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giovedì 30 luglio 2015

La testimonianza: irradiare Cristo – Lettera n° 5 – Tratta da “Lettere agli amici” su come vivere la fede cristiana di padre Basilio Martin



Caro Alessio, spesso con gli amici che frequentano la tua comunità parrocchiale, sei invitato ad andare ad annunciare la fede che vivi in Cristo. Sei contento di farlo ma a volte ti scoraggi quando alcuni sacerdoti, religiosi e vescovi di tua conoscenza non rendono testimonianza a Gesù. Conosci Sacerdoti che amano parlare poco di Lui, ma preferiscono parlare molto più di politica, anche durante l'omelia domenicale; religiosi che, pur avendo fatto il voto di povertà, vivono spensierati, senza restrizioni e nella comodità, da far sorgere il sospetto che il voto di povertà porti benessere a quanti lo facciano; vescovi rintanati nei loro uffici ad amministrare i beni della diocesi e a organizzare piani pastorali per riempire le chiese e far occupare posti in Seminario, tempo prezioso che Gesù preferiva consumare andando tra la gente a difendere i diritti di Dio, rischiando più volte violente scariche di sassi (cf. Gv.8,59; 10,31), oltre che insulti, come quello di essere un indemoniato (cf Mt. 9,34; Gv. 7,20). A proposito voglio raccontarti una confidenza fatta dall'ex arcivescovo di Parigi, il cardinale Marty, al suo clero: “Ero stato appena nominato parroco di una piccola borgata. Mentre camminavo per una strada incontrai un contadino che Se ne ritornava alla sua fattoria. Non lo conoscevo e mi presentai. Parlammo insieme per un buon tratto di strada della pioggia e delle stagioni, del raccolto, degli animali, della famiglia e del paese. Qualche tempo dopo ho saputo del contadino che, ritornato a casa, aveva raccontato alla figlia di aver incontrato il nuovo parroco e le aveva confidato: 'Abbiamo parlato di tutto a lungo. Non mi ha detto nulla di Dio'. E' un fatto che per me è rimasto una parabola. Il contadino cristiano si aspettava che un sacerdote non potesse non parlare di Dio anche per istrada. E rimase deluso”. Sai cosa disse l'arcivescovo di Firenze, il cardinale Giovanni Benelli a un gruppo di seminaristi tanti anni addietro? (era l'8 settembre del 1982): “Non bastano i bei discorsi per evangelizzare, non bastano le tecniche pastorali, non bastano gli schemi metodologici per arrivare in maniera più comprensibile alla gente di oggi... Chi sono i più grandi oppositori di Gesù? Sono gli uomini di religione, coloro che maggiormente osservano la parola di Dio. Uomini che si Sono accomodati nella Chiesa, hanno trovato nella Chiesa la loro maniera di realizzazione, siano vescovi, siano sacerdoti, siano battezzati. Si sono accomodati e sono coloro che si opporranno nella maniera più forte e più efficace alla novità del Vangelo, quella novità che deve ritornare a galla e deve per forza urtare la sensibilità di coloro che ormai si sono seduti, si son ben sistemati nella Chiesa... E' gente che osserva, pretende di osservare, crede di fare ciò che è comandato da Dio, ma in fondo non serve la Chiesa, serve se stessa. Si serve della Chiesa e protegge la propria pigrizia, protegge gli interessi di cui, magari, non ha chiara coscienza, ma protegge comunque se stessa, il proprio modo di vedere... Non gli oppositori, non le ideologie avverse al cristianesimo, non quelli che stanno sull'altra sponda, non sono loro i più grandi nemici. I maggiori nemici sono i cristiani che si sono seduti, che si son fatti una religione a modo loro” (cf. “30 giorni”, agosto-settembre 1992, pag. 56). Anch'io Sono rimasto deluso e scandalizzato più volte dalla contro-testimonianza di alcuni miei confratelli che, nella loro debolezza, mi hanno accusato ingiustamente e calunniato, e tutto questo l'hanno fatto nel nome del Vangelo, mentre in verità il loro agire nasceva da invidia e pusillanimità. Sono rimasto Scandalizzato ad esempio dalle giustificazioni che il cardinale C. M. Martini dava al rilassamento morale di tanti cristiani, non più propensi ad avere come modello di Vita morale Gesù Cristo, giustificando così i rapporti Omosessuali che San Paolo ha condannato in modo inequivocabile (cf. Rm. 1,24-32); la libertà sessuale che sempre San Paolo condannava ammonendo i cristiani di Corinto: “Il corpo non è per la fornicazione in quanto esso è il tempio dello Spirito Santo” (cf. 1Cor. 6,13-20); l'eutanasia.

mercoledì 29 luglio 2015

Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo (Disc. 43; PL 52, 320 e 322)





    Tre sono le cose, tre, o fratelli, per cui sta salda la fede, perdura la devozione, resta la virtù: la preghiera, il digiuno, la misericordia. Ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l'una dall'altra.
    Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica.
    Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare. Ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno. Abbia compassione, chi spera compassione. Chi domanda pietà, la eserciti. Chi vuole che gli sia concesso un dono, apra la sua mano agli altri. È un cattivo richiedente colui che nega agli altri quello che domanda per sé.
    O uomo, sii tu stesso per te la regola della misericordia. Il modo con cui vuoi che si usi misericordia a te, usalo tu con gli altri. La larghezza di misericordia che vuoi per te, abbila per gli altri. Offri agli altri quella stessa pronta misericordia, che desideri per te.
    Perciò preghiera, digiuno, misericordia siano per noi un'unica forza mediatrice presso Dio, siano per noi un'unica difesa, un'unica preghiera sotto tre aspetti.
    Quanto col disprezzo abbiamo perduto, conquistiamolo con il digiuno. Immoliamo le nostre anime col digiuno perché non c'è nulla di più gradito che possiamo offrire a Dio, come dimostra il profeta quando dice: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 50, 19).
    O uomo, offri a Dio la tua anima ed offri l'oblazione del digiuno, perché sia pura l'ostia, santo il sacrificio, vivente la vittima, che a te rimanga e a Dio sia data. Chi non dà questo a Dio non sarà scusato, perché non può non avere se stesso da offrire. Ma perché tutto ciò sia accetto, sia accompagnato dalla misericordia. Il digiuno non germoglia se non è innaffiato dalla misericordia. Il digiuno inaridisce, se inaridisce la misericordia. Ciò che è la pioggia per la terra, è la misericordia per il digiuno. Quantunque ingentilisca il cuore, purifichi la carne, sràdichi i vizi, semini le virtù, il digiunatore non coglie frutti se non farà scorrere fiumi di misericordia.
    O tu che digiuni, sappi che il tuo campo resterà digiuno se resterà digiuna la misericordia. Quello invece che tu avrai donato nella misericordia, ritornerà abbondantemente nel tuo granaio. Pertanto, o uomo, perché tu non abbia a perdere col voler tenere per te, elargisci agli altri e allora raccoglierai. Dà a te stesso, dando al povero, perché ciò che avrai lasciato in eredità ad un altro, tu non lo avrai.

L'amore, desiderio di vedere Dio - Dai «Discorsi» di san Pietro Crisòlogo, vescovo (Disc. 147; PL 52, 594-595)




       

    Dio, vedendo il mondo sconvolto dalla paura, interviene sollecitamente per richiamarlo con l'amore, invitarlo con la grazia, trattenerlo con la carità, stringerlo a sé con l'affetto.
    Lava con il diluvio vendicatore la terra invecchiata nel male, chiama Noè padre del mondo rinnovato e lo esorta con parole amorevoli, gli accorda la sua confidenza e la sua amicizia, lo informa con benevolenza sul presente, lo conforta con la sua grazia per il futuro. Egli non si limita a dar ordini, ma offre la sua collaborazione e accomuna la sua opera a quella delle realtà create. Con un patto di amore toglie il timore che rendeva schiavi gli uomini. Così Dio e l'umanità, associati nell'amore, conservano insieme ciò che avevano acquistato con azione comune.
    Per questo egli chiama Abramo di mezzo ai pagani, lo nobilita con un nome nuovo, lo costituisce padre della fede, lo accompagna nel cammino, lo protegge fra gli stranieri, lo arricchisce di beni, lo onora con successi, lo impegna con promesse, lo sottrae alle offese, lo blandisce con l'ospitalità, lo esalta con un erede insperato, perché colmato di tanti beni, avvinto da tanta soavità di divino amore, imparasse ad amare Dio, non ad averne timore, lo servisse con amore, non con paura. Per questo conforta in sogno Giacobbe nella fuga, lo provoca alla lotta nel ritorno, lo serra nell'amplesso del lottatore, perché ami il Padre con cui aveva lottato e non ne abbia timore. Per questo chiama Mosè con la lingua dei padri, gli parla con paterno amore, l'invita ad essere il liberatore del suo popolo.
    Per i fatti ricordati, la fiamma della divina carità accese i cuori umani e tutta l'ebbrezza dell'amore di Dio si effuse nei sensi dell'uomo. Feriti nell'anima, gli uomini cominciarono a volere vedere Dio con gli occhi del corpo. Ma se Dio non può essere contenuto dal mondo intero, come poteva venir percepito dall'angusto sguardo umano? Si deve rispondere che l'esigenza dell'amore non bada a quel che sarà, che cosa debba, che cosa gli sia possibile. L'amore non si arresta davanti all'impossibile, non si attenua di fronte alle difficoltà.
    L'amore, se non raggiunge quel che brama, uccide l'amante; e perciò va dove è attratto, non dove dovrebbe. L'amore genera il desiderio, aumenta d'ardore e l'ardore tende al vietato. E che più? L'amore non può trattenersi dal vedere ciò che ama; per questo tutti i santi stimarono ben poco ciò che avevano ottenuto, se non arrivavano a vedere Dio. Perciò l'amore che brama vedere Dio, benché non abbia discrezione, ha tuttavia ardore di pietà. Perciò Mosè arriva a dire: Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, fammi vedere il tuo volto (cfr. Es 33, 13). Per questo anche il salmista dice: Mostrami il tuo volto (cfr. Sal 79, 4). Gli stessi pagani infatti hanno plasmato gli idoli, per poter vedere con gli occhi, nelle loro stesse aberrazioni, quel che adoravano.

venerdì 24 luglio 2015

Dal DIARIO (1940-1945) di Madre M. Pierina De Micheli Apostola del Volto Santo




1 Giugno - Ho passato una notte di tormenti. Le tre ore di adorazione furono una tortura. Se San Silvestro non mi avesse trattenuta, avrei ceduto alla tentazione... Quale cambiamento si operò nell'anima mia stamane alla S. Messa del Padre!... Si fece tanta luce nell'animo mio, e Gesù mi ha fatto conoscere quanto sia preziosa la croce e la sofferenza... mi sono perduta nel suo cuore...
O Gesù, non venga mai meno in me il coraggio di compiere la Tua Divina Volontà per la maggior Gloria di Dio! Durante tutto il tempo della S. Messa vidi sempre una bianca colomba volare dolcemente sopra il Padre e l'Altare. Era l'emblema del Divino Spirito, che scendeva con l'abbondanza dei Suoi Doni! Nel pomeriggio mentre pregavo, fui come assorbita in Dio, e vidi non con gli occhi materiali che neppure sapevo di essere in terra, un gruppo di anime di Religiose e Sacerdoti, e un gruppo di Religiose separate, in gran luce. Gesù mi fece comprendere come le mie lotte e sofferenze avevano illuminate quelle anime. lo domandai perché il gruppo delle Religiose erano separate, e Gesù mi rispose: QUELLE RELIGIOSE MI HANNO FATTO TANTO SOFFRIRE, CON LE LORO RESISTENZE E DISUBBIDIENZE, E LA TUA UBBIDIENZA AL PADRE, MI PROCURAVA TANTA CONSOLAZIONE, E HA OTTENUTO LA LUCE A QUESTE ANIME. Dicendo io, come mai l'avessi tanto consolato, mentre tante volte mi parve di essere ribelle, Gesù mi assicuro che la mia volontà è sempre stata sottomessa. Quanto è buono Gesù, coideboli e miserabili! ed io che farò? La Volontà di Dio, costi quello che costi - Ubbidienza... usque ad mortem - Per la salvezza delle anime acconsentire a qualunque sacrificio.
2 Giugno - Sono passata dalla luce alle tenebre, dal riposo alla lotta. Benone! Alleluia! Questa notte ho avuto un vomito di sangue spaventoso! Gesù l'ha dato tutto, dunque, che gran cosa è anima mia! Coraggio.

Beata Maria Pierina (Giuseppa Maria) De Micheli Vergine - 26 luglio



Madre Pierina De Micheli nasce a Milano l'11 settembre 1890 in una famiglia profondamenta religiosa. Il papà Cesare e la mamma Luigina Radice con gioia la fanno battezzare nello stesso giorno della sua nascita nella parrocchia San Pietro in Sala con il nome di Giuseppina, in memoria del fratello Giuseppe morto a tredici anni.
Dopo due anni dalla sua nascita il papà Cesare verrà chamato da Dio. La mamma Luigina rimarrà sola a provvedere per i suoi sei figli ( Angelina, Maria; Giovannina, Riccardo, Piero e Giuseppina). La sua forza sarà la fede in Dio e nella Madonna.
Sarà Angelina, la sorella più grande, ad occuparsi di lei e ad insegnarle la preghiera. Nasce subito in lei un amore intenso verso Cristo e in questo suo primo sviluppo verso la fede guarda con ammirazione l'entrata al seminario del fratello Riccardo. A sei anni frequenta l'Istituto Sacro Cuore di Piazza Buonarrotti. Il 3 maggio
1898 riceve Gesù nella prima Comunione e a riguardo scriverà: "Anniversario della mia prima Comunione. Allora, vidi il piccolo Gesù nell'Ostia... Paradiso in terra. Oggi, solo per fede. Domani faccia a faccia. So che Lui mi ama".
Il 2 ottobre 1900 la sorella Angelina entra nel convento delle Sacramentine di Seregno e per lei sarà un grande piacere far visita alla sorella suora nel convento di clausura. Qui incontrerà Madre Parravicini che già sembra intuire i singolari favori divini che caratterizzano la ragazza.

IL SEME DELLA PAROLA E LA BUONA TERRA - San Giovanni Crisostomo


San Giovanni Crisostomo
Dopo studi brillanti e lunghi ritiri in solitudine, Giovanni Crisostomo (nato verso il 344) fu ordinato sacerdote in Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò immediatamente una eloquenza di potenza eccezionale. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si impegnò a riformar gli abusi che in quella Chiesa si erano insinuati e a confermar la fede dei suoi fedeli. Il suo messaggio, eco di tutta la Bibbia - specie di San Paolo e del Vangelo - sembrò rivoluzionario a molti contemporanei. La fermezza con cui denunciò lo sfarzo della corte imperiale lo fece condannar due volte all'esilio. Relegato ai confini del Mar Nero, vi morì consumato nel 407.

Nella parabola del seminatore, il Cristo ci mostra che la sua parola si rivolge a tutti indistintamente. Come, infatti, il seminatore (del Vangelo) non fa distinzione tra i terreni, ma semina in tutte le direzioni, così il Signore non distingue tra il ricco e il povero, il saggio e lo sciocco, il negligente e l'impegnato, il coraggioso e il pavido, ma si indirizza a tutti e, nonostante che egli conosca l'avvenire, da parte sua pone in opera tutto, sì da poter dire: Che avrei dovuto far di più, e non l'ho fatto? (Is. 5, 4).
Il Signore racconta questa parabola per incoraggiare i suoi discepoli ed educarli a non lasciarsi deprimere, anche se coloro che accolgono la Parola sono meno numerosi di quelli che la sperperano. Così avveniva per il Maestro stesso che, nonostante la sua conoscenza del futuro, non desisteva dallo sparger la semente. Ma, si dirà, perché mai buttarla tra i rovi, tra le pietre o sulla strada? Se si trattasse di una semente e d'un terreno materiali, sarebbe insensato; ma allorché si tratta di anime e della dottrina, l'operato è degno di approvazione. Giustamente si riprenderebbe il coltivatore che si comportasse in tal modo: la pietra non saprebbe farsi terra, la strada non può esser che strada e le spine, spine. Ma nella sfera spirituale non avviene lo stesso: la pietra può divenir terra fertile, la strada può non esser più calpestata dai passanti e divenir campo fecondo, le spine possono esser divelte per consentire al seme di germogliare senza ostacoli. Se ciò non fosse possibile, il seminatore non avrebbe sparso la semente come ha fatto. Se la trasformazione benefica non si è sempre avverata, ciò non dipende dal seminatore, ma da coloro che non hanno voluto esser trasformati. Il seminato re ha adempiuto il suo dovere, ma se si è sprecato ciò ch'egli ha dato, il responsabile non è certo l'autore di tanto beneficio...
Non prendiamocela pertanto con le cose in sé, ma con la corruzione della nostra volontà. Si può esser ricchi e non lasciarsi sedurre dalle ricchezze, viver nel secolo e non lasciarsi soffocare dagli affanni. Il Signore non vuoi gettarci nella disperazione, bensì offrirci una speranza di conversione e dimostrarci che è possibile passare dalle condizioni precedenti a quella della buona terra.
Ma se la terra è buona, se il seminatore è il medesimo, se le sementi sono le stesse, perché uno ha dato cento, un altro sessanta e un altro trenta? La qualità del terreno è il principio della differenza. Non è né il coltivatore né la semente, bensì la terra in cui è accolta. Conseguentemente, la responsabile è la nostra volontà, non la nostra natura. Quanto immenso è l'amore di Dio per gli uomini! Invece di esigere identica misura di virtù, egli accoglie i primi, non respinge i secondi e offre un posto ai terzi. Il Signore dà questo esempio per evitare a coloro che lo seguono di creder che, per essere salvi, basti ascoltare le sue parole... No, ciò non è sufficiente per la nostra salvezza Bisogna anzitutto ascoltare con attenzione la parola e custodirla fedelmente nella memoria. Quindi occorre alienarsi con coraggio per metterla in pratica.

San Charbel Makhlouf - Tema: Primato di Dio - Eremita


«Che cosa è il reale? chiedeva papa Benedetto XVI, il 13 maggio 2007. Sono «realtà» solo i beni materiali, i problemi sociali, economici e politici? Qui sta precisamente il grande errore delle tendenze dominanti nell'ultimo secolo, errore distruttivo, come dimostrano i risultati tanto dei sistemi marxisti quanto di quelli capitalisti. Falsificano il concetto di realtà con l'amputazione della realtà fondante, e per questo decisiva, che è Dio. Chi esclude Dio dal suo orizzonte falsifica il concetto di «realtà» e, in conseguenza, può finire solo in strade sbagliate e con ricette distruttive. La prima affermazione fondamentale è, dunque, la seguente: solo chi riconosce Dio, conosce la realtà e può rispondere ad essa in modo adeguato e realmente umano.»
La vita consacrata testimonia l'importanza di Dio. La vita in solitudine degli eremiti, in particolare, è «un invito per i propri simili e per la stessa comunità ecclesiale a non perdere mai di vista la suprema vocazione, che è di stare sempre con il Signore» (Giovanni Paolo II, Esortazione Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 7). Per illustrare questa verità, la Chiesa ci propone l'esempio di san Charbel Makhlouf.
A 140 chilometri a nord di Beirut, si trova Biqa-Kafra, il più alto villaggio del Libano, a 1600 metri di altitudine. Di fronte, si ammirano i famosi «Cedri di Dio». Gli abitanti di questi luoghi, dal carattere turbolento, sono buoni, ospitali e laboriosi. Come tutti i Maroniti (membri della Chiesa cattolica orientale fondata da san Marone, nei secoli IV-V), sono orgogliosi della loro fede e praticano la religione senza rispetto umano. Molto devoti alla Vergine Maria, recitano volentieri il suo Rosario. È in questo villaggio che nasce, l'8 maggio 1828, il quinto figlio di Antoun (Antonio) Makhlouf e Brigita (Brigida) Choudiac. Otto giorni dopo la nascita, riceve al santo Battesimo il nome di Youssef (Giuseppe). Animata da una pietà quasi monastica, Brigita Makhlouf è intransigente sulla preghiera in famiglia. La fervente partecipazione alla Messa e la recita quotidiana del rosario costituiscono gli elementi principali della sua devozione. Due suoi fratelli sono monaci nell'Ordine maronita libanese e vivono in un eremo a cinque miglia da Biqa-Kafra.

mercoledì 22 luglio 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 15,1-8 - Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto.



 Gv 15,1-8
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Parola del Signore
Riflessione

Gesù, dicendoci nel Vangelo di oggi: “Io sono la vite vera...”, ci mette in guardia; ed è come se ci dicesse di stare lontani da tante piante di vite selvatiche che crescono dappertutto, ma che non daranno mai frutto. "Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata” (Mt 15, 30). Quindi, se ci ostiniamo a rimanere attaccati alla pianta sbagliata finiremo nel caminetto!!!
Il cammino di fede è come una pianta di vite... ha necessità di cure continue e, a volte, drastiche. Dio, che è l'agricoltore, ha molta pazienza, ogni giorno lavora per la Sua vigna affinché nel giorno della vendemmia il Suo Regno sia colmo di ceste d'uva. Possiamo considerare inoltre come la vite sia un segno di comunione, infatti, dal suo frutto si ottiene il vino... e questo durante l'ultima cena viene trasformato: "...Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati (Mt 26, 28). Quindi, se Lui è la vite e noi i tralci, il raccolto è bello che assicurato. San Paolo, nella lettera ai Romani, ci dà un ottimo incoraggiamento: Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se è santa la radice, lo saranno anche i rami” (Rm 11, 16).
Il problema di tanti cristiani è che vogliono essere circondati da piante o erbacce per sentirsi più sicuri e non sentirsi soli. I soldi, le cene con amici, i viaggi, la bella automobile, le discoteche, i vestiti firmati, non sono altro che erbacce che coprono la pianta. Tutte cose stimolanti e piacevoli, ma che non durano, e una volta circondata la pianta soffoca e muore. Piano piano infatti, ci si renderà conto che tutte queste cose hanno una fine... e così, un bel giorno, ci si ritroverà veramente soli. Allora Gesù, oggi, ci dà la ricetta per evitare di soffrire inutilmente... “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. Dire di si a Dio e mettersi nelle Sue mani significa accettare di lasciarsi lavorare. Significa lasciarsi svestire completamente... e poi, Lui stesso confezionerà un bel vestitino fatto apposta per noi. Questo momento di spogliamento è per noi piuttosto doloroso. Con le Sue cesoie infatti, il Signore molto spesso sembra che non vada tanto per il sottile, è un po' pesante, addirittura insopportabile!!!... E così, sforbiciata dopo sforbiciata, ti ritrovi nuda. Non solo... ma guardandoti attorno vedi tanto verde e, per un momento, ti senti sconsolata e infreddolita... quasi, quasi, invidi la pianta selvatica piena di foglie. Ti ritrovi inoltre a combattere con le tue debolezze e a dover sopportare la derisione delle altre piante, apparentemente più rigogliose e prospere di te. Mi viene in mente un passo di Isaia (5, 20): “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro”. Questo passo dovremmo tenerlo a mente in certi momenti di tentazione...
Allora, una volta che abbiamo deciso di farci lavorare, cerchiamo di essere dei bravi pazienti e sopportiamo le medicine anche se, a volte, sono un po' amare. Gesù non ci molla un attimo e non ci nega mai la Sua tenerezza. Il Suo mantello infatti è sempre sulle nostre spalle. Lui non permetterà mai che i Suoi amici muoiano di freddo... e, anche nel post-operatorio si prende cura di noi, non ci farà mancare mai niente. La pace e la gioia sono i Suoi doni preferiti... La cosa singolare in questo cammino di fede, è che non siamo a posto con una sola potatura, essendo dei malati cronici e piuttosto complicati, abbiamo bisogno ogni giorno di essere ritoccati. Con me il buon Dio non rimarrà mai senza lavoro!!!
Con il Sacramento della Confessione, "frequente", abbiamo poi la possibilità di eliminare subito le piccole piantine selvatiche che stanno per spuntare attorno, in modo da essere sempre lindi. Essere spolverati è meno doloroso che essere potati... Quindi... E poi, accostandoci ogni giorno alla Sua Mensa, continueremo a rimanere con Lui e nessuno ci potrà più estirpare. Le Sue radici infatti, non sono di questo mondo...
Pace e bene

Monsignor Boleslaw Sloskans - Tema: Provvidenza - Eucaristia - Preghiera


Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?«Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita« né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8,35-39). Queste parole di san Paolo si applicano in modo particolare alla vita di Mons. Sloskans, vescovo lettone che, dopo un anno di episcopato, ha sofferto per la fede; incarcerato in diciassette prigioni sovietiche, ha conosciuto la deportazione in Siberia e un esilio di più di trent'anni lontano dalla sua patria. La sua vita testimonia della presenza di Gesù Cristo nella sua Chiesa, e in ciascuno dei suoi discepoli: il Salvatore dà loro forza e luce, anche in condizioni umanamente insopportabili.
Boleslaw Sloskans è nato il 31 agosto 1893, a Tiltgals, in Lettonia. Questo paese baltico faceva allora parte dell'impero russo degli Zar. I genitori di Boleslao, che sono cattolici, hanno la gioia di mettere al mondo sei figli. La formazione religiosa si fa in seno alla famiglia. Alla conclusione dei suoi studi elementari, Boleslao informa suo padre della sua intenzione di diventare prete. Quest'ultimo esprime il suo consenso con un pugno sul tavolo, mettendo come unica condizione che suo figlio s'impegni a diventare un buon prete. Alla fine dei suoi studi effettuati a San Pietroburgo, in Russia, Boleslao viene ordinato prete il 21 gennaio 1917. Nell'autunno seguente scoppia la rivoluzione bolscevica; i comunisti s'impadroniscono del potere. Poco per volta, l'insegnamento religioso viene proibito, le chiese vengono chiuse, i vescovi e i preti imprigionati« Nel novembre 1918, la Lettonia riconquista la sua indipendenza dalla Russia, ma, rimanendo chiuse le frontiere, Boleslao è costretto a rimanere a Pietrogrado. Vi è incaricato della parrocchia di santa Caterina dove il suo zelo pastorale e la saggezza del suo giudizio sono molto apprezzati.
«Un uomo semplice ma santo»

Giacomo Lebreton - Tema : Sofferenza



La sofferenza rimane uno dei più oscuri enigmi dell'esistenza umana. La sua realtà colpisce tutti gli uomini: nessuno vi sfugge. Se lo spettacolo del creato apre lo sguardo dell'anima sull'esistenza di Dio, la sua sapienza, la sua bontà e la sua provvidenza, la sofferenza che popola il mondo sembra offuscare quest'immagine. Certuni possono addirittura esser tentati di negare l'esistenza di Dio: «Se Dio esiste, perchè tanto male nel mondo?» Infatti, come mai la nostra vita sulla terra è talmente piena di dolori e di conflitti? Conflitti fra l'anima che è immortale, ed il corpo, straziato dalla malattia e dalla morte; fra la ragione e le passioni, che ci trascinano in direzioni contrarie; conflitti fra l'uomo e l'universo, l'uomo che lavora tutti i giorni per trarre di che nutrirsi da quella terra, che, troppo spesso, lo contraccambia con carestie e catastrofi. Perchè tante pene?
«Al centro di ogni dolore che colpisce l'uomo, ed altresì alla base del mondo delle sofferenze, appare inevitabilmente la domanda: Perchè?» (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, dell'11 febbraio 1984, sul «Senso cristiano della sofferenza», 9).
Armonia meravigliosa
La Rivelazione ci insegna che Dio, all'origine, non ha creato l'uomo in tale stato drammatico. Non gli ha dato soltanto la qualità di uomo, di «animale ragionevole», lo ha, subito, fissato in uno stato di santità, l'ha rivestito della propria grazia, è andato ad «abitare in lui». Questo esprime il versetto della Genesi: Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza (Gen. 1, 26). I Padri della Chiesa hanno visto nell'espressione a sua somiglianza un'allusione alla grazia santificante che rendeva l'uomo partecipe della natura divina, «simile a Dio». La grazia conferita ad Adamo aveva la particolarità di estendere la propria influenza sulla totalità dell'essere umano, corpo ed anima, attraverso effetti di potenza che ci sono ormai ignoti. L'anima dominava pienamente il corpo, premunendolo contro la sofferenza e la morte; la ragione, scevra di concupiscenza, governava perfettamente le passioni; infine, l'uomo regnava veramente sul mondo, la terra era per lui un giardino di delizie, un paradiso, senza fatica penosa nè lotta contro la natura.