorcista salesiano



Confessati bene

- Non nascondere per vergogna o paura qualche peccato!

- Vuoi sapere quali siano, d’ordinario, i peccati che il demonio fa nascondere in Confessione o confessare male? Sono le mancanze commesse contro il sesto comandamento, cioè, i brutti pensieri, i discorsi vergognosi, le cattive azioni.

- Credi tu che per confessarti bene si richieda solo la sincerità? Oltre a ciò, è necessario il dolore dei peccati, condizione principalissima per avere il perdono. Il dolore è il dispiacere interno dei peccati commessi, che fa proporre di non peccare più. Se ti confessi senza il dolore, non ricevi il perdono!!

- Il termometro del dolore è il proponimento, cioè la volontà di fuggire le occasioni prossime di peccato. Perciò, se ti confessi e non hai la volontà risoluta di troncare un occasione prossima di peccato grave, in tal caso commetti un sacrilegio. Richiama con carità e tatto chi per ignoranza o cattiva volontà dovesse compiere tali sacrilegi.

- Hai nulla da rimproverarti riguardo alle confessioni passate? Se ne sia il caso, che cosa aspetti per rimediarvi? Guai a te se rimandi sempre questa sistemazione! Potrebbe mancartene il tempo.

- Se hai imbrogli di coscienza, presentati al Ministro di Dio e digli: “Padre, aiutatemi a mettere a posto i conti della mia anima!”

Ogni volta che vieni alla confessione, posso versare in te tutta la mia grazia.. Io stesso ti aspetto nel confessionale.. infelici coloro che non ne approfitteranno, la invocherete invano quando sarà troppo tardi!!” (Gesu a S. Faustina Kowalska)

venerdì 16 gennaio 2015

Beato Giustino Maria Russolillo – Una vita per le vocazioni - Biografia e Film


Nascita e Infanzia

I. – LA NASCITA.
Il 18 gennaio 1891 Pianura si svegliò sotto la neve; mai se n’era veduta tanta. Durò dodici tredici giorni. Crollò qualche vecchia casa.I parenti avrebbero voluto rimandare il battesimo per organizzare i festini. Era il terzo maschio e si distingueva dagli altri tanto che la levatrice, zia Girolama, con la confidenza che le consentiva l’età avanzata e l’ufficio delicato, tenendo in braccio il neonato, disse alla puerpera: – Questo figlio non è come gli altri; con chi l’hai avuto? – Il Signore Vi perdoni, comare mia, rispose sorridente Giuseppina Simpatia, nient’affatto offesa ma commossa, perché aveva tradotto benissimo il significato di quella battuta “è frutto del cielo e non della terra”. Questa prima impressione resterà immutata: dovunque andrà, con chiunque tratterà, Giustino comparirà sempre come l’uomo di Dio, una creatura del cielo vivente sulla terra. Il giorno dopo, Giuseppina avvolse il neonato in uno scialle, chiamò il marito Luigi e gli disse molto risolutamente:- Il Signore ci manda i figli per la sua gloria e non per i nostri festini; mandiamo subito a battezzare questa creatura.
Luigi precedette il piccolo corteo spalando la neve. La levatrice osservò che il bimbo, rimasto quieto durante il sacro rito, al momento dell’infusione aveva abbozzato un sorriso di beatitudine celeste.- Sentite che vi dico, divinò poi alla mamma, questo bambino sarà prete, e fin d’ora pretendo una messa per l’anima mia.
2. – L’INFANZIA.
Fin dai primissimi anni, fu chiaro che Giustino non era fatto per un mestiere, nemmeno per una professione: egli aveva una missione. L’ingegno precoce, la docilità assoluta, la pietà singolare lo preconizzavano sacerdote. Era tutto sale, né gli mancava qualche acino di pepe. – Perché, domandò allo zio Giuseppe, perché i morti li chiamano “la buonanima”? Si diventa buoni dopo la morte ? – No, spiegava lo zio, dobbiamo diventare buoni durante la vita; dopo la morte ci chiamano buonanima per pietà, ma solo il Signore conosce la verità. Secondo una credenza popolare le creature molto giudiziose campano poco; perciò le vicine di casa pronosticavano male. – È troppo intelligente, dicevano, non può andare innanzi.- E perché ? rispondeva la mamma lusingata e risentita, forse solo gli scemi vanni innanzi?
La nonna, Giuseppina Scherillo, istruita e lesta, troncò una questione del genere con una sentenza d’oro: – Ve lo dico io dove stava questa creatura: nel talento di Dio ! Non gli mancava il pepe. La vecchia Santina prillava il fuso; egli, lesto, l’acchiappava e tirava. – “Statte sora, statte sora” (Stà fermo), biascicava la vecchia. Egli le rifaceva il verso fino a che, infastidita, Santina aggiungeva: – Madonna mia, pigliatillo! E l’impertinente, di rimando, correggeva a pigliatella. Stava, quieto, solo quando poteva celebrare, confessare, predicare all’uditorio senile delle casigliane che poi si sdebitavano insegnandogli il ricamo, l’uncinetto, la calza tanto che da grande egli fu un competente nel distinguere ed apprezzare i lavori donneschi. Era il benvenuto in tutte le cucine: non gli importava il meglio o il peggio, gli premeva solo di scansare le patate.

Su Fogulone - In Sardegna, quella di Sant'Antonio Abate e' fra le ricorrenze piu' celebrate



Col suo porchetto e col suo bastone di férula, Sant' Antonio si presentò, dunque, alla porta dell'inferno e bussò: - Apritemi! Ho freddo e mi voglio riscaldare. I diavoli alla porta videro subito che quello non era un peccatore, ma un Santo e dissero: - No. no! T'abbiamo riconosciuto! Non ti apriamo. Se vuoi lasciamo entrare il porchetto, ma te no.

E così il porchetto entrò. Cari miei, appena dentro si mise a scorrazzare con una tale furia da mettere lo scompiglio ovunque, tanto che i diavoli, ad un certo punto, non ne poterono proprio più. Finirono perciò per rivolgersi al Santo, che era rimasto fuori dalla porta. - Quel tuo porco maledetto ci mette tutto in disordine! Vientelo a riprendere. Sant'Antonio entrò nell' inferno, toccò il porchetto col suo bastone e quello se ne stette subito quieto. - Visto che ci sono, - disse Sant'Antonio, - mi siedo un momento per scaldarmi. E si sedette su un sacco di sughero, proprio sul passaggio dei diavoli. Infatti, ogni tanto, davanti a lui passava un diavolo di corsa.

E Sant'Antonio,col suo bastone di fèrula, giù una legnata sulla schiena! Ad un certo punto i diavoli, arrabbiati, esclamarono: - Questi scherzi non ci piacciono. Adesso ti bruciamo il bastone. Infatti lo presero e ne fìccarono la punta tra le fiamme. Il porco, in quel momento, ricominciò a buttare all'aria tutto: cataste di legna, uncini, torce e tridenti. E i diavoli avevano un bel da fare a mettere a posto. Non ci riuscivano e non riuscivano neppure ad acchiappare quel.., diavolo di porchetto. - Se volete che lo faccia star buono, - disse Sant'Antonio, - dovete ridarmi il mio bastone. Glielo diedero ed il porchetto stette subito buono. Ma il bastone era di fèrula ed il legno di fèrula ha il midollo spugnoso. Se una scintilla entra nel midollo questo continua a bruciare di nascosto, senza che di fuori si veda. Così i diavoli non s'accorsero che Sant'Antonio aveva il fuoco nel bastone. Il Santo col suo bastone se ne uscì ed i diavoli tirarono un sospiro di sollievo. Appena fu fuori, Sant'Antonio alzò il bastone con la punta infuocata e la girò intorno, facendo volare le scintille, come dando la benedizione. E cantò: - Fuoco, fuoco, per ogni loco; per tutto il mondo fuoco giocondo!

Da quel momento, con grande contentezza degli uomini, ci fu il fuoco sulla Terra e Sant'Antonio tornò nel suo deserto a pregare.



mercoledì 14 gennaio 2015

La guarigione di un lebbroso - Prima parte - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton

 

Mc 1, 40-45

In questa guarigione di un lebbroso raccontata dall'evangelista Marco potremmo vedere le condizioni per venire infallibilmente guariti da Gesù. Esse sono: 1 - La consapevolezza della gravità della propria malattia (il lebbroso era dolorosamente consapevole di essere tale). 2- Il desiderio della guarigione. 3 - La consapevolezza che Dio solo potrà veramente guarirci. 4 - Andare da Gesù. 5 - Supplicarlo in ginocchio. 6 - Attendere con fiducia di sentire il suo tocco e la sua parola di salvezza.

Osservazioni

Dopo il tocco e la parola di Gesù la guarigione del lebbroso è immediata. Ciò che non è immediato ma carico di lunghe e amare tribolazioni è la caduta nella malattia, la presa di coscienza della sua gravità, l'inutile lotta per cercare di venirne fuori, l'esperienza dell'esclusione sociale, della solitudine, dell'impotenza; la tentazione della disperazione e del suicidio.
In questo buio profondo e angosciante è tuttavia possibile constatare la presenza di un'aspirazione, di un grido, di un gemito inesprimibile verso una guarigione e una salvezza. Si sente che la condizione disastrata in cui ci si trova non è normale, si sente che siamo fatti per la vita e per la gioia, non per la morte. È in questa situazione che l'orecchio si fa attento e sensibile alle voci di coloro che raccontano di uno che ha il potere di guarire e di risolvere anche i casi più disperati. Si cerca allora di sapere se le voci e i fatti uditi sono veramente affidabili, di ciarlatani e di venditori di fumo è pieno il mondo, mettersi nelle loro mani servirebbe solo a peggiorare la situazione.
Una volta verificate e approfondite, per quanto possibile, queste notizie, può sorgere la decisione di andare a chiedere la propria guarigione, e allora ci si mette in cammino. Lungo il cammino per incontrare personalmente il Salvatore ci potranno ancora essere degli alti e bassi, tentazioni e scoraggiamento, perché, nonostante le assicurazioni, non si è ancora incontrato il Salvatore, tuttavia, se si persevera, prima o poi il Salvatore si farà trovare ed allora dalla sua parola e dal suo tocco seguirà immediata la guarigione.

Cosa centra questa storia con la nostra

La guarigione di un lebbroso - Seconda parte - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton

 

Mc 1, 40-45

Stranezza

Possiamo considerare adesso un fatto strano, uno dei tanti che si incontrano nel Vangelo e nella vita. La stranezza è nel contrasto fra il comportamento che umanamente avrebbe chi passa da una malattia grave alla completa guarigione, dalla desolazione alla consolazione, dalla morte alla vita, e il comportamento che invece Gesù con severità chiede a colui che ha appena beneficato. Umanamente parlando sembrerebbe naturale e giusto che il lebbroso esulti per la sua guarigione, che racconti a tutti il cambiamento straordinario avvenuto nella sua vita e diffonda la fama di colui che possiede una bontà e un potere così grandi. Gesù invece con severità gli ordina di non dire niente a nessuno e di andare dal sacerdote a compiere il rito di purificazione previsto dalla legge. L'esito di questo contrasto non è secondo le indicazioni del Signore, ma secondo le inclinazioni naturali dell'uomo appena guarito, il quale non prende minimamente in considerazione le severe parole di Gesù. Evidentemente il lebbroso era stato guarito nel corpo, ma non completamente guarito nello spirito. Aveva ricevuto la guarigione fondamentale, ma aveva ancora bisogno di molta guarigione progressiva. Doveva imparare ad ubbidire alle indicazioni del Signore anche quando queste erano in contrasto con le sue vedute e il suo sentire.
La conseguenza di questa disubbidienza è che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma se ne stava fuori in luoghi deserti, e venivano a Lui da ogni parte. Se invece avesse ubbidito le cose, probabilmente, sarebbero andate diversamente e: Gesù avrebbe potuto entrare pubblicamente in città e la gente per incontrarlo non avrebbe dovuto inoltrarsi nel deserto. Vediamo così che l'agire del lebbroso secondo l'emozione e l'esaltazione del momento e in contrasto con le raccomandazioni del Signore, complica e rende più disagevole sia la missione di Gesù, sia il cammino di chi vuole incontrarlo. Inoltrarsi nel deserto per incontrare Gesù è molto più scomodo che poterlo incontrare nella propria città.
Conviene ancora osservare che la disobbedienza del lebbroso rende Gesù impotente: Gesù non poteva più entrare. Quando la volontà dell'uomo preferisce agire secondo le sue luci e i suoi criteri, nonostante le siano noti i comandamenti di Dio, Dio rispetta la libertà dell'uomo e si tiene in disparte, fuori, in luoghi deserti; lascia che le conseguenze delle scelte umane abbiano il loro corso. Normalmente seguono disagi e complicazioni.

Il primato dell'obbedienza e il fraintendimento delle parole e delle opere di Gesù

martedì 13 gennaio 2015

La giornata di Cafarnao - Prima parte Mc 1, 21-39 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton



Mc 1, 21-39
Un giorno di sabato, all'inizio della sua vita pubblica, Gesù arriva a Cafarnao con i suoi primi quattro discepoli: Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni. Cafarnao era una cittadina situata su una riva del lago di Tiberiade chiamato anche Mare di Galilea, qui Pietro aveva la casa, una moglie, una suocera, suo fratello Andrea e l'attività peschereccia. La casa di Pietro diventerà poi il quartier generale di Gesù e dei suoi apostoli.
Il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato ci presenta le attività che caratterizzano la vita pubblica di Gesù: Gesù insegna, Gesù risana, Gesù prega. Entrato proprio di sabato nella sinagoga, Gesù si mise ad insegnare. È interessante notare come Gesù abbia scelto proprio un tempo ed un luogo di Dio per manifestare la sua sapienza e il suo amore, come dice infatti la tradizione giudaica: il sabato è il luogo di Dio nel tempo mentre la sinagoga è il luogo di Dio nello spazio. Spazio e tempo sono le coordinate entro le quali ognuno di noi si muove, e Dio ha riservato a sé alcuni spazi e alcuni tempi, vediamo quindi che i tempi e i luoghi di Dio vengono scelti da Gesù per manifestarsi all'uomo.
La prima manifestazione che i frequentatori della sinagoga di Cafarnao ricevono è una manifestazione di sapienza. Gesù si mise ad insegnare. Ed erano stupiti del suo insegnamento. Noi ci saremmo aspettati o avremmo desiderato che ci venisse riportato questo insegnamento, ed invece ci viene detto solo che l'insegnamento di Gesù destava ammirazione perché insegnava loro come uno che ha autorità e non come gli scribi. C'era dunque un insegnamento secondo gli scribi a cui stava incominciando ad affiancarsi l'insegnamento di Gesù, l'insegnamento di Gesù metterà sempre più in evidenza la scarsa autorità dell'insegnamento degli scribi e questo, a lungo andare, farà crescere la loro inimicizia nei confronti di Gesù. Potremmo allora chiederci: Da che cosa dipendeva la scarsa autorità dell'insegnamento degli scribi?
Uno dei motivi è senz'altro da attribuire al fatto che parlare di Dio, delle sue vie e delle sue leggi non è semplice, si tratta infatti di parlare di misteri che superano le capacità dell'uomo; a questo proposito così si esprime il libro della sapienza: Quale uomo può conoscere il volere di Dio? Chi può immaginare che cosa vuole il Signore? I ragionamenti dei mortali sono timidi, e incerte le nostre riflessioni... a stento ci raffiguriamo le cose della terra, scopriamo con fatica quelle a portata di mano; ma chi può rintracciare le cose del cielo? (Sap 9, 13-16).