La
vita di Alfonso Maria Fusco Il beato Alfonso Fusco nacque alle ore
15.00 del 23 Marzo 1839, ad Angri, un paese in provincia di Salerno.
La sua nascita era stata molto desiderata ed attesa dai genitori,
Aniello Fusco e Giuseppina Schiavone, sposati già dal 1834 (
31-011834 ). I giovani sposi desideravano tanto un figlio e dopo
4
anni di matrimonio non avevano ancora avuto la gioia di una
gravidanza, essi si recarono a Pagani per chiedere l’intercessione
del Beato Alfonso Maria dei Liguori. Un Redentorista, Francesco
Saverio Pecorelli, li tranquillizzò dicendo loro che avrebbero
presto avuto un figlio. Aggiunse anche che il bambino si sarebbe
chiamato Alfonso e avrebbe avuto la vocazione al sacerdozio. E così
fu . Alfonso crebbe serenamente, educato con tenero affetto dai
genitori, i quali erano pieni di pietà religiosa. Presto giunse il
momento di pensare alla sua educazione scolastica primaria, per la
quale non esistevano scuole pubbliche. Così i coniugi Fusco
pensarono bene di affidare il loro primogenito a sacerdoti dotati di
buona cultura, i quali gli avrebbero anche garantito una educazione
cristiana. Tra i canonici che si presero cura dell’educazione del
Beato Alfonso M. Fusco ricordiamo Angelo Desiderio e Domenico
Falcone, i sacerdoti Luigi Scarcella e Pasquale Raiola e soprattutto
il canonico Gaetano De Angelis, che aveva battezzato Alfonso e gli fu
padrino alla cresima, amministratagli il 12 Giugno 1846 dal Vescovo
di Nocera, Monsignor Agnello D’ Auria. E’ molto probabile che
già in questo periodo il piccolo Alfonso abbia sentito la voce
divina che lo chiamava a consacrare la sua vita a Dio, ai poveri e ai
sofferenti. L’ambiente familiare denso di fede e carità,
influisce certo sulla formazione umana e spirituale del giovane
Alfonso. C’è un episodio relativo all’infanzia del piccolo
Alfonso che si testimonia la grandezza e la bontà d’ animo del
bambino. Una vicina di casa della famiglia Fusco, la signora Cristina
Russo, ha raccontato che in una giornata di Febbraio in cui il freddo
era particolarmente pungente, la madre di Alfonso lo vide uscire
dalla sua stanzetta con un fagottino di biancheria sottobraccio.
Pensò che il fanciullo volesse aiutarla nelle faccende di casa e
l’avvertì che non era quello il giorno del bucato. Allora Alfonso
le disse che quelle lenzuola voleva portarle ad un bambino,
Vincenzino, che era ammalato e aveva freddo. La signora Giuseppina fu
commossa e procurò alla madre di Vincenzino la stoffa necessaria
per le lenzuola . In un cuore buono la carità nasce presto e la
grazia non conosce età.
giovedì 5 febbraio 2015
martedì 27 gennaio 2015
Orgoglio e umiltà di C. S. Lewis
IL
GRANDE PECCATO
Verrò
adesso a quella parte della morale cristiana dove essa differisce
più nettamente da tutte le altre. C’è un vizio dal quale
nessuno al mondo è esente; un vizio che ognuno aborrisce quando lo
vede in altri, e di cui ben pochi, tranne i cristiani, immaginano di
essere a propria volta colpevoli. Ho sentito gente ammettere di avere
un cattivo carattere, o di non sapersi contenere riguardo alle donne
o al bere, e perfino di essere vile. Ma non ho mai sentito nessuno,
che non fosse un cristiano, accusarsi di questo vizio. Al tempo
stesso, mi è capitato molto raramente di conoscere qualcuno, non
cristiano, che riscontrandolo in altri lo considerasse con clemenza.
Non c’è difetto che renda un uomo più malvisto, e nessuno di
cui siamo meno consapevoli in noi stessi. E più ne siamo intrisi,
più lo detestiamo nel prossimo. Il vizio di cui parlo è la
superbia, l’orgoglio presuntuoso; e la virtù opposta, nella
morale cristiana, si chiama umiltà. Forse ricorderete che parlando
della morale sessuale vi ho avvertito che il punto centrale della
morale cristiana non era quello. Ebbene, ora siamo arrivati al punto
centrale. Secondo l’insegnamento cristiano, il vizio essenziale, il
male supremo, è la superbia. Lussuria, ira, avarizia, ubriachezza,
ecc., sono inezie, in confronto: fu per superbia che il diavolo
diventò il diavolo; la superbia è la fonte di tutti gli altri
vizi, è la condizione di spirito assolutamente contraria a Dio. Vi
sembra un’esagerazione? Pensateci bene. Ho osservato, un momento
fa, che più si è superbi, più si prova avversione per la
superbia altrui. Se volete misurare la vostra superbia, il modo più
facile è domandare a voi stessi: “Mi dispiace, e quanto, che gli
altri mi snobbino, non mi prestino attenzione, mi diano sulla voce,
mi trattino con degnazione, si mettano in mostra?”.
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C.S. Lewis
domenica 25 gennaio 2015
Alcune lettere tratte da The Screw' tape Letters (Le lettere di Berlicche, 1942) di C.S. Lewis.
Un
funzionario di Satana istruisce un giovane
diavolo apprendista, suo
nipote, spiegandogli quali mezzi ed
espedienti ha trovato per
esperienza più idonei per fare prigionieri gli uomini e strapparli
alla parte nemica; e nell'argomentare soppesa lodi e rimproveri allo
scopo di richiamare l'attenzione critica del discepolo sulle cause o
sui fatti che hanno
determinato un suo successo o un insuccesso
nella quotidiana
battaglia con i ministri di Dio.
Mio
caro Malacoda,
ho
notato quanto mi dici sull'opportunità di dirigere le letture del
paziente sottoposto alla tua cura, e di far sì che il più spesso
possibile stia in compagnia di quel suo amico materialista. Ma non ti
pare di essere un pochino ingenuo? Le tue parole fan pensare che tu
sia d'opinione che la discussione sia il metodo per tenerlo lontano
dalle grinfie del Nemico. Avrebbe potuto essere così se egli fosse
vissuto alcuni secoli fa. A quei tempi gli uomini avevano una
coscienza ancora abbastanza chiara di quando una cosa veniva provata
e di quando no; e, se gli argomenti erano convincenti, la credevano
veramente. Mantenevano ancora una relazione fra il pensare e l'agire,
ed erano pronti, come risultato di una serie di ragionamenti, a mutar
vita. Ma, un po' per mezzo della stampa settimanale, un po' con altre
armi, siamo riusciti in gran parte a mutare questo stato di cose. Il
tuo giovanotto è stato abituato, fin da ragazzo, ad avere nella
testa una dozzina di filosofie irriconciliabili fra di loro, che
danzano insieme allegramente. Non considera le dottrine come, in
primo luogo, "vere" o "false", ma come
"accademiche" o "pratiche", "superate"
o "contemporanee", "convenzionali" o "audaci".
Il gergo corrente, non la discussione, è il tuo alleato migliore
per tenerlo lontano dalla chiesa.
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C.S. Lewis
sabato 24 gennaio 2015
LA PAZIENZA, UNITA ALLE ALTRE VIRTÙ - San Francesco di Sales
Bisogna tollerare
con pazienza non solo di essere ammalati,
ma anche di esserlo della malattia che Dio vuole, dove egli vuole,
tra le persone che vuole e con i disagi che vuole: e così per tutte
le altre sofferenze. Quando sopraggiungerà il male, adopera pure
tutti i rimedi che saranno possibili e conformi al volere di Dio,
perché fare diversamente sarebbe tentare la sua divina Maestà. Ma
poi, fatto questo, attendi con piena rassegnazione quell'effetto che
Dio vorrà. Se a lui piacerà che i rimedi vincano il male, lo
ringrazierai umilmente; se invece gli piacerà che il male prevalga
sui rimedi, benedicilo con pazienza.
Io sono del parere di S. Gregorio: quando verrai accusata giustamente per una colpa da te commessa, umiliati profondamente e confessa di meritare l'accusa mossa contro di te. Se invece l'accusa è falsa, scusati in bel modo, negando di essere colpevole, perché devi questo riguardo alla verità e all'edificazione del prossimo: se però, dopo la tua vera e legittima scusa, continuano ad accusarti, non turbarti e non cercare di fare accettare la tua scusa, perché - dopo aver reso omaggio alla verità devi renderlo anche all'umiltà. In questo modo non verrai meno alla sollecitudine che devi avere per la tua buona fama, né all'affetto che devi nutrire verso la tranquillità, la dolcezza del cuore e l'umiltà.
Lamentati il meno possibile dei torti ricevuti perché è certo che, in genere, chi si 'lamenta cade in qualche peccato, dato che il nostro amor proprio ci fa sempre sentire le ingiurie più grandi di quanto non siano: ma soprattutto non lamentarti con persone facili a sdegnarsi e a pensar male. Se fosse opportuno dolerti con qualcuno - o per rimediare all'offesa o per calmare il tuo spirito devi procurare che ciò avvenga con anime miti e che amano veramente Dio, perché altrimenti, invece di sollevarti il cuore, lo getterebbero in maggiori inquietudini e invece di cavarti dal piede la spina che ti punge, te la ficcherebbero dentro più di prima...
Il vero paziente non piange il suo male, né desidera di essere compianto dagli altri, ma ne parla con un linguaggio schietto, verace e semplice, senza lamenti, senza rammarichi, senza esagerazioni. Se lo compiangono, lo sopporta pazientemente, tranne quando lo compatiscono di un male che non ha; perché allora dichiara modestamente che non ha quel male e se ne sta tranquillo tra la verità e la pazienza, dicendo il male che ha, senza lagnarsene... Quando sarai malata, offri tutti i tuoi dolori, pene e debolezze a Nostro Signore e supplicalo di unirti ai tormenti che egli ha sofferto per te. Obbedisci al medico, prendi le medicine, gli alimenti e gli altri rimedi per amore di Dio, richiamando alla mente il fiele che Gesù ha preso per nostro amore. Desidera ,di guarire per servirlo; non rifiutare di patire per obbedirgli e sii disposta anche a morire se così gli piace, per lodarlo e godere in lui.
Io sono del parere di S. Gregorio: quando verrai accusata giustamente per una colpa da te commessa, umiliati profondamente e confessa di meritare l'accusa mossa contro di te. Se invece l'accusa è falsa, scusati in bel modo, negando di essere colpevole, perché devi questo riguardo alla verità e all'edificazione del prossimo: se però, dopo la tua vera e legittima scusa, continuano ad accusarti, non turbarti e non cercare di fare accettare la tua scusa, perché - dopo aver reso omaggio alla verità devi renderlo anche all'umiltà. In questo modo non verrai meno alla sollecitudine che devi avere per la tua buona fama, né all'affetto che devi nutrire verso la tranquillità, la dolcezza del cuore e l'umiltà.
Lamentati il meno possibile dei torti ricevuti perché è certo che, in genere, chi si 'lamenta cade in qualche peccato, dato che il nostro amor proprio ci fa sempre sentire le ingiurie più grandi di quanto non siano: ma soprattutto non lamentarti con persone facili a sdegnarsi e a pensar male. Se fosse opportuno dolerti con qualcuno - o per rimediare all'offesa o per calmare il tuo spirito devi procurare che ciò avvenga con anime miti e che amano veramente Dio, perché altrimenti, invece di sollevarti il cuore, lo getterebbero in maggiori inquietudini e invece di cavarti dal piede la spina che ti punge, te la ficcherebbero dentro più di prima...
Il vero paziente non piange il suo male, né desidera di essere compianto dagli altri, ma ne parla con un linguaggio schietto, verace e semplice, senza lamenti, senza rammarichi, senza esagerazioni. Se lo compiangono, lo sopporta pazientemente, tranne quando lo compatiscono di un male che non ha; perché allora dichiara modestamente che non ha quel male e se ne sta tranquillo tra la verità e la pazienza, dicendo il male che ha, senza lagnarsene... Quando sarai malata, offri tutti i tuoi dolori, pene e debolezze a Nostro Signore e supplicalo di unirti ai tormenti che egli ha sofferto per te. Obbedisci al medico, prendi le medicine, gli alimenti e gli altri rimedi per amore di Dio, richiamando alla mente il fiele che Gesù ha preso per nostro amore. Desidera ,di guarire per servirlo; non rifiutare di patire per obbedirgli e sii disposta anche a morire se così gli piace, per lodarlo e godere in lui.
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San Francesco di Sales
L' amicizia spirituale. S. Francesco di Sales "Filotea".
LE VERE AMICIZIE
Ama tutti, Filotea, con un grande amore di carità, ma legati con un rapporto di amicizia soltanto con coloro che possono operare con te uno scambio di cose virtuose. Più le virtù saranno valide, più l'amicizia sarà perfetta.
Se lo scambio avviene nel campo delle scienze, la tua amicizia sarà, senza dubbio, molto lodevole; più ancora se il campo sarà quello delle virtù, come la prudenza, la discrezione, la fortezza, la giustizia.
Ma se questo scambio avverrà nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana, allora sì, che si tratterà di un'amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché sarà eterna in Dio. E' bello poter amare sulla tetra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come faremo eternamente nell'altro. Non parlo qui del semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell'amicizia spirituale, nell'ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito. A ragione quelle anime felici possono cantare: Com'è bello e piacevole per i fratelli abitare insieme.
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San Francesco di Sales
LE CONSOLAZIONI SPIRITUALI E SENSIBILI E COME BISOGNA COMPORTARSI CON ESSE - Capitolo XIII S. Francesco di Sales: La Filotea
Dio porta avanti la
vita di questo meraviglioso mondo in un continuo avvicendamento: al
giorno segue la notte, all'autunno, l'inverno, all'inverno la
primavera; un giorno non è mai la monotona ripetizione di un altro;
ce ne sono di nuvolosi, di piovosi, di secchi, di agitati dal vento;
tutta questa varietà conferisce all'universo una grande bellezza.
La stessa cosa
avviene per l'uomo, che, secondo gli antichi, è un piccolo mondo;
perché non si trova mai nella stessa condizione, e la sua vita
scorre su questa terra come le acque che scrosciano e ondeggiano in
un continuo turbinio di movimenti; e ora lo alzano verso la speranza,
ora lo prostrano nella paura, ora lo spingono verso la destra della
consolazione, ora verso la sinistra dell'afflizione, e non si dà mai
un giorno solo, anzi nemmeno un'ora sola, che sia identica all'altra.
Voglio darti un
consiglio fondamentale: dobbiamo sforzarci di conservare una continua
ed inattaccabile uguaglianza di cuore in una simile varietà di
situazioni; e benché intorno a noi tutto muti in continuazione,
dobbiamo rimanere saldamente fermi per guardare, tendere e protendere
sempre al nostro Dio.
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San Francesco di Sales
San Francesco di Sales - Tema : Bontà - Dolcezza - Apostolato presso i calvinisti - Vita spirituale dei laici - Ordine della Visitazione - Trattato dell'Amore di Dio
Re
Enrico IV chiamava san Francesco di Sales “la fenice dei vescovi”,
perché, diceva, “è un uccello raro sulla terra”. Dopo aver
rinunciato ai fasti di Parigi e alle proposte reali di una sede
episcopale prestigiosa, Francesco di Sales divenne il pastore
instancabile della sua terra savoiarda, che amava sopra ogni cosa.
Lasciandosi guidare dai Padri della Chiesa, egli attingeva dalla
preghiera e da una grande conoscenza meditata della Scrittura la
forza necessaria a compiere la sua missione e guidare le anime a Dio
(cfr. Giovanni Paolo II, Lettera al Vescovo di Annecy, 23 novembre
2002).
Francesco
di Sales nasce il 21 agosto 1567, in una famiglia cattolica della
nobiltà savoiarda, nel castello di Sales, a una ventina di
chilometri a nord di Annecy. È il maggiore di sei fratelli e
sorelle. I suoi genitori seguono il principio educativo di spiegare
le ragioni di ciò che esigono, perché l’obbedienza dei loro figli
sia più consapevole. Molto presto, il bambino impara a servirsi di
una spada, ma anche a fare l’elemosina ai poveri: se sente un
povero che chiama, lascia la tavola per portargli una parte del suo
pasto. Tuttavia, non è perfetto: un giorno, entra in cucina,
nonostante il divieto ricevuto, e chiede al cuoco un piccolo pâté
succulento ma ancora fumante. Il bruciore che sente non gli impedisce
di portarlo in mano e di mangiarlo. Va quindi a farsi curare da sua
madre senza rivelarle la causa di questa scottatura.
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venerdì 23 gennaio 2015
L’INDURIMENTO del cuore - Sac. Cornelio A Lapide
CHE
COSA È L'INDURIMENTO. - «Qual è che si chiama cuore indurito?
domanda S. Bernardo, e risponde: È quello che non inorridisce di se
medesimo, perché non sente più nulla. È quello che la compunzione
non ispezza, la pietà non ammollisce, le preghiere non commuovono,
le minacce non scuotono, i flagelli intristiscono. Esso è ingrato ai
benefizi, sordo ai buoni consigli, spietato nel giudicare, spudorato
nelle cose disoneste, temerario nei pericoli della salute, inumano
con i suoi simili, superbo con Dio, dimentico del passato, non
curante del presente, imprevidente del futuro. Del passato altro non
ricorda che le ingiurie ricevute, perde il presente, chiude gli occhi
sull'avvenire, eccetto che per vendicarsi. E per comprendere tutti in
una parola i mali di così orrendo male, si chiama cuore indurito
quello che non ha nessun timore di Dio, nessun rispetto agli uomini
(De Consid., lib. I)».
L'indurimento è: 1° la malizia di colui che vuole peccare e non fare il bene; 2° un così forte ed ostinato attaccamento a ciò che è proibito, che non si vuole abbandonarlo né per ammonizioni, né per consigli, né per minacce, né per promesse, né per ricompense, né per castighi, né per ispirazioni, né per grazie.
L'indurimento è: 1° la malizia di colui che vuole peccare e non fare il bene; 2° un così forte ed ostinato attaccamento a ciò che è proibito, che non si vuole abbandonarlo né per ammonizioni, né per consigli, né per minacce, né per promesse, né per ricompense, né per castighi, né per ispirazioni, né per grazie.
Un
cuore indurito: 1° non vuole comprendere, per timore di dover fare
il bene (Psalm. XXXV, 3). Medita l'iniquità ad animo calmo,
tiene il piede in tutte le strade non buone; non si rifiuta ad alcuna
ribalderia (Ib. 4). 2° Si rallegra quando fa il male e gode
dei più enormi delitti (Prov. II. 14). Quando uno si compiace
delle cose vergognose è arrivato al fondo della disgrazia; poiché è
disperata la guarigione di colui che fa dei vizi un affetto, un
abito... 3° Il cuore indurito corre tutta la via del male, si burla
di Dio e della virtù... 4° Il suo peccato diventa quasi
indistruttibile, incurabile la sua piaga... 5° Non arrossisce dei
suoi fatti per quanto maliziosi e vergognosissimi... 6° E
incorreggibile... 7° Dio l'abbandona, lo rigetta. lo disprezza, lo
maledice... 8° Flagellato da Dio, non sente più nulla, ha soffocato
perfino i rimorsi... 9° L'abito gagliardo e inveterato di fare il
male gli rende quasi impossibile fare il bene e schivare il
peccato... 10° S. Paolo dice che un tal cuore accumula sopra di sé
il furore di Dio, che è abbandonato al reprobo senso; lo chiama
figlio di perdizione, vaso destinato all'esterminio. pieno di furore,
che trabocca nei peggiori misfatti... 11° Questo cuore aggiunge
iniquità ad iniquità, peggiora di più in più la deplorevole e
disperata sua condizione, macchiandosi di sempre nuove immondizie,
tuffandosi di ora in ora, di momento in momento, sempre più
profondamente nella sterminata cloaca delle più vituperose e laide
passioni...
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Sac. Cornelio A. Lapide
giovedì 22 gennaio 2015
Dal Vangelo secondo Marco - Mc 3, 13-19 - Chiamò a sé quelli che voleva perché stessero con lui.
In quel tempo, Gesù salì sul monte, chiamò a sé quelli che voleva ed essi andarono da lui. Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con lui e per mandarli a predicare con il potere di scacciare i demòni.
Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro, poi Giacomo, figlio di Zebedèo, e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè “figli del tuono”; e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo, figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo e Giuda Iscariota, il quale poi lo tradì.
Parola del Signore
Riflessione
Tanti
seguono Gesù... ma, alla fine, è Lui solo che decide chi avere con
se per una missione particolare.
E'
importante per noi sapere che è sempre Lui che chiama e che
sceglie. E' bello osservare come la scelta dei Dodici avviene dopo
una lunghissima notte in preghiera, infatti, solo all'alba chiama i
discepoli e comunica loro la Sua decisione.
E'
quello che dovremmo fare noi... pregare e chiedere al buon Dio il Suo
parere prima di prendere qualsiasi decisione importante.
Ne
sceglie dunque dodici che rappresentano in qualche modo tutti i
popoli: nessuno deve rimanere senza un buon pastore. Ma per
essere tale, Gesù è come se mettesse una
condizione: “Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –,
perché stessero con lui e per mandarli a
predicare con il potere di scacciare i demòni”.
Questo significa che la
cosa più importante è prima di tutto stare con Gesù, conoscere Gesù e amare
Gesù sopra ogni cosa. I nostri occhi devono essere orientati verso
di Lui... il nostro cuore deve palpitare per Lui... e le nostre
braccia devono dirigersi verso di Lui. E solo dopo che avremmo posto
Gesù al centro della nostra vita, saremmo in grado di essere degli strumenti affidabili per la costruzione del Suo Regno. Riusciremo quindi ad amare il prossimo, a servirlo e a guarirlo,
solo se Cristo è radicato nel nostro cuore. Dobbiamo insomma
conoscere ogni cosa di Gesù: le parole, le opere, gli
insegnamenti, le risposte, ma soprattutto gli atteggiamenti, un certo stile, un certo sentire come Cristo...
Nella
nostra società c'è un po' di confusione... si pensa di essere religiosi compiendo un certo numero di pratiche esteriori, ma questo non
significa avere fede, o al massimo è come la fede di un granello di senapa diviso quattro. L'errore di tanti consiste nel pretendere di fare proseliti da ogni parte a suon di parole; parole che vengono spesso smentire dai
fatti, ossia dall'incoerenza dei comportamenti; parole che non hanno molta autorità perché ripetono più che altro cose sentite da altri, ma non sono veramente assimilate, vissute, "sofferte"...
Troppi
si credono evangelizzatori, troppi si credono buoni, troppi si
credono miti, troppi si credono umili, troppi credono di amare
Dio... Ma troppo pochi hanno il coraggio di dire gemendo: "Mio Dio, io non
ti amo... io non credo in te... io non spero in te...". A questo punto mi
domando, ma il Curato d'Ars quando esclamava: “Popolo insensibile,
perché non ti lasci toccare!?”... a chi si rivolgeva, se tutti sono
così perfettini?... Diceva bene Benedetto XVI: “Conoscere
Cristo, come processo intellettuale e sopratutto esistenziale, è un
processo che ci fa testimoni. In altre parole, possiamo essere
testimoni soltanto se Cristo lo conosciamo di prima mano e non solo
da altri, dalla nostra propria vita, dal nostro incontro personale
con Cristo”. Le belle parole non
incantano il Signore, ma è il riconoscere la nostra miseria che
commuove il buon Dio, perché sa di grido e di gemito... e questi gemiti sono musica per le Sue orecchie... allora non
rimarrà sordo, ma trasformerà i nostri cuori.
Quindi, suggerimento pratico... non iniziare e non terminare mai una giornata senza almeno
una bella chiacchierata con Dio.
Quando
Dio sceglie qualcuno usa dei criteri diversi dai nostri; come
vediamo, infatti, i discepoli non erano farina da ostie, ma Gesù
non li ha scelti perché erano belli, intelligenti, dolci o
irresistibili, ma perché ha visto nel loro cuore qualcosa di
speciale. Essi volevano veramente conoscere Cristo, e anche se non
capivano subito - l'amore di Dio è più forte delle nostre comprensioni
-, il loro desiderio di verità, di giustizia, di amore... ha fatto superare loro
tante paure, tanti dubbi, tante difficoltà...
Chiediamo al buon Dio di rafforzare la nostra fede perché gli altri, vedendoci, possano dire:
"Ecco, quello è un vero discepolo!". Chiediamogli
di aiutarci ad imitare i dodici; e che anche loro ci
incoraggino quando andiamo contro corrente, quando siamo derisi perché andiamo in Chiesa, quando parliamo di Lui, quando non vogliamo adeguarci alla logica del mondo... ma sopratutto ci aiutino a cedere le redini della nostra vita al capitano migliore che c'è sulla piazza.
Pace
e bene
martedì 20 gennaio 2015
La costante situazione dei servi di Dio...
Essi devono affrontare una
contraddizione che nessuna sapienza riesce a chiarire:
-
da un lato, la ripetuta affermazione di un amore straordinario e
geloso, rafforzata da segni anch'essi straordinari – questo
esternamente – e internamente un fuoco divorante, che spinge a “sperare contro ogni speranza”:
-
dall'altro, fatti... indiscutibili, gravi, innumerevoli, soffocanti, e
nell'intimo la complicità del cuore umano, il quale abbandonato a se
stesso, ricade ben presto e irresistibilmente nell'impressione (che
egli crede del tutto giustificata da questi fatti) che non può
essere così, che è tutto un sogno, una favola... e proprio allora
il demonio ci attende per trascinarci al di là del dubbio, nella
vertigine del nulla e nelle tenebre dell'angoscia dove non c'è più
nemmeno Dio...
_________
Vi
è una lotta fra l'uomo e Dio che non risparmierà nessuno, perché
Dio stesso vuole che essa abbia luogo... (e questo è il mistero di
Giobbe). I cuori semplici non hanno bisogno di tanta teologia per
essere sconvolti dal mistero del male e per rivolgersi a Dio con
quell'accento appassionato che viene dall'amore – accento che Jahvè
preferisce di gran lunga ai ragionamenti consolanti e tiepidi degli
amici di Giobbe, poco ansioni in realtà di percorrere il cammino che
li condurrà alla visione...
p. Marie
Dominique Molinié (dal libro “La lotta di Giacobbe”)
ANCHE
SE EGLI HA FATTO DI TUTTO PER SPEZZARE LA MIA FEDE IN LUI...
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Letture Spirituali,
Molinié Marie Dominique op
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