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mercoledì 5 febbraio 2014

La vite e l'olmo: la preghiera del ricco e del povero - Il Pastore d'Erma: Le Similitudini

La vite e l'olmo: la preghiera del ricco e del povero


Andando per il campo e osservando un olmo e una vite, meditavo su di essi e i loro frutti. Mi apparve il pastore e mi disse: "Mediti sull'olmo e sulla vite?". "Penso, signore, che sono adatti l'uno all'altra". "Questi due alberi sono un simbolo per i servi di Dio". "Vorrei conoscere, dico, il simbolo di questi alberi cui accenni". "Vedi l'olmo e la vite?". "Li vedo, signore". "La vite porta il frutto, l'olmo è un albero senza frutto. Ma la vite, se non sale sull'olmo, non può dare frutti in abbondanza, giacendo per terra. Il frutto che poi porta, se non è sospeso all'olmo, marcisce. La vite che si attorciglia all'olmo produce frutto da parte sua e da parte dell'olmo. Vedi, dunque, che l'olmo produce molto frutto, non meno della vite, e forse di più". "Come, signore, di più?". "Perché, dice, la vite sospesa all'olmo porta un bel frutto in abbondanza, giacendo per terra, invece, poco e marcio. Questa similitudine si addice ai servi di Dio, al povero e al ricco". "Fammelo sapere, signore, in che modo". "Ascolta, mi dice. Il ricco possiede molte sostanze, ma è povero davanti al Signore. Preoccupato dei suoi beni, fa una preghiera e una confessione al Signore assai breve, e la fa fugace, debole, senza principio né forza. Il ricco che solleva il povero e gli somministra il necessario, crede che, se si adopera per il povero, potrà trarne la ricompensa presso Dio. Il povero è ricco nella sua preghiera e nella confessione e la sua preghiera ha grande forza presso Dio. Il ricco, quindi, provvede al povero senza titubanza. Il povero, aiutato dal ricco, prega Dio per lui e lo ringrazia per lui che l'ha beneficato. E l'altro si preoccupa ancora del povero perché non sia abbandonato nella vita. Sa che la preghiera del povero è accetta e feconda presso il Signore. L'uno e l'altro compiono un lavoro; il povero fa la preghiera, in cui è ricco, la preghiera che riceve dal Signore e a lui rende per chi l'aiuta. Ugualmente il ricco offre al povero, senza titubanza, la ricchezza ricevuta da Dio. E quest'opera è grande e gradita a Dio perché il ricco, comprendendo la sua ricchezza, ha lavorato per il povero, con i doni del Signore, ed ha rettamente compiuto un servizio. Presso gli uomini l'olmo sembra che non porti il frutto, ma essi non sanno né comprendono che quando si ha la siccità, l'olmo, avendo acqua, nutre la vite, e la vite, avendo continuamente acqua, produce frutto doppio per parte sua e per parte dell'olmo. In questo modo anche i poveri, pregando il Signore per i ricchi, ricolmano la ricchezza di questi e a loro volta i ricchi, dando ai poveri il necessario, riempiono le loro anime. L'uno e l'altro diventano partecipi dell'opera giusta, e ciò facendo, non vengono abbandonati da Dio, ma iscritti nei libri dei viventi. Beati coloro che posseggono e comprendono che sono ricchi ad opera del Signore! Chi comprende questo potrà compiere il bene".

Il Pastore d'Erma: Le Similitudini



martedì 4 febbraio 2014

MORIRE E RISUSCITARE - GIOIA DI CREDERE (François Varillon)


MORIRE E RISUSCITARE  

tratto da GIOIA DI CREDERE (François Varillon)

Se ci accontentassimo di quanto è stato detto finora, ci scontreremmo inevitabilmente con una temibile obiezione: essere divinizzati è impossibile, perché Dio è esattamente ciò che non si può diventare, e Dio non può l'impossibile. È un errore credere che Dio possa tutto, Dio non può far sì che due e due facciano cinque o sei, non è possibile; affermare questo significa parlare a vanvera. Quando diciamo che Dio è trascendente, diciamo precisamente che egli è tutt'altro, assolutamente altro e che tra lui e noi c'è un abisso rigorosamente invalicabile. Di conseguenza osare affermare che il senso dell'esistenza umana sta nell'essere divinizzati significa dire qualcosa che non sembra possibile.

TRASFORMAZIONE
Ecco perché vi propongo di trasformare la frase: «La nostra vocazione è quella di essere divinizzati» nella frase seguente: «La nostra vocazione è di essere divinamente trasformati». Non si diventa ciò che Dio è avanzando tranquillamente lungo un piano inclinato. Non si sfocia così come si è nella vita stessa di Dio. E’ necessaria una trasformazione radicale. Per diventare ciò che Dio è bisogna che l'uomo sia radicalmente trasformato.
E, così come il leit-motiv della prima conferenza era «NON È...CHE», ora, in questa conferenza sarà: TRANS (o TRAS). Ritroviamo questo prefisso in tras-formazione, tras-figurazione, trans-fert, tras-porto, trans-siberiana, trans-atlantico. Tutte le volte che interviene il prefisso “trans” c'è la morte di qualcosa e la nascita di qualcos'altro. Il viaggiatore che viene trasportato da Parigi a Pau muore a Parigi, alla vita parigina, per nascere a Pau. Quando sarò trasportato da Pau a Lione, morirò alla capitale del Béarn per rinascere nella mia città di Lione. N on esiste «trans» senza la morte a qualcosa e la nascita a qualcosa di nuovo. Ecco perché, se la nostra vocazione è di essere divinizzati, è ineluttabile che il nostro destino si presenti in forma di morte e risurrezione.
È importante definire questi due termini. Quando parlo di morte, in tutto questo capitolo, non mi riferisco semplicemente alla morte che sta alla fine della vita, all'atto dell'esalare l'ultimo respiro. Mi riferisco alla morte a se stessi, la morte al proprio egoismo che si chiama sacrificio. Quando parlo di risurrezione non intendo il ritorno, dopo la morte, alla vita che si possedeva prima di morire. Risuscitare significa passare a una vita completamente diversa.
Quello che vorrei mostrarvi è che il passaggio o il transfert alla vita divina, alla vita stessa di Dio che avviene non solo dopo la morte, ma lungo tutta la vita, implica sempre una morte e una nuova nascita o risurrezione. Scegliamo gli esempi prendendoli dalla vita quotidiana, più semplice. Dobbiamo capire che una crescita non è mai un ingrandire, ma sempre una trasformazione. L'ingrandimento esiste solo nell'ordine dei minerali. Appena si ha
a che fare con un organismo vivente, anche se animale, c'è trasformazione. Prenderò tre esempi, elementari ma, secondo me, molto eloquenti.

BAMBINA CHE DIVENTA DONNA
La donna non è una grossa bambina: una donna che fosse una grossa bambina sarebbe un mostro. Essa diventa tale solo trasformandosi, cioè morendo al suo stato per nascere alla situazione, allo stato di donna adulta.
Tocchiamo qui qualcosa di fondamentale. Se chiedo a una bambina cosa potrei fare per farla contenta, lei risponderà spontaneamente: vorrei essere grande, grande come la mamma. Senza pensare nemmeno per un istante però che questo comporterebbe la rinuncia alle sue bambole, alla sua vita spensierata per passare a qualcosa di assolutamente nuovo, che non può avvenire senza sofferenza. Essa non sa che, per diventare donna, deve morire al suo stato di infanzia per nascere allo stato di adulta.
L'osservazione può sembrare insignificante; in realtà si spinge molto lontano perché contiene un aspetto di ciò che, nel mondo moderno, si chiama il mito. Uno degli aspetti essenziali del mito è che l'uomo ha sempre la tendenza a proiettare nel futuro il presente così com'è, senza trasformazione.
In questo senso possiamo dire che nella Bibbia, a livello dell'espressione, c'è del mito. La Bibbia infatti ci rappresenta la vita eterna come un riposo; e noi tendiamo a immaginare la vita eterna sulla linea di quel riposo a cui aspiriamo, nella nostra vita terrena, quando siamo stanchi. Quando lasciamo le briglie sciolte alla nostra immaginazione, senza correggerla con la riflessione, ci rappresentiamo questa vita eterna come una specie di dolce, eterno far niente. La liturgia, mi direte, ci incoraggia perché, nell'ufficio dei morti, recitiamo: l'eterno riposo dona loro, o Signore. Soltanto che la liturgia presuppone che noi siamo intelligenti, ovviamente!
Un altro modo di rappresentarci la vita eterna è il banchetto, il pranzo di festa perché, nella vita presente, il pasto preso in comune è il segno della fraternità, della pace e della gioia. Parlandoci di banchetto eterno, siamo invitati a proiettare nel futuro il presente così com'è. Questo è tipico del mito, e bisogna riconoscere che la Bibbia, il vangelo stesso, la liturgia hanno aspetti mitici che devono essere sottoposti a seria critica.
Non scandalizzatevi quando vi dico che l'espressione biblica deve essere sottoposta al vaglio della critica. La parola di Dio è una parola umana, Gesù si rivolgeva agli uomini del suo tempo e, nel desiderio di farsi capire, usava i vecchi miti a loro accessibili e comprensibili. Lo specifico della teologia è criticare nel senso buono del termine, cioè di fare la critica, di riflettere, di comprendere cosa sta sotto il mito, in modo tale che la nostra immaginazione non ceda alla tentazione tipicamente infantile di proiettare nel futuro il presente così com'è, senza trasformazioni.
Abbiamo quindi la tendenza a immaginarci la felicità del cielo come un ingrandimento di ciò che quaggiù chiamiamo felicità (il riposo, il banchetto, ecc.), mentre in realtà la felicità del cielo è la felicità stessa di Dio. Essere divinizzati, andare in cielo (come dice il catechismo) non è come scalare una montagna, non è andare in un luogo: è invece partecipare alla vita divina. E Dio non è altro che amore; quindi la vita eterna consiste unicamente nell'amare, nell'uscire da sé, nel non pensare a se stessi, nel non chiudersi e ripiegarsi su se stessi, nel far passare gli altri prima di noi. Questa è la felicità del cielo.

BRUCO CHE DIVENTA FARFALLA
La farfalla non è un grosso bruco, perché la crescita non è mai un ingrossamento. Ma se il bruco avesse una coscienza, e io potessi parlargli, come in una fiaba, gli chiederei qual è il suo sogno. E il bruco mi risponderebbe sicuramente, in modo mitico, che vorrebbe essere il bruco più grosso di tutta la foresta, il re, l'imperatore dei bruchi che, grazie alle sue dimensioni e al suo peso, potesse regnare su tutti gli altri bruchi della foresta.
Questo meccanismo viene chiamato volontà di potenza; e non è altro che l'amplificazione di ciò che si è, senza trasformazione. Il bruco non sa che, per diventare ciò che è destinato ad essere, deve liberarsi dal suo corpo di bruco e deve rivestirsi di un corpo nuovo. Esso esiste, infatti, solo per diventare farfalla: è questa la sua vocazione. Solo quando sarà diventato farfalla sarà veramente quello che deve essere.

CHICCO DI FRUMENTO CHE DIVENTA SPIGA
E inutile dilungarci su questi esempi elementari, dal momento che Gesù Cristo si è premurato egli stesso, nel vangelo, di scegliere un esempio estremamente eloquente, nel capitolo 12 del vangelo di Giovanni: la storia del chicco di frumento. Gesù non sviluppa questa storia, ma ci è facilissimo farlo. Se qualcuno di voi possiede un po' di talento letterario, gli consiglierei davvero di scrivere la storia del chicco di frumento (una parabola). Il chicco di frumento è perfettamente felice nel suo granaio. Niente pioggia, niente umidità, i piccoli amici del mucchio di grano sono molto gentili: niente litigi, è veramente tutto perfetto. Permettetemi di dire: piccola felicità del chicco di frumento in un granaio. Fate la trasposizione: felicità dell'uomo, onesta agiatezza economica, successo negli affari, buona salute e via di seguito... Certo non dobbiamo disprezzare la felicità umana: auguro a tutti voi di essere felici di questa felicità, felicità di un chicco di frumento nel suo granaio... eppure! piccola felicità a confronto di ciò che dobbiamo essere per tutta l'eternità.
Immagino che questo chicco di frumento sia molto pio; quindi ringrazia Dio: Signore, io ti ringrazio di tutto quello che mi dai, questo benessere che fa sì che io sia così felice nel mio granaio, e mi auguro che tutto questo duri per sempre! Ha ragione di ringraziare Dio. Soltanto, attenzione! Non vorrei che questo chicco di frumento si rivolgesse a un Dio che non esiste! Ebbene io dico: un Dio che fosse soltanto l'autore e il garante della piccola felicità del chicco di frumento nel granaio, anche se questa felicità è assolutamente legittima, un Dio così non esiste, è un idolo. È esattamente il Dio negato da molti atei, nostri contemporanei. Possiamo sostenere che abbiano torto? E se il chicco di frumento si ostina a cantare le sue lodi io prendo la penna e scrivo un trattato per parlare dell'illusione dei credenti.
Un bel giorno il mucchio di grano viene caricato su una carriola e portato in aperta campagna. La campagna è ancora più bella e gradevole del granaio. E così, davanti al cielo azzurro, al sole, ai fiori, gli alberi, le pianure e le montagne, il chicco ringrazia Dio ancora di più: Signore ti ringrazio, tutto questo è talmente bello! Ha ragione, bisogna ringraziare Dio delle cose belle che ci sono quaggiù. Ma è sempre un chicco di frumento: un Dio che facesse in modo che un chicco di frumento resti un chicco di frumento, un Dio che mantenesse il chicco nel granaio, senza nessuna fecondità, un Dio simile non esiste.
Si arriva sulla terra lavorata di recente: il sacco di grano viene rovesciato sul suolo: piccolo brivido, è fresca! Oh, non importa, è una sensazione nuova, piacevole. Ma ecco che il chicco di grano viene conficcato nella terra. Non vede più nulla, non sente più nulla, l'umidità gli penetra fin nelle ossa. Il chicco di grano che, attraverso l'inevitabile morte, sta per essere trasformato, sta per diventare quello che deve essere, cioè una spiga rigogliosa, rimpiange il granaio in cui, in effetti, era tanto felice, ma di una piccola felicità umana. In questo preciso momento dice quello che milioni di uomini dicono attorno a noi: se Dio esistesse, cose simili non succederebbero. È davvero un peccato perché proprio qui siamo in presenza del vero Dio: il Dio che trasforma il chicco per farlo passare dallo stato di granello allo stato di spiga; e questo è possibile solo attraverso la morte. L'unico Dio che esiste è quello che ci fa crescere, che ci fa passare da una condizione semplicemente umana a una condizione di uomo divinizzato.
È questa la storia di tutti noi, è questa la condizione umana. Non esiste crescita senza trasformazione, non esiste trasformazione senza morte e nuova nascita. Stabilito questo, ci sono, nella storia dell'umanità, tre tipi di morte e di nascita, tre tipi di trasformazioni, tre pasque tipiche.
Il termine pasqua deriva da una parola ebraica che significa «passaggio»: pèsah in ebraico, pascha in greco, pasqua in italiano.
Nella nostra vita ci sono due passaggi.
Il primo passaggio è la nostra nascita umana: siamo passati dal nulla in cui eravamo immersi, alla situazione di neonato nella sua culla. Passaggio prodigioso già questo, passaggio dal nulla all'esistenza umana che è esistenza intelligente e libera. Ma questo primo passaggio è soltanto la condizione di un secondo passaggio.
Il secondo passaggio è quello da un'esistenza umana all'esistenza propriamente umano-divina. Questo passaggio è incommensurabile rispetto al primo: se non ne siamo convinti significa che non sappiamo quel che diciamo quando pronunciamo la parola Dio. È enorme passare dal nulla all'esistenza umana, ma è molto più enorme passare dall'esistenza umana all'esistenza umano-divina. Il primo passaggio avviene senza il nostro consenso; non ci viene chiesta la nostra autorizzazione per metterci al mondo. Il secondo passaggio non può avvenire senza di noi, e si compie lungo tutta la vita.
Se si dovesse tradurre in termini spaziali la differenza tra questi due passaggi, direi che la distanza tra il nulla e l'esistenza umana è paragonabile alla distanza che c'è tra il pavimento e questo tavolo; e che la distanza tra l'esistenza umana e l'esistenza umano-divina è
paragonabile alla distanza che c'è tra la terra e il sole. Ma il mio paragone sarebbe molto sbilenco, perché la distanza tra la terra e il sole è misurabile e misurata, mentre la distanza con Dio non è misurabile.
Colgo l'occasione per dirvi, di sfuggita, che, secondo il cristianesimo, l'esistenza umana è veramente sublime. Diventare ciò che Dio è: pensateci! Ma se l'esistenza umana è sublime, essa è anche tragica; ed è impossibile che sia diversamente. Non c'è via di mezzo tra essere divinizzati ed essere dannati. Il sublime non sarebbe veramente sublime se il suo contrario non fosse il tragico.
La pasqua è questo secondo passaggio, e ci sono tre pasque, tre passaggi trasformatori o trasfiguranti nella storia dell'umanità.

1. La pasqua degli ebrei.
Gli ebrei erano schiavi del faraone d’Egitto. Mosè, dopo aver fatto esperienza di Dio, riceve l’ordine di mettersi alla testa del popolo di Dio e di condurlo dalla schiavitù d’Egitto alla libertà della terra promessa. Tra la schiavitù e la libertà c’era in mezzo il deserto. Gli ebrei avanzavano nel deserto come il chicco di frumento sepolto nel solco. Cominciarono a ribellarsi. Più avanzavano, più il terreno si faceva bruciato e più aumentava la tentazione di tornare indietro. Questo popolo, in cammino verso la libertà, vuol tornare indietro. Spesso si preferisce la piccola felicità del chicco di grano nel granaio, anziché la felicità del conseguimento della vera libertà.
Gli ebrei pensavano di andare verso la morte, come il chicco di grano che soffoca nel solco, ma in realtà il popolo andava verso la libertà, come il chicco verso la spiga. Non si può essere trasformati senza passare attraverso la morte. La grande libertà divina costa il sacrificio della propria felicità egoista. Per raggiungere la libertà stessa di Dio bisogna essere trasfigurati.

2. Pasqua di Cristo.
Gesù rivive nella sua pelle quello che aveva passato il suo popolo. Gesù per lasciare questo mondo e tornare al Padre deve farlo attraverso la sua morte e risurrezione. Questa non è il ritorno alla vita di prima della morte, ma è l’ingresso nel cuore stesso della Trinità. E’ diventato altro, pur rimanendo lo stesso soggetto. Il Verbo si è fatto uomo perché per lui noi vivessimo della vita di Dio. Vale la pena dare la propria vita per conoscere e possedere questa speranza.

  1. La nostra pasqua.
Tutto nella nostra vita è fatto di decisioni, ed ogni decisione è una pasqua. Ciò che nella mia vita non è decisione è segatura. Ci sono decisioni piccole e decisioni grandi, in ognuna si muore e si risorge in proporzione. Sono le nostre decisioni che costruiscono la vita eterna, perché Cristo risorto è al cuore della decisione che prendiamo.
Cristo risorto è vivo e presente nella nostra libertà, è attivo, è trasfigurante e trasfigurandoci ci divinizza, cioè, ci fa diventare quello che lui è. Questa verità più che difficile da capire è estranea alla mentalità di molti che si considerano credenti.
Precisiamo un po’ di più: Gesù conferisce alle nostre decisioni umane una dimensione divina. Umanizzare significa vivere da uomini, aprendoci al divino. Tutti i nostri gesti, specialmente quelli presieduti dalla carità, sono veramente umani e quindi veramente divini. Siamo uomini in divenire e sono le nostre decisioni a contribuire che diventiamo degli uomini. Diventiamo più uomini e più liberi operando perché il mondo sia più umano.
Tutto questo può costare sacrificio, ma quello che i non credenti non sanno è che tutte queste decisioni che ci fanno un po’ morire al nostro egoismo è un passaggio alla vita divina. Ogni decisione ha inscritta la pasqua: si muore un po' per risorgere un po'. La divinizzazione è già presente, è già operante. Quando ci si accorge di scivolare sulla dolce china dell’egoismo e si è tentati di non dare il meglio di sé per costruire un mondo più umano, bisognerebbe dire a se stesso: “Amico, Cristo risorto è vivo-presente-attivo-trasfigurante- divinizzante nel cuore delle tue decisioni umane e ti conferisce la dimensione del regno eterno”. Ciò che Cristo non può divinizzare è il peccato, perché esso non è umanizzante. Il peccato è il rifiuto della propria divinizzazione. Questo è l’egoismo, il contrario di quello che Dio è.
Giorno dopo giorno, decisione dopo decisione noi costruiamo un’eternità umano-divina e questo è possibile solo perché Cristo la costruisce con noi. Noi cristiani crediamo che questo è il senso della nostra esistenza. Se non fossimo che uomini potremmo costruire solo l’umano, come diceva Valéry: “Tutto va sotto terra e rientra nel gioco”. Ma colui che si è fatto uomo perché l’uomo potesse diventare Dio è al cuore della nostra libertà, trasfigura divinamente la nostra attività umana. Dio è amore e per questo la grandezza dell’uomo è immensa, perché la sua vocazione va infinitamente al di là di quello che l’uomo potrebbe immaginare con le sole sue forze: egli è capace di amare come Dio ama.

tratto da GIOIA DI CREDERE (François Varillon)





lunedì 3 febbraio 2014

GIOIA DI CREDERE di (François Varillon) LE CARATTERISTICHE DELL'AMORE

GIOIA DI CREDERE di (François Varillon)

LE CARATTERISTICHE DELL'AMORE



Cos'è l'amore? Non si tratta di essere sentimentali: bisogna dichiarare guerra al sentimentalismo così come al razionalismo. Uno dei pregi del canto gregoriano — a cui sono molto legato — è che mi ha sempre strappato sia dall'arido razionalismo che dal melenso sentimentalismo. Ripetere continuamente la parola amore finisce per diventare un po' stupido e stucchevole.

AMORE = ACCOGLIENZA E DONO
Comunque mettiate le cose, l'amore è dono e accoglienza. Il bacio è un bellissimo simbolo d'amore perché è il segno del dono e dell'accoglienza a un tempo. Un bacio si da veramente solo se lo si accoglie. Labbra di marmo, come le labbra di una statua, non possono accogliere un bacio; è necessario che le labbra siano vive. E labbra vive sono labbra che accolgono e donano nello stesso tempo. Il bacio è un gesto bellissimo: proprio per questo non può essere svenduto o dato per gioco, ma bisogna riservarlo come segno di qualcosa di estremamente profondo (siamo qui nel cuore di tutto quello che la chiesa pensa in materia di morale sessuale). Il bacio è lo scambio dei respiri che significa lo scambio delle nostre profondità: io mi soffio in te, mi espiro in te e ti aspiro in me in modo tale che io sia in te e che tu sia in me.
Questo significa che mi decentro per non essere più centro a me stesso, ma perché ormai il mio centro sia tu. Sei tu che io amo, il mio centro, io vivo per te e in forza di te; so che anche tu ti decentri, tu non sei più centro a te stesso, ma sei centrato su di me. Io sono centrato su di te, vivo per te. Tu sei centrato su di me, vivi per me ed entrambi viviamo l'uno per l'altro. Amare significa vivere per l’altro (è il dono) e vivere in forza dell’altro (è l’accoglienza). Amare significa rinunciare a vivere in sé, per sé e in forza di sé.
E’ tutto il mistero della Trinità. Se l'amore è dono e accoglienza, è necessario che ci siano più persone in Dio. Non ci si dona a se stessi, non ci si accoglie da soli. La vita di Dio è questa vita di accoglienza e di dono. Il Padre non è altro che movimento verso il Figlio, egli è solo in forza del Figlio. Donne, sono i vostri figli che vi fanno madri; senza di loro non lo sareste. Ora, il Padre non è che paternità, dunque non è che in grazia del Figlio e per il Figlio. Il Figlio non è altro che Figlio, dunque non è che per il Padre e in forza del Padre. E lo Spirito santo è il loro reciproco bacio.
Dal momento che la vita di Dio è questa vita di accoglienza e di dono, e poiché io devo diventare ciò che Dio è, non posso volere di essere un uomo solitario. Se sono un uomo solitario non assomiglio a Dio. E se non assomiglio a Dio, non potrò condividere eternamente la sua vita. Questo è ciò che si chiama il peccato: non assomigliare a Dio, non tendere a diventare ciò che egli è, dono e accoglienza.
Se Dio non è altro che amore, allora è povero, dipendente, umile. Di primo acchito questo sembra impossibile e invece c'è una frase di Cristo che domina tutto e che si deve prendere sul serio! Quando vedo Gesù inginocchiato ai piedi degli apostoli con un asciugamano che gli cinge i fianchi, intento a lavare i piedi agli apostoli, proprio in quel momento lo sento affermare: «Chi vede me, vede il Padre», cioè «Chi vede me vede Dio» (Gv 14,9). Il paradosso, certo, è molto forte, e forse potremo sentire la nostra ragione barcollare e vacillare, ma non posso farci nulla. Dio non si rivela a noi come l'essere infinito. Il Dio in cui crediamo non è il Dio dei filosofi, è il Dio rivelato da Gesù Cristo.
Approfondiamo questa meditazione a partire dalla nostra esperienza umana. Se infatti non abbiamo nessuna esperienza d'amore non sappiamo quel che diciamo quando affermiamo che Dio non è altro che amore. Bisogna parlare a partire dall'esperienza. Altrimenti quello che si afferma rimane astratto, «paracadutato» dall'alto, e i giovani hanno orrore di ciò che viene insegnato d'autorità, senza che ci sia un punto di riferimento nell'esperienza.

POVERTÀ DI DIO
Nella mia esperienza di uomo vedo che non esiste amore senza povertà. Volete sforzarvi per qualche istante di immaginare uno sguardo d'amore nel quale non ci fosse che amore? È molto difficile perché, in ogni sguardo umano, c'è sempre qualche altra cosa oltre all'amore. Anche nello sguardo più amorevole c'è sempre uno sguardo su di sé. Io sono peccatore: questo significa che nel momento stesso in cui ti dico: ti amo, dovrei aggiungere, se fossi veramente sincero: tuttavia c'è sempre qualcuno che io preferisco a te; e questo qualcuno sono io. Ecco il peccato, qualunque sia la forma di cui si riveste. Il peccato originale consiste nella mia incapacità di amare in modo puro; è ciò che fa sì che l'altro non sia tutto per me (tutto in senso assoluto) ; è ciò che fa sì che io non sia puro movimento verso l'altro (puro in senso stretto), così come nella Trinità il Padre è puro movimento verso il Figlio, il Figlio puro movimento verso il Padre e lo Spirito santo è reciprocità, è il dinamismo stesso di questo movimento.
C'è tuttavia la possibilità d'immaginare uno sguardo d'amore in cui ci sia soltanto amore; penso infatti che, nell'esperienza dell'amore umano (si tratti di amore coniugale, della simpatia fraterna, dell'amore paterno o materno, della carità e della dedizione agli altri, ecc.) ci sia abbastanza amore, anche se impregnato di egoismo, da permetterci di comprendere cosa sia l'amore quando esso è vissuto in Dio, in totale purezza e in totale pienezza.
Quando un uomo guarda la sua donna con questo sguardo d'amore in cui non c'è altro che amore cosa può dirle? Qual è la frase che può pronunciare per tradurre in linguaggio questo sguardo d'amore? Io non ne vedo che una: «Tu sei tutto per me, tu sei tutta la mia gioia». E’ una parola di povertà: se sei tu a essere tutto, io sono nulla. Al di fuori di te, io sono povero. La mia ricchezza non sta in me, sta in te. La mia ricchezza sei tu, e io sono povero.
Se questo è già vero nell'amore umano, come lo è di più quando si tratta di Dio! Dio è la povertà assoluta; in lui non c'è traccia di avere, di possesso. Eternamente il Padre dice al Figlio: tu sei tutto per me. Il Figlio risponde al Padre: tu sei tutto per me. E lo Spirito santo è il dinamismo stesso di questa povertà. È Dio il più povero di tutti gli esseri. Se la vostra ragione vacilla davanti a una simile prospettiva, dite allora: Dio è ricco, ma aggiungete immediatamente: ricco in amore e non in avere. Ora, essere ricco in amore ed essere povero è esattamente la stessa cosa. Dio è un infinito di povertà. La proprietà è il contrario stesso di Dio.
Certo, nella complessità delle vicende umane, una certa dose di proprietà è necessaria; colui che non possiede nulla è il barbone. Il guaio è che, se non possiede nessun avere, farà molta fatica ad essere, e ciò significa che, quaggiù, l'essere senza avere è impossibile. Per questo la chiesa dice che c'è un diritto di proprietà: perché l'essere umano sia, è necessaria una certa dose di avere. Ma in Dio questo non è assolutamente vero. E noi entreremo in Dio solo quando ci saremo spogliati di ogni avere. La povertà materiale di Betlemme e di Nazaret è solo il segno di una povertà molto più profonda. Povertà immensa di Dio, infinita, assoluta, senza la quale non possiamo affermare che Dio è amore.
Come siamo lontani da certe immagini di Dio! Siamo seri: è qui il nucleo della nostra fede, non sono battute. Ci sono degli atei che non sono seri, ma ci sono anche dei cristiani non seri. Se ci si vuol collocare nella giusta prospettiva bisogna confrontare il cristiano serio e l'ateo serio. E il cristiano serio è colui che afferma la povertà di Dio.


DIPENDENZA DI DIO
Cerchiamo ancora di immaginare lo sguardo d'amore di una donna sul suo uomo, uno sguardo in cui ci sia soltanto amore, e procediamo per assurdo. Questa donna può dire a suo marito: io ti amo, ma sia chiaro che se i tuoi impegni ti portano in Madagascar, io rimango in Francia. In altre parole: nel momento stesso in cui ti esprimo il mio amore, ti affermo anche la mia indipendenza nei tuoi confronti. È evidente che un simile atteggiamento è impossibile, impensabile. Amare significa dipendere: ti amo, ti seguirei fino in capo al mondo, voglio dipendere da te.
D'altronde, in ogni comunità umana, c'è implicita questa frase: voglio dipendere da voi. Perché, oggigiorno, tante comunità fioriscono e appassiscono così rapidamente? Perché manca questa affermazione di reciproca dipendenza.
Se nell'amore umano amare significa voler dipendere, questo è vero a maggior ragione di Dio, in cui l'amore viene vissuto in pienezza. Non dimentichiamo però il «non è... che», non usciamo cioè dalla sfera dell'amore. Se Dio non è altro che amore, egli è il più dipendente degli esseri, è un infinito di dipendenza. Il padre del figlio prodigo dipende dal figlio; se il figlio non ritorna, piangerà; se torna, sarà nella gioia (Lc 15).
Stiamo attenti ad un'ambiguità da chiarire ed eliminare, perché ci sono due tipi di dipendenza: è il bambino che dipende dalla mamma o è la mamma che dipende dal bambino? Sul piano dell'essere e della vita è il bambino che dipende dalla madre ma, sul piano dell'amore, non è forse la madre che dipende dal bambino? La dipendenza del bambino dalla madre è estranea all'amore, alla libertà. Se la mamma non è presente per dargli il seno avrà fame, naturalmente. Ma, nell'amore, è la madre che dipende dal suo bambino a cui dice: tu sei tutta la mia gioia. E se il piccolo respira male, se è malato, se il medico è preoccupato, la mamma non vive più, tanto dipende da suo figlio. Dio è il più dipendente di tutti gli esseri, dipendenza nell'amore, non nell'essere.

UMILTÀ DI DIO
Dio è umile, il più umile di tutti gli esseri. E non è umile solo Gesù a cui diciamo: «Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo»; lo è anche Dio, nella sua profondità. Prevengo subito un fraintendimento: Dio non è umile nel senso che sarebbe bisognoso o debole. Noi invece siamo umili riconoscendo di essere poveri uomini. Ma non è assolutamente in questo senso che Dio è umile; lo è invece nel senso che l'amore non può guardare dall'alto in basso.
Anche qui partiamo dall'esperienza dell'amore umano. Credete che sia possibile che un uomo, nell'atto stesso di amare, dica alla sua donna: «Ti amo, ma non dimenticare che sono superiore a te, sono cattedratico di filosofia e di scienze, mentre tu non sei che una piccola sartina con il suo diplomino di scuola media»? Credete che questo sia ancora amore? uno sguardo fatto cadere dall'alto può essere uno sguardo d'amore? Certamente no. Bisogna riflettere su questo, e ci vuole tempo, ci vuole tutta una vita per capire soltanto un po' cosa sia l'amore; ed è proprio questa la vita cristiana.
Quando Gesù lava i piedi agli apostoli la sera del giovedì santo, li guarda dal basso in alto; e proprio in quel momento ci dice di essere Dio. Noi cerchiamo Dio nella luna quando invece sta lavandoci i piedi. La lavanda dei piedi è una lezione d'amore fraterno, certo, ma più profondamente è una rivelazione, uno svelamento di ciò che Dio è. Dio non può che mettersi in basso; altrimenti non possiamo dire che Dio è amore. Girate le cose come volete: non ne uscirete. L'umiltà di Dio è la profondità stessa di Dio.
Mi direte: ma insomma. Dio è più grande di noi! Certo, più grande in amore, poiché egli non è altro che amore. Quindi, in umiltà Dio è più grande di noi: noi non riusciremo mai ad essere umili come lo è Dio. Il Dio in cui crediamo è infinitamente umile; in altre parole si è spogliato di qualsiasi prestigio. Il prestigio costituisce sempre l'inessenziale. C'è in noi un certo bisogno di prestigio, di lustrini, di artificioso che non esiste in Dio. Dio è la pienezza dell'umiltà.
Sento tutti questi giovani che fanno fatica a sopportare le parole della liturgia: «Tuo è il regno, la potenza e la gloria», e li capisco bene. Io non dico che bisogna sopprimere queste parole: esse infatti fanno parte della tradizione e hanno un loro significato. Ma bisogna capire che il cuore della gloria è l'umiltà, senza la quale l’amore non è vero amore. L'amore che è solo amore non cade mai dall'alto. Non esiste sguardo d'amore che sia uno sguardo dall'alto in basso. Chinarsi sul popolo non significa amare il popolo. Chinarsi su un bambino non vuol dire amare un bambino. Dio non si china dall'alto.
Nel cuore stesso di Dio esiste una potenza di nascondimento di sé. Secondo voi ci vuole più potenza per mettersi in evidenza o per nascondersi? La mia esperienza personale mi dice che ci vuole molta più potenza per nascondersi. Ora, se Dio è onnipotente e se io posso capire qualcosa di questa potenza solo a partire dalla mia esperienza, posso concludere che Dio è un'infinita potenza di nascondimento di sé.
Vedete allora cosa diventa l'adorazione! Vi lascio su questa immagine: pensate a una ragazzina semplice, una contadina di quindici anni. Immaginate un don Giovanni che la vede, la trova bella e vuole sedurla. Viene a sapere che si chiama Maria e che abita a Nazaret. Più le si avvicina, e più avverte che da lei emana una maestà contro cui si sbriciolano tutti i tentativi di seduzione. E’ una maestà davanti alla quale non si può fare altro che inchinarsi; e il seduttore cade in ginocchio davanti alla maestosa umiltà di questa ragazzina con lo scialletto di lana. Per sapere chi è Dio vado avanti nella stessa direzione e, a quel punto, arrivo a Dio: come siamo lontani da Giove, dal paternalismo e dal trionfalismo! È questo il Dio che Gesù Cristo ci rivela. 

da GIOIA DI CREDERE di (François Varillon)