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mercoledì 15 agosto 2018

Figlia mia in Gesú... Tratto da “Il piccone che scava i brillanti...”(Epistolario volume I) di don Dolindo Ruotolo



Non avrei voluto annoiarvi con un'altra lettera, ma un impulso forte interiore mi costringe a farlo. Questo giorno non è indifferente per voi; è un giorno di grandi grazie spirituali e di grandi misericordie: è il giorno della vita!
Sapete voi che cosa significa gettarsi nel Cuore di Gesú, quando Egli discende immolato sugli altari? Significa farsi sostituire da Lui!
Gran cosa, o Gesú mio! È nella immolazione tua che io trovo la vita novella: tu mi supplisci, tu Sapienza infinita, e la mia mente si apre ai lumi tuoi. Io comincio così a discernere le tenebre che sono in me, e l'umiltà vera si fa strada nel cuore, quella umiltà che non è vano nascondimento, ma che è il riconoscimento vero di me come nulla, di te come tutto!
Tu vieni sull'altare, ti immoli per me... la santa Messa si celebra per me, questo inestimabile tesoro diventa mio!
Tu dunque copri le mie miserie passate e presenti... ti metti davanti a me, mi ammanti del tuo Sangue, e dai Cieli sgorga un fiume di misericordie e di grazie per l'anima mia. In me non ci sono ostacoli più: questo fiume tutto travolge, e lascia in disparte le mie pietre e la mia melma, solo perché io possa riguardarmi spesso per il nulla che sono!
Tu vieni sull'altare, e vieni per scegliere nell'aiuola il piccolo fiorellino tuo. Dove lo riporrai, o dolce Gesú?... Io non lo so; mi abbandono a te completamente, perché vivo io, ma non più io, sei tu che vivi in me!
Tu mi atterri, o Gesú mio; si benedetto! Io voglio fare solo quello che vuoi tu, sempre, non voglio più chiamarmi padrona di me... Ecco ti apro tutto il mio cuore! Possiedi le mie energie, possiedi i miei pensieri, possiedi il mio ingegno; i miei affetti, le mie sensibilità... le mie miserie! Dove passi tu spuntano i fiori, cade la rugiada, spira il vento salutare che rinnova, arde il sole benefico che feconda, e tutto diventa fiorito! È passato l'inverno dell'anima mia, o Gesú dolce, è passato!
Tu ti mostrasti a me una volta e mi attraesti quando io ero più sfiduciata della vita... ora tu mi leghi a te! Per sempre, o Gesú, per sempre; ma senza vincoli di ansietà e di oppressione! Io non ti fo anzi nessun voto: il mio voto è l'amore!. Se ti promettessi qualche cosa, sarebbe la mia volontà a promettertelo; ora la mia volontà è nulla; io so che non so concepire che cose infantili e sciocche!
Eccomi dunque a te, Gesú mio, il mio voto. è uno solo, è fervido, è ardente: fa' di me quello che vuoi, Guidami come bimba, per la mano, per forza, nelle vie della tua SS. Volontà e dei tuoi ammirabili disegni; negli atti più indifferenti il soffio della tua vita divina mi animi, di modo che per te o Gesú, non per la mia volontà, per te, non per la mia forza, per te solo, non per i miei sforzi, tutto diventi tuo, tutto, senza restrizioni, senza concorso stolto delle miserie mie!
Come bimba tua; tutta tua, legata a te, Padre mio dolcissimo, io volgo lo sguardo a te anche se debbo muovermi indifferentemente: da te aspetto la parola di vita, da te bevo questa vita nuova, da te la piglio ed in te la rifondo! Sarò sempre piena di te, sempre vuota di me; in tutto ti glorificherò, in tutto mi umilierò.
Questo lavoro mirabile lo farai tu, o Gesú, perché tu ti immoli per me questa mattina, e cosi mi leghi a te. Questo sacrificio della Messa e la santa Comunione che fo è come l'attacco del filo elettrico al motore già arrugginito... in un momento lo agita un fremito... stride, cigola sui cardini suoi e poi gira velocemente!... La ruggine non si scorge più in questo movimento nuovo di vita; la ruota, i pezzi di questo motore sembrano levigati, belli, splendenti, perché l'occhio non vi si può più fermare... Dio si compiace di te, o Gesú, e si compiace anche di me perché mi vede in te, perché mi ama in questo movimento di vita!... Lascia dunque che io mi abbracci a te, o Gesú dolce... tu sei mio!
Da oggi in poi la mia confidenza deve essere illimitata in te, perché tu me lo permetti. Se avessi reciso la mia chioma, se avessi posto sul capo un panno bianco, che cosa avrei fatto? Io ho reciso la mia volontà nella tua, la mia nullità nel tuo tutto!...
Se mi fossi appartata in un chiostro avrei cercato la mia pace nella solitudine, mi sarei raccolta forse più in me che in Te! Tu sei il mio ricovero, o Gesú, ed io preferisco muovermi per te solo, preferisco glorificarti con la vita che tu stesso mi hai data
Sei mio, o Gesú buono, sei mio! Ma che dico? Hai forse tu bisogno di me? No, mio Dio... sono un nulla! Ed allora io non cerco che te, non bramo che la tua gloria: fa' che la mia voce sia suggestiva per chiamare intorno a te le anime; che il mio cuore lasci dovunque impronte di fuoco per tirare a te tutto, che la mia mente, povera e nulla, sia trapassata dal tuo lume per spargere luce, per farti conoscere dovunque!
Ecco i miei propositi, o Gesú mio, ecco la mia consacrazione, ecco il mio chiostro, ecco i miei voti: tu solo.
Gesú, figlia mia, accetta le vostre offerte, e per questo vi dico che questo è giorno solenne per voi. Oramai non dovrete più preoccuparvi dell'avvenire, del modo col quale potrete agire: Egli vi guiderà come una bimba, per mano, ed alle volte anche per forza. Poco per volta vi troverete in un altro campo; senza accorgervene, vi troverete nelle sue mani, ed allora quanti segreti vi manifesterà Egli stesso!
Voi non vi allarmerete più di nulla: difetti ne troverete in voi, ed oh quanti, ma non farete altro che dirlo a Gesú, Egli vi libererà subito dalla scoria. La vita vi seguiterà a dare delle amarezze, ma Egli le muterà tutte nella sua gloria! I Vedrete il mondo sconquassato per un momento; le epidemie, le rovine, le stragi, le persecuzioni lo agiteranno, e sarete sicura di passare fra le fiamme senza bruciarvi, perché siete proprietà di Gesú. Egli saprà salvarvi, Egli saprà guidarvi. Voi non dovete fare nulla di nuovo: dovete solo offrirvi spesso a Gesú.
Prima di decidervi ad un'azione ditegli nell'intimo del cuore, con vera sincerità: Signore guidami dove vuoi tu. Non gli domandate molte cose, non gli proponete molti progetti, lasciate che Egli stesso faccia i piani e che Egli stesso li sviluppi. Seguitate ad essere gioviale, schietta, serena; non vi ammantate di malinconia; dove non può entrarvi Gesú, penserà Lui stesso a pigliarvi per mano ed a guidarvi altrove.
Oh, se tutti sapessero abbandonarsi a Gesú in tale maniera nella SS. Eucaristia, vi assicuro che il mondo si muterebbe. Questa è proprio la vita universale e ce lo dice l'Apostolo: «Restaurare tutto in Gesú, sia ciò che è di cielo, sia ciò che è di terra».
Questo è lo scopo altissimo per il quale il Verbo di Dio si fece uomo: Egli volle supplirci, e volle guidare tutte le nostre attività pigliandone possesso.
Questo è il grande segreto di una perfezione completa, nella quale non entrano né piccolezza, né pettegolezzi umani! Tante nostre preghiere oggi ricevono l'esaudimento, tanti vostri sospiri oggi si appagano... Vedrete con i fatti che non parlo a caso.
Stavo scrivendo la lezione di Religione, ed una forza mi ha costretto a scrivervi; ho dovuto spezzare tutto per farlo. Questo è anche un segno della realtà di quello che vi dico. Ve lo confesso candidamente: io mi trovo in questo stato da anni e mi consolo che tutto fa Gesú, tutto.
Quando esco amo che Egli mi diriga là dove vuole operare, e veggo che lo fa. Quando scrivo voglio che Egli operi, e lo fa... Oh quanto è buono Gesú! Vi benedico di cuore nel suo SS. Nome. Benedico le vostre sorelle e la famiglia vostra. Sapete che nella Messa ho sempre presente l'anima di Ferruccio? Dio gli ha usato misericordia.
Pregate per me, per mio fratello e credetemi sempre vostro povero servo
Dolindo Ruotolo

martedì 14 novembre 2017

CHIAMATI AD ESSERE FIGLI NEL FIGLIO - Tratto da: “Il mio ideale: Gesù, Figlio di Maria” di P. Emilio Neubert - Libro terzo


I. LA MIA MISSIONE MATERNA: TRASFORMARTI IN GESÙ
 Maria: Mio caro figlio, che partorii partorendo Gesù, nel quale vedo Gesù e che amo con l'amore stesso che porto a Gesù, hai imparato da mio Figlio primogenito ad essere per me ciò che fu egli stesso; ora voglio essere per te ciò che già sono stata per lui.
Come lui, ti sei dato tutto a me. E io per te, per Gesù presente in te e negli altri, ti ho chiamato ad essere mio figlio prediletto. Non puoi certo comprendere ancora tutto ciò che ti dico; lo comprenderai però a poco a poco.
Innanzitutto voglio occuparmi della tua educazione, come ho fatto per Gesù. Tu sei il mio «bambino», perché sei tutt'uno con lui; allevando te, continuerò ad allevare lui.
Allevarti vuol dire insegnarti a vivere pienamente della vita di Gesù, a pensare, ad amare, a volere come lui, a parlare e ad agire come lui, in una parola: a modellarti su di lui. In altri termini, intendo operare in te una trasformazione analoga a quella che il sacerdote opera nell'Ostia: per i sensi l'Ostia consacrata è sempre pane, ma per la fede è Gesù. Tu pure all'esterno resterai te stesso; ma nell'interno, sarai lui.
Pensi che sia un ideale troppo alto per te? Non ti sgomentare: conosco troppo bene il modello che devi riprodurre e l'arte di foggiare le anime a sua somiglianza. Tutti i santi sono diventati tali per me. Ciò che ho fatto per gli altri, perché non potrei farlo anche per te? Unica tua preoccupazione dev'essere quella di, lasciar fare a me e di essermi docile in tutto.
Ora ti indicherò alcune pratiche speciali che ti aiuteranno in questo lavorìo di trasformazione. Ponile in atto gradualmente. Non passare alla seguente se non dopo aver acquisito l'abitudine della precedente. Ma una volta che ne avrai adottata una, non abbandonarla mai più.
Invito al colloquioO Madre mia, diventare un santo! io, povero peccatore, così colpevole in passato, così vile al presente, così incostante forse anche in avvenire!... Ma mi abbandono a te. Tutti i miracoli ti sono possibili, anche quello di fare di me un santo! Ottienimi la grazia di non resistere mai ai tuoi desideri!
II. IMPARA A PENSARE CON I PENSIERI DI GESÙ

Venerabile Giulia Colbert e Servo di Dio Carlo Tancredi Falletti di Barolo - (Sposi) - Tancredi: Torino, 26 ottobre 1782 – Chiari, Brescia, 4 settembre 1838 - Giulia: Maulévrier, Francia, 26 giugno 1786 – Torino, gennaio 1864




TORINO, 1814. Nell'ottava di Pasqua, la marchesa Giulia di Barolo incontra una processione che accompagna il Santissimo Sacramento che viene portato a un malato. Si inginocchia. Improvvisamente, in mezzo ai canti sacri, una voce stridula grida: «Non il viatico vorrei, la zuppa!» Questa provocazione, che proviene da un detenuto della vicinissima prigione centrale, induce la giovane donna a entrarvi. Di fronte al degrado a cui sono ridotti i prigionieri, rimane scandalizzata. La visita del settore delle donne, in particolare, la colpisce profondamente: «Si gettarono per così dire su di me, racconta, gridando insieme, e il loro stato di degradazione mi provocò un dolore, una vergogna che non posso ricordare senza provare una viva emozione...»
Ritornò a casa con animo addolorato, pensando se si potesse trovare un qualche mezzo per migliorare l'esistenza fisica e morale delle prigioniere. I coniugi Barolo vedono in questa scoperta un segno della Provvidenza: per tutta la loro vita, essi si dedicheranno alle opere di misericordia.
Esilio in famiglia

sabato 11 novembre 2017

ROSARIO IN SUFFRAGIO PER LE ANIME SANTE DEL PURGATORIO - MISTERI GAUDIOSI - MISTERI DOLOROSI - MISTERI GLORIOSI



MISTERI GAUDIOSI

Nel primo Mistero si contempla l'Annunciazione di Maria Vergine e l'Incarnazione del divino Verbo

O Madre di Misericordia e Nostra Signora del Suffragio, noi vi offriamo questa decina del Rosario in onore del mistero dell'Incarnazione
Vi domandiamo per i meriti di Gesù, che si fece prigioniero per noi nel vostro purissimo seno, di liberare dal loro carcere le povere anime del Purgatorio, a Te tanto care; sono anime che Gesù ha redento col suo preziosissimo Sangue. Fa' che con le preghiere e con altri mezzi, che sono nelle nostre mani, le anime dei fedeli defunti scontino le loro colpe; e al più presto passino dal pianto al riso, dall’esilio alla patria, dalle tenebre del Purgatorio alla luce sfavillante dei cieli.
Pater, dieci Ave, Eterno riposo

Nel secondo Mistero si contempla la visita di Maria Vergine a santa Elisabetta

 O Madre di Misericordia e Nostra Signora del Suffragio, noi vi offriamo questa decina del Rosario in onore del mistero della vostra Visita a Santa Elisabetta
Vi domandiamo per la carità allora usata verso la vostra parente di visitare e soccorrere le povere anime del Purgatorio. Muoviti a pietà di quelle anime sofferenti. Sono le tue figlie, le spose del tuo Gesu, le future abitatrici del Cielo. Ebbene, consolale col tuo materno sorriso; abbrevia il tempo del loro purgatorio e fa' che presto vengano a Te in Cielo per godere con Te e cantare a Te in eterno inni di amore.
Pater, dieci Ave, Eterno riposo.

lunedì 23 ottobre 2017

“ Il sorriso della “straccivendola” - Venerabile Elisabetta Maria Satoko Kitahara - E' stata una farmacista giapponese, proclamata venerabile da Papa Francesco il 22 gennaio 2015



In tutti i tempi Chiesa cattolica vuol dire l’universale molteplicità, riflettuta da fedeli di diverse razze, nazioni e culture, che hanno preso sul serio il Vangelo di Gesù e lo hanno applicato alla propria vita. Un esempio bello, da noi in Europa poco conosciuto, è quello della giovane farmacista Satoko Kitahara del Giappone. La sua umile testimonianza di fede ispirò molte persone per il divino e indirizzò al bene il loro ambiente di vita. Con il passare degli anni le azioni cristiane di Satoko non hanno perso nulla del loro carisma mariano.

Il 28 marzo del 1948 era una bella giornata di primavera; la giovane studentessa di farmacia, Satoko Kitahara, usciva dalla sua elegante casa situata in un quartiere di Tokyo per far visita ad una collega di studio a Yokohama. Erano passati appena tre anni da quando tutto il Giappone, paralizzato, dopo il bombardamento atomico su Hiroshima e Nagasaki, aveva sentito la voce dell’Imperatore Hirohito rivolgere al popolo l’appello “di sopportare l’insopportabile” : cioè la capitolazione. Alla fine della guerra tredici milioni di giapponesi erano senza casa. A Tokyo, mezzo distrutta, circa in diecimila vivevano come ratti, in capanne di latta e rimesse. Il loro cibo quotidiano consisteva in appena due ciotole di riso. La cosa peggiore però era la disperazione e il numero spaventoso di suicidi.
Anche la giovane Satoko, elegantemente vestita, aveva molte domande inquietanti sul vero senso della vita e ne discuteva con la sua amica lungo le vie di Yokohama. Arrivate davanti alla Chiesa dedicata al Sacro Cuore di Gesù, Satoko sentì di dover entrare. Per tutte e due era la prima volta che entravano in una Chiesa cattolica. Cercarono di orientarsi in quell’ambiente silenzioso e ignoto. In fondo, a sinistra, su un altare si trovava una statua di gesso a grandezza naturale, una donna con una ragazza inginocchiata ai suoi piedi, S. Bernadette, come Satoko seppe successivamente. “Vedevo per la prima volta una rappresentazione di Maria”, raccontò più tardi. “Fissavo la statua e provai un’attrazione molto forte, inspiegabile. Fin dall’infanzia mi accompagnava un desiderio forte e indefinibile per tutto ciò che è puro”.

L’amabile provvidenza di Dio

Sant’Antonio Maria Claret - Sallent (Catalogna, Spagna), 23 dicembre 1807 - Fontfroide (Francia), 24 ottobre 1870 - Tema: Apostolato sacerdotale



«Sapete che c'è una cosa che non ho mai potuto capire? È che, pur essen- do Nostro Signore infinitamente buono e amandoci senza misura, gli uomini lo amino così poco!» Queste parole ci rivelano il cuore di un grande apostolo, sant'Antonio Maria Claret.

Venuto al mondo l'antivigilia del Natale 1807, nella città industriale di Sallent, provincia di Barcellona, in Catalogna (Spagna nord-orientale), Antonio Claret viene battezzato il giorno della nascita del Salvatore. I suoi genitori, tessitori di cotone, sono profondamente cristiani. Le prime parole che insegnano ai loro figli sono i santi nomi di Gesù e di Maria. Il giovane Antonio ne deriva una grande devozione verso la Santissima Vergine di cui ama frequentare i santuari. Il giorno della sua prima Comunione, si considera il ragazzo più felice del mondo. È molto presto attratto verso il sacerdozio, ma suo padre lo destina al mestiere di tessitore e Antonio si appassiona a questa arte di cui diventa ben presto un esperto. Ragazzo modello, deve ciò nondimeno lottare per essere fedele al Signore. La lussuria e l'avarizia gli si presentano sotto forma di tentazioni seducenti. Per vincerle, si sforza di pregare di più, soprattutto la Santissima Vergine. In seguito, nel suo Catechismo della Dottrina Cristiana, darà questo consiglio salutare: «Se sei assalito da qualche tentazione, invoca Maria in quel momento, venera la sua immagine, e ti assicuro che se la invochi costantemente..., ti aiuterà senza fallo e tu non peccherai».

Troppi ostacoli

Un giorno, il giovane si rende conto che, nonostante la sua fedeltà alla preghiera quotidiana, incontra nel mondo troppi ostacoli per vivere in unione con Dio. Mentre si trova in chiesa, si vede assalito da così tante distrazioni che, malgrado i suoi sforzi per scacciarle, ha «in testa più macchine di quanti siano i santi in Cielo». Quando suo padre gli parla di un'offerta che permetterebbe di ingrandire la loro fabbrica, si scontra con l'esitazione di suo figlio. In effetti, da qualche tempo, quest'ultimo sente risuonare nel suo cuore le parole del Vangelo: A che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima? (Mt 16,26). Poco dopo, un incidente gli fa sfiorare la morte; allora, comprendendo che Dio lo chiama, decide di abbandonare tutto.

domenica 8 ottobre 2017

“Ringraziate per tutto!” Tratto da “Trionfo del Cuore” LA GRATITUDINE CHIAVE DELLA FELICITÀ PDF - Famiglia di Maria Luglio - Agosto 2014 N° 26


Dire “grazie” è così facile, ma spesso è anche tanto difficile. Talvolta è forse solo l’abitudine a non renderci del tutto consapevoli del bisogno che abbiamo l’uno dell’altro: in primo luogo di Dio, poi anche di molte altre persone che a volte non conosciamo; come, ad esempio, il contadino che ha munto la mucca, grazie al quale noi al supermercato possiamo comperare il latte. Non ce ne rendiamo conto e non sentiamo il bisogno di ringraziare. Quando poi gli manca qualcosa o le cose non corrispondono a quanto desiderato, l’uomo si lamenta subito e diventa scontento. In fondo è una forma di incredulità, perché se fossimo convinti che, nel Suo amore, Dio si occupa di noi perfino nelle cose più banali, non ci lamenteremmo subito quando una situazione non corrisponde alle nostre aspettative o è contraria ai nostri piani. Chi dice grazie, testimonia l’importanza della gratitudine. Questa è una delle verità fondamentali dell’umanità: tutta la nostra vita, dalla nascita alla morte, è un dono; la nostra anima, il nostro corpo, i nostri talenti, tutto è un dono di Dio, che noi abbiamo ricevuto senza aver fatto nulla, senza aver presentato alcuna richiesta. I nostri genitori ci hanno donato il loro affetto e le loro premure, senza i quali non avremmo potuto sviluppare la nostra personalità. Se da giovani siamo stati convinti di avere in mano le redini della nostra vita e di riuscire a realizzarla secondo la nostra volontà, nella vita spirituale dobbiamo riconoscere che siamo sempre e solo coloro che ricevono tutto in dono. In tutti i sacramenti, dal Battesimo all’Eucarestia, riceviamo gratuitamente, e senza alcun merito da parte nostra, il dono più grande che un uomo possa ricevere: la presenza in noi del Dio in tre Persone. Come risposta ci resta solo una profonda gratitudine: “Celebrate il Signore perché è buono, perché eterna è la Sua misericordia”. (Sal 107)
Una persona riconoscente è una persona umile

lunedì 11 settembre 2017

San Giovanni Gabriele Perboyre, martire Tema: Apologetica - Puech, Francia, 1802 - Vuciang, Cina, 11 settembre 1840


«Aumenta il numero di coloro che, di fronte alla presente evoluzione del mondo, si pongono le domande più fondamentali o le percepiscono con una nuova acuità. Che cos'è l'uomo? Cosa significano la sofferenza, il male, la morte?... Che cosa accadrà dopo questa vita?» (C. Vaticano II, Gaudium et spes, 10). La questione dello scopo della nostra vita si annovera fra le più fondamentali. La risposta che vi si dà condiziona l'orientamento di tutti i nostri atti. Eppure, di fronte a questo vasto quesito, i nostri contemporanei sono spesso smarriti. Il seguente racconto ci aiuterà a capire.

Il Nord, un grado di più, un grado di meno

Di notte, in piena tempesta tropicale e a diecimila metri al di sopra dell'Oceano Pacifico scatenato, il comandante del Boeing 747 Tahiti-Hawaii spiega personalmente la situazione ai quattrocento passeggeri terrorizzati:

«L'aereo attraversa una testata di ciclone che culmina troppo in alto perchè la si possa sorvolare... per colmo di sventura, l'impianto elettrico è totalmente fuori uso... lo stesso vale per la bussola di scorta... Deriva notevole a causa di venti molto violenti... nessun riferimento esterno: nè stelle, nè punti di orientamento... quando sarà finita l'ultima goccia di carburante, fra due ore, i reattori si spegneranno».

Una voce strozzata chiede: «Che cosa le occorrerebbe, comandante, per trarci d'impaccio? – Il Nord! La direzione del nord, un grado di più, un grado di meno... altrimenti rischiamo di girare a vuoto... un'unica direzione può riportarci sull'isola, e mi ci vuole assolutamente il nord per calcolarla».

1° passeggero: «Comandante, mia moglie è dotata di una grande intuizione, è ereditario in lei, sente le cose; il nord è di là...» – 2° passeggero: «Assolutamente no! La radioestesia è una scienza affidabile ed ho con me il pendolino: Guardate!...» – 3° passeggero: «Ma no! In parapsicologia, si pratica la trasmissione del pensiero: concentrandomi sulle onde cerebrali dell'uomo radar di Hawaii, mi verrà indicata la direzione giusta...» – 4° passeggero: «Errore! L'astrologia ci salverà. L'oroscopo di oggi mi garantisce il successo in tutte le mie scelte, ne approfitti e giri in quella direzione...» – 5° passeggero: «Scusate tanto! Sono all'ottava reincarnazione. Nella mia precedente esistenza, ero un piccione viaggiatore...» – 6° passeggero: «Per cortesia! Con che diritto affermate così, perentoriamente ed esclusivamente le vostre convinzioni private? Poichè questa questione pubblica ci concerne tutti, in nome del rispetto, della tolleranza e della libertà, che ciascuno si esprima democraticamente, e che la maggioranza arrivi ad un consenso quanto alla direzione del Nord...» E così via.

Fino al 360° passeggero, che aveva una bussola. Era un modello vecchio, che non sembrava un granché, però indicava il Nord. Salvi? Andiamoci piano! Sentite il concerto di proteste e di dubbi che si scatena contro il detentore della bussola? Sentite che baccano fanno la suscettibilità e l'amor proprio offeso di ciascuno? Insomma, è verosimile che uno solo abbia ragione contro tutti? Chi è mai quello lì, per affermare che è l'unico depositario della verità!

L'unica risposta

sabato 19 agosto 2017

San Giorgio Preca Sacerdote - La Valletta, Malta, 12 febbraio 1880 - 26 luglio 1962



L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni”, affermava il beato Paolo VI nell'enciclica Evangelii nuntiandi.
Sancto Giorgio Preca ha messo in pratica, in anticipo, l'idea espressa da Paolo VI; diceva a coloro che gli vivevano accanto: «Non ci dobbiamo limitare a predicare la fede, dobbiamo viverla.» Pioniere nel campo della catechesi e nella promozione del ruolo dei laiciv fd nell'apostolato, che il Concilio Vaticano II incoraggerà in modo particolare (Apostolicam actuositatem), egli è chiamato il «secondo Apostolo di Malta», dopo san Paolo.
Settimo di nove figli, Giorgio Preca nasce il 12 febbraio 1880 a La Valletta, capitale dell'isola di Malta, nei pressi di un santuario dedicato alla Madonna del Monte Carmelo. Riceve il Battesimo cinque giorni dopo. Il padre, uomo d'affari benestante, diventerà ispettore della Sanità. Malta è allora una colonia britannica che si sta orientando verso l'indipendenza; otterrà la sua autonomia nel 1964. Nonostante una reale povertà dell'isola, l'economia è in crescita. Malta ha allora una popolazione per il 99% cattolica; vi si trovano molte opere religiose.
Salvato dalle acque

venerdì 18 agosto 2017

La potenza della mitezza...



"Niente è forte come la dolcezza”.
Per esperienza personale ne era profondamente convinto il santo vescovo di Ginevra, Francesco di Sales (1567-1622). La mitezza, un arma vincente? Nella vita quotidiana, al lavoro, per strada,spesso persino in famiglia, ci troviamo di fronte ad ingiustizie, aggressioni, rabbia, impazienza, mancanza di autocontrollo, durezza del cuore, disprezzo e assenza di pace. Da cristiani, noi in che modo reagiamo? Ripaghiamo con la stessa moneta o ci rivolgiamo allo Spirito Santo, perché Egli ci dia il Suo amore e la mitezza, quel dono che è l'unica arma con la quale si combattono e si vincono gli eccessi del male?


Gesù stesso, l'Agnello di Dio, fino alla morte in Croce, affrontò con mitezza tutte le sue sofferenze. Per questo ci ha donato questa promessa piena di speranza: "Beati i miti, perché erediteranno la terra”. (Mt 5,5)
Significa conquistare i cuori delle persone affinché il regno di Dio si diffonda. Tanti santi testimoniano questa verità evangelica. Basti pensare alle due donne romane, la beata Anna Maria Taigi (1769-1837) e la beata Elisabetta Canori Mora (1774-1825). Anna Maria, madre di sette figli e illuminata consigliera di Papi, possedeva un carattere gaio e gentile, ma per placare il temperamento burbero del marito Domenico, ebbe estremamente bisogno di tanto umile amore e pazienza.
A 92, anni durante il processo di beatificazione della moglie, egli stesso testimoniò: "Spesso tornavo a casa stanco, di malumore e irascibile, ma ella sempre sapeva addolcirmi e rallegrarmi. Sapeva ben tacere... aveva tanta buona maniera, tanta piacevolezza che mi faceva passare ogni malumore... Le debbo essere grato perché mi ha rimosso alcuni difetti, ma con un amore perfetto e con una tale bontà, che non si trovano più ai giorni nostri”.
Per Anna Maria fu una “Via Crucis” percorsa per amore di Gesù. Ella raggiunse la sua meta. Accadde quasi lo stesso con la sua amica, più giovane di cinque anni, anche lei oggetto di tante grazie mistiche, Elisabetta Canori Mora. Per trent'anni sopportò l'infedeltà del marito Cristoforo e la povertà nella quale egli aveva ridotto la sua famiglia prima benestante. Con molta preghiera e con l'aiuto del suo padre Spirituale, riuscì a perdonarlo, trattandolo sempre con bontà e offrendo tutte le sofferenze per la sua conversione.

martedì 25 luglio 2017

San GIOVANNI CRISOSTOMO - COMMENTO AL VANGELO DI S. MATTEO - Discorso sessantacinquesimo – Mt. 20, 17-28



Nell’ascendere a Gerusalemme, Gesù prese in disparte i dodici discepoli e, strada facendo, disse loro: «Ecco, saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà dato nelle mani dei gran sacerdoti e degli scribi. Essi lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai gentili per farlo schernire, flagellare e crocifiggere; e il terzo giorno risorgerà”.

1. –Gesù, venendo dalla Galilea, non si dirige subito a Gerusalemme. Compie prima molti miracoli, chiude la bocca ai farisei, parla ai suoi discepoli della povertà, dicendo: “Se vuoi essere perfetto, vendi quanto hai”, della verginità: “Chi è capace d’intendere, intenda”, dell’umiltà: “Se voi non vi convertite e non diventate come i fanciulli, non entrerete nel regno dei cieli”, della ricompensa in questa vita: “Chiunque avrà lasciato case, o fratelli, o sorelle, riceverà il centuplo in questo mondo”, e delle ricompense nell’aldilà: “e avrà in eredità la vita eterna”.
Solo dopo aver dato tutti questi insegnamenti, si avvia verso Gerusalemme e, prima di giungervi, parla ancora ai suoi discepoli della passione. È naturale, infatti, che gli apostoli, non volendo che ciò accada, si siano scordati di essa; perciò Gesù richiama continuamente alla loro memoria l’evento allo scopo di preparare e di esercitare, con questo reiterato richiamo, il loro spirito, e consolare la loro tristezza. Necessariamente parla loro “in privato”, in quanto non conviene che la notizia di tali eventi si divulghi tra la moltitudine e se ne parli troppo chiaramente. Nessun profitto deriverebbe da tale preannuncio. Se gli stessi apostoli ne restano turbati, tanto più si spaventerebbe la folla. Voi mi chiederete: Ma la passione non è stata mai predetta al popolo? Vi rispondo che, per la verità, è stata predetta, ma in modo oscuro, allorché disse: “Disfate questo tempio e io in tre giorni lo riedificherò”, oppure quando dichiarò: “Questa generazione chiede un prodigio, ma non le sarà dato altro che il segno del profeta Giona”, o, quando annunziò: “Ancora per poco tempo sono con voi; mi cercherete e non mi troverete”.
Ma agli apostoli non parla oscuramente: come parlava loro di altri argomenti con maggior chiarezza che alla folla, nello stesso modo parla loro anche di questo. Voi potreste chiedermi allora a quale scopo egli accenna al popolo della passione in termini così velati che esso non è in grado d’intendere le sue parole. Gesù si comporta così perché in seguito il popolo si ricordi che egli è andato volontariamente alla passione, avendo piena consapevolezza e non essendo stato costretto da inevitabile necessità. Ai discepoli, al contrario, predice la sua passione non per quest’unica ragione, ma perché, come già vi dissi, fortificati nell’attesa, sopportino più facilmente l’idea della sua morte, ed essa non li turbi e li atterrisca come accadrebbe, invece, se la passione li cogliesse di sorpresa, non essendo preventivamente informati. Perciò si limita dapprima ad annunziar loro la sua morte; poi, dopo averli abituati a quest’idea e averli esercitati in essa, rivela anche tutte le altre circostanze, dicendo che sarà in mano ai gentili perché lo scherniscano, lo flagellino. Dice loro queste cose affinché, quando vedranno sopravvenire simili sciagure, attendano anche la risurrezione preannunziata insieme. E giustamente merita d’essere creduto anche nella predizione della risurrezione, proprio perché non nasconde le sue sofferenze, neppure quelle che appaiono le più ignominiose.

sabato 15 luglio 2017

Spirito Santo - FUOCO DI SANTITÀ



Non sempre ci sentiamo così ricchi interiormente da pregare con le nostre parole, allora, ci sono i Santi che ci possono aiutare!

Nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. Amen.
O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto.
Gloria al Padre

Togli il velo ai miei occhi
In principio Dio creò il cielo e la terra. Ora la terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l'abisso e lo Spirito di Dio aleggiava sulle acque" (Gn 1, 1 -2)

Preghiamo il Signore, preghiamo lo Spirito Santo perché rimuova dai nostri occhi ogni nebbia e ogni oscurità che per il peso dei peccati oscura la visione al nostro cuore. Potremo allora ricevere un’intelligenza spirituale e meravigliosa della sua Legge, secondo quanto sta scritto: “Togli il velo ai miei occhi e contemplerò le meraviglie della tua Legge”.
Origene (f. 253)

Capire le Scritture con lo Spirito
Il faraone disse ai ministri: “Potremo trovare un uomo come Giuseppe in cui sia lo spirito di Dio?”. Poi il faraone disse a Giuseppe: “Dal momento che Dio ti ha manifestato tutto questo, nessuno è intelligente e saggio come te” (Gn 41,38-39)

Preghiamo il Signore di concederci un’intelligenza più acuta delle profezie e di aprire maggiormente i nostri sensi alla verità; allora, considerando nello Spirito ciò che a opera dello Spirito è stato scritto, e misurando in modo spirituale le realtà spirituali, potremo spiegare le Scritture secondo Dio e secondo lo Spirito Santo che le ha ispirate, in Cristo Gesù nostro Signore, al quale è la gloria e la potenza nei secoli dei secoli Amen.
Origene

Divampi il fuoco dell'amore
Dio disse a Mosè “Tu parlerai a tutti gli artigiani più esperti, ai quali io ho dato uno spirito di saggezza, ed essi faranno gli abiti di Aronne per la sua consacrazione e per l'esercizio del sacerdozio in mio onore” (Es 28.3)

Ora in noi, o Santo Spirito, uno con il Padre e con il Figlio, sii sollecito ad entrare, riversandoti nei cuori.
Bocca, lingua, mente, sensi e ogni nostra forza dia eco alla tua lode: divampi il fuoco dell'amore, faccia ardere colui che ci sta accanto.
Fa' che attraverso te conosciamo il Padre e assieme a lui vediamo il Figlio, e che crediamo in ogni tempo che tu sei lo Spirito di entrambi. Amen.

Sant'Ambrogio di Milano (397)

Tutto conosci
Il Signore parlò a Mosè e gli disse: "Vedi, ho chiamato per nome Bezaleel, figlio di Uri, figlio di Cur; della tribù di Giuda. L'ho riempito dello spirito di Dio, perché abbia saggezza, intelligenza e scienza in ogni genere di lavoro' (Es 3 1,1-3).

O Spirito Santo, tu sei presente a tutte le cose in modo immateriale senza forma, senza mutazione, ma non cessi di rimanere ineffabilmente assiso insieme col Padre.
Ti diffondi dappertutto e tutto contieni; in tutte le cose abiti in confuso, penetri nei nostri pensieri e negli esseri a noi invisibili.
Tutto scruti pur tutto conoscendo.
Senza voce risuoni, e ascolti le anime che internamente gridano in silenzio; di tutte, in tutto, hai pietà senza indugio, le rafforzi e dai indicibile letizia a tutti gli esseri ovunque siano.
Didimo il Cieco (ca. 313-399)

Lettera d’amore di Dio agli sposi...

 
Dice Dio:


La creatura che hai al tuo fianco, emozionata , è mia.
Io l’ho creata.
Io le ho voluto bene da sempre,
ancor prima di te e ancor più di te.
Per lei non ho esitato a dare la mia vita.
Ho dei grandi progetti per lei. Te la affido.
La prendi dalle mie mani e ne diventi responsabile.
Quando l’hai incontrata l’hai trovata bella e te ne sei innamorato.
Sono le mie mani che hanno plasmato la sua bellezza;
è il mio cuore che ha messo dentro di lei la tenerezza e l’amore;
è la mia sapienza che ha formato la sua sensibilità e la sua intelligenza
e tutte le qualità belle che hai trovato in lei.
Devi impegnarti a rispondere ai suoi bisogni, ai suoi desideri .
Ha bisogno di serenità e di gioia , di affetto e di tenerezza,
di piacere e di divertimento, di accoglienza e di dialogo,
di rapporti umani , di soddisfazione nel lavoro e di tante altre cose.
Ma ricorda che ha bisogno soprattutto di Me
e di tutto ciò che aiuta e favorisce questo incontro con Me:
la pace del cuore, la purezza dello spirito , la preghiera,la parola,
il perdono, la speranza e la fiducia in Me, la Mia Vita.
Sono Io e non tu il principio e il fine di tutta la sua vita.
Facciamo un patto tra noi: la ameremo insieme.
Io la amo da sempre.
Sono Io che ho messo nel tuo cuore l’amore per lei.
Volevo affidarla a qualcuno che se ne prendesse cura, ma volevo anche
che lei arricchisse con la sua bellezza e la sue qualità la tua vita.
Per questo ho fatto nascere nel tuo cuore l’amore per lei.
Era il modo più bello per dirti; “Eccola , te la affido”.
E quando tu le hai detto:
“Prometto di esserti fedele , di amarti e di rispettarti per tutta la vita”,
è stato come se mi rispondessi che sei lieto di accoglierla nella tua vita
e di prenderti cura di lei.
Da quel momento siamo in due ad amarla
Dobbiamo però metterci d’accordo.
Non è possibile che tu la ami in un modo e io in un altro.
Devi avere per lei un amore simile al mio,
devi desiderare per lei le stesse cose che io desidero.
Non puoi immaginare nulla di più bello e gioioso per lei.
Ti farò capire poco alla volta quale sia il modo di amare,
e ti svelerò quale vita ho sognato e voluto per questa creatura.
Mi rendo conto che ti sto chiedendo molto.
Pensavi che questa creatura fosse tutta e solo tua,
e ora invece hai l’impressione che Io ti chieda di spartirla con me.
Non è così.
Al contrario , Io sono colui che ti aiuta ad amarla appassionatamente.
Per questo desiderio che nel tuo piccolo amore ci sia il mio grande amore.
E’ questo il mio dono di nozze: un supplemento di amore
Che trasforma il tuo amore di creatura
E lo rende capace di produrre le opere di Dio nella persona che ami.
Sono parole per te misteriose, ma le capirai un poco alla volta.
Ti assicuro che non ti lascerò mai solo in questa impresa.
Io sarò sempre con te
E farò di te lo strumento del Mio amore, della mia tenerezza.
Continuerò ad amare la mia creatura attraverso i tuoi gesti
d’amore, di attenzione, di impegno, di perdono, di dedizione.
Se vi amerete in questo modo, la vostra coppia diventerà come una
fortezza che le tempeste della vita non riusciranno mai ad abbattere.
Un amore costruito sulla Mia Parola è come una casa
costruita sulla roccia: nessuna vicenda potrà distruggerla.
Ricordatelo, perché molti si illudono di poter fare a meno di me,
ma se Io non sono con voi nell’edificare la casa della vostra vita
e del vostro amore, vi affaticherete invano.
Se vi amerete in questo modo diverrete forza anche per gli altri .
Oggi si crede poco nell’amore vero, quello che dura per sempre,
e che offre la propria vita all’amato.
Si cercano più emozioni amorose che l’Amore .
Se voi saprete amarvi come Io vi amo,
con una fedeltà che non viene mai meno,
sarete una speranza per tutti,
perché vedranno che l’amore è una cosa possibile!

San Bonaventura - San Bonaventura Vescovo e dottore della Chiesa - Bagnoregio, Viterbo, 1218 - Lione, Francia, 15 luglio 1274 - Tema: Francescano - primato dell’amore


Interrogato sulla fonte a cui attinge tante conoscenze profonde, san Bonaventura indica con il dito il suo crocifisso : « Ecco il libro che mi istruisce. » Un giorno in cui discute con lui di teologia, Tommaso d’Aquino scorge Gesù in croce al di sopra della testa del suo amico ; dei raggi scaturiscono dalle sacre piaghe del Salvatore e vanno a posarsi sugli scritti di Bonaventura. Per rispetto per il divino Maestro, Tommaso non osa più argomentare.
Bonaventura, che verrà soprannominato il dottore “serafico” (a causa del collegamento da lui fatto tra teologia e amore contemplativo di Dio), vede la luce nel 1217, o nel 1221, a Bagnoregio, una cittadina del centro Italia, situata nei pressi del lago di Bolsena. Figlio di Giovanni di Fidanza, medico, e di Maria Ritella, riceve al Battesimo lo stesso nome del padre. Durante la sua infanzia, Giovanni si ammala gravemente. Il padre tenta invano tutti i rimedi ; la madre veglia al suo capezzale e prega Dio che le venga conservato il bambino. Per ottenere la guarigione, fa un voto a Francesco d’Assisi, morto di recente, nel 1226, ma già invocato in tutta Italia. Giovanni guarisce « O buona ventura ! » esclama la madre. Questa espressione diventa il soprannome del figlio. Questi, nel suo cuore, sa che, dopo Dio, è a Francesco che deve la vita del corpo, ed è anche a Francesco che chiederà di alimentare la vita della sua anima, entrando nell’Ordine francescano.
« Che cosa fare della mia vita ? »
Parigi, allora luce dell’Occidente, attira le menti avide di conoscenza. L’insegnamento teologico vi brilla di un grande splendore. Nel 1235, Giovanni di Fidanza vi manda il figlio, che si dedica dapprima allo studio delle arti liberali (grammatica, retorica, logica, aritmetica, geometria, astronomia e musica). Studente serio e di una grande pietà, si laurea in Arti conseguendo il titolo di magister artium. Si pone allora la domanda cruciale : « Che cosa devo fare della mia vita ? » Sedotto dalla testimonianza di fervore e dall’ideale evangelico dei Frati Minori, Giovanni bussa alla porta del convento francescano di Parigi, fondato nel 1219. In san Francesco e nel movimento da lui suscitato, lo studente riconosce l’azione di Gesù Cristo. In seguito, spiegherà i motivi della sua scelta : « Confesso davanti a Dio, scriverà, che la ragione che mi ha fatto amare di più la vita del beato Francesco è che essa assomiglia agli inizi e alla crescita della Chiesa. La Chiesa cominciò con semplici pescatori, e si arricchì in seguito di dottori molto illustri e sapienti ; la religione (vale a dire la famiglia religiosa) del beato Francesco non è stata stabilita dalla prudenza degli uomini, ma da Cristo. »

martedì 13 giugno 2017

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 5,13-16 - Voi siete la luce del mondo.





In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli».

Parola del Signore


Riflessione

Noi siamo il sale della terra e la luce che illumina il mondo. Così ci descrive Gesù. Oh... che bella considerazione ha di noi il buon Dio!!! Ma siamo davvero sale e luce del mondo?
L'incoraggiamento... è un atteggiamento di Gesù per invitarci a dare sapore e a far brillare tutte le cose che tocchiamo. Solo così riusciremo a lasciare la scia del Suo buon profumo ovunque ci chiamano le circostanze e i doveri del nostro stato.
Mi viene in mente una bimba un po' turbolenta, il suo papà le dice che è un angioletto, allora lei cerca di diventarlo davvero... per non deluderlo, perché lo ama. Tutti noi dovremmo imitare i bimbi, tutti dovremmo fare il possibile per non deludere il Signore. Lui dice che siamo sale e luce? Allora proviamo a diventarlo. 

venerdì 2 giugno 2017

Gesù esamina Pietro sull'amore - Gv 21, 15 - 19 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton - Le domande di Gesù - Le risposte di Pietro - Pietro abbandonato dal Signore - Nato per fare il capo - Teresina di Lisieux e don Divo Barsotti.



Gv 21, 15 - 19
Una delle manifestazioni di Gesù risorto si è svolta sulle rive del lago di Tiberiade. Pietro con alcuni discepoli esce a pescare, ma quella notte non presero nulla. Sulla riva incontrano un personaggio misterioso che dice loro di gettare la rete dalla parte destra, i discepoli obbediscono ed è una pesca miracolosa. Poi Gesù, ora riconosciuto, mangia insieme a loro.
L’inizio dell’esame
Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?» (v 15). È l’inizio dell’esame di Pietro sull’amore. L’esame, come ogni iniziativa del Signore, ha un andamento piuttosto strano e sconcertante per diversi motivi. Pietro dà l’impressione di essere intimidito e imbarazzato come uno che è coinvolto in una vicenda più grande di lui, come uno studente non troppo preparato quando è interrogato. Ed è effettivamente così, perché il Signore tende sempre a sconvolgere i nostri schemi, a demolire e ricostruire, a farci morire e a farci risorgere, a condurci oltre gli orizzonti terreni, oltre i nostri corti pensieri; è allora normale che ci sentiamo intimiditi, inadeguati, impreparati, spaesati. Dobbiamo subito osservare che la domanda del Signore, per certi aspetti un po’ enigmatica, esigerebbe due sole risposte: “Si, io ti amo più di costoro” oppure: “No, io non ti amo più di costoro”. Sia il vostro parlare sì, sì; no, no (Mt 5, 37) aveva insegnato Gesù ai suoi. Evidentemente, sia Pietro sia noi, abbiamo parecchie difficoltà ad assimilare e a praticare gli insegnamenti di Gesù.
La prima risposta di Pietro
La risposta di Pietro è una via di mezzo fra il sì e il no; Pietro tende a trovare una scappatoia per evitare lo sconcerto di una domanda imbarazzante la cui risposta è molto semplice o impossibile. Pietro risponde: Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene. Risponde cioè come se il Signore avesse voluto sapere se gli voleva bene. Ma la domanda era per sapere se sì o no Pietro riteneva di amare il Signore più degli altri apostoli. Pietro, che sicuramente voleva bene al Signore, non se la sente però di affermare che il suo amore è superiore a quello dei suoi compagni. Non se la sente di affermarlo perché una simile affermazione è impossibile. Noi non sappiamo nemmeno valutare quanto è grande e quanto vale l’amore per Gesù che c’è in noi, figuriamoci se siamo in grado di vedere quanto è grande e quanto vale questo amore negli altri; confrontare poi i diversi amori fra di loro è un compito sovrumano, è un compito che solo Dio sa svolgere. Sant’Agostino a questo proposito osserva che Pietro nella sua risposta, “non aggiunge «più di costoro», risponde solo per quello che sa di se stesso, perché non poteva conoscere il grado d’amore che avevano gli altri discepoli per Gesù non potendo leggere nel profondo del loro cuore” (Trattato 124 su S. Giovanni). Conviene ancora considerare che c’è un modo di intendere la domanda del Signore, che stride, che non suona bene. Se non si fa attenzione, si corre il rischio di comprendere la domanda come se il Signore invitasse o incoraggiasse Pietro a dichiarare di essere il primo della classe, il più bravo e il più amante fra i suoi compagni.

lunedì 29 maggio 2017

Santa Giovanna d’Arco – Domrémy, Francia, 1412 circa – Rouen, Francia, 30 maggio 1431 – Tema: Intervento di Dio nella storia - Amore per la Chiesa



Coloro che sostengono che Dio non agisce nella storia troveranno una clamorosa smentita nella vita di santa Giovanna d’Arco. Il beato Vladimir Ghika ha scritto di lei : « È la santa della suprema fiducia nelle realtà soprannaturali, nella presenza di Dio, nelle verità divine, nelle persone vive dell’aldilà, negli angeli e nei santi… Giovanna ci insegna non solo a tener conto di queste realtà, ma a prendere il nostro appoggio principale su di esse per meglio adempiere ai compiti che abbiamo da svolgere in questo mondo. » L’autenticità storica degli eventi della vita di Giovanna, corroborata da numerose deposizioni di testimoni oculari, è innegabile. Grazie agli atti dei processi di condanna e poi di annullamento, siamo in grado di ripercorrere l’epopea di Giovanna e di ammirare la straordinaria franchezza con la quale si rivolgeva ai più grandi della terra.
Figlia di semplici e onesti contadini, Jacques d’Arc e Isabelle Romée, Jehanne (come si scriveva con l’ortografia dell’epoca) nasce, secondo la tradizione, il giorno dell’Epifania 1412. La famiglia risiede nella Lorena francese, a Domremy : la parte del villaggio dove abita Giovanna è terra di Francia dal 1299. Gianna trascorre un’infanzia relativamente serena con i fratelli e la sorella, Jacques, Catherine, Jean e Pierre, mostrandosi particolarmente attenta ai servizi che può rendere ai suoi genitori. Crescendo, la ragazza mostra una compassione piena di sollecitudine nei confronti dei poveri. È una buona cristiana e spesso, il sabato, si reca all’eremo di Bermont, su un’altura nei pressi del villaggio di Greux. Ama pregarvi la Santa Vergine e offrirle dei ceri. La devozione al Nome di Gesù, predicata nella stessa epoca da san Bernardino da Siena, occupa anch’essa un posto importante nel suo cuore.

domenica 28 maggio 2017

Figlio Mio, appoggiati su di Me!


 
Anna Masarikovà, di Unin nell'ovest della Slovacchia, è un'infermiera che ha conosciuto molte situazioni dolorose e, con i suoi modi affettuosi, ha potuto trasmettere tanta consolazione. Ma ha scoperto il valore prezioso della sofferenza solo attraverso il marito Luboš, ateo prima del matrimonio.


Luboš era un appassionato giocatore di hockey su ghiaccio tanto da abbandonare gli studi per diventare professionista. Poi ha conosciuto Anna! E la vita del ventitreenne ha preso tutta un'altra direzione. “Dopo che l'ho conosciuta, ho sognato addirittura dei santini, perché questa ragazza mi parlava con grande entusiasmo della sua fede. Anche se non credente, questo non mi dava fastidio, perché ero innamorato! Perciò con Anna ho anche frequentato il corso di preparazione al matrimonio religioso, che allo stesso tempo era per me preparazione al battesimo e alla prima comunione. Dopo il matrimonio sono andato sì regolarmente alla Santa Messa, ma riguardo la vita di fede sono rimasto abbastanza superficiale. Avevo tante altre preoccupazioni e interessi. Le cose spirituali mi bastavano a gocce, fin quando la mia vita è cambiata radicalmente nel 2007. Mi hanno diagnosticato un cancro e il mondo si è capovolto completamente, come quando si gira una clessidra. Un tempo non comprendevo perché la via che ci conduce a Gesù passi attraverso la croce. Era incomprensibile per me perché Dio permettesse certi eventi. Ora, all'improvviso, la croce c'era ed era accanto a me! E ho trovato la forza di abbracciare Gesù affettuosamente e di tenerlo stretto”. 

sabato 27 maggio 2017

Giuseppe Cafasso, padre dei disperati… Tratto da “Trionfo del Cuore” - IL GIORNO PIÙ’ GRANDE DELLA MIA VITA - Famiglia di Maria - Settembre-Ottobre 2016 n° 39



Tutti conoscono Don Bosco, l'apostolo della gioventù, pochi però sanno qualcosa del suo padre Spirituale, Giuseppe Cafasso, di soli quattro anni più grande di lui. La sua vita fu una lode unica alla misericordia di Dio. Si adoperò soprattutto per la salvezza delle anime abbandonate da tutti.
Nel nome di Dio prometteva loro, e anche subito, il paradiso!


Nella metà del XIX secolo, don Cafasso, umile professore di morale e instancabile sacerdote, divenne un modello e l'educatore di una generazione di santi sacerdoti nella città di Torino e in Piemonte. Ma c'è un altro aspetto della sua vita: la sua speciale sollecitudine per i casi senza speranza, per i carcerati e i condannati a morte, abbandonati da tutti a causa dei loro vizi e dei loro peccati. Don Giuseppe non lasciava senza assistenza i “suoi condannati”
Tre volte a settimana visitava le quattro prigioni torinesi, nelle quali infuriavano terrificanti condizioni morali e sanitarie. Egli, “l'amico delle loro anime immortali”, chiamava gli assassini, i ladri, gli imbroglioni e tutti i carcerati, i suoi “prediletti, amici e beniamini” e non risparmiava nessuno sforzo per la loro conversione.
Diceva: "I miei carcerati e i condannati all'impiccagione sono il campo di lavoro del mio cuore ... tra loro mi trovo a mio agio: qui non ho più alcun fastidio, una sola cosa desidererei: avere qui una camera anche per me per stare giorno e notte con i miei amici”.
Di solito saliva lentamente e attentamente le scale, ma in carcere era “come un pesce nell'acqua, correva lungo i corridoi, saliva e scendeva lieto e felice i gradini umidi e bui”, che quasi si dimenticava di tornare a casa. Pensando sicuramente ai suoi prigionieri, don Cafasso disse in un'omelia: "Il Signore è sempre disposto ad usare misericordia, ed è tale questa sua volontà, che si tiene più offeso del disperare, che non del peccato stesso di cui si dispera”.
Conquistava i più induriti e contrari per mezzo di un amore costante ed una perseverante bontà. Nessuna bestemmia, nessuna parola cattiva, nessun insulto rivolto alla sua piccola statura e alla sua gobba impedivano a don Cafasso di portare ripetutamente regali ai suoi “prediletti”: tabacco, pane, vino, vestiti oppure frutta. Se alle volte veniva derubato, taceva e non esitava a dare del denaro alle guardie affinché trattassero meglio “i Suoi figli. Persino quando una volta i carcerati cominciarono a bombardarlo con i noccioli della frutta, da lui stesso appena ricevuta, tranquillizzò i secondini indignati: "Lasciateli un po fare, non hanno altri divertimenti, poveretti!”.