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lunedì 11 maggio 2015

Dagli Atti degli Apostoli - At 16,22-34 - Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia


 
 At 16, 22-34
In quei giorni, la folla [degli abitanti di Filippi] insorse contro Paolo e Sila, e i magistrati, fatti strappare loro i vestiti, ordinarono di bastonarli e, dopo averli caricati di colpi, li gettarono in carcere e ordinarono al carceriere di fare buona guardia. Egli, ricevuto quest’ordine, li gettò nella parte più interna del carcere e assicurò i loro piedi ai ceppi.
Verso mezzanotte Paolo e Sila, in preghiera, cantavano inni a Dio, mentre i prigionieri stavano ad ascoltarli. D’improvviso venne un terremoto così forte che furono scosse le fondamenta della prigione; subito si aprirono tutte le porte e caddero le catene di tutti.
Il carceriere si svegliò e, vedendo aperte le porte del carcere, tirò fuori la spada e stava per uccidersi, pensando che i prigionieri fossero fuggiti. Ma Paolo gridò forte: «Non farti del male, siamo tutti qui». Quello allora chiese un lume, si precipitò dentro e tremando cadde ai piedi di Paolo e Sila; poi li condusse fuori e disse: «Signori, che cosa devo fare per essere salvato?». Risposero: «Credi nel Signore Gesù e sarai salvato tu e la tua famiglia». E proclamarono la parola del Signore a lui e a tutti quelli della sua casa.
Egli li prese con sé, a quell’ora della notte, ne lavò le piaghe e subito fu battezzato lui con tutti i suoi; poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio.

Parola di Dio
Riflessione

La lettura di oggi racconta un'altra disavventura di Paolo nella quale è coinvolto anche Sila. Infatti i due, dopo essere stati bastonati, vengono rinchiusi in una cella buia e incatenati come dei criminali pericolosi.
Loro però non temono gli ostacoli o le percosse e riescono a convertire, grazie al Signore, tanti cuori; anche se, a volte, in circostanze un po' particolari.
Il comportamento di Paolo e Sila in quei momenti difficili è grandioso! Infatti, nonostante l'evidenza dica che umanamente tutto è perduto... loro pregano Dio cantando inni. Questa sì che è fede!!!
Preghiere dette talmente con il cuore, che il buon Dio non può non sentire e non accogliere... Preghiere che ottengono non solo la loro liberazione, ma anche la conversione di altri fratelli.
Anche noi, quando ci troviamo ad affrontare situazioni difficili, come precarie condizioni di salute, o di lavoro, o problemi con i figli, o sofferenze spirituali... è come se avessimo delle catene alle mani e ai piedi. Siamo letteralmente bloccati e, il più delle volte, non sappiamo che pesci prendere!!! E' proprio in questi momenti che non dobbiamo smettere di credere in Dio e sperare che Lui, con il Suo amore, venga a liberarci dalle catene, venga a rischiarare quella parte del nostro cuore che, per un attimo o più di un attimo, si era oscurata come la cella di una prigione. Gesù non abbandona mai i Suoi amici... checché se ne dica!!! Avere fede!!!... Tanto, alternative non ce ne sono... e dai buchi più neri solo la fede può farci uscire!!!
La fede è un'arma così potente che nessuna catena al mondo gli potrà resistere. La vera fede, infatti, riesce a scuotere il nostro cuore e anche quello delle persone a noi vicine.
Quando ci sono dei disastri sismici le case costruite “sulla sabbia” crollano come niente. Ma cosa succede dopo, a parte le polemiche?... Succede che la dolorosa esperienza spinge le persone a prendere delle precauzioni per le nuove costruzioni. Si ricostruirà quindi utilizzando dei materiali più resistenti.
Così è successo nella vicenda che ha coinvolto Paolo e Sila. Le loro preghiere infatti, oltre che a provocare il terremoto, hanno anche terremotato il cuore degli altri prigionieri e dello stesso carceriere. E così, una volta demolite tutte le loro certezze, tutti i loro punti di riferimento, tutte le brutture della loro anima... le catene si sono volatilizzate e la loro vita è cambiata. Finalmente liberi... e, d'ora in avanti, il materiale più solido, la pietra angolare... sarà il Signore.
Certo che Dio usa dei modi un po' inusuali per aprirsi una breccia nel cuore umano, diciamo che la fantasia non gli manca...!!!
La cosa meravigliosa in questa lettura è la testimonianza del carceriere. Infatti, dopo aver creduto lui e la sua famiglia è pieno di gioia, e questa gioia lo porta a condividere con altri lo stesso cibo: “...poi li fece salire in casa, apparecchiò la tavola e fu pieno di gioia insieme a tutti i suoi per avere creduto in Dio”.
Sarebbe bello se anche noi, nel momento dell'Eucaristia, donassimo con il cuore la metà di quello che abbiamo appena ricevuto a un fratello di fede.
Io lo faccio ogni giorno... e la mia gioia è piena!!!
Pace e bene

Sant'Ignazio da Laconi - Laconi 1701 - Cagliari 1781



Tra gli otto santi cappuccini, fioriti tra i secoli XVI e XIX, Ignazio è l’unico canonizzato vissuto nel ‘700. Risulta il primo in ordine di anzianità: ottanta anni di età, trascorsi tra Laconi e Cagliari nei primi tre quarti del ‘700, e sessanta anni di speciale consacra­zione tra i cappuccini, nella Sardegna.
Visse tra un fiorire di miracoli, sin da fanciullo, nel paese di Laconi, nel Sarcidano, circondato da boscaglie di querce. Incon­trando in piazzuole « dei puttini a giuocare » — assicurano i processi informativi — Vincenzo (era il suo nome di battesimo) si soffermava a guardarli e « preso un baccolino andava indicando or questo, or quello, dicendo: Tu sei del cielo ». Quei fanciulli, da lui indicati, nel giro di pochi giorni, andavano davvero al cielo. Un dì, all’ora di pranzo, lo zio Pietro Sanna aveva solo due pani disponibili e molta gente, che aveva lavorato sulla sua terra, doveva mangiare. Intervenne Vincenzo e assicurò che quella provvigione era sufficiente. Così fu, perché tutti « mangiarono a soddisfazione... e ne sopravanzò per riportarne a casa ».
Da quanto riferisce e documenta il Summarium, edito nel 1868 nella Positio super virtutibus e che riserva ben 121 pagine sui mira­coli operati in vita e 86 pagine sui miracoli compiuti dopo morte, frate Ignazio risulta il santo più spettacolare dei cappuccini. Ci son tutte le prove per qualificarlo un personaggio da leggenda, uno di quei santi che appaiono trasognati e tutta luce nei mosaici absidali delle antiche basiliche cristiane.
E’ scontato che non sono i miracoli a fare il santo, ma il quoti­diano impegno e sforzo di servire Dio. Se il miracolo è segno della santità, la santità è grazia di Dio e collaborazione dell’uomo.
Pur luminosa di miracoli, la vita di Ignazio fu decisamente donata a Dio. Particolarmente dai venti agli ottanta anni.
Un « si » a Dio rimandato per anni

domenica 10 maggio 2015

Amatevi gli uni gli altri come Io vi ho amati - Gv 15 , 12 - 17 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton


 Gv 15 , 12 - 17


Siamo durante l'ultima cena. Gesù, sapendo che è giunta la sua ora, l'ora drammatica della massima manifestazione del suo amore per il Padre e per gli uomini, sta facendo ai suoi discepoli e al Padre suo un lungo discorso; discorso che è preghiera nei confronti del Padre mentre per i discepoli sono le ultime raccomandazioni, di qui l'atmosfera particolarmente solenne della riunione.
È durante quest'ultima cena che Gesù lascia ai suoi, un comandamento nuovo (Gv 13, 34), il suo comandamento. Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri come io vi ho amati (Gv 15, 12). Questa è la legge del Regno di Dio, questa è la legge che dobbiamo imparare a praticare se vogliamo diventarne membri. Ma che cosa vuol dire amare e che cosa vuol dire amare come Gesù ci ha amati? Proviamo con una definizione scolastica dell'amore: amare è volere il bene di qualcuno. Questo qualcuno può essere: noi stessi, gli altri, Dio. Noi e gli altri abbiamo bisogno di tre tipi di beni: i beni esteriori, come la casa, il lavoro, i campi; il bene del corpo che è essenzialmente una buona salute; il bene dell'anima che è essenzialmente una buona salute dell'anima. Dio non ha bisogno di nessun bene esterno, Lui stesso è tutto il suo bene.
I beni esteriori sono ordinati al bene del corpo, il bene del corpo è ordinato al bene dell'anima e il bene dell'anima è nella conoscenza e nell'amore di Dio; si ha così che in definitiva, se le cose funzionassero come dovrebbero funzionare, tutto dovrebbe essere ordinato all'amore di Dio. Ma la rottura dell'amicizia fra l'uomo e Dio ha introdotto nell'umanità un disordine tale che non c'è più niente che funziona come dovrebbe funzionare. Allora Dio, che non abbandona i suoi figli, ricorda agli uomini i suoi comandamenti, che sono come dei punti di riferimento dati all'uomo per aiutarlo a mettere ordine nella sua vita.

Rimanete nel mio amore. (Giov. 15, 8-10) Commento al Vangelo di San Giovanni di Sant'Agostino - OMELIA 82



Tutto nasce dalla fede operante per mezzo dell'amore. Ma come potremmo amare se prima non fossimo stati amati da Dio?

[Siamo opera di Dio, creati in Cristo Gesù.]
 
1. Richiamando con insistenza l'attenzione dei discepoli sulla grazia che ci fa salvi, il Salvatore dice: Ciò che glorifica il Padre mio è che portiate molto frutto; e così vi dimostrerete miei discepoli (Gv 15, 8). Che si dica glorificato o clarificato, ambedue i termini derivano dal greco . Il greco , in latino significa "gloria". Ritengo opportuna questa osservazione, perché l'Apostolo dice: Se Abramo fu giustificato per le opere, ha di che gloriarsi, ma non presso Dio (Rm, 4, 2). E' gloria presso Dio quella in cui viene glorificato, non l'uomo, ma Dio; poiché l'uomo è giustificato non per le sue opere ma per la fede; poiché è Dio che gli concede di operare bene. Infatti il tralcio, come ho già detto precedentemente, non può portar frutto da se stesso. Se dunque ciò che glorifica Dio Padre è che portiamo molto frutto e diventiamo discepoli di Cristo, di tutto questo non possiamo gloriarcene, come se provenisse da noi. E' grazia sua; perciò sua, non nostra, è la gloria. Ecco perché, in altra circostanza, dopo aver detto ai discepoli: Risplenda la vostra luce davanti agli uomini, acciocché vedano le vostre buone opere, affinché non dovessero attribuire a se stessi queste buone opere, subito aggiunge: e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli (Mt 5, 16). Ciò che glorifica, infatti, il Padre è che produciamo molto frutto e diventiamo discepoli di Cristo. E in grazia di chi lo diventiamo, se non di colui che ci ha prevenuti con la sua misericordia? Di lui infatti siamo fattura, creati in Cristo Gesù per compiere le opere buone (cf. Ef 2, 10).

sabato 9 maggio 2015

PREGHIERA DELLA CONSOLAZIONE




Mio Signore e Dio, io sono così convinto che Tu hai cura di tutti quelli che sperano in Te e che niente può mancare a coloro che aspettano tutto da te, che ho deciso, per l’avvenire, di vivere senza alcuna preoccupazione e di riversare su di Te ogni mia inquietudine.
Gli uomini possono spogliarmi di tutti i beni e del mio stesso onore; le malattie possono privarmi delle forze e dei mezzi per servirti; col peccato posso smarrire perfino la tua grazia, ma non perderò mai e poi mai la mia fiducia in Te. La conserverò fino all’estremo della mia vita e il demonio, con tutti i suoi sforzi, non riuscirà mai a strapparmela.
Altri aspettino pure la loro felicità dalle ricchezze e dal loro ingegno; facciano anche affidamento sull’innocenza della loro vita, sui rigori delle loro penitenze, sulla quantità delle loro opere buone e sul fervore delle loro preghiere; per me tutta la mia confidenza è la mia stessa confidenza; confidenza che non ha mai ingannato nessuno.
Ecco perché ho l’assoluta certezza di essere eternamente felice, perché ho l’incrollabile fiducia di esserlo e perché lo spero unicamente da Te.
Per mia triste esperienza devo purtroppo riconoscere di essere debole ed incostante; so quanto le tentazioni possono contro le virtù più affermate; eppure nulla, finché conserverò questa ferma fiducia in Te, potrà spaventarmi; starò al riparo da ogni disgrazia e sarò certo di continuare a sperare, perché spero questa stessa immutabile speranza.
Infine, mio Dio, sono intimamente persuaso che non sarà mai troppa la fiducia che ho in Te e che, ciò che otterrò da Te, sarà sempre al di sopra di ciò che avrò sperato.
Spero anche, Signore che Tu mi sorreggerai nelle facili debolezze; mi sosterrai negli assalti più violenti; farai trionfare la mia fiacchezza sopra i miei temuti nemici.
Ho tanta fiducia che Tu mi amerai sempre e che anche io, a mia volta, ti amerò per sempre. E per portare al più alto grado questa mia fiducia, o mio Creatore, io spero Te da Te stesso, per il tempo e per l’eternità. 

San Claudio de la Colombière

venerdì 8 maggio 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 15,18-21 - Voi non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo


 Gv 15,18-21
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me. Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo; poiché invece non siete del mondo, ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia.
Ricordatevi della parola che io vi ho detto: “Un servo non è più grande del suo padrone”. Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; se hanno osservato la mia parola, osserveranno anche la vostra. Ma faranno a voi tutto questo a causa del mio nome, perché non conoscono colui che mi ha mandato».

Parola del Signore
Riflessione

Il destino di un vero credente è identico a quello di Gesù. Se è stato perseguitato Lui, lo saremo anche noi. Attenzione però alle trappole che possono insinuarsi nel nostro cuore... Non sempre infatti si è perseguitati a causa del nome del buon Dio. Qualche volta, infatti, se veniamo odiati è causa nostra e del nostro comportamento non troppo evangelico...
Seguire Gesù non è molto comodo oggi, e la verità fa drizzare i capelli a molti!!! Non solo, per chi non ha fede, o poca, sentire parlare delle meraviglie del Signore è motivo di disagio. Inoltre, con arroganza e orgoglio, alcuni pensano di essere gli unici a sapere ciò che sia giusto o sbagliato, e pretendendo che si seguano le loro convinzioni con forza, come dei militari. Ma l'amore è l'unica verità... Dio infatti è amore. Chi vive una vita mondana, preoccupandosi solo ed esclusivamente dell'aspetto esteriore, del successo e del divertimento, non ama... perché tutte queste cose fanno parte di questo mondo e non del cielo.
Gesù, oggi, prima ci avverte delle persecuzioni che incontreremo seguendo Lui, e poi ci incoraggia dicendo: ma vi ho scelti io dal mondo, per questo il mondo vi odia. E, come dice bene San Paolo nella lettera ai Romani (8, 31): “...Se Dio è per noi, chi sarà contro di noi?”. Che meraviglia però, pensare di essere stata scelta!!!... E io mi ritengo la persona più fortunata del mondo nonostante tante tribolazioni... E' strano, più si ama Dio e più si è tribolati, e più si è tribolati più si ama Dio. Come dice un caro amico... è il cane che si morde la coda!!!
Allora, chiediamo al buon Dio di aumentare la nostra fede, di darci sempre più coraggio, di non farci intimorire o piegare dalle parole ostili che il mondo ci riserva. E quando ci giudicano persone retrograde non prendiamocela e non sbraitiamo... ma sorridiamo e preghiamo per chi ci offende. Sarà il nostro amore e la nostra mitezza a farli cambiare. E se dobbiamo avere una certa prudenza nel parlare, non dobbiamo però stare in silenzio per paura dell'opinione non bella degli altri o per paura del male che ci potrebbero fare. Insomma... "ponderare"... Il Signore non vuole degli zerbini come amici, ma persone vere, autentiche e obbedienti.
La guerra contro Dio è sempre esistita e continuerà ad esistere. E se le persone di questo mondo pensano che noi cristiani siamo pezzi da museo, significa che siamo sulla strada giusta. E poi, se ci pensiamo bene... i pezzi da museo, valgono anche tanto!!!
Pace e bene.

La nube della non-conoscenza


O Dio, che vedi i segreti dei cuori
e conosci i nostri pensieri,
infondi in noi il tuo Spirito santo,
perché purificati nell’intimo,
possiamo amarti con tutta l’anima
e celebrare degnamente la tua lode.
Amen.

PROLOGO

Nel nome del Padre
e del Figlio
e dello Spirito Santo.

Chiunque tu sia a essere venuto in possesso di questo libro (forse è di tua proprietà o semplicemente l’hai in custodia o lo devi consegnare ad altri oppure lo tieni in prestito), con tutta l’energia e la forza compatibili con il vincolo della carità ti prego e ti scongiuro, per quel che sta alla tua volontà e saggezza, di non leggerlo e di non farne menzione ad alcuno, scrivendone o parlandone, e di fare in modo che nessuno lo legga, ne scriva o ne parli, a meno che si tratti di uno che, a tuo giudizio, è veramente intenzionato a seguire Cristo in maniera totale e perfetta. E a seguirlo non solo nella vita attiva, ma fino al punto massimo della vita contemplativa a cui può giungere in questa vita, per grazia di Dio, l’anima perfetta ma ancora legata a questo corpo mortale. Inoltre, dovrebbe essere uno che, a tuo avviso, già da molto tempo mette in pratica quelle virtù della vita attiva che lo rendono adatto alla vita contemplativa. In caso contrario, questo libro non gli si addice in alcun modo.
E ancora ti prego e ti scongiuro con l’autorità che proviene dalla carità: se mai uno dovesse leggere, scrivere o parlare di questo libro oppure sentirlo leggere o sentirne parlare da altri, imponigli, come io faccio con te, di leggerlo in tutta la sua interezza. Può darsi, infatti, che ci sia qualche argomento, all’inizio come in mezzo, lasciato in sospeso e non trattato con la dovuta completezza in quel particolare contesto: sicuramente lo si farà più avanti, tutt’al più alla fine del libro. Cosicché, se uno dovesse vedere un certo brano e non un altro, potrebbe facilmente cadere in errore. Perciò, per evitare un simile errore, prego sia te che gli altri, per amore di Dio, di fare quanto ho detto.
Non era affatto nelle mie intenzioni che i ciarloni, gli adulatori, i falsi modesti, i criticoni, i pettegoli, i maldicenti, i linguacciuti e ogni sorta di mettimale vedessero questo libro. Non è per essi che ho scritto. Per questo vorrei che ne facessero a meno loro e anche tutti quegli uomini, dotti o ignoranti, che sono semplicemente curiosi. Sì, fossero anche buone persone, eccellenti nella vita attiva, questo libro non fa per loro.
Non così per quelli che, sebbene «attivi» come forma esteriore di vita, tuttavia per ispirazione dello Spirito di Dio, i cui giudizi sono insondabili, si trovano ben pronti per grazia ad avere parte, non di continuo, come nel caso dei veri contemplativi, ma di quando in quando, alle profondità della contemplazione. Se fossero uomini di tal genere a vedere questo libro, ne trarrebbero sicuramente, per grazia di Dio, un grande conforto.
Questo libro si divide in 75 capitoli, l’ultimo dei quali indica dei segni ben sicuri attraverso cui l’anima può verificare se è veramente chiamata da Dio al lavoro della contemplazione, oppure no.
Amico spirituale in Dio, ti prego e ti scongiuro di considerare, con la dovuta attenzione, le modalità e il cammino della tua vocazione. E ringrazia Dio di tutto cuore, così che tu possa, in forza della sua grazia, star ben saldo in quello stato, grado e modo di vita che hai intrapreso generosamente contro tutte le astuzie e gli assalti dei nemici materiali e spirituali, e possa così ottenere, in premio la corona della vita eterna.

Colloquio con Motovilov - SERAFIM DI SAROV

 



Era un giovedì. Il cielo era grigio. La terra era coperta di neve. Spessi fiocchi continuavano a turbinare nell’aria quando Padre Serafino iniziò a conversare con me in una radura vicina al suo «piccolo eremitaggio» di fronte al fiume Sarovka che scorreva ai piedi della collina. Mi fece sedere sul ceppo d’un albero da poco abbattuto mentre lui si rannicchiò di fronte a me.
Il Signore mi ha rivelato — disse il grande starez — che dalla vostra infanzia avete sempre desiderato sapere quale sia il fine della vita cristiana. Per questo avete interrogato diverse persone alcune dei quali ricoprivano anche alte cariche ecclesiastiche.
Devo dire che dall’età di dodici anni ero perseguitato da quest’idea e che, per questo, avevo rivolto tale domanda a parecchie personalità ecclesiastiche senza mai aver ricevuto una risposta soddisfacente. Lo starez avrebbe dovuto ignorare tutto questo.
Ma nessuno — continuò Padre Serafino — vi ha mai detto niente di preciso. Vi consigliarono di andare in chiesa, di pregare, di vivere secondo i comandamenti di Dio, di fare del bene. Tale, vi dissero, era lo scopo della vita cristiana. Alcuni giunsero pure a disapprovare la vostra curiosità, trovandola fuori posto ed empia. Essi avevano torto. Quanto a me, miserabile Serafino, ora vi spiegherò in che consiste realmente questo fine.
La preghiera, il digiuno, le veglie e le altre attività cristiane, per quanto possano parere buone, non costituiscono il fine della vita cristiana ma sono il mezzo attraverso il quale vi si può pervenire. Il vero fine della vita cristiana consiste nell’acquisire lo Spirito Santo. Per quel che riguarda la preghiera, il digiuno, le veglie, l’elemosina ed ogni altro tipo di buona azione fatta in nome di Cristo, non sono che dei mezzi per acquisire lo stesso Spirito.

mercoledì 6 maggio 2015

Dagli Atti degli Apostoli - At 15, 7-21 - Ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio.




 At 15, 7-21
In quei giorni, poiché era sorta una grande discussione, Pietro si alzò e disse loro: «Fratelli, voi sapete che, già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per bocca mia le nazioni ascoltino la parola del Vangelo e vengano alla fede. E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro».
Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Bàrnaba e Paolo che riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni per mezzo loro.
Quando essi ebbero finito di parlare, Giacomo prese la parola e disse: «Fratelli, ascoltatemi. Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere dalle genti un popolo per il suo nome. Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto: “Dopo queste cose ritornerò e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta; ne riedificherò le rovine e la rialzerò, perché cerchino il Signore anche gli altri uomini e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome, dice il Signore, che fa queste cose, note da sempre”. Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue. Fin dai tempi antichi, infatti, Mosè ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe».

Parola di Dio


Riflessione
La lettura di oggi è una bella catechesi per tutti: per noi che molto spesso ci arrocchiamo sulle nostre posizioni convinti che le nostre idee siano le sole buone e valide. Dobbiamo invece imitare la comunità cristiana descritta nel testo di oggi e imparare ad ascoltare le idee di tutti, soprattutto quando sono diverse dalle nostre, dobbiamo imparare a valutare anche i pensieri degli altri.
Un atteggiamento più tollerate aiuterebbe a diventare cristiani migliori, cristiani che mettono al primo posto non i propri pensieri, ma la volontà di Gesù e del Suo Spirito. Ma come possiamo riconoscere la volontà di Dio e del Suo spirito?... Facendo silenzio... solo così riusciremo a sentire quando Dio parla per bocca dei fratelli. Accogliamo allora anche la parola di altri, perché da soli la visione che abbiamo potrebbe essere poco chiara. Tutti abbiamo bisogno di tutti... e confrontarci con idee diverse aiuta a far crescere una comunità. Dobbiamo però stare attenti, perché non bastano le buone intenzioni... ma dobbiamo vigilare perché il dialogo sia fatto con parole dolci, non arroganti, che non feriscono... e anche i gesti dovrebbero essere delicati e amabili.
A volte ci illudiamo che in una comunità, dove c'è lo stesso desiderio di santità, non ci siano discussioni o dissensi, siamo convinti che in questi ambienti ci sia il paradiso... Sbagliato!!! Infatti le relazioni tra persone diverse, non sono facili e neanche scontate. Non essere d'accordo e discutere è anche normale... l'importante è non far scoppiare la guerra, ma arrivare alla fine a scoprire la volontà di Dio e ciò che gli rende gloria. Solo così le discussioni lasceranno nel cuore un senso di gioia e di pace.
Tutti infatti, siamo dei pezzetti di un puzzle... ognuno è diverso... ognuno ha una luce... ognuno ha un dono. Un solo tassello non potrebbe mai completare il puzzle. La bellezza di essere fratelli sta nella capacità di aprire il nostro cuore agli altri e tenere conto di ogni loro pensiero, ogni loro testimonianza e ogni loro consiglio saggio; cercando sempre ciò che unisce e non ciò che divide; ciò che unisce poi, lo conosciamo molto bene: è Gesù... Lui infatti non solo ci unisce, ma ci accompagna e ci guida lungo il cammino.
Questo per farci capire che, quando dobbiamo prendere una decisione importante, quando non ci è chiara la volontà di Dio, dobbiamo saperci confrontare con altri fratelli di fede, perché se ci ostiniamo a voler fare da soli, prenderemo inevitabilmente delle belle e dure cantonate. Evitiamo allora la superbia... perché chi è convinto di riuscire a cavarsela da solo in questa valle di lacrime, chi è convinto di sapere tutto di Dio, ha sbagliato in partenza!!! Sant’Agostino di Dio dice: “Se credi di capirci qualche cosa, non è Dio.”
A questo punto mi vengono in mente le parole di un caro amico: le decisioni importanti vanno prese in due o più... e ha ragione, da soli infatti non siamo capaci, non perché siamo stupidi, ma perché una stanza non si può illuminare solo con la luce di una candela... per vedere ogni particolare c'è bisogno di tante candele, e anche perché la carità per circolare ha bisogno di almeno due persone.
L'importante è essere sinceri con la persona che abbiamo difronte... dobbiamo parlare dei nostri tormenti senza mentire, anche se a volte certe cose non ci edificano... ma è l'unico modo per scoprire insieme la volontà di Dio. Evitiamo allora la superbia che ci fa dire: "Ma cosa vuoi che ne sappia quello?"... Quando pensiamo questo forse abbiamo paura che il nostro fratello veda meglio di noi... o non sopportiamo che qualcuno sia migliore di noi... o vogliamo essere sempre noi i protagonisti... Ma Paolo ci avverte: Non cerchiamo la vanagloria, provocandoci e invidiandoci gli uni gli altri” (Galati 5, 26).
Preghiamo il buon Dio di rafforzare la nostra fede, preghiamolo di aiutarci a rispettare i fratelli per non imporre loro le nostre idee, il nostro modo di pregare, le nostre abitudini... Dio ci ha sempre detto che dobbiamo servire e non essere padroni dei nostri fratelli.
Spesso invece non facciamo altro che criticare chi cammina accanto a noi: "Se hai fede in Gesù devi fare questo... devi pregare così, devi comportarti così, devi recitare l'Ufficio ogni mattina, devi... devi... devi...", sembra che lo spettacolo del tramonto del sole si veda solo dalla nostra finestra!!!
Dio chiama ognuno di noi in maniera diversa, per ognuno poi ha un disegno ben preciso... Se Dio ha dato a qualcuno una luce particolare dobbiamo solo ringraziarLo; dobbiamo poi accogliere con carità il fratello che, non avendo ricevuto un dono altrettanto grande, non si comporta in maniera troppo brillante...
Cerchiamo di essere più misericordiosi, perché se qualcuno ha ricevuto un dono particolare, è perché Dio ha avuto verso di lui molta, ma molta misericordia... e se subiamo qualche indelicatezza, volontaria o involontaria, consideriamole, come dice sr Angela: "caramelle di Gesù"...
Però... Gesù mio... vacci piano con le caramelle... potrebbero farmi salire la glicemia!!!

E' vero anche che la comunione con i fratelli è molto spesso faticosa, ma se rimaniamo attaccati alla Vite, potremo sperimentare già su questa terra un po' della gioia piena che ci attende in Cielo. Chiediamo allora al buon Dio di aiutarci ad imitare lo stile di accoglienza e di ascolto dei primi cristiani, per camminare verso di Lui con un "cuore solo e un'anima sola", senza discriminare i fratelli che vivono secondo una spiritualità diversa. 
Chiediamogli anche il dono della pazienza... perché, come diceva padre Dominique Molinié parlando degli alcolisti anonimi:L’amore costa caro, bisogna aspettare degli anni prima che un fratello risponda al loro appello. Tendono la mano, tendono il loro cuore, e gli altri non rispondono. «Non condannate e non sarete condannati, perdonate e vi sarà perdonato».
Pace e bene

ANNA ROSA GATTORNO vedova CUSTO - (1831 – 1900) - VEDOVA E FONDATRICE DELL'ISTITUTO DELLE FIGLIE DI SANT'ANNA - Beatificazione: 9 aprile 2000 Festa: 6 maggio



ANNA ROSA GATTORNO vedova CUSTO nacque a Genova, il 14 ottobre 1831, da Franziskus Gattorno e Adelaide Campanella. Al battesimo, lo stesso giorno, le furono imposti i nomi di Rosa Maria Benedetta. Seconda di sei fratelli (tre maschi e tre femmine) trascorse l'infanzia e l'adolescenza in una famiglia di agiate condizioni economiche, di buon nome sociale e di una pro­fonda formazione cristiana. Il padre, titolare di una fiorente ditta di commercio in cereali, era persona austera, molto onesta e di grande dirittura morale. La mamma, sorella di Federico Campanella, fervido mazziniano, ascritto alla mas­soneria, fu donna di intensa pietà, una « santa donna » come la definirono i suoi stessi figli. Non si conosce esattamente la data della sua Prima Comunione, si sa invece che ricevette il sacramento della Cresima, il 19 aprile 1843. Queste occasioni provocarono in lei un'elevata inclinazione alla preghiera e un forte spirito di carità.

Secondo l'uso del tempo presso le famiglie di buon livello sociale, Rosa ricevette l'istruzione scolastica in famiglia, da insegnanti privati. Di carattere sereno, amabile, aperto alla pietà e alla carità verso tutti, particolarmente verso i più poveri, seppe reagire quando alle soglie della giovinezza destava l'ammi­razione di massoni ed anticlericali che frequentavano assiduamente la casa Gattorno, per amicizia con il fratello Federico, mazziniano, colonnello nello stato maggiore di Garibaldi, e lo zio Federico Campanella.

All'età di 21 anni, il 5 novembre 1852, dietro incoraggiamento dei genitori e consiglio del Confessore, sposò il cugino di terzo grado, Girolamo Custo, e si trasferì, per affari, a Marsiglia. Un imprevisto dissesto finanziario turbò ben presto la felicità della novella famiglia, costretta a far ritorno a Genova nel segno della povertà. Disgrazie ancor più gravi incombevano: la primogenita Carlotta, colpita da un improvviso malore, rimase sordomuta per sempre; il tentativo di Girolamo di far fortuna all'estero si concluse con un ritorno, aggravato da una malattia mortale; la gioia per la nascita degli altri due figli fu profondamente turbata dalla scomparsa del marito, che la lasciò vedova a meno di sei anni dalle nozze, il 9 marzo 1858, dopo essere stato assistito con grande amore, per mesi, «giorno e notte » dalla moglie.