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sabato 15 febbraio 2014

Come tu mi vuoi - Liturgico di Liturgica e Sacra



Come tu mi vuoi - Liturgico di Liturgica e Sacra
Eccomi Signor, vengo a te mio re, che si compia in me la tua volontà.
Eccomi Signor, vengo a te mio Dio, plasma il cuore mio e di te vivrò.
Se tu lo vuoi Signore manda me e il tuo nome annuncerò.
Come tu mi vuoi io sarò, dove Tu mi vuoi io andrò.
Questa vita io voglio donarla a Te per dar gloria al Tuo nome mio re.
Come tu mi vuoi io sarò, dove Tu mi vuoi io andrò.
Se mi guida il tuo amore paura non ho,
per sempre io sarò come Tu mi vuoi.

Eccomi Signor, vengo a Te mio Re, che si compia in me la tua volontà.
Eccomi Signor, vengo a te mio Dio, plasma il cuore mio e di te vivrò
Tra le tue mani mai più vacillerò e strumento tuo sarò.

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO Dal Vangelo secondo Mt 5,17-37 Corrispondenza nell' "Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta

VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO

Così fu detto agli antichi; ma io vi dico.
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 5,17-37

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento. In verità io vi dico: finché non siano passati il cielo e la terra, non passerà un solo iota o un solo trattino della Legge, senza che tutto sia avvenuto. Chi dunque trasgredirà uno solo di questi minimi precetti e insegnerà agli altri a fare altrettanto, sarà considerato minimo nel regno dei cieli. Chi invece li osserverà e li insegnerà, sarà considerato grande nel regno dei cieli.
Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.
Se dunque tu presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia lì il tuo dono davanti all’altare, va’ prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna a offrire il tuo dono.
Mettiti presto d’accordo con il tuo avversario mentre sei in cammino con lui, perché l’avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia, e tu venga gettato in prigione. In verità io ti dico: non uscirai di là finché non avrai pagato fino all’ultimo spicciolo!
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Se il tuo occhio destro ti è motivo di scandalo, cavalo e gettalo via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo venga gettato nella Geènna. E se la tua mano destra ti è motivo di scandalo, tagliala e gettala via da te: ti conviene infatti perdere una delle tue membra, piuttosto che tutto il tuo corpo vada a finire nella Geènna.
Fu pure detto: “Chi ripudia la propria moglie, le dia l’atto del ripudio”. Ma io vi dico: chiunque ripudia la propria moglie, eccetto il caso di unione illegittima, la espone all’adulterio, e chiunque sposa una ripudiata, commette adulterio.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto, né per il cielo, perché è il trono di Dio, né per la terra, perché è lo sgabello dei suoi piedi, né per Gerusalemme, perché è la città del grande Re. Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Parola del Signore.

Forma breve:

Dal Vangelo secondo Matteo (5, 20-22a.27-28.33-34a.37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio.
Avete inteso che fu detto: “Non commetterai adulterio”. Ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel proprio cuore.
Avete anche inteso che fu detto agli antichi: “Non giurerai il falso, ma adempirai verso il Signore i tuoi giuramenti”. Ma io vi dico: non giurate affatto. Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”; il di più viene dal Maligno».

Parola del Signore


Corrispondenza nell' "Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta
Volume 3 Capitolo 171 pagina 89

Il luogo e l’ora sono sempre gli stessi. La gente è ancora più aumentata. In un angolo, presso un sentiero, come volesse udire ma non eccitare ripugnanze fra la folla, è un romano. Lo distinguo per la veste corta e il mantello diverso. Ancora vi sono Stefano e Erma. E Gesù va lentamente al suo posto e riprende a parlare. “Con quanto vi ho detto ieri non dovete giungere al pensiero che Io sia venuto per abolire la Legge. No. Solo, poiché sono l’Uomo e comprendo le debolezze dell’uomo, Io ho voluto rincuorarvi a seguirla col dirigere il vostro occhio spirituale non all’abisso nero, ma all’Abisso luminoso. Perché, se la paura di un castigo può trattenere tre volte su dieci, la certezza di un premio slancia sette volte su dieci. Perciò più che la paura fa la fiducia. Ed Io voglio che voi l’abbiate piena, sicura, per potere fare non sette parti di bene su dieci, ma dieci parti su dieci e conquistare questo premio santissimo del Cielo. Io non muto un iota della Legge. E chi l’ha data fra i fulmini del Sinai? L’Altissimo. Chi è l’Altissimo? Il Dio uno e trino. Da dove l’ha tratta? Dal suo Pensiero. Come l’ha data? Con la sua Parola. Perché l’ha data? Per il suo Amore. Vedete dunque che la Trinità era presente. Ed il Verbo, ubbidiente come sempre al Pensiero e all’Amore, parlò per il Pensiero e per l’Amore. Potrei smentire Me stesso? Non potrei. Ma posso, poiché tutto Io posso, completare la Legge, farla divinamente completa, non quale la fecero gli uomini che durante i secoli non la fecero completa ma soltanto indecifrabile, inadempibile, sovrapponendo leggi e precetti, e precetti e leggi, tratti dal loro pensiero, secondo il loro utile, e gettando tutta questa macia a lapidare e soffocare, a sotterrare e sterilire la Legge santissima data da Dio. Può una pianta sopravvivere se la sommergono per sempre valanghe, macerie e inondazioni? No. La pianta muore. La Legge è morta in molti cuori, soffocata sotto le valanghe di troppe soprastrutture. Io sono venuto a levarle tutte e, disseppellita la Legge, risuscitata la Legge, ecco che Io la faccio non più legge ma regina. Le regine promulgano le leggi. Le leggi sono opera delle regine, ma non sono da più delle regine. Io invece faccio della Legge la regina: la completo, l’incorono, mettendo sul suo sommo il serto dei consigli evangelici. Prima era l’ordine. Ora è più dell’ordine. Prima era il necessario. Ora è più del necessario. Ora è la perfezione. Chi la sposa, così come Io ve la dono, all’istante è re perché ha raggiunto il “perfetto”, perché non è stato soltanto ubbidiente ma eroico, ossia santo, essendo la santità la somma delle virtù portate al vertice più alto che possa esser raggiunto da creatura, eroicamente amate e servite col distacco completo da tutto quanto è appetito e riflessione umana verso qual che sia cosa. Potrei dire che il santo è colui al quale l’amore e il desiderio fanno da ostacolo ad ogni altra vista che Dio non sia. Non distratto da viste inferiori, egli ha le pupille del cuore ferme nello Splendore Santissimo che è Dio e nel quale vede, poiché tutto è in Dio, agitarsi i fratelli e tendere le mani supplici. E senza staccare gli occhi da Dio, il santo si effonde ai fratelli supplicanti. Contro la carne, contro le ricchezze, contro le comodità, egli drizza il suo ideale: servire. Povero il santo? Menomato? No. È giunto a possedere la sapienza e la ricchezza vere. Possiede perciò tutto. Né sente fatica perché, se è vero che è un produttore continuo, è pur anche vero che è un nutrito di continuo. Perché, se è vero che comprende il dolore del mondo, è anche vero che si pasce della letizia del Cielo. Di Dio si nutre, in Dio si allieta. È la creatura che ha compreso il senso della vita. Come vedete, Io non muto e non mutilo la Legge, come non la corrompo con le sovrapposizioni di fermentanti teorie umane. Ma la completo. Essa è quello che è, e tale sarà fino all’estremo giorno, senza che se ne muti una parola o se ne levi un precetto. Ma è incoronata del perfetto. Per avere salute basta accettarla così come fu data. Per avere immediata unità con Dio occorre viverla come Io la consiglio. Ma poiché gli eroi sono l’eccezione, Io parlerò per le anime comuni, per la massa delle anime, acciò non si dica che per volere il perfetto rendo ignoto il necessario. Però di quanto dico ritenete bene questo: colui che si permette di violare uno fra i minimi di questi Comandamenti sarà tenuto minimo nel Regno dei Cieli. E colui che indurrà altri a violarli sarà ritenuto minimo per lui e per colui che egli indusse alla violazione. Mentre colui che con la vita e le opere, più ancora che con la parola, avrà persuaso altri all’ubbidienza, costui grande sarà nel Regno dei Cieli, e la sua grandezza si aumenterà per ognuno di quelli che egli avrà portato ad ubbidire e a santificarsi così. Io so che ciò che sto per dire sarà agro alla lingua di molti. Ma Io non posso mentire anche se la verità che sto per dire mi farà dei nemici. In verità vi dico che se la vostra giustizia non si ricreerà, distaccandosi completamente dalla povera e ingiustamente definita giustizia che vi hanno insegnata scribi e farisei; che se non sarete molto più, e veramente, giusti dei farisei e scribi, che credono esserlo con l’aumentare delle formule ma senza mutazione sostanziale degli spiriti, voi non entrerete nel Regno dei Cieli. Guardatevi dai falsi profeti e dai dottori d’errore. Essi vengono a voi in veste d’agnelli e lupi rapaci sono, vengono in veste di santità e sono derisori di Dio, dicono di amare la verità e si pascono di menzogne. Studiateli prima di seguirli. L’uomo ha la lingua e con questa parla, ha gli occhi e con questi guarda, ha le mani e con esse accenna. Ma ha un’altra cosa che testimonia con più verità del suo vero essere: ha i suoi atti. E che volete che sia un paio di mani congiunte in preghiera se poi l’uomo è ladro e fornicatore? E che due occhi che volendo fare gli ispirati si stravolgono in ogni senso, se poi, cessata l’ora della commedia, si sanno fissare ben avidi sulla femmina, o sul nemico, per lussuria o per omicidio? E che volete che sia la lingua che sa zufolare la bugiarda canzone delle lodi e sedurvi con i suoi detti melati, mentre poi alle vostre spalle vi calunnia ed è capace di spergiurare pur di farvi passare per gente spregevole? Che è la lingua che fa lunghe orazioni ipocrite e poi veloce uccide la stima del prossimo o seduce la sua buona fede? Schifo è! Schifo sono gli occhi e le mani menzognere. Ma gli atti dell’uomo, i veri atti, ossia il suo modo di comportarsi in famiglia, nel commercio, verso il prossimo ed i servi, ecco quello che testimoniano: “Costui è un servo del Signore”. Perché le azioni sante sono frutto di una vera religione. Un albero buono non dà frutti malvagi e un albero malvagio non dà frutti buoni. Questi pungenti roveti potranno mai darvi uva saporita? E quegli ancora più tribolanti cardi potranno mai maturarvi morbidi fichi? No, che in verità poche e aspre more coglierete dai primi e immangiabili frutti verranno da quei fiori, spinosi già pur essendo ancora fiori. L’uomo che non è giusto potrà incutere rispetto con l’aspetto, ma con quello solo. Anche quel piumoso cardo sembra un fiocco di sottili fili argentei che la rugiada ha decorato di diamanti. Ma se inavvertitamente lo toccate, vedete che fiocco non è, ma mazzo di aculei, penosi all’uomo, nocivi alle pecore, per cui i pastori lo sterpano dai loro pascoli e lo gettano a perire nel fuoco acceso nella notte perché neppure il seme si salvi. Giusta e previdente misura. Io non vi dico: “Uccidete i falsi profeti e gli ipocriti fedeli”. Anzi vi dico: “Lasciatene a Dio il compito”. Ma vi dico: “Fate attenzione, scostatevene per non intossicarvi dei loro succhi”. Come debba essere amato Dio, ieri l’ho detto. Insisto a come debba essere amato il prossimo. Un tempo era detto: “Amerai il tuo amico e odierai il tuo nemico”. No. Non così. Questo è buono per i tempi in cui l’uomo non aveva il conforto del sorriso di Dio. Ma ora vengono i tempi nuovi, quelli in cui Dio tanto ama l’uomo da mandargli il suo Verbo per redimerlo. Ora il Verbo parla. Ed è già Grazia che si effonde. Poi il Verbo consumerà il sacrificio di pace e di redenzione e la Grazia non solo sarà effusa, ma sarà data ad ogni spirito credente nel Cristo. Perciò occorre innalzare l’amore di prossimo a perfezione che unifica l’amico al nemico. Siete calunniati? Amate e perdonate. Siete percossi? Amate e porgete l’altra guancia a chi vi schiaffeggia pensando che è meglio che l’ira si sfoghi su voi, che la sapete sopportare, anziché su un altro che si vendicherebbe dell’affronto. Siete derubati? Non pensate: “Questo mio prossimo è un avido”, ma pensate caritativamente: “Questo mio povero fratello è bisognoso” e dategli anche la tunica se già vi ha levato il mantello. Lo metterete nella impossibilità di fare un doppio furto perché non avrà più bisogno di derubare un altro della tunica. Voi dite: “Ma potrebbe essere vizio e non bisogno”. Ebbene, date ugualmente. Dio ve ne compenserà e l’iniquo ne sconterà. Ma molte volte, e ciò richiama quanto ho detto ieri sulla mansuetudine, vedendosi così trattato, cade dal cuore del peccatore il suo vizio, ed egli si redime giungendo a riparare il furto col rendere la preda. Siate generosi con coloro che, più onesti, vi chiedono, anziché derubarvi, ciò di cui abbisognano. Se i ricchi fossero realmente poveri di spirito come ho insegnato ieri, non vi sarebbero le penose disuguaglianze sociali, cause di tante sventure umane e sovrumane. Pensate sempre: “Ma se io fossi nel bisogno, che effetto mi farebbe la ripulsa di un aiuto?”, e in base alla risposta del vostro io agite. Fate agli altri ciò che vorreste vi fosse fatto e non fate agli altri ciò che non vorreste fatto a voi. L’antica parola: “Occhio per occhio, dente per dente”, che non è nei dieci comandi ma che è stata messa perché l’uomo privo della Grazia è tal belva che non può che comprendere la vendetta, è annullata, questa sì che è annullata, dalla nuova parola: “Ama chi ti odia, prega per chi ti perseguita, giustifica chi ti calunnia, benedici chi ti maledice, benefica chi ti fa danno, sii pacifico col rissoso, condiscendente con chi ti è molesto, soccorri di buon grado chi a te ricorre e non fare usura, non criticare, non giudicare”. Voi non sapete gli estremi delle azioni degli uomini. In tutti i generi di soccorso siate generosi, misericordiosi siate. Più darete più vi sarà dato, e una misura colma e premuta sarà versata da Dio in grembo a chi fu generoso. Dio non solo vi darà per quanto avete dato, ma più e più ancora. Cercate di amare e di farvi amare. Le liti costano più di un accomodamento amichevole e la buona grazia è come un miele che a lungo resta col suo sapore sulla lingua. Amate, amate! Amate amici e nemici per essere simili al Padre vostro che fa piovere sui buoni e sui cattivi e fa scendere il sole sui giusti e sugli ingiusti riservandosi di dare sole e rugiade eterne, e fuoco e grandine infernali, quando i buoni saranno scelti, come elette spighe, fra i covoni del raccolto. Non basta amare coloro che vi amano e dai quali sperate un contraccambio. Questo non è un merito, è una gioia, e anche gli uomini naturalmente onesti lo sanno fare. Anche i pubblicani lo fanno e anche i gentili. Ma voi amate a somiglianza di Dio e amate per rispetto a Dio, che è Creatore anche di quelli che vi sono nemici o poco amabili. Io voglio in voi la perfezione dell’amore e perciò vi dico: “Siate perfetti come perfetto è il Padre vostro che è nei Cieli”. Tanto è grande il precetto d’amore verso il prossimo, il perfezionamento del precetto d’amore verso il prossimo, che Io più non vi dico come era detto: “Non uccidete”, perché colui che uccide sarà condannato dagli uomini. Ma vi dico: “Non vi adirate”, perché un più alto giudizio è su voi e calcola anche le azioni immateriali. Chi avrà insultato il fratello sarà condannato dal Sinedrio. Ma chi lo avrà trattato da pazzo, e perciò danneggiato, sarà condannato da Dio. Inutile fare offerte all’altare se prima non si è sacrificato nell’interno del cuore i propri rancori per amore di Dio e non si è compiuto il rito santissimo del saper perdonare. Perciò se quando stai per offrire a Dio tu ti sovvieni di avere mancato verso il tuo fratello o di avere in te rancore per una sua colpa, lascia la tua offerta davanti all’altare, fa prima l’immolazione del tuo amor proprio, riconciliandoti col tuo fratello, e poi vieni all’altare, e santo sarà allora, solo allora, il tuo sacrificio. Il buon accordo è sempre il migliore degli affari. Precario è il giudizio dell’uomo, e chi ostinato lo sfida potrebbe perdere la causa e dovere pagare all’avversario fino all’ultima moneta o languire in prigione. Alzate in tutte le cose lo sguardo a Dio. Interrogatevi dicendo: “Ho io il diritto di fare ciò che Dio non fa con me?”. Perché Dio non è così inesorabile e ostinato come voi siete. Guai a voi se lo fosse! Non uno si salverebbe. Questa riflessione vi induca a sentimenti miti, umili, pietosi. E allora non vi mancherà da parte di Dio, qui e oltre, la ricompensa. Qui, a Me davanti, è anche uno che mi odia e che non osa dirmi: “Guariscimi”, perché sa che Io so i suoi pensieri. Ma Io dico: “Sia fatto ciò che tu vuoi. E come ti cadono le scaglie dagli occhi così ti cadano dal cuore il rancore e le tenebre”. Andate tutti con la mia pace. Domani ancora vi parlerò”. La gente sfolla lentamente, forse in attesa di un grido di miracolo che non viene. Anche gli apostoli e i discepoli più antichi, che restano sul monte, chiedono: “Ma chi era? Non è guarito forse?”, e insistono presso il Maestro che è rimasto in piedi, a braccia conserte, a veder scendere la gente. Ma Gesù sulle prime non risponde; poi dice: “Gli occhi sono guariti. L’anima no. Non può perché è carica di odio”. “Ma chi è? Quel romano forse?”. “No. Un disgraziato”. “Ma perché lo hai guarito, allora?”, chiede Pietro. “Dovrei fulminare tutti i suoi simili?”. “Signore… io so che Tu non vuoi che dica: “sì”, e perciò non lo dico… ma lo penso… ed è lo stesso…”. “È lo stesso, Simone di Giona. Ma sappi che allora… Oh! quanti cuori pieni di scaglie d’odio intorno a Me! Vieni. Andiamo proprio là in cima, a guardare dall’alto il nostro bel mare di Galilea. Io e te soli”.

 Estratto di "l'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta

" Non è un Fardello "



" Non è un Fardello "


Lungo il sentiero ripido e pietroso
ho incontrato una piccola bambina,
che portava sulla schiena il suo giovane fratello;
" Bambina mia - le ho detto -
stai portando un pesante fardello !".
Lei mi ha guardato e ha detto:
"Non è un fardello, signore, è mio fratello ".
Sono rimasto interdetto;
le parole di questa bambina coraggiosa
si sono impresse nel mio cuore,
e quando la pena degli uomini mi schiaccia
e perdo del tutto il coraggio,
le parole di questa bambina mi ricordano:
" Non è un fardello, che tu porti,
è tuo fratello !..."
 
Anonimo Latino-Americano

  http://paolaserra97.blogspot.it/

San Massimo il brucia capanne (sec. XIV) Sulla preghiera mentale

San Massimo il brucia capanne (sec. XIV)

Sulla preghiera mentale

Dalla vita del venerabile nostro Padre Massimo Kapsokalibìta

            Il venerabile Gregorio Sinaita incontrò san Massimo e, conversando con lui, tra l’altro gli chiese: “Dimmi, padre mio, ti attieni alla preghiera mentale?”. San Massimo, chinando per un po’ il capo, gli rispose: “Non voglio nasconderti, padre, un miracolo della Vergine beatissima di cui sono stato oggetto. Dalla mia giovinezza ho avuto una grande fede nella Madre di Dio e la pregavo sempre con le lacrime agli occhi di concedermi la grazia della preghiera mentale. Un giorno, giunto in chiesa, secondo l’abitudine, la pregai con infinito calore del cuore di darmi questa grazia e, quando poi baciai la Sua santa icona, improvvisamente ho sentito nel petto e nel cuore un calore particolare e una fiamma, che usciva dalla sacra icona, e non mi bruciava ma mi bagnava come di rugiada e mi infondeva un senso di dolcezza, provocando una profonda commozione nell’anima. Da quel momento il mio cuore ha cominciato a recitare dall’interno la preghiera e la mia mente è confortata dal ricordo del nostro Signore Gesù Cristo e della santissima Vergine e sempre permane in questo stato di ricordo. Da quel tempo la preghiera non è mai venuta meno nel mio cuore… perdonami”.

            Gli disse san Gregorio: “Dimmi, padre santo, mentre tu reciti la preghiera ‘Signore Gesù Cristo…’, avvenne in te qualche mutamento divino, uno stato di estasi o qualche altro frutto dello Spirito Santo?”. E san Massimo gli rispose: “Certamente, e per questa ragione mi allontano in luoghi deserti e sempre ho amato il silenzio assoluto, per godere in misura maggiore il frutto della preghiera, cioè l’amore infinito per Dio e l’elevazione della mente verso il Signore”. San Gregorio gli chiese: “Dimmi, padre, te lo chiedo: hai ciò di cui mi hai parlato?”. E san Massimo, abbassando gli occhi, gli rispose: “Non chiedere delle mie seduzioni”. Allora san Gregorio gli disse: “O se il Signore mi concedesse di avere una seduzione quale è in te, padre santo. Del resto ti chiedo, dimmi: allorché la tua mente viene sollevata a Dio, che cosa vedi con i tuoi occhi? E può allora la mente elevare la preghiera assieme al cuore?”.

            San Massimo gli rispose: “No, non può. Quando la grazia dello Spirito Santo entra nell’uomo per mezzo della preghiera, allora quest’ultima viene meno, poiché in quegli istanti la mente è completamente dominata dalla grazia dello Spirito Santo e non può più agire con le sue forze, ma rimane inoperosa e obbedisce solo allo Spirito Santo e dove lo Spirito Santo vuole, la conduce, o a qualche altra contemplazione indicibile o, come spesso avviene, ad un dialogo divino e, per dirla in breve, come vuole il Paraclito, così egli conforta i suoi servi, e concede a ciascuno la grazia che gli è necessaria. Ciò, di cui io ora parlo, può chiunque vedere chiaramente nei Profeti e negli Apostoli, a cui fu concesso ogni genere di visioni, sebbene gli uomini li deridessero, e li ritenessero in preda ad inganni ed ebbrezza. Così il profeta Isaia vide il Signore sollevato su un alto trono e circondato dai Serafini. Il protomartire santo Stefano vide aprirsi i Cieli ed il Signore Gesù alla destra del Padre. Nello stesso modo anche ora i devoti servitori di Cristo hanno la grazia di avere varie visioni, a cui alcuni non credono ed in nessuna maniera le vogliono riconoscere vere, ma le considerano inganni ed ingannati ritengono coloro che le vedono. Di ciò mi stupisco e non comprendo che genere di uomini siano e, come ciechi, non vedono e non credono a ciò che ha promesso Dio, che non mentisce, per bocca del profeta Gioele, cioè che egli concederà proprio questo a coloro che crederanno: Verserò del mio Spirito su ogni carne e profetizzeranno[54]. Questa grazia il Signore mandò ai suoi discepoli e la concede anche ora e la concederà fino alla fine del mondo, secondo la sua promessa, a tutti i suoi fedeli servitori. Pertanto, allorché la grazia dello Spirito Santo scende su qualcuno, non gli presenta uno spettacolo ordinario proprio della realtà materiale di questo mondo, ma gli mostra ciò che non ha mai visto né immaginato. Allora la mente umana apprende dallo Spirito Santo i misteri più elevati e nascosti, quelli che, come dice san Paolo, né l’occhio umano può vedere, né la mente umana comprendere[55]. E perché tu possa comprendere come la mente li vede, cerca di capire ciò che io ti dirò: la cera, quando si trova lontana dal fuoco, è dura, la si può prendere e tenere in mano. Ma, appena la getti nel fuoco, subito si scioglie e tra le fiamme arde, trasformandosi in luce, per cui si consuma completamente nel fuoco. Così anche la mente umana, quando è sola e non s’incontra con Dio, comprende, secondo le sue forze, la realtà che la circonda. Ma quando si avvicina al fuoco della Divinità ed allo Spirito Santo, allora completamente è presa dal fuoco divino e si trasforma completamente in luce, arde nella fiamma dello Spirito Santo e si effonde in pensieri divini, per cui non le è possibile, in mezzo al fuoco della Divinità, pensare a se stessa o a ciò che vuole”.

            A queste parole san Gregorio osservò: “Accade alle volte qualcosa che assomiglia a ciò che tu hai detto, ma che è frutto dell’inganno?”. Al che il grande Massimo gli rispose: “Accade, ma ciascuna manifestazione ha i suoi segni di riconoscimento particolari; alcuni servono a riconoscere l’inganno, altri la grazia. Quando lo spirito maligno si avvicina all’uomo, sconvolge la sua mente e la rende selvaggia, il cuore diventa duro e si ottenebra, provoca la paura, il timore e la superbia, altera gli occhi, mette in apprensione il cervello, tutto il corpo trema, mostra alla vista una luce non luminosa e pura, ma rossastra, la mente cade nella frenesia e dalla bocca escono parole inutili e blasfeme. Chi vede lo spirito ingannatore, nella maggior parte dei casi s’infuria ed è pieno d’ira, non conosce affatto l’umiltà, né il pianto sincero, né le lacrime, ma sempre si vanta delle sue capacità, sempre senza alcun freno né timor di Dio, si abbandona agli impulsi delle passioni, infine esce di senno e va alla rovina completa”.

Da un siffatto inganno ci liberi il Signore per le tue preghiere, padre santo”.

Invece i segni della grazia sono i seguenti: quando entra in un uomo la grazia dello Spirito Santo, raccoglie la sua mente e la rende attenta ed umile, richiama la sua attenzione sulla morte e sui peccati, sul giudizio finale e sulla pena eterna, riempie l’anima di spirito di penitenza e di commozione e la spinge al pianto ed alle lacrime. Rende miti i suoi occhi e pieni di lacrime e, quanto più si avvicina all’uomo, tanto più rende serena la sua anima e la conforta con le sante sofferenze di nostro Signore Gesù Cristo e con il suo infinito amore per gli uomini. E l’anima contempla la potenza inconcepibile di Dio, che con una sola parola ha creato tutto dal nulla; contempla la sua infinita forza, con cui tutto regge e tutto governa; contempla l’irraggiungibile santissima Trinità e gli impenetrabili abissi della natura divina, e così via. Allora la mente umana si esalta nella luce divina; s’illumina della luce della conoscenza divina, il cuore diventa calmo e mite e stillano da lui in abbondanza i frutti dello Spirito Santo: la gioia, la pace, la sopportazione, la bontà, la misericordia, l’amore, l’umiltà[56]. E l’anima prova una gioia indicibile”.

A queste parole san Gregorio Sinaita rimase estasiato, meravigliandosi di ciò che diceva san Massimo e non lo chiamava più uomo, ma Angelo sulla terra.
 
Dobrotoljubye V, pp 337-339

NOSTRA SIGNORA DEL BUON CONSIGLIO - Tratto dal libro "Leggende sarde" di Grazia Deledda

NOSTRA SIGNORA DEL BUON CONSIGLIO
   
Tratto dal libro "Leggende sarde" di Grazia Deledda


C'era dunque una volta, in un villaggio della Sardegna per il quale voi non siete passati e forse non passerete mai, un uomo cattivo, che non credeva in Dio e non dava mai elemosina ai poveri.
Quest'uomo si chiamava don Juanne Perrez, perché d'origine spagnola, ed era brutto come il demonio.
Abitava una casa immensa, ma nera e misteriosa, composta di cento e una stanza, e aveva con sé, per servirlo, una nipotina di quindici anni, chiamata Mariedda.
Mariedda era buona, bella e devota quanto suo zio era cattivo, brutto e scomunicato. Mariedda possedeva i più bei capelli neri di tutta la Sardegna, e i suoi occhi sembravano uno la stella del mattino, l'altro la stella della sera.
Don Juanne voleva male a Mariedda, come del resto voleva male a tutti i cristiani della terra; e, potendo, le avrebbe cavato gli occhioni belli; ma per un ultimo scrupolo di coscienza non voleva farle danno; solo, quando essa ebbe compito i quindici anni, pensò di sbarazzarsene maritandola a un brutto uomo del villaggio.
Ella però non volte acconsentire a questo infelice matrimonio, e il brutto uomo del villaggio, per vendicarsi dell'umiliante rifiuto, una notte sradicò tutte le piante del giardino di don Juanne e pose sulla soglia della casa, ove Mariedda e lo zio abitavano, un paio di corna e due grandissime zucche; e ogni notte passava sotto le finestre cantando canzoni cattive.
Impossibile descrivere l'ira di don Juanne, e l'avversione che d'allora cominciò a nutrire contro la povera Mariedda. Basta dire che un giorno la prese con sé nella stanza più remota della casa, e le disse:
«Tu non hai voluto per marito Predu Concaepreda (Pietro Testadipietra). Beh! Ma siccome tu devi assolutamente maritarti, preparati a sposare me».
La poveretta rimase, come suol dirsi, di stucco, poi esclamò:
«Ma come va quest'affare? Voi non siete mio zio? E da quando in qua gli zii possono sposar le nipoti?».
«Tu sta zitta, fraschetta! Io ho dal papa il permesso di sposarmi con chi voglio, anche senza prete. E ho deciso di ammogliarmi con chi mi pare e piace. Tu pensa bene ai fatti tuoi. O quell'uomo del villaggio, o me. Ti lascio una notte per deciderti.»
E se n'andò chiudendola dentro.
Appena sola, Mariedda si mise a piangere e a pregare fervorosamente Nostra Signora del Buon Consiglio, perché l'aiutasse e la ispirasse.
Ed ecco, appena fatto notte, le apparve una donna bellissima, tutta circondata di luce, vestita di raso e di velo bianco, con un mantello azzurro e un diadema d'oro simile a quello della regina di Spagna.
Donde era entrata?
Mariedda non poteva spiegarselo, e stava a guardar a bocca aperta la bella Signora, quando questa le disse con voce che sembrava musica di violino:
«Io sono Nostra Signora del Buon Consiglio, ed ho sentito la tua preghiera. Senti, Mariedda: Chiedi a tuo zio otto giorni di tempo, e se in capo a questi egli non avrà deposto il suo pensiero, chiamami di nuovo. Conservati sempre buona, e mai ti mancherà il mio aiuto e il mio consiglio».
Ciò detto sparve, lasciando nella stanza come una luce di luna e un odore di gelsomino.
Mariedda, che provava una viva gioia, pregò tutta la notte; e il domani chiese a suo zio otto giorni di tempo. Sebbene a malincuore, don Juanne glieli concesse; intanto, perché non fuggisse, la teneva sempre rinchiusa in quella stanza remota, nella quale perdurava la luce di luna e l'odore di gelsomino. Passati però gli otto giorni, le chiese se si era decisa, ché lui voleva assolutamente sposarla il giorno dopo.
Rimasta sola, Mariedda si rimise a piangere e pregare, ma tosto ricomparve quella Celeste Signora, che ora aveva un vestito di broccato d'oro e un diadema di perle come quello della Regina di Francia.
«Dormi, Mariedda, e non temere», le disse con voce che pareva musica di rosignuolo. «Prendi questo rosario, che ha virtù di guarire i malati, e nella fortuna non dimenticarti di me, se non vuoi che t'incolga sventura.»
E sparì, lasciando nella stanza una luce d'aurora primaverile e una fragranza di garofani.
Mariedda non aveva potuto dire una sola parola. Speranzosa ed estasiata baciò il rosario di madreperla lasciatole dalla divina Signora, se lo pose al collo e si addormentò tranquillamente senza chiedersi che cosa l'indomani sarebbe avvenuto.
Ma l'indomani ella si svegliò sotto un roveto, vicino ad una palude; e tosto pensò che colà doveva averla trasportata, durante il sonno, la sua Santa Protettrice.
Levatasi, recitò la solita preghiera, poi si avviò verso una città che si scorgeva in lontananza, tra i vapori rosei del bellissimo mattino.
Cammina, cammina, vide un piccolo pescatore che, a piedi scalzi e con la lenza sulla spalla, si recava a pescare in certi piccoli stagni azzurreggianti là intorno. Gli chiese:
«Bel pescatore, in grazia, come si chiama quella città?».
Il pescatore non rispose, ma si mise a cantare:
Io pesco anguilla, e do la caccia all'oca;
Quella città laggiù si chiama Othoca. (10)

«Be'», pensò Mariedda, «siamo ad Oristano.»
Cammina, cammina, entrò in città, e subito si diede a cercar una casa in cui potesse entrar come serva; ma inutilmente. Dopo tre giorni e tre notti di viavai da una porta all'altra, morente di fame e di stanchezza, non aveva ancora trovato padrona. Ma non disperava; e pregava, pregava sempre la bella Signora del Buon Consiglio, perché l'aiutasse.
Ora, al quarto giorno, passando davanti al palazzo reale, vide molta gente che parlava sommessa, pallida in volto e piena di dolore.
«Bel soldato», chiese ad un giovine armigero, triste anch'egli come il resto della folla, «che cosa avviene?»
«Sta per morire il figlio del Giudice di Arboréa, e nessun medico può più salvarlo.»
Il Giudice era il re di Arboréa; quindi il figlio era il principe reale, il più bel cavaliere di tutta la Sardegna.
Mariedda fu scossa dalla dolorosa notizia e stava per dire un'Ave per il principe moribondo, quando, toccando i grani del suo rosario si ricordò con gioia che questo possedeva la virtù di guarire i malati.
Senza dir nulla, attraversò la folla e riuscì a penetrare nel reale palazzo; ma un capitano delle guardie la fermò, e le chiese con arroganza cosa voleva.
«Vengo a guarire don Mariano, il principe malato», ella rispose umilmente. «Ho una medicina meravigliosa che fa guarire anche i moribondi.»
Allora il capitano arrogante la introdusse presso il Giudice, un vecchio re dalla barba lunga fino alle ginocchia, al quale Mariedda dové ripetere le sue parole. Il Giudice restò commosso dalla bellezza della piccola sconosciuta, e più per la sua promessa, ma le disse:
«Bada, fanciulla dagli occhi di stella, se tu c'inganni, noi ti troncheremo la testa».
«E se salvo il principe?»
«Ti daremo ciò che vorrai.»
Ciò detto introdusse egli stesso Mariedda presso il principe morente. Era tempo. Ancora pochi istanti e tutto era perduto.
Ma la nipote di don Juanne Perrez mise il rosario intorno al collo del principe e, inginocchiatasi sulla pelle di cervo stesa davanti al letto, pregò fervidamente.
Allora tutti gli astanti, bianchi in volto e pieni di meraviglia, videro un miracolo straordinario.
Don Mariano riapriva gli occhi, i begli occhi castani dalle lunghe ciglia. A poco a poco le sue guance diventarono rosee come il fior degli oleandri dei giardini reali; la sua fronte rifulse di vita; sorrise; si alzò dicendo:
«Padre mio, io rinasco. Chi mi ha salvato?».
Il Giudice piangeva di gioia, piangeva tanto che la sua barba gocciolava di lagrime come un albero bagnato dalla pioggia.
«Ecco!», rispose, sollevando Mariedda.
«Tu devi essere una fata», disse il principe, abbracciandola. «I tuoi occhi hanno una luce di luna. Tu sarai la mia sposa.»
Infatti, poco tempo dopo, cioè appena giunsero dalla Francia e dalle Fiandre i vestiti di broccato che stavano ritti da sé, tanto oro e argento avevano, e i veli e i manti per Mariedda, essa diventò Giudicessa d'Arboréa.
Ed era tanto felice che cominciò a dimenticare la raccomandazione di Nostra Signora del Buon Consiglio, cioè di pregarla e ricordarla sempre, anche nella buona fortuna.
Dopo un anno Mariedda aveva interamente dimenticato la sua Celeste Protettrice: il rosario miracoloso stava appeso nella reale cappella, fra altre reliquie e la Giudicessa scendeva raramente nella cappella, passando invece il tempo tra feste, cacce, tornei, e fra i canti e i liuti, e le mandole dei trovadori, che non mancavano nella corte degli Arboréa.
Ora avvenne che gli Spagnoli invasero il regno di Arboréa, e don Mariano, lo sposo di Mariedda, dovette partire col suo esercito per difendere le sue terre e cacciare gl'invasori. Partì e lasciò Mariedda presso a diventare madre di un bel principino.
«Addio, bella amica», le disse baciandola in fronte, prima di montare sul suo gran cavallo bianco dalla gualdrappa rossa, «sta di buon animo, e fa che al mio ritorno trovi un nuovo principino bello e forte come...»
«Come te, bell'amico! », rispose donna Mariedda con orgoglio.
Durante la guerra, don Mariano stette lungo tempo lontano dalla sua capitale, dal vecchio padre, dalla sposa, e questa, qualche mese dopo la sua partenza, divenne madre di un bellissimo bambino. Questo bambino era tutto color di rosa, e aveva i piedini e le manine che sembravano fiori.
Bisogna sappiate, però, che vi era chi aspettava ansiosamente il giorno della nascita del bellissimo bambino, per demolire tutta la felicità della Giudicessa donna Mariedda.
Era don Juanne Perrez. Sentite.
Dopo la separazione dalla nipote, egli aveva cominciato a odiarla ferocemente, giurando di vendicarsi. Ma per quante ricerche facesse nel Logudoro e nelle terre vicine, nessuno aveva mai veduto né sentito parlare della fanciulla dagli occhi di stella; e don Juanne già cominciava, con malvagia gioia, a creder che se l'avesse portata via il demonio; quando, recatosi ad Oristano per le feste in occasione delle nozze del principe, vide con meraviglia e dispetto, che la sposa era Mariedda!
Allora egli cosa fece? Tornò nel suo villaggio, vendé tutto quanto possedeva, e vendé persino la sua anima al diavolo, perché lo aiutasse nella vendetta; e si vestì da medico, con una lunga barba bianca, e una zimarra nera. Si vestì così perché in un vecchio libro aveva letto che talmente vestiva Claudio Galeno, un antico dottore. Così travestito, don Juanne Perrez se n'andò nuovamente ad Oristano, spacciandosi per un medico arrivato da Alemagna, e che aveva studiato a Ratisbona.
E tanto disse e tanto fece, che lo accettarono per medico di Corte. Mariedda non lo riconobbe punto. Perciò, quando nacque il bellissimo bambino più sopra accennato, fu chiamato il falso medico; e il falso medico, che aspettava questa occasione per vendicarsi, nascose il bellissimo bambino, e lo sostituì destramente con un cagnolino nero, brutto e rognoso, che teneva pronto. E fece quest'azione vigliacca con tanta destrezza, che neppure Mariedda se ne accorse.
Don Juanne non uccise il bellissimo bambino, ma lo lasciò morir di fame; perciò ancor oggi, in molti punti della Sardegna, la fame vien chiamata Monsiù Juanne, in memoria di questo fatto.
Intanto nella Corte Reale si era immersi nel massimo dolore e spavento, perché mai si era vista una cosa simile; e Mariedda aveva la febbre dal dispiacere e dall'umiliazione. Pazienza fosse stata una popolana a diventar madre di un cagnolino nero, brutto e rognoso, Santo Iddio! la cosa sarebbe stata passabile, perché in quei tempi esistevano le streghe che si maritavano col diavolo, e da questi orribili matrimoni potevano nascere anche cagnolini e scorpioni: ma una Giudicessina, che aveva vestiti di broccato, i quali stavano ritti da sé tant'oro e argento portavano!...
Basta; la cosa fu scritta a don Mariano che, per la prima volta in vita sua, pianse di dolore. E forse egli avrebbe perdonato Mariedda; ma sparsasi nel campo spagnolo la notizia destò tale ilarità e tante beffe a danno del principe nemico, che egli salì su tutte le furie, e scrisse al suo Maggiordomo che tosto pigliasse la Giudicessina col suo mostriciattolo e la portasse lontano, lontano, in luogo donde non potesse far ritorno, poiché egli la ripudiava.
Il Maggiordomo obbedì; e una notte la povera Mariedda si vide trasportata lontano lontano, in una campagna deserta e silenziosa. Fra le braccia ella stringeva il cagnolino, al quale aveva posto un grande amore.
Lasciata sola in quella campagna deserta e silenziosa, in quell'ora tremenda di disperazione, ella ricordò finalmente il suo passato, ricordò Nostra Signora del Buon Consiglio, e cadde al suolo piangendo, chiedendo misericordia e perdono.
Allora, come nella stanza buia e remota della casa di don Juanne, ecco si fece una gran luce d'oro, e in essa apparve la Madonna col vestito bianco e il manto azzurro e il diadema simile a quello della Regina di Spagna.
«Mariedda, Mariedda», disse con voce soavissima, che consolò la povera afflitta, «tu ti sei dimenticata di me, e per ciò sventura t'incolse. Ma io non abbandono gli afflitti, e sono la madre dei dolorosi»
Con la fronte al suolo Mariedda piangeva e pregava.
«Mariedda», continuò la Madonna, «cammina, cammina. Troverai una casa che sarà tua, e dove nulla ti mancherà. Vivi là finché sia giunto il tuo giorno e non dimenticarti più di me.»
Ciò detto sparve. Sulle desolate campagne si sparse una luce di sole nascente, le siepi fiorirono, i ruscelli brillarono; un soave profumo di puleggio passò per l'aria, e una fila di merli dal becco giallo cantò su un muro vicino.
Quando sollevò la fronte dal suolo, Mariedda si trovò fra le braccia non più il cagnolino nero, ma un bellissimo bambino tutto color di rosa, le cui manine e i cui piedini sembravano fiori. Per un momento pensò di tornarsene in Corte con quel bellissimo bambino; ma le parole di Nostra Signora del Buon Consiglio le stavano fitte in mente: e tosto riprese a camminare attraverso la grande pianura improvvisamente fiorita.
Cammina, cammina e cammina, dopo lunghe ore si trovò davanti una bella casetta verde, nascosta in un boschetto d'aranci e rose. Dagli aranci pendevano grosse palle d'oro, e dalle rose salivano grandi fiori di corallo. Mariedda picchiò.
Una serva vestita in costume, con la sottana di scarlatto fiammante, il corsetto di broccato verde-oro e un gran velo bianco in testa, aprì e disse inchinandosi:
«Siete voi la padrona che s'aspettava?».
«Sì», rispose Mariedda sorridendo.
E da quel giorno, infatti, essa fu la padrona di quella casetta verde nascosta fra gli aranci e le rose.
Nessuno passava mai là vicino; il mondo era lontano, lontano, eppure nulla mancava mai nella casetta: c'era sempre il pane che sembrava d'oro; l'acqua che sembrava d'argento; il vino che sembrava sangue; l'uva che sembrava grappolo di perle; la carne che sembrava corallo; l'olio che sembrava ambra; il miele che sembrava topazio; il latte che sembrava neve. E infine tutte le cose. Mariedda era felice: pregava sempre, e aspettava il giorno promesso, nel quale sperava rivedere lo sposo diletto. Intanto il bellissimo bambino, che si chiamava Consiglio, cresceva come i piccoli aranci del boschetto, e rideva e correva su cavalli di canna, ai quali, sebbene non avessero che la coda, faceva eseguire rapidissimi volteggi.
Scorsero cinque anni. Un giorno, finalmente, passò vicino alla casetta verde una comitiva di cacciatori, che si erano smarriti in quelle campagne disabitate, e chiesero ospitalità a Mariedda.
Immaginatevi voi il batticuore, la sorpresa e la gioia di Mariedda nel riconoscere il suo sposo nel capo di quei cacciatori smarriti!
«Ecco giunto il giorno!», pensò trepidando. Ma non si fece conoscere, perché era alquanto cambiata e vestiva in costume. Però accolse graziosamente i cacciatori, fra i quali eravi anche don Juanne, il medico del diavolo.
Tutti furono incantati della buona accoglienza e della bellezza di Mariedda e di Consiglio. A tavola don Mariano, che sedeva accanto alla padrona, le raccontò la sua sventura, e le disse che si era pentito del suo atroce comando, che aveva fatto cercare la povera sposa per tutti i monti e le valli di Sardegna, e che, non avendola potuta ritrovare, ora egli era l'uomo più infelice della terra, tormentato dai rimorsi e dalle ricordanze.
Mariedda fu intenerita da questo racconto, e decise rivelarsi prima che i cacciatori partissero.
Intanto accadde questo fatto straordinario, che dimostrò come la giustizia di Dio si riveli nelle più piccole cose. Sentite. Un cucchiarino d'oro del servizio da tavola era caduto per terra. Consiglio, che giocherellava attraverso le sedie, lo raccolse, e introdottosi sotto la mensa, così giocando, lo pose dentro la scarpina di marocchino ricamata di don Juanne. Poi se n'andò via, e dalla serva fu posto a dormire.
Quando si venne a sparecchiare, si notò la mancanza del cucchiarino d'oro, e questo non si poté rinvenire in alcun posto.
«Bel signore», allora disse Mariedda al principe, «io ho dato ospitalità a voi ed ai vostri cavalieri. Perché dunque mi si paga così?»
E raccontò l'affare del cucchiarino d'oro, che, senza dubbio, era stato rubato da qualcuno dei cacciatori.
Don Mariano salì su tutte le furie, e traendo la spada, gridò:
«Cavalieri, qualcuno da qui ha rubato. Confessate la vostra onta o ve ne pentirete amaramente!».
Tutti negarono: don Mariano riprese:
«Bene, bei signori! Frugherò io stesso le vostre persone, e guai al traditore indegno, che ha così ricompensato l'ospitalità di questa nobile dama. Lo trapasserò con la mia spada».
Detto fatto. Frugò tutti i cacciatori, e trovò il cucchiarino d'oro nella scarpina di marocchino ricamato di don Juanne. Invano questo si protestò innocente.
«Messere», gli disse il principe, «voi morrete per mia mano.»
E stava per ucciderlo, quando Mariedda impietosita, chiese grazia per lui, e si rivelò con grande contentezza del principe.
Commosso da questa scena, don Juanne si gettò ai piedi della nipote, che lo aveva salvato, e confessò le sue colpe.
Mariedda e il principe lo perdonarono; solo, in penitenza, gl'imposero di viver sempre nella casetta verde nascosta fra gli aranci e le rose, perché si pentisse ed espiasse i suoi peccati nella solitudine. Non sappiamo se egli veramente si sia pentito: sappiamo però che egli non si mosse più di là; mentre Mariedda, Consiglio col suo cavallo di canna, la serva col suo costume e il suo velo, don Mariano e tutti gli altri cacciatori tornarono alla Corte, dove furono accolti con grandi feste, e dove vissero lungamente felici. Mentre passavano vicino agli stagni, quel pescatore che aveva cantato quando Mariedda veniva la prima volta ad Oristano, questa volta cantava così:

Uccelli che volate, che volate,
In compagnia di me,
Andate e ritornate,
Fatto han la pace la regina e il re.


Tratto dal libro "Leggende sarde" di Grazia Deledda

venerdì 14 febbraio 2014

San Valentino con ActionAid




Questo video è il grazie speciale da parte ActionAid a tutti i sostenitori, che con la loro presenza permettono di essere al fianco di tante persone nei paesi più poveri del mondo. Guarda le foto dei bambini da tutto il mondo http://act.ai/1eqpjih

Come si forma la decisa volontà di salvarsi nel Signore - San Macario il Grande

Come si forma la decisa volontà di salvarsi nel Signore

San Macario il Grande


            L’uomo, per natura, ha “iniziativa” ed è questa che Dio da lui esige. E perciò il Signore vuole che l’uomo dapprima comprenda, e dopo aver compreso, ami e prenda l’iniziativa con la sua libera volontà. E che possa realizzare il proposito o sopportare la fatica o portare a compimento l’opera, tutto ciò concede la Grazia di Dio a colui che abbia desiderato e creduto. A tal fine la volontà umana è, per così dire, la condizione essenziale. Se manca la volontà, Dio stesso non fa nulla, sebbene lo possa, libero come è. Perciò il compimento dell’opera per mezzo dello Spirito dipende dalla volontà dell’uomo. D’altra parte, se noi offriamo la pienezza della nostra volontà, Dio, in tutto ammirabile e del tutto incomprensibile, ci attribuisce il merito di tutta l’opera.
            Come l’emorroissa, sebbene non potesse guarire e rimanesse vittima della sua malattia, tuttavia aveva i piedi per avvicinarsi al Signore, e, dopo essersi accostata a lui, guarire ed analogamente il cieco, sebbene non potesse avvicinarsi a Gesù, perché privo della vista, gettò tuttavia un grido più veloce dei messaggeri: “Figlio di David, abbi pietà di me” (Marco 10, 47). Per cui, avendo creduto, ricevette la guarigione quando il Signore si accostò a lui e gli diede la vista; così anche l’anima, per quanto coperta dalle piaghe di passioni vergognose ed avvolta nelle tenebre del peccato, tuttavia ha la volontà d’invocare Gesù e chiamarlo perché venga e la liberi per sempre.
            Come il cieco, se non avesse invocato Gesù e l’emorroissa, se non si fosse accostata al Signore, non avrebbero ottenuto la guarigione, così se uno non si avvicinerà al Signore per propria volontà e non lo pregherà con fede sicura, non riceverà la guarigione. Infatti, perché quelli furono subito guariti, mentre noi siamo ancora in preda alle passioni nascoste? Per la nostra mancanza di fede, per i nostri dubbi, per il fatto che non lo amiamo con tutto il cuore e non crediamo in lui
sinceramente, non abbiamo ancora ottenuto la guarigione spirituale e la salvezza. Perciò crederemo in lui e sinceramente ci accosteremo a lui, affinché egli possa quanto prima guarirci realmente. Infatti promise di dare “il Santo Spirito a quanti glielo avessero chiesto” (Luca 11, 13), di aprire la porta a quanti bussassero e che quanti l’avessero cercato, l’avrebbero trovato (Matteo 7, 7). E non mente “colui che promise” (Tito 1, 2).
            Sebbene un bambino non sia in grado di fare alcunché, né recarsi, camminando sui suoi piedi, dalla madre, tuttavia, cercandola, si agita, grida e piange. E la madre ha compassione di lui ed è contenta che il bambino, sforzandosi ed invocandola, la cerchi. E siccome il piccino non può recarsi da lei, essa stessa, vinta dall’amore materno, s’avvicina a lui e delicatamente lo prende fra le braccia, lo accarezza e lo nutre. Allo stesso modo fa il Signore nel suo grande amore per gli uomini, nei riguardi dell’anima che a lui s’accosta e l’invoca. Anzi, spinto dall’amore che gli è proprio e dalla sua bontà, egli si unisce all’anima ragionevole e, secondo le parole dell’Apostolo, diventa con essa “un solo spirito” (1 Corinti 6, 7).
            Il Signore è misericordioso ed ha un’infinita pazienza nell’attesa della nostra conversione e, se pecchiamo, lo sopporta nell’attesa della nostra penitenza. Se cadiamo, non si vergogna di accoglierci di nuovo, come disse il Profeta: “Forse che si cade senza speranza di sollevarsi? Oppure, ci si perde senza speranza di ritorno?” (Geremia 8, 4). Da parte nostra dobbiamo solo essere ragionevoli, ed in fretta e sinceramente volgersi a lui, cercando il suo aiuto. Ed egli è pronto a salvarci, poiché attende che la nostra volontà, secondo le nostre forze, si volga verso di lui, piena di fede e di zelo. Ed è lui stesso che produce in noi ogni risultato positivo. Perciò, liberi da ogni preconcetto, dall’indifferenza e dalla pigrizia, ci affretteremo a prendere coraggio e ad essere pronti ad andare dietro a lui, senza rimandare questa decisione di giorno in giorno, a causa del peccato, poiché non sapremo quando usciremo dal corpo.

da: “Dobrotoljubije I”, 129-131, Jordanville

14 FEBBRAIO: SAN VALENTINO

14 FEBBRAIO: SAN VALENTINO
Vescovo di Terni e Patrono degli Innamorati

 

Scrivo a voi innamorati, io Valentino…

Innamorato come voi e folle­mente di Cristo, fino a per­dere per Lui, e per Lui solo, la testa: sì proprio così, infatti sono morto per decapitazione sot­to l'imperatore romano Aurelia­no il 14 febbraio del 273, marti­re cioè testimone del mio amo­re totale per Lui.
Non sono solo morto per a­more di Cristo e del suo mes­saggio d'amore contenuto nel Vangelo, sono vissuto anche di a­more tutta la mia vita, donando­mi a tutte le persone che aveva­no bisogno di me a Terni, dove io sono stato Vescovo per tanti anni. Mi guidava sempre e do­vunque, a Terni e fuori città, la parola di Gesù (che è diventata il mio motto): "Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri ami­ci". Fu grande il mio amore per i poveri, i deboli, i malati, per i bambini che io lasciavo giocare e schiamazzare tutti i giorni nel mio giardino. Ho fatto anche del­le guarigioni naturalmente tutte, sempre e solo nel nome santis­simo di Gesù.

L'eternità dell'amore

Mi sentivo forte fino a fare questi miracoli perché era l'a­more totale che avevo per Lui che mi rendeva tale, e tutti i gior­ni riuscivo ad essere, sempre nel suo nome e nel suo ricordo, buo­no e generoso, creativo e com­prensivo con tutti. Anche con gli innamorati, con quelli che vole­vano sposarsi e coronare così da­vanti a Dio il loro amore ma in­contravano difficoltà. Come quei due giovani innamorati, di Ter­ni, uno, Sabino, centurione ro­mano pagano e l'altra una ra­gazza cristiana di nome Serapia. Così leggo nelle vostre enciclo­pedie (che spesso contengono molti elementi leggendari su di me ... ). Mi facevano molta tene­rezza e li capivo bene. Avevo compreso che il loro amore era sincero e sereno, non l'infatua­zione di un'estate, o la solita "sto­ria" superficiale tra un ragazzo e una ragazza. Era un amore "se­rio" e forte, deciso fino a spo­sarsi nel nome di Dio. Ma pur­troppo mentre si facevano i pre­parativi per il battesimo di Sabi­no e per le prossime nozze tra i due, Serapia si ammalò grave­mente. E tra la disperazione dei suoi parenti e il dolore inconso­labile del suo giovane innamo­rato, io venni chiamato al ca­pezzale della morente. Sabino al­lora mi supplicò di non permet­tere che la sua amata lo abban­donasse, perché senza di lei la vita non aveva più senso e sa­rebbe stata una lunga sofferenza. Fu così che io pregai il Signore per loro, e un sonno beatifican­te cadde su ambedue e li avvol­se insieme per l'eternità. Io li af­fidai alla misericordia di quel Dio che è Padre buono, e al suo amore infinito che è radice, sostegno e nutrimento di ogni vero amore umano. Questo episodio mi ha dato fama fino a farmi diventare protettore di tutti gli innamora­ti, giovani meno giovani e non più giovani (naturalmente si nar­rano anche altre storie sull'ori­gine di questa festa e il perché io sono il loro santo patrono).
O anche dell'altro episodio che raccontate su di me, che u­na volta ho sentito, dal mio giar­dino, due fidanzati che bisticcia­vano in maniera decisa. Anche voi ne sapete qualcosa di questi litigi non infrequenti anche tra gli innamorati o già sposati. A me dispiaceva che i due pur in­namorati non andassero d'ac­cordo. Allora cosa ho fatto? Mol­to semplice. Ho preso una rosa dal mio giardino per fare ad es­si un regalo, insieme a parole dolci di incoraggiamento e di in­vito alla riconciliazione. Il mio sorriso, le mie parole ebbero il magico potere di far terminare la lite tra i due. Ottenuto questo li invitai a stringere insieme il gambo della rosa, senza farsi pungere. E mentre io pregavo per loro, dovevano giurarsi fedeltà e amore per sempre. Questi poi tornarono in seguito felici e vol­lero la mia benedizione per il lo­ro matrimonio. Quando la popo­lazione lo seppe vennero in pro­cessione davanti a me per invo­care la mia benedizione e le mie preghiere per le future famiglie già in formazione. Da qui un po' l'origine della benedizione dei fidanzati il 14 febbraio, nel gior­no della mia memoria liturgica.
Nei paesi anglosassoni inve­ce se ne racconta una leggermente diversa. Si dice che io fossi soli­to donare a tutti i giovani che ve­nivano nel mio giardino un fiore. Tra due di questi visitatori sboc­ciò l'amore e poi si sposarono. E furono così felici che molte altre coppie seguirono il loro esempio chiedendomi di pregare per il lo­ro amore, fino a dedicare un giorno dell'anno alla benedizione nu­ziale. Ed è questa l'origine della Festa della Promessa dei fidanzati che si celebra nella mia città Ter­ni (vengono molti fidanzati an­che da altre parti del mondo) e la festa anche degli sposati che ce­lebrano qualche anniversario del loro matrimonio.

Innamoramento e amore: una definizione

Amore, innamoramento, in­namorati: oggi se ne parla mol­tissimo, forse troppo, ma mi sem­bra che dalle notizie dei vostri mass media non ce ne sia tanto in giro di amore. Invece sempre più si parla di violenza e intol­leranza, di cinismo e menefre­ghismo, di aggressività e sfrut­tamento nella società e nelle fa­miglie, di matrimoni andati in rovina, di coppie che scoppiano dopo poco tempo, di gente che non ha il coraggio di sposarsi... per non perdere la "propria li­bertà". Già la libertà: uno dei vo­stri idoli moderni al quale si sa­crifica tutto, spesso anche la pro­pria dignità. Sposarsi seriamen­te richiede molto sacrificio e im­pegno, e non solo per un giorno, ma per tutta la vita (e allora si preferisce rimanere nel limbo della convivenza, con tutte le pos­sibilità "aperte"). Molti giovani di oggi, di questi sacrifici e di questo impegno serio non ne vogliono sentire nemmeno par­lare, perché sono prigionieri di una concezione della vita trop­po materialistica ed egoistica, edonistica e narcisistica.
"Ci vuole coraggio a parla­re d'amore, perché fa sempre paura" (Roberto Benigni). E’ proprio vero. Vi sarete accorti, cari innamorati e fidanzati (o an­che sposati ma ancora, spero, in­namorati), che sto parlando di a­more, di quello vero, di quello se­rio, che dura, che esige impegno, sacrificio, dialogo, perdono, fi­ducia, rispetto reciproco e tanta tanta pazienza. Senza la pazien­za, che è solo una parola diver­sa per dire amore, non si con­clude niente di importante nella vita. Avrete già capito che qui non sto parlando dell'amore di tante canzonette (che fa sempre rima con cuore) o di tanti spet­tacoli o romanzi: questo amore tante volte è solo sinonimo di sesso. Io stesso ai fidanzati che venivano da me per consigli di­cevo sempre che se il loro amo­re era basato più sulle pulsioni sessuali che sul rispetto, sulla fi­ducia reciproca, su un grande progetto comune non sarebbe du­rato molto. Certo che nell'amo­re matrimoniale la conoscenza sessuale profonda ha una valen­za importante, ma non dovrebbe essere né la prima né quella fon­damentale. L'amore di cui vi sto parlando non consiste principal­mente in uno scambio sessuale: ecco il grande equivoco in cui cadono molti innamorati, fidan­zati e talvolta anche sposati. Chi fa questo errore ponendo cioè nel dialogo fisico l'asse portante e il centro di valore della propria relazione con l'altro, firmerebbe un sicuro certificato di morte del proprio rapporto. Oggi la com­ponente fisica viene esaltata in maniera esagerata ed esaspera­ta, subdola ed ossessionante, co­me la principale. E si vedono i ri­sultati sociali con le tante coppie scoppiate anche dopo pochi an­ni e talvolta mesi dal matrimonio, con le famiglie disgregate e ro­vinate, con traumi e dolori ine­narrabili specialmente per i figli piccoli, con tragedie nefaste per generazioni di famiglie.
Vi do una definizione di inna­moramento che a me piace tanto e che è stata data da un vostro bravo studioso. Così scrive: "Da un punto di vista sociologico e psicologico l'innamoramento è lo stato nascente di un movi­mento collettivo, cioè la crea­zione di una nuova collettività, la coppia, e, all'interno di questa di noi stessi. Il mondo ci ap­pare bello come il primo gior­no, buono come quando non è ancora comparso il male..." (E Alberoni). L'innamoramento e l'amore in senso dinamico è un movimento: quindi qualcosa in crescita, sempre in cammino, in costruzione, in formazione per­manente. È un cammino conti­nuo: questo significa che non si è mai arrivati, non si impara mai abbastanza ad amare, non si sa mai tutto (non a fare sesso, che so­no due cose molto diverse). L'ar­te di amare (E. Fromm) non la si impara mai abbastanza: c'è sem­pre spazio per perfezionarlo e per perfezionarsi (questo perché so­lo Dio è Amore perfetto).

Amore: diventare un noi

L'edificio del vostro amore che voi innamorati avete iniziato a costruire insieme e con tanto en­tusiasmo deve avere sempre, e in bella vista il cartello "Lavori sem­pre in corso". Quindi ci vuole da parte di tutti lo sforzo di appren­dere insieme, di crescere insie­me in questa arte così impegna­tiva e meravigliosa. "Mi ritrovo nella persona che mi ha con­quistato: questo è innamorar­si" (E. Rojas). Quando si è inna­morati si ritrova quindi se stes­si, o ci si "trova" per la prima volta. Senza questo ritrovamen­to di se stessi si è fragili e smar­riti, incerti e insicuri esistenzial­mente. Senza identità e senza co­raggio, come foglie secche "gio­cate" dal vento, senza la capacità e la creatività per realizzare un progetto valido e costruttivo, per­ché bisogna ricordarlo che “l'uo­mo non è altro che il suo pro­getto” (J. P. Sartre).
Vi raccomando di non la­sciarvi influenzare negativamen­te dai così detti amori dei vip, di quei falsi eroi, devianti e fuor­vianti, protagonisti, ahimè, di molti rotocalchi. Quelli non san­no cos'è l'amore e non lo vivo­no: al massimo vivono avventu­re sentimentali o piccole storie di sesso, dove ci si sfrutta recipro­camente e machiavellicamente (cioè per ‘curare la propria im­magine’ pubblica) per una car­riera più dinamica, più folgorante e più... remunerante, o per ali­mentare il "gossip". Poi, visto che non è una cosa seria, ci si lascia ai primi intoppi e diffi­coltà. Non lasciatevi convince­re che la "love story" ideale sia una festa eterna senza sacrifi­ci, una giornata infinita di so­le e con il cielo senza la più pic­cola nuvoletta a turbarvi. Non pensate che quando il vostro amore richiede uno sforzo è perché sta finendo. Convincetevi che anche l'amore più grande, più folgorante e sfolgorante, più coinvolgente e più beatificante, cammina e progredisce su stra­de spesso in salita, tortuose, pie­ne di buche e di polvere, con la prospettiva anche della nebbia e della notte (leggi "crisi"). "E quanti ostacoli e sofferenze e poi sconforti e lacrime per di­ventare noi" (Lucio Battisti).

Il Vangelo: mappa dell'amore

L'amore vero e duraturo co­sta fatica, molta fatica. Troppa fa­tica per qualcuno, che preferi­sce la solita "storia" da vivere egoisticamente a due. Ho letto u­na volta in un vostro giornale u­na bellissima definizione di a­more: "L'amore è il respiro del­l'eternità" (Massimo Gramelli­ni). Vero, verissimo. Infatti l'e­ternità è sostanziata di Dio, me­glio ancora l'eternità è Dio stes­so. Ma essendo Dio l'Amore, ecco che questa eternità è asso­lutamente riempita di amore, del­l'Amore di Dio. A questo deve ispirarsi il vostro se vuole dura­re eternamente.
Io la pensavo così quando e­ro vescovo di Terni. Infatti alla ra­dice del mio lungo impegno a­postolico come guida della mia comunità, c'era l'amore di Dio. Ed ho sempre raccomandato a tutti i fidanzati che ho avvicina­to o che mi chiedevano consiglio di agganciare il proprio amore a quello solido di Dio, perché do­po tutto solo Lui è la fonte del primo atto di amore che ha ini­ziato l'universo circa 15 miliar­di di anni fa (numero fornito dal vostro Premio Nobel Carlo Rub­bia), e di tutto l'amore immagi­nabile e possibile che c'è stato su questa terra. Solo Lui è la ga­ranzia di ogni amore umano perché "Dio è amore". Vi dice­vo all'inizio del mio amore per Gesù Cristo: è Lui che mi ha in­segnato concretamente e stori­camente come ha amato Dio, di quali gesti e parole bisogna nu­trire la propria vita per gli altri. Questo semplicemente perché, come ha scritto il mio santo col­lega Ambrogio di Milano, "L'a­more è Cristo" e questo suo a­more viene narrato nel Vangelo. Ecco la mia raccomandazione conclusiva, cari innamorati di tut­te le età. Prendete in mano que­sto libretto del Vangelo e legge­telo un po' tutti i giorni, lascian­dovi ispirare e guidare da Cri­sto, ivi presente. Sia quindi il Vangelo il libro guida del vostro amore, non altri libri tanto re­clamizzati, ma che non sono al­tro che manuali di metodologia del sesso. Il vostro amore ha quindi molto più bisogno di teo­logia (lasciar trasformare e per­meare il vostro amore da quello di Dio) che di tecnologia ses­suale. Facendo questo crescere­te sempre di più nell'amore vi­cendevole, e comincerete già su questa terra l'esperienza del Pa­radiso, che ve lo garantisco io dopo tanti secoli che lo vivo, è un'esperienza di innamoramen­to permanente, totale e totaliz­zante, indicibile e inenarrabile di Dio, Amore Infinito.
Auguri a tutti voi Innamora­ti, giovani e meno giovani, dal vostro santo protettore, Valenti­no, vescovo.
Tratto dalla rivista mensile religiosa salesiana: 
“Maria Ausiliatrice” Torino . Mario Scudu

BEATA, SUOR GIUSEPPINA NICOLI Figlia della Carità (1863 - 1924)

BEATA, SUOR GIUSEPPINA NICOLI Figlia della Carità (1863 - 1924)


Nella memoria della città di Cagliari, che la venera come santa della carità, suor Nicoli è legata soprattutto a is piccioccus de crobi.
Con questo nome, nella prima metà del secolo XX, venivano chiamati
i ragazzi che, senza casa e senza famiglia, vagavano tra le viuzze del porto e del mercato per conquistarsi un boccone di pane con i servizi di facchinaggio che offrivano ai borghesi della città, mediante un caratteristico strumento di lavoro: la cesta (sa crobi).
La notte poi, abbandonati a se stessi, la passavano avvolti in giornali sotto i portici o nelle grotte della città.
Suor Nicoli ne soccorse a centinaia
all'Asilo della Marina dove era superiora; non li estraniò dal loro habitat, ma li accolse, li istruì e preparò ad un lavoro dignitoso, insegnò loro la dottrina cristiana predisponendoli a ricevere l'Eucarestia, ribattezzandoli col nome "Marianelli", cioè i monelli di Maria.

Era nata a Casatisma, in
provincia di Pavia, il 18 novembre 1863. La sua famiglia la educò all'amore di Dio e all'amore dei poveri. Per tutta la sua vita questi saranno i suoi due grandi amori.
A vent'anni entrò tra le
Figlie della Carità e l'anno successivo fu inviata in Sardegna come insegnante nelle scuole magistrali, presso il Conservatorio della Provvidenza. Appena trentenne fu colpita da TBC polmonare che lentamente la consumerà nei successivi trent'anni di vita. Anni che furono straordinariamente intensi. A 36 anni fu nominata suor servente all'Orfanotrofio di Sassari: una istituzione che con lei fiorì di opere in favore delle giovani e dei poveri di ogni genere. Nel 1910 è nominata Economa Provinciale a Torino e, 18 mesi dopo, fu scelta come Direttrice del Seminario per formare le giovani che entravano in Comunità.

LA VITA DI SAN VALENTINO


LA VITA DI SAN VALENTINO
Il patrono dei fidanzati e degli innamorati che ha ispirato anche una gentile tradizione alla sua festa, quella dei bigliettini affettuosamente scherzosi, è sepolto a Terni di cui fu, secondo la tradizione, vescovo. 
 
Se consultiamo il nuovo Calendario liturgico generale al 14 febbraio non troviamo più la festa di san Valentino, ma la memoria obbligatoria dei santi Cirillo e Metodio, gli evangelizzatori degli slavi: il patrono degli innamorati e dei fidanzati è stato retrocesso alle memorie locali. Ma in tutto il mondo si continua a celebrare il 14 febbraio come «Valentine day» secondo il rito sentimental-commerciale della laica religione del consumo indotto che impone scambi di regalucci, possibilmente costosi, tra i fidanzati. Se dal Calendario ci trasferiamo nel Martirologio Romano, che è il ca­talogo di tutti i santi universali e locali, troviamo a questa data non uno ma due Valentini. Del primo così recita il latercolo del Baronio: «14 feb­braio, in Roma, sulla via Flaminia, natale di san Valentino, presbitero e martire, che dopo aver operato varie guarigioni, insigne per cultura, fu ucciso e decollato sotto Claudio Cesare»; e del secondo: «14 febbraio, in Terni, fasto di san Valentino, che dopo essere stato a lungo percosso fu imprigionato e, non potendosi vincere la sua resistenza, a metà notte, segretamente trascinato fuori del carcere, venne decollato dal prefetto di Roma, Placido». Quale mai sarà il patrono dei fidanzati? E che cosa sappiamo di certo su questi due santi curiosamente omonimi e celebrati alla stessa data? A proposito del primo Valentino una tarda e leggendaria Cronaca del suo martirio, la Passio Maris et Marthae, narra che l'imperatore Claudio il Gotico, incuriosito dalla fama di santità di un prete romano che era stato imprigionato per la sua fede, lo fece condurre a palazzo. «Perché» gli domandò « non vuoi essere nostro amico adorando gli dei e rinun­ciando alle superstIzioni?» E Valentino: «Se tu conoscessi la grazia di Dio non diresti così, ma disprezzeresti i tuoi idoli e adoreresti il Signore che è nei cieli». Continuò a parlare con tanta eloquenza che alla fine Claudio congedandolo ordinò al prefetto di ascoltarlo pazientemente e poi di de­cidere secondo le leggi. Il prefetto si limitò a consegnarlo a un suo mini­stro di nome Asterio raccomandandogli: «Tenta di dissuadere que­st’uomo con melliflui discorsi». Entrando nel palazzo del suo custode, Valentino esclamò: «Signore Gesù, luce vera, illumina questa casa affinché i suoi abitanti ti ricono­scano Dio». «Sento che invochi Cristo come luce» gli rispose Asterio. «Ebbene, se il tuo Dio restituirà la vista a mia figlia, che è cieca dall'età di due anni, ti concederò tutto quel che vorrai». Valentino, dopo essersi raccolto in preghiera per qualche istante, pose le dita sugli occhi della fanciulla che improvvisamente recuperò la vista: quel miracolo spinse tutta la famiglia a convertirsi. Quando l'imperatore venne a sapere della conversione ordinò che Valentino venisse decapitato. Secondo una redazione più recente della Passio sarebbe stato sepolto sul luogo del martirio, nei pressi della via Flaminia, dove papa Giulio I (337-352) edificò una basilica. La chiesa sulla via Flaminia, i cui resti sovrastano ancora oggi l'area della cosiddetta catacomba di San Valentino, divenne talmente celebre che la porta Flaminia oggi del Popolo - fu chiamata nel medioevo, fino al XIII secolo, porta di San Valentino. Fin qui la tradizione: ma il Catalogo Liberiano del IV secolo riferisce che Giulio I costruì al secondo miglio della via Flaminia una basilica «quae appellatur Valentini» , cioè detta di Valentino, intendendo con questo nome il benefattore che ne aveva finanziata la costruzione così come avvenne con altre basiliche, fra cui quella  «costantiniana», ovvero San Giovanni in Laterano. Sicché il francescano Agostino Amore ha concluso che il «benefattore» Valentino, per un equivoco riscontrabile anche in altri casi, venne poi scambiato a partire dal V secolo per un martire e venerato al 14 febbraio. Non sappiamo invece se il Valentino che papa Pasquale 1(817-824) portò a Santa Prassede insieme con le reliquie di 2300 martiri dalle cata­combe di Sant'Agnese sulla Nomentana, fosse lo stesso martire o un suo omonimo. A Santa Prassede è ricordato in una lapide del IX secolo ed effigiato due volte col volto giovane e in solenne atteggiamento nei mo­saici bizantini della cappella di San Zenone. Ma secondo il cardinal Co­stantino Patrizi, vicario generale di papa Gregorio XVI, le reliquie di san Valentino non soltanto si trovavano sulla Flaminia ma vi erano sempre rimaste se il 28 giugno 1842 attestava che erano state esaminate e do­nate a don Luigi Dall'Osta, arciprete di Santa Giustina in Limana, in provincia di Belluno, perché le esponesse nella sua chiesa parocchiale dove si trovano tuttora. Difficile a questo punto districare il filo dell'in­garbugliatissima matassa dove spunta anche un altro filo. Alla stessa data infatti è ricordato, come si accennava all'inizio, un secondo san Va­lentino di cui poco si sa di certo se non che, vescovo di Temi, fu decapi­tato a Roma nel 273 durante la persecuzione di Aureliano. Quanto al corpo, una tarda Passio sosteneva che era stato sepolto in una collinetta nei pressi di Terni, in un cimitero sopra il quale sorse poi una basilica, trasformata radicalmente nel 1618. Qualche anno prima, il 21 giugno 1605, il vescovo di quella città, Gianantonio Onorato, aveva ritrovato il corpo del santo patrono e lo aveva riposto in una cassa di piombo. La Passio narrava che il vescovo Valentino, celebre per le sue doti di taumaturgo, era stato invitato a Roma dal retore e filosofo Cratone per­ché ne guarisse il figlio il cui dorso si era talmente incurvato da costrin­gerlo a tenere il capo fra le ginocchia. Valentino promise la guarigione a patto che tutta la famiglia si impegnasse a convertirsi. Così avvenne; e si convertirono anche tre giovani ateniesi allievi del filosofo, Proculo, Efebo e Apollonio. La notizia era troppo clamorosa per passare inosser­vata sicché il prefetto Placido fece imprigionare Valentino tentando in          vano di spingerlo a sacrificare agli dei. A nulla valsero le esortazioni e neppure una bastonatura: fu condannato alla decapitazione. Quando i carnefici si furono allontanati, i tre giovani ateniesi suoi allievi raccol­sero il corpo e lo trasportarono a Temi seppellendolo in un terreno del suburbio che avevano acquistato. Anch'essi vennero poi decapitati. Secondo la tradizione, nel corso dei secoli furono donate delle reli­quie a varie chiese italiane e straniere. Quelle che rimangono a Temi - parte del cranio diviso dal busto, la mascella con pochi denti, altri denti sparsi e le ceneri - vennero composte nel 1630 in una statua supina dove san Valentino vestito da vescovo e barbato ha l'aspetto di un uomo maturo. La scultura, collocata su un'arca, è sotto l'altare maggiore della chiesa officiata dai Carmelitani Scalzi. Nella cripta si conservano in una cassa le reliquie dei tre giovani ateniesi. A questo punto è impossibile trarre una conclusione storicamente fondata. Si può tuttavia osservare che troppe analogie accomunano il Valentino romano a quello ternano per non sospettare che si tratti in realtà di un unico martire. Né è casuale che il luogo del seppellimento di entrambi sia la via Flaminia, al secondo miglio per il presbitero e al ses­santatreesimo per il vescovo, perché Terni - Interamna per i Romani - si trova infatti sulla via consolare. Si potrebbe congetturare che il ve­scovo di Terni, martirizzato a Roma là dove sorse poi la basilica, abbia ispirato a chi non si rassegnava alla sua traslazione in Umbria la leg­genda del presbitero romano. All’equivoco avrebbe poi contribuito invo­lontariamente il benefattore, forse un convertito che aveva assunto il nome del santo venerato. Ma di là da queste congetture c'è un fatto incontestabile: furono i Benedettinì, che nel primo medioevo custodivano la basilica ternana, a diffondere il culto di san Valentino nei loro monasteri sino alla Francia e all'Inghilterra, dove è sorto il suo patronato sui fidanzati per una coinci­denza calendariale. La festa cade infatti in un periodo particolare del­l’anno, quando la natura comincia a dare i primi segni del risveglio dal letargo invernale. Verso la metà del mese di febbraio il sole comincia infatti a riscaldare la terra facendo sbocciare i primi fiorellini, come le vio­lette, o fiorire addirittura in certe zone dell'Europa mandorli e noccioli: sicché san Valentino si trasformò a poco a poco nel santo che annun­ciava la primavera imminente, e non a caso è stato rappresentato tal­volta col sole in mano. «Per san Valentino la primavera sta vicino» afferma un proverbio cui fa eco: «Per san Valentino fiorisce lo spino». Durante il medioevo in Inghilterra e in Francia si diceva che pro­prio al 14 febbraio gli uccelli cominciavano ad accoppiarsi. Si pensò quindi che quel giorno era indicato anche per celebrare le giovani cop­pie umane. Nacque così il detto che «a san Valentino ogni valentino sceglie la sua valentina». Fiorirono anche tante leggende zuccherose. Una recente, di origine americana, narra che un giorno Valentino, sen­tendo litigare due fidanzati che stavano passando di là dalla siepe del suo giardino, uscì incontro ai due giovani donando loro una rosa rossa che ebbe la virtù di placarli. A Terni se ne racconta un'altra meno alle­gra, se non addirittura macabra, ma altrettanto zuccherosa. C'era una volta una bella fanciulla cristiana di nome Serapia che si era innamo­rata di un centurione pagano, Sabino. Quando i due giovani riuscirono finalmente a vincere le resistenze dei genitori grazie al battesimo di Sabino, si scoprì che Serapia era gravemente malata di tisi. Dopo qual­che mese non riusciva nemmeno più ad alzarsi dal letto. Fu chiamato al capezzale della moribonda il vescovo Valentino al quale Sabino chiese di non essere separato dall’amata. Il suo desiderio fu esaudito: morì pure lui abbracciato a Serapia. Anche l'usanza di scambiarsi fra gli innamorati bigliettini teneri e scherzosi nel giorno del loro patrono risale al medioevo e in Inghilterra è documentata fin dal XV secolo. La fama di san Valentino si estese rapidamente a tutta l’Europa al punto che persino un altro Valentino, patrono della diocesi di Passau, festeggiato al 7 gennaio, assunse molte funzioni del romano-ternano, il quale tuttavia non si limitava a proteggere i fidanzati, ma era diventato anche il guaritore dell’epilessia e della peste. A questo ruolo di tauma­turgo era destinato dal suo nome, Valentinus in latino, che deriva dal verbo valere: star bene in salute, essere sano e forte. Un’altra sua funzione era di proteggere gli animali domestici non diversamente da sant’Antonio e san Biagio.
Un Pater, un'Ave Maria, un Gloria a San Valentino protettore di tutti i fidanzati del mondo

Tratto dal sito http://www.preghiereagesuemaria.it/

giovedì 13 febbraio 2014

Il tempo della fedeltà alla grazia - Tratto dal libro "Alla ricerca dell'acqua viva" di Eugenio Pramotton

Il tempo della fedeltà alla grazia

Tratto dal libro "Alla ricerca dell'acqua viva" di Eugenio Pramotton




La Samaritana ha incontrato Gesù e gustato l'acqua viva del suo amore senza aver cercato consapevolmente questi beni, è stata prevenuta dall'iniziativa salvifica del Signore, ha trovato quindi il più grande di tutti i tesori senza aver fatto gran che per meritarlo, anzi, avendo fatto molto per rischiare di perderlo, ma da adesso in poi, da quando ha gustato l'acqua viva, sostenuta dalla grazia dell'incontro con il suo Signore, dovrà imparare a cercare consapevolmente l'amore di Dio come il più prezioso di tutti i beni, il più prezioso di tutti gli amori.
Il Signore rimase infatti presso i Samaritani due giorni, trascorsi i quali se ne andò. Questi due giorni sono il tempo in cui i Samaritani hanno soprattutto ricevuto dal Signore, mentre il tempo in cui il Signore non c'è più è quello in cui è chiesto loro di dare, ossia il tempo in cui, a loro come a noi, è chiesto di dimostrare di stimare l'amore di Dio più di tutti gli amori, è il tempo in cui si dovranno vincere le tentazioni, ossia lottare contro le seduzioni che i beni di questo mondo continuano ad esercitare anche in coloro che hanno già gustato un po' la dolcezza dell'amore di Dio, bisognerà inoltre vigilare per non lasciarsi condizionare da mentalità e dottrine che non sono conformi agli insegnamenti di Gesù, in una parola bisognerà rimanere fedeli alla grazia ricevuta, e meritare così, con un po' di fatica, di gustare ancora quell'acqua viva che il Signore vuole donarci, perché Lui ce la vuole donare anche in risposta alle nostre preghiere, al nostro impegno e al desiderio che è venuto ad accendere nel nostro cuore, desiderio che dobbiamo proteggere e coltivare.
Così, come la Samaritana, anche noi dovremo a poco a poco imparare a chiedere al Signore il dono di quell'acqua che sgorga dal suo cuore ed ha il potere di renderci felici. Nella misura in cui ci impegneremo nella ricerca di quest'acqua, il Signore ci ricompenserà, anzi, ci darà molto più di quanto osiamo sperare, così come insegna San Paolo: le sofferenze del momento presente non sono paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi (Rm 8, 18).
Il rischio che corriamo se non ci rivolgiamo al Signore per ottenere il dono dell'acqua viva è di morire di sete, se gli chiediamo invece questo dono corriamo il rischio di morire d'amore.

Tratto dal libro "Alla ricerca dell'acqua viva" di Eugenio Pramotton