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sabato 22 febbraio 2014

LA DONNA E LA CIPOLLA - Da un racconto di F.M.Dostoevskij


Dio ci viene incontro fino all'ultimo....dobbiamo approfittare dei mezzi che ci da per poterci finalmente salvare. Ognuno di noi può scegliere.... se andare verso le fiamme o se tornare a Lui con profonda umiltà e con il cuore pentito.

LA DONNA E LA CIPOLLA

C’era una volta una donna molto cattiva, che morì senza lasciarsi dietro nemmeno un’azione virtuosa. I diavoli l’afferrarono e la gettarono in un lago di fuoco. Ma il suo angelo custode era là e pensava: «Di quale sua azione virtuosa mi posso ricordare per dirla a Dio?». Alla fine gliene tornò in mente una e la riferì a Dio: «Ha sradicato una cipolla dal suo orto e l’ha data a una mendicante». Dio gli rispose: «Prendi dunque quella stessa cipolla e tendigliela nel lago, che vi si aggrappi e la tenga stretta: se riuscirai a tirarla fuori dal lago, vada in paradiso; se invece la cipolla si strapperà, la donna rimanga dove si trova». L’angelo corse dalla donna e le tese la cipolla: «Su, donna», le disse, «attaccati e tieniti stretta». E si mise a tirarla cauta mente; l’aveva già quasi tratta in salvo quando gli altri peccatori che erano nel lago cominciarono ad aggrapparsi tutti a lei, per essere anch’essi tirati fuori. Ma la donna era cattiva cattiva e si mise a spararcalci contro di loro, protestando: «È me che si tira e non voi, la cipolla è mia e non vostra». Appena ebbe detto queste parole, la cipolla si strappò. E la donna cadde nel lago dove brucia ancora. All’angelo non rimase che allontanarsi piangendo.

Da un racconto di F.M.Dostoevskij

A Pietro, che impersona la Chiesa, le chiavi del regno dei cieli. Ad uno solo, perché date alla Chiesa una. Dopo la risurrezione, Cristo invia la Chiesa. Sant'Agostino - Discorso 295


A Pietro, che impersona la Chiesa, le chiavi del regno dei cieli. Ad uno solo, perché date alla Chiesa una. Dopo la risurrezione, Cristo invia la Chiesa.
Sant'Agostino - Discorso 295
 
2. 2. Il Signore Gesù, come sapete, prima della sua passione, elesse quei suoi discepoli che chiamò Apostoli. Fra questi, quasi ovunque non altri che Pietro meritò di impersonare la Chiesa intera. Proprio per il fatto di impersonare da solo tutta la Chiesa, meritò di ascoltare: Ti darò le chiavi del regno dei cieli. Non ricevette infatti queste chiavi un solo uomo, ma la Chiesa nella sua unità. In forza di ciò, quindi, si celebra la preminenza di Pietro, in quanto rappresentò la Chiesa nella sua stessa universalità ed unità allora che gli fu detto: A te consegno quello che fu dato a tutti. Perché dunque possiate comprendere che la Chiesa ha ricevuto le chiavi del regno dei cieli, desunto da un altro passo, ascoltate che cosa il Signore vuol dire a tutti i suoi Apostoli: Ricevete lo Spirito Santo. E immediatamente: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete resteranno non rimessi. Questo è in rapporto alle chiavi delle quali fu detto: Tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo; e tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo. Ma disse questo a Pietro. Perché tu sappia che Pietro impersonava allora la Chiesa universale, ascolta che cosa fu detto a lui personalmente, che cosa a tutti i fedeli santi: Se il tuo fratello commette una colpa nei tuoi riguardi, va' e ammoniscilo fra te e lui solo; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone: è stato scritto infatti che ogni cosa sia risolta sulla parola di due o tre testimoni. Se poi non ascolterà neppure costoro, riferisci alla Chiesa: e, se non avrà ascoltato neppure questa, sia per te come un pagano e un pubblicano. In verità vi dico che tutto quello che avrete legato sopra la terra, sarà legato anche in cielo; e tutto quello che avrete sciolto sulla terra, sarà sciolto anche in cielo. La colomba lega, la colomba scioglie; l'edificio fondato sulla pietra lega e scioglie.
3. 2. Siano nel timore quanti si trovano legati, siano nel timore quanti sono sciolti. Quelli che sono sciolti, temano, per non essere legati; quelli che sono legati, preghino, per essere sciolti. Ciascuno è tenuto legato dalle funi dei propri peccati: ma al di fuori di questa Chiesa niente viene sciolto. Al morto da quattro giorni si dice: Lazzaro, vieni fuori! E viene fuori dal sepolcro tra le bende che lo tenevano legato mani e piedi. Il Signore ridesta perché il morto esca dal sepolcro; se tocca il cuore, è perché ne venga fuori la confessione del peccato. Ma ancora per poco resta legato. Perciò il Signore, dopo che Lazzaro fu uscito dal sepolcro, si rivolse ai suoi discepoli, ai quali aveva annunziato: Tutto quello che avrete sciolto sopra la terra, sarà sciolto anche in cielo; Scioglietelo - disse - e lasciatelo andare. Di persona fece risuscitare, per mezzo dei discepoli sciolse.
La forza e la debolezza della Chiesa figurate in Pietro.
3. 3. La fortezza della Chiesa trovò appunto risalto soprattutto in Pietro, perché seguì il Signore che andava verso la passione, e fu rilevata quella certa debolezza per cui, interpellato da una serva, negò il Signore. Eccolo diventato d'un tratto negatore da amante che era. Scoprì se stesso chi aveva voluto presumere di sé. Infatti, come sapete, aveva detto: Signore, sarò con te fino alla morte, anche se dovessi morire, darò la mia vita per te. E il Signore al presuntuoso: Darai la tua vita per me? In verità ti dico: prima che il gallo canti, mi avrai rinnegato tre volte. Avvenne quello che aveva predetto il medico: non poté verificarsi ciò che presunse l'infermo. E che allora? All'istante, il Signore lo guardò. Così è stato scritto, così riporta il Vangelo: Il Signore lo guardò, ed egli uscì fuori e pianse amaramente. Uscì fuori, il che vuol dire confessare. Pianse amaramente chi aveva imparato ad amare. Subentrò la consolazione nell'amore, la cui amarezza era già stata presente nel dolore.
A Pietro, rappresentante dell'unità della Chiesa, affidate le pecore di Cristo. perché Pietro deve rispondere tre volte del suo amore.
4. 4. A ragione, anche dopo la risurrezione, il Signore proprio a Pietro affidò le sue pecore da pascere. Non è infatti che, fra gli Apostoli, egli solo meritò di pascere le pecore del Signore: ma quando Cristo si rivolge ad uno solo, vuol dare risalto all'unità; in primo luogo a Pietro, perché è il primo degli Apostoli. Simone di Giovanni - dice il Signore - mi ami tu? Quello risponde: Ti amo. E interrogato di nuovo, di nuovo risponde. Interrogato per la terza volta quasi non sia creduto, si rattrista. Ma come poteva non credergli colui che gli leggeva nel cuore? Infine, superato quel turbamento, così risponde: Signore, tu sai tutto, tu sai che ti amo. Non sfugge infatti solo questo a te che tutto sai. Non ti rattristare, Apostolo, rispondi una volta, rispondi di nuovo, rispondi una terza volta. Tre volte vinca la confessione nell'amore, perché tre volte nel timore fu vinta la presunzione. Bisogna sciogliere tre volte quello che tre volte è stato legato. Sciogli per amore quello che avevi legato per timore. Ma infine il Signore, una prima, una seconda e una terza volta, affidò le sue pecore a Pietro.




SAN FRANCESCO DI SALES - LA FILOTEA -

SAN FRANCESCO DI SALES – LA FILOTEA

Capitolo XVII


L'AMICIZIA E, PRIMA DI TUTTO, LA CATTIVA E LA FRIVOLA



L'amore occupa il primo posto tra le passioni dell'anima: è il re di tutti i movimenti del cuore, fa convergere tutto a sé e ci rende simili a ciò che amiamo.
Fa attenzione, Filotea, a non amare cose cattive: saresti irrimediabilmente e subito cattiva anche tu!
L'amicizia è l'amore più pericoloso: gli altri amori possono anche fare a meno di comunicare, l'amicizia invece è fondata essenzialmente proprio sulla comunicazione. Di norma è impossibile che l'amicizia non ci faccia partecipare delle qualità della persona amata.
Non ogni amore è amicizia.
1. Si può amare senza essere riamati; in tal caso c'è amore, ma non amicizia, perché l'amicizia è un amore ricambiato. Se non è ricambiato non è amicizia.
2. Non basta che sia ricambiato l'amore: le parti che si amano, devono saperlo. Se non lo sanno, avranno tutto l'amore che vogliono, ma non ci sarà amicizia.
3. In più coloro che si amano, devono avere qualche bene in comune a base della loro amicizia.
L'amicizia si differenzia secondo la diversità dei modi di comunicare e i modi di comunicare si differenziano secondo i beni che costituiscono l'oggetto dello scambio: se si tratta di beni falsi e vani, l'amicizia è falsa e vana; se si tratta di beni veri, l'amicizia è vera; e migliori saranno i beni, migliore sarà l'amicizia. Infatti, allo stesso modo che il miele raccolto dalle gemme dei fiori più deliziosi è il migliore, così l'amore fondato sullo scambio di un bene squisito è ottimo.
Esiste in Eraclea del Ponto un genere di miele velenoso, che fa impazzire coloro che ne mangiano. t velenoso perché viene raccolto dalla pianta dell'aconito, presente in abbondanza in quella regione. Lo stesso è dell'amicizia fondata sullo scambio di beni vuoti e viziosi: risulterà totalmente falsa e cattiva. Lo scambio di piaceri carnali è semplicemente un'attrazione reciproca e un'esca bestiale che, tra gli uomini, non merita di essere chiamata con il nome di amicizia; parola che del resto non ci si sogna nemmeno di usare quando ci si riferisce agli stessi rapporti tra i somari e i cavalli; e se nel matrimonio lo scambio si riducesse a questo, non sarebbe possibile alcuna amicizia; ma siccome, oltre a ciò, c'è lo scambio della vita, dell'iniziativa, degli affetti e di una indissolubile fedeltà, ecco perché l'amicizia nel matrimonio è vera e santa.
L'amicizia fondata sullo scambio del piacere dei sensi è grossolana e non merita il nome di amicizia; così pure quella fondata su virtù frivole e inutili, perché sono virtù che dipendono dai sensi.
Do il nome di piaceri dei sensi a quelli che sono legati in modo diretto e principale ai sensi esteriori, quali sono il piacere di ammirare la bellezza, di ascoltare una voce dolce, di toccare e simili.
Do il nome di virtù frivole a certe abilità e qualità inutili che gli spiriti deboli chiamano virtù e perfezioni. Ascolta quello che dicono la maggior parte delle
ragazze, delle donne e dei giovanotti in genere: non esiteranno a dire che Tizio è molto virtuoso, ha tante perfezioni, perché balla bene, sa destreggiarsi abilmente in tutti i giochi, sa vestirsi con gusto, canta bene, ha una brillante conversazione, ha un bell'aspetto. I ciarlatani considerano migliori tra loro quelli che meglio riescono nell'arte di fare i buffoni.
Siccome tutto ciò riguarda i sensi, per tale ragione le amicizie che hanno tali fondamenti si chiamano sensuali, vane e frivole e meriterebbero più di essere chiamate follie che amicizie.
Di questo genere sono abitualmente le amicizie dei giovani che riguardano i baffi, i capelli, lo sguardo, gli abiti, il sussiego, la parlantina. Sono virtù caratteristiche dell'età degli amanti, che hanno virtù poco solide, come la loro peluria del mento e hanno il senno in bocciolo. Tali amicizie sono soltanto passeggere e fondono come neve al sole.



Capitolo XVIII

LE PASSIONCELLE (I FLIRTS)


Quando queste allegre amicizie hanno luogo tra persone di diverso sesso, senza alcuna intenzione di giungere al matrimonio, si chiamano passioncelle; sono soltanto aborti, o meglio ancora, fantasie di amicizie; ma non si deve dare loro il nome di amicizie o di amori perché sono vuote e senza senso. Cionondimeno i cuori degli uomini e delle donne vi rimangono catturati e si impegolano e si allacciano tra di loro in affetti vani e leggeri, che hanno per fondamento soltanto quegli scambi frivoli e quelle sciocche attrattive di cui ho appena parlato.
Benché questi sciocchi amori finiscano abitualmente per naufragare ed affogare in carnalità e lascivie molto volgari, bisogna riconoscere che non è mai la prima intenzione degli interessati tale conclusione. Altrimenti non sarebbero passioncelle, ma impudicizie dichiarate.
A volte potranno anche trascorrere molti anni, senza che capiti tra coloro che sono afflitti da questa follia, un solo gesto che sia contrario alla santità del corpo. Gli interessati si limiteranno, con varie scuse, a stemperare i loro cuori in auguri, desideri, sospiri, complimenti e simili scemenze e vanità.
Alcuni vogliono soltanto appagare il cuore nel dare e ricevere amore seguendo la loro inclinazione all'amore; nella scelta degli amori costoro non riflettono minimamente: è loro sufficiente seguire il gusto e l'istinto; sicché, quando incontrano una persona piacevole, senza pensare al lato interiore, né al comportamento morale della stessa, danno subito la stura alle loro passioncelle e si impigliano in una rete dalla quale in seguito, faticheranno molto per liberarsi.
Altri vi si lasciano andare per vanità perché pensano che non è piccola gloria prendere e legare i cuori con l'amore; costoro, poiché fanno la loro scelta per vanità, collocano le loro tagliole e tendono le loro reti in luoghi privilegiati, eccelsi, distinti e illustri.
Altri ancora sono spinti contemporaneamente dalla tendenza all'amore e dalla vanità, e agiscono in questo modo perché, pur avendo il cuore fortemente attirato dall'amore, vogliono aggiungervi anche un po' di gloria.
Simili amicizie sono cattive, folli e vane:
cattive, perché vengono e finiscono nel peccato della carne; rubano l'amore, e di conseguenza anche il cuore, a Dio, alla moglie, al marito, a chi era dovuto; folli perché non hanno basi, né motivazioni serie; vane, perché non recano alcuna utilità, nessun onore, nessuna gioia. Al contrario, ci fanno perdere tempo, offuscano l'onore, e non offrono alcun piacere, a meno che non si voglia chiamare piacere l'ansia di attendere e sperare, senza sapere né quello che si vuole, né che cosa si attende.
Questi spiriti piccoli e deboli sono persuasi che c'è un non so che nelle testimonianze di amore che ricevono, ma non saprebbero precisare che cos’è; per questo la loro brama è insaziabile ed alimenta, senza soste, nel loro cuore, eterne diffidenze, gelosie e tormenti.
S. Gregorio di N'azianzo, scrivendo contro le donne vanitose, dice meraviglie, a questo proposito; cito un brano che egli indirizza alle donne, ma va molto bene anche per gli uomini: " La tua bellezza naturale è sufficiente per tuo marito; se poi vuoi che sia per molti uomini, come una rete tesa per molti uccelli, che succederà? Ti piacerà colui che ti troverà bella, ad occhiata risponderai con occhiata, a sguardo con sguardo; presto verranno i sorrisi e le frasettine d'amore, all'inizio, fatte scivolare di nascosto, ma presto si giungerà alla familiarità e al chiacchiericcio manifesto. Sta attenta, lingua mia chiacchierona, a non dire quello che verrà dopo; ma questa verità voglio dirla: niente di tutto ciò che i giovanotti e le donne dicono o fanno insieme in quelle folli galanterie va senza grosse ferite. Tutte le passioncelle sono legate insieme e si susseguono tutte, proprio come un ferro preso da una calamita che, a sua volta, attira altri ferri uno dopo l'altro ".
Come ha ragione questo santo Vescovo! Che cosa vuoi fare? Dare amore, non è vero? Nessuno può dare volontariamente amore senza necessariamente riceverne in cambio; in questo gioco chi prende è preso. L'erba chiamata aproxis, alla sola vista riceve e genera fuoco: così sono anche i nostri cuori. Appena vedono un'anima che brucia d'amore per loro, si infiammano immediatamente per lei.
Voglio stare al gioco, dirà qualcuno, ma poco per volta t'inganni: quel fuoco è forte e penetrante più di quanto sembri. Pensi di non essere colpito che da una scintilla, e ti accorgi che in un baleno tutto il cuore è incendiato, ridotti in cenere i tuoi propositi e in fumo il tuo buon nome. Grida il Saggio: Chi avrà compassione di un incantatore morso da un serpente? E io grido con lui: pazzo e insensato, pensavi di domare l'amore per dosarlo a tuo piacimento! Volevi divertirti con lui, ma egli ti ha punto e morso profondamente. Sai cosa dirà la gente? Rideranno di te perché hai voluto incantare l'amore e, pieno di presunzione, ti sci messo in seno una serpe pericolosa che ti ha rovinato e ci hai rimesso l'anima e l'onore.
Mio Dio, che cieca pazzia è mai questa? Rischiare in questo modo, con garanzie così fragili, la parte più nobile della nostra anima! Sì, Filotea, perché Dio vuole l'uomo solo per l'anima, l'anima solo per la volontà e la volontà solo per l'amore. Non abbiamo amore a sufficienza nemmeno per ciò che è necessario! Voglio dire: già è molto se ne abbiamo abbastanza per amare Dio; ciononostante, miserabili come siamo, lo disperdiamo e dilapidiamo in cose sciocche, vane e frivole, come se ne avessimo troppo! Quel grande Dio che aveva riservato per sé soltanto l'amore delle nostre anime, quale riconoscenza per la creazione, la conservazione e la Redenzione, esigerà un conto rigoroso delle sottrazioni che avremo fatto; pensa: ha detto che ci chiederà conto delle parole oziose; come vuoi che non ce lo chieda delle amicizie oziose, sciocche, pazze e dannose?
Il noce reca molto danno ai campi e alle vigne in cui è piantato, perché è grande ed assorbe tutte le sostanze della terra, che così non riesce a nutrire anche le altre piante; il suo fogliame è così folto che fa un'ombra grande e spessa. Per di più attira i passanti che, per prenderne i frutti rovinano e calpestano tutt'intorno.
Queste passioncelle producono danni simili all'anima; l'occupano talmente e condizionano così potentemente i suoi movimenti, che essa non è più disponibile per alcun'altra opera buona; le foglie, ossia i chiacchiericci, i divertimento e i corteggiamenti sono così frequenti che non lasciano spazio; infine attirano così numerose le tentazioni, le distrazioni, i sospetti e tutto ciò che vi si accompagna, sicché il cuore ne è rovinato e calpestato.
In breve, queste passioncelle, non solo allontanano l'amore celeste, ma anche il timore di Dio; prostrano lo spirito, indeboliscono il buon nome. In una parola è il giocattolo delle corti, ma la peste dei cuori!



Capitolo XIX

LE VERE AMICIZIE


Ama tutti, Filotea, con un grande amore di carità, ma legati con un rapporto di amicizia soltanto con coloro che possono operare con te uno scambio di cose virtuose. Più le virtù saranno valide, più l'amicizia sarà perfetta.
Se lo scambio avviene nel campo delle scienze, la tua amicizia sarà, senza dubbio, molto lodevole; più ancora se il campo sarà quello delle virtù, come la prudenza, la discrezione, la fortezza, la giustizia.
Ma se questo scambio avverrà nel campo della carità, della devozione, della perfezione cristiana, allora sì, che si tratterà di un'amicizia perfetta. Sarà ottima perché viene da Dio, ottima perché tende a Dio, ottima perché il suo legame è Dio, ottima perché sarà eterna in Dio.
L bello poter amare sulla tetra come si ama in cielo, e imparare a volersi bene in questo mondo come faremo eternamente nell'altro. Non parlo qui del semplice amore di carità, perché quello dobbiamo averlo per tutti gli uomini; parlo dell'amicizia spirituale, nell'ambito della quale, due, tre o più persone si scambiano la devozione, gli affetti spirituali e diventano realmente un solo spirito. A ragione quelle anime felici possono cantare: Com'è bello e piacevole per i fratelli abitare insieme. Ed è vero, perché il delizioso balsamo della devozione si effonde da un cuore all'altro con una comunicazione ininterrotta, di modo che si può veramente dire che Dio ha effuso la sua benedizione e la sua vita su simile amicizia per i secoli dei secoli.
Mi sembra che tutte le altre amicizie siano soltanto fantasmi a confronto di questa e i loro legami anelli di vetro e di giaietto, a confronto del legame della devozione che è tutta di oro fino.
Non stringere amicizie di altro genere; intendo dire quelle che dipendono da te. Non devi lasciar cadere, né disprezzare quelle che la natura e i doveri precedenti ti obbligano a intrattenere: quali quelle con i parenti, i soci, i benefattori, i vicini e altri; ripeto, mi riferisco a quelle che tu scegli liberamente di persona.
Può darsi che qualcuno ti dica che non bisogna avere alcun genere di particolare affetto o amicizia, perché ciò ingombra il cuore, distrae lo spirito, dà luogo ad invidie; ma si sbagliano. Negli scritti di molti santi e devoti autori, hanno letto che le amicizie particolari e gli affetti fuori dell'ordine sono molto dannosi per i religiosi; pensano che la regola valga per tutti, ma su questo ci sarebbe molto da dire.
Premesso che in un monastero ben ordinato, il progetto comune è di tendere tutti insieme alla vera devozione, è evidente che non sono necessari questi scambi particolari, per timore che, mentre si cerca in particolare ciò che è comune, non si passi dalle particolarità alle parzialità. Ma per coloro che vivono tra la gente del mondo e abbracciano la vera virtù, è indispensabile stringere un'alleanza reciproca con una santa amicizia; infatti appoggiandosi ad essa, ci si fa coraggio, ci si aiuta, ci si sostiene nel cammino verso il bene.
Coloro che camminano in piano non hanno bisogno di prendersi per mano, ma coloro che si trovano in un cammino scabroso e scivoloso si sostengono l'un l'altro per camminare con maggiore sicurezza. I religiosi non hanno bisogno di amicizie particolari, ma coloro che vivono nel mondo, sì, per darsi reciprocamente sicurezza e aiuto in tutti i passaggi pericolosi che devono affrontare. Nel mondo, non tutti tendono allo stesso fine, non tutti hanno lo stesso spirito; bisogna dunque riflettere e stringere amicizie secondo i nostri programmi; questa particolarità crea veramente una parzialità, ma è una santa parzialità che non crea divisioni se non quella del bene dal male, delle pecore dalle capre, delle api dai fuchi, che sono separazioni necessarie.
IR fuor di dubbio, e nessuno si sogna di negarlo, che Nostro Signore nutrisse un'amicizia più tenera e personale per Giovanni, Lazzaro, Marta, Maddalena; lo dice la Scrittura. Sappiamo che S. Pietro aveva una predilezione per Marco e per Santa Petronilla; S. Paolo per S. Timoteo e S. Tecla. S. Gregorio di Nazianzo si gloria cento volte dell'amicizia che aveva per S. Basilio e così la descrive: " Si aveva l'impressione che in noi due ci fosse una sola anima con due corpi. P, vero che non bisogna prestare fede a coloro che dicono che tutto è in tutto; tuttavia è vero che tutti e due eravamo in ciascuno e ciascuno nell'altro; coltivare la virtù e ordinare i programmi della nostra vita alle speranze future; questo era il modo di uscire da questa terra mortale, prima di morire ".
S. Agostino dice che S. Ambrogio voleva molto bene a S. Monica, per le rare virtù che ammirava in lei, ed ella gli voleva bene come a un angelo di Dio.
Ma ho torto -a farti perdere tempo per una cosa così chiara. S. Girolamo, S. Agostino, S. Gregorio, S. Bernardo e tutti i più grandi Servi di Dio hanno avuto amicizie personali senza pregiudizio per la loro perfezione. S. Paolo, rimproverando ai Gentili il disordine morale della vita, li accusa di essere gente senza affetto, ossia gente incapace di amicizia. S. Tommaso, come del resto tutti i buoni filosofi, dice che l'amicizia è una virtù: certamente parla dell'amicizia personale perché, dice, la vera amicizia non può essere estesa a molte persone.
La perfezione dunque, non consiste nel non avere amicizie, ma nell'averne una buona, santa e bella.



Capitolo XX

LA DIFFERENZA TRA LE VERE AMICIZIE E QUELLE FUTILI


Fa attenzione, Fílotea: voglio metterti in guardia perché tu non corra pericolo. Non so se tu sappia che il miele di Eraclea, molto velenoso, assomiglia incredibilmente al miele comune; e il pericolo di prendere uno per l'altro è reale, come pure quello di mischiarli: nel qual caso l'inganno è anche peggiore perché la buona qualità dell'uno non impedisce l'effetto velenoso dell'altro.
Bisogna fare attenzione a non lasciarsi trarre in inganno nelle amicizie, soprattutto quando si stringono tra persone di sesso diverso, poco importa per quale motivo; spesso Satana si sostituisce a coloro che amano.
Si comincia sempre dall'amore virtuoso, ma, se non si è molto saggi, si insinua presto l'amore frivolo, poi si passa all'amore sensuale, poi a quello carnale; il pericolo esiste persino nell'amore spirituale, se non si fa molta attenzione; benché in questo sia molto più difficile la confusione e l'equivoco, perché la sua purezza e il suo nitore rendono più evidenti le brutture che Satana vuole insinuarvi: ecco perché il diavolo, quando ci prova, fa le cose con maggior finezza e tenta di far scivolare le brutture quasi impercettibilmente.
Distinguerai l'amicizia mondana da quella santa e virtuosa, esattamente come si distingue il miele di Eraclea dall'altro: il miele di Eraclea è più dolce al palato dei miele ordinario; è l'aconito che gli aumenta la dolcezza; così fa abitualmente l'amicizia mondana che sforna a ripetizione quantità enormi di parole melliflue, una pioggia di frasette appassionate e di lodi sulla bellezza, la grazia e le qualità sensuali: l'amicizia sana invece ha un linguaggio semplice e schietto, loda soltanto la virtù e la grazia di Dio, unico suo fondamento.
Il miele di Eraclea, una volta ingoiato, provoca dei capogiri; allo stesso modo l'amicizia futile provoca dei disorientamenti di spirito che rendono insicura la persona nella castità e nella devozione. La conducono a sguardi languidi, vezzosi, insistiti; a carezze sensuali, a sospiri equivoci, a piccole lamentele di non essere amati a sufficienza; ad artifici ben mascherati, ma abili e cattivanti: galanterie, abuso di baci e altre libertà e familiarità che portano alla volgarità e sono sicuro presagio di una imminente resa dell'onestà.
L'amicizia santa, invece, ha occhi semplici e casti; gli atti di cortesia sono controllati e schietti; se ci sono sospiri, saranno per il cielo, le libertà solo per lo spirito, i lamenti saranno soltanto perché Dio non è abbastanza amato, prova infallibile dell'onestà.
Il miele di Eraclea turba la vista; l'amicizia mondana turba il senno, di modo che coloro che ne sono colpiti, pensano di agire bene mentre agiscono male, e sono convinti che le loro scuse, i loro pretesti, e le loro parole sono motivi validi. Temono la luce e amano le tenebre. L'amicizia santa invece ha gli occhi luminosi e non si nasconde, anzi si fa vedere volentieri dalla gente per bene.
Infine il miele di Eraclea lascia un forte sapore amaro in bocca: avviene lo stesso nelle false amicizie che si tramutano e finiscono in parole e richieste carnali e degne delle fogne; in caso di rifiuto, esploderanno le ingiurie, le calunnie, le imposture, le tristezze, le confessioni e le gelosie che si concludono quasi sempre nell'abbrutimento e in isterismi; l'amicizia pulita è sempre uguale nell'onestà, educata e amabile, e si muta soltanto in una unione degli spiriti più pura e più perfetta, immagine vivente dell'amicizia beata che regna in Cielo.
S.Gregorio di Nazianzo dice che il pavone quando fa la ruota, emette il suo verso caratteristico e si pavoneggia, eccitando le femmine che l'odono, alla lubricità. Allo stesso modo, quando vedi un uomo pavoneggiarsi, agghindarsi e così parato, avvicinarsi per fare chiacchiericcio, per sussurrare, mercanteggiare alle orecchie di una donna matura o di una giovane, e tutto senza alcuna intenzione di matrimonio, beh, sta certa che è soltanto per tentarla a qualche impudicizia; la donna onorata turerà le proprie orecchie per non udire il verso di quel pavone e la voce dell'incantatore che vuole sedurla; se ascolterà sarà l'inizio della perdita del cuore.
I giovani che fanno gesti leziosi, smancerie, e carezze, o dicono parole che non vorrebbero che fossero udite dai loro padri, madri, mariti, mogli o confessori, dimostrano in tal modo che si stanno occupando non proprio dell'onore e della coscienza.
La Madonna rimase turbata vedendo un Angelo in sembianza di uomo, perché era sola e la stava lodando con molta solennità: non dimentichiamo che erano lodi celesti! 0 Salvatore del mondo! La purezza teme un Angelo in forma umana; perché la nostra purità non dovrebbe temere un uomo, anche se in sembianza di Angelo, quando tesse lodi sensuali o almeno umane?



Capitolo XXI

CONSIGLI E RIMEDI PER COMBATTERE LE CATTIVE AMICIZIE


Ma che cosa fare per combattere gli amori futili, le stranezze, le pazzie, le brutture cui ho accennato? Appena ne avverti i primi sintomi, volgiti subito dall'altra parte e, respingendo nel modo più assoluto quelle stupidità, corri presso la Croce del Salvatore, afferra la sua corona di spine e cingine il tuo cuore di modo che quelle piccole volpi non possano avvicinarsi.
Sta bene attenta a non scendere a patti con il nemico; non dire: lo ascolterò, ma poi non farò nulla di quanto mi suggerirà; gli presterò orecchio, ma gli rifiuterò il cuore. Filotea, in tali circostanze, devi essere intransigente: il cuore e le orecchie sono collegati, e com'è impossibile arrestare un torrente che scende a valle dalla montagna, così è difficile impedire che l'amore entrato in un orecchio non scenda presto nel cuore.
Secondo Alcmeone le capre respirano per le orecchie e non per le froge; Aristotele lo nega; io non ne so niente, ma di certo so che il nostro cuore respira per l'orecchio, e siccome inspira ed espira i suoi pensieri per mezzo della lingua, respira anche per l’orecchio, per mezzo del quale riceve i pensieri degli altri. Proteggiamo dunque scrupolosamente le nostre orecchie dai colpi d'aria delle parole inutili; in caso contrario ben presto il nostro cuore ne sarà contagiato.
Sotto nessun pretesto devi ascoltare proposte oscene di alcun genere: è questo il solo caso in cui non corri pericolo di essere incivile e scortese.
Ricordati che hai consacrato il cuore a Dio, gli hai dato il tuo amore, e sarebbe un sacrilegio sottrargliene anche una briciola soltanto; rinnova la tua offerta con mille propositi e promesse e rimani in quelle come un cervo nel suo rifugio e poi invoca Dio. Egli ti verrà in aiuto: prenderà il tuo amore sotto la sua protezione, per farlo vivere unicamente in Lui.
Se poi sei già incappata nelle reti di quei futili amori, allora sento l'obbligo di dirti che ti sarà difficile sbarazzartene. Mettiti alla presenza della divina Maestà, riconosci l'enormità della tua miseria, la tua debolezza, la tua vanità; poi con l'impegno massimo di cui sarai capace, detesta quegli amori già iniziati, rinnega la sciocca manifestazione che ne hai fatto, rinuncia a tutte le promesse ricevute e, con una volontà forte e risoluta, decidi nel cuore e risolviti a mai più ricominciare quei giochi e quelle schermaglie d'amore.
Se poi ti è possibile allontanarti fisicamente dalla persona coinvolta, sono d'accordissimo, perché, allo stesso modo che coloro i quali sono stati morsi da un serpente, non possono guarire facilmente in presenza di coloro che già sono stati morsi a loro volta, la persona ferita d'amore difficilmente riuscirà a guarire da quella passione, finché sarà vicina a quella ferita dallo stesso morso.
Il mutamento del luogo è molto utile per calmare la febbre e l'agitazione causate sia dal dolore che dall'amore. Il ragazzo di cui parla S. Ambrogio nel II libro della Penitenza, ritornò da un lungo viaggio completamente guarito dai futili amori che l'avevano attanagliato prima; alla sciocca amante che, incontrandolo gli disse: Non mi conosci? sono sempre la stessa! Sì, certo, rispose, ma sono io che non sono più lo stesso. La lontananza aveva operato in lui quel felice mutamento.
S. Agostino dice che per alleviare il dolore per la morte dell’amico si allontanò da Tagaste, dove quegli era morto, e se ne andò a Cartagine.
Ma chi non può allontanarsi? Deve troncare ogni conversazione privata, gli incontri segreti, gli sguardi languidi, i sorrisi e in genere tutti gli scambi e gli ammiccamenti che possono nutrire questo fuoco maleodorante e fuligginoso. Se poi le circostanze esigono che si rivolga la parola al complice, deve essere per dichiarare, con una coraggiosa, breve e seria protesta, il divorzio definitivo che abbiamo giurato. Grido a voce alta, a chiunque sia caduto in questi lacci passionali: taglia, tronca, spezza. Non bisogna perdere tempo a discutere queste futili amicizie; bisogna strapparle non perdere tempo a sciogliere i nodi; bisogna spezzarli è tagliarli; tanto quei cordoni e quei legami non hanno alcun pregio.
Non bisogna avere riguardi per un amore che è contrario all'amore di Dio.
Ma, dopo avere in questo modo spezzate le catene di quell'infame schiavitù, è possibile che resti qualche strascico. I marchi e le piaghe dei ferri rimarranno impressi nei piedi, ossia negli affetti. Non fa nulla, Filotea, se tu hai concepito per il tuo male tutto l'orrore che merita; se farai così non sarai più agitata dalle ansie; proverai soltanto un forte orrore per quell'amore infame e per tutto quello ad esso collegato e sarai libera da ogni altro affetto per la persona che hai lasciato; ti rimarrà soltanto un amore purissimo per Iddio.
Se poi, a causa dell'imperfezione del pentimento, rimane in te qualche inclinazione cattiva, procura per la tua anima una solitudine mentale, come ti ho già insegnato, e ritirati in essa con tutte le tue facoltà, e con mille slanci ripetuti dello spirito, rinuncia alle tue inclinazioni, rinnegale con tutte le forze; datti alla lettura dei Libri santi più di quanto non sei solita fare, confessati e comunicati più spesso, con umiltà e sincerità parla di tutte queste suggestioni e tentazioni al tuo direttore spirituale, se ti è possibile; o almeno con qualche anima dalla fede profonda e molto prudente; sta certa che il Signore ti libererà da tutte le passioni, se tu continuerai fedelmente questi esercizi.
Ma, mi dirai, non è ingratitudine rompere così drasticamente un'amicizia? lo ti dico: quant'è bella l'ingratitudine che ti rende accetta a Dio! Filotea, non sarà ingratitudine, ma anzi un'azione meritoria in favore del tuo amante; perché, spezzando i tuoi legami, romperai anche i suoi; e se anche, sul momento, non saprà apprezzare la sua felicità, lo farà ben presto e con te canterà in ringraziamento: 0 Signore, tu hai spezzato i miei legami, io ti sacrificherò la vittima di lode e invocherò il tuo santo Nome.





Capitolo XXII

QUALCHE ALTRO CONSIGLIO A PROPOSITO DELLE AMICIZIE



L'amicizia richiede un intenso scambio tra coloro che si vogliono bene: diversamente non può nascere e tanto meno mantenersi. Ecco perché avviene spesso che agli scambi che sono alla base dell'amicizia, se ne aggiungano molti altri che si insinuano insensibilmente da cuore a cuore: e così gli affetti, le tendenze e le opinioni passano in continuazione da uno all'altro.
Questo soprattutto quando all'affetto si aggiunge la stima; in tal caso apriamo il cuore all'amico con molta larghezza per cui, con essa, entrano con facilità in noi tutte le sue tendenze e le sue opinioni, poco importa se siano buone o cattive.
Le api che raccolgono il miele di Eraclea cercano soltanto il miele, ma con esso succhiano anche le qualità velenose dell'aconito sul quale fanno la raccolta.
A questo proposito, Filotea, bisogna mettere in pratica la parola che il Salvatore delle anime nostre era solito ripetere e che gli antichi ci hanno insegnato: Sii abile cambiavalute, batti buona moneta; ossia, non accettare il denaro falso con il buono, né l'oro di bassa lega con l'oro fino; separa il metallo prezioso dal vile.
Fai attenzione perché nessuno va esente da imperfezioni.
E che motivo c'è di ricevere alla rinfusa difetti e imperfezioni dell'amico assieme alla sua amicizia? E’ evidente che bisogna volergli bene nonostante le sue imperfezioni, ma non bisogna voler bene alle sue imperfezioni e prenderle su di noi; l'amicizia richiede che ci comunichiamo il bene, non il male.
A somiglianza di coloro che cavano la ghiaia dal Taro e separano l'oro che trovano Per portarlo via, mentre lasciano il resto sulla riva del fiume, coloro che comunicano con l'amico devono saper separare la sabbia delle imperfezioni e non lasciarla penetrare nelle loro anime.
S. Gregorio di Nazianzo ci dice che molti, i quali volevano bene e ammiravano S. Basilio, erano talmente portati alla sua imitazione, che lo scimmiottavano anche nelle sue imperfezioni esteriori, nel suo modo di parlare lentamente e con lo spirito assorto e pensoso, nel taglio della barba e nel modo di camminare. Noi vediamo dei mariti, delle mogli, dei figli, degli amici, che hanno tanta stima dei loro amici, dei loro padri, dei loro mariti, delle loro mogli, che per condiscendenza o imitazione, prendono da loro, assieme all'amicizia, mille piccole tendenze cattive.
Questo non deve accadere: ciascuno ne ha abbastanza dei propri difetti senza bisogno di caricarsi anche di quelli degli altri; aggiungo che l’amicizia non soltanto non lo richiede, ma al contrario, ci obbliga a darci reciprocamente una mano per liberarci da tutte le forme di imperfezione.
E’ fuor di dubbio che bisogna sopportare con dolcezza l'amico nelle sue imperfezioni, ma non incoraggiarlo in quelle, e ancor meno trasferirle in noi.
Parlo soltanto di imperfezioni; quanto ai peccati non bisogna accettarli e sopportarli nemmeno nell'amico. Un'amicizia che lascia morire l'amico senza prestargli aiuto, è un'amicizia debole e cattiva; vedere un amico che muore di un ascesso e non avere il coraggio di dare il colpo di bisturi per salvarlo, non è amicizia.
L'amicizia vera e vitale non sopravvive tra i peccati. Si dice che, dove si adagia, la salamandra spegne il fuoco; il peccato distrugge l'amicizia in cui si annida: se si tratta di un peccato passeggero, l'amicizia lo mette immediatamente in fuga con la correzione; ma se ci rimane e ci si ferma, l'amicizia perisce immediatamente, perché per vivere ha bisogno della virtù; da qui risulta molto chiaro che non è possibile peccare per amicizia.
L'amico diventa nemico quando vuole condurci al peccato e merita di perdere l'amicizia se vuol condurre l’amico alla rovina e alla dannazione; una delle prove più sicure di una falsa amicizia è vederla praticata tra persone viziose, qualunque sia il genere di peccato che le accomuna. Se colui al quale vogliamo bene è preda del vizio, la nostra amicizia è sicuramente viziosa; giacché se non può avere per base una solida e sincera virtù, è giocoforza che sia fondata su una virtù apparente o su qualche aspetto sensuale.
Una società costituita tra i commercianti per il profitto temporale ha soltanto l'apparenza di vera amicizia. Essa non ha per fine l'amore delle persone, ma l'amore del denaro.
Infine eccoti due massime, fondamentali colonne della vita cristiana; una è del Saggio: Chi teme Dio incontrerà una buona amicizia; l'altra è di S. Giacomo: L'amicizia di questo mondo è nemica di Dio.


venerdì 21 febbraio 2014

L'amore umano e la Trinità - Fr. M.D. Molinié, o.p.




Miei cari Amici,
questa conferenza sulla Trinità vi viene presentata a titolo di saggio, per darvi un’idea di ciò che saranno le Conférences aux jeu-nes29 di prossima pubblicazione.
Queste conferenze sono state raccolte nel libro Adoration ou Désespoir [tradotto in italiano per le Edizioni Studio Domenicano con il titolo di Beati gli umili. Proposte di meditazione, ndt].

Cfr. Beati gli umili, cap. 28: “L’amore umano e la Trinità” (ndt).

Festa dell’Immacolata Concezione 1978 Fr. M.D. Molinié, o.p.

CONFERENZA AI GIOVANI N. 28 (1972)30

A sette, otto anni, quando mi parlavano della Trinità, ci vedevo soprattutto l’aspetto geometrico, che mi incuriosiva e affascinava nel contempo: tre Persone distinte che non fanno tre dèi! Ho dovuto aspettare i venticinque anni per scoprire Gesù Cristo, e guardare la Trinità sotto tutt’altro aspetto. E non so dirvi come sia stato vitale: come l’ossigeno senza di cui si muore.
Se un giorno leggerete, nella Bibbia, un libro intitolato Cantico dei Cantici, vedrete che ci si può chiedere se esso parli dell’amore umano o dell’amore mistico. In realtà, la Bibbia insegna che non ci sono che tre realtà interessanti nella vita: l’amore umano, l’amore mistico e la Trinità.
Queste tre realtà sono sulla stessa linea. Finché non si è ricevuto quel non so che che ho chiamato l’aria di casa, l’acqua viva promessa da Gesù, il fuoco che è venuto a portare, la cosa migliore che si possa fare, se non l’unica, è riflettere sull’amore umano. Ma questa riflessione è una lotta a spada tratta, perché la società in cui viviamo ci sta togliendo quasi ogni possibilità di capire sia l’amore umano, che quello mistico.

Quaggiù non c'è nulla di più santo da desiderare, nulla di più utile da cercare, nulla più difficile da trovare, niente più dolce da provare, niente più fruttuoso da conservare dell'amicizia..Aelredo di Rievaulx


giovedì 20 febbraio 2014

"Va’ dietro a me, Satana ! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini ". Siamo noi che dobbiamo seguire Gesù.... Non dobbiamo cambiare le carte e pretendere che sia Gesu' a seguirci.

Illuminato dallo Spirito Santo, Pietro riconosce in Gesù il Messia promesso e atteso.


San Rafael Arnaiz Baron (1911-1938), monaco trappista spagnolo
Scritti spirituali, 07.04.1938

E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire”

Gesù benedetto, cosa mi hanno insegnato gli uomini che tu non mi abbia insegnato dalla tua croce? Ieri ho visto chiaramente che si apprende solo venendo a te e che tu solo dai forza nelle prove e nelle tentazioni; solo ai piedi della croce, vedendoti inchiodato su di essa, si capisce il perdono, si apprende l’umiltà, la carità, la bontà. Non dimenticarti di me, Signore, guardami prostrato davanti a te e concedimi quanto ti chiedo. Venga poi il disprezzo, vengano le umiliazioni, …, che importa! Con te al mio fianco, tutto posso. La prodigiosa, ammirabile, ineffabile lezione che mi dai dalla croce mi dà forza per tutto.

Ti hanno sputato addosso, insultato, flagellato, inchiodato su una croce e, essendo Dio, tu perdonavi, restavi zitto umilmente, non ti opponevi in alcun modo. Cosa potrei dire della tua Passione? Meglio non dir nulla e in fondo al cuore mi metta a meditare ciò che l’uomo non può arrivare a capire; mi basti amare profondamente, appassionatamente, il mistero della tua Passione…

Com’è dolce la croce di Gesù! Com’è dolce soffrire perdonando!... Come non impazzire? Mi mostra il suo cuore aperto per gli uomini e disprezzato. Dove si è mai visto e chi ha mai immaginato un simile dolore? Come si vive bene nel cuore di Cristo!


L'Amore

L'Amore

 Allora Almitra disse: Parlaci dell'Amore.

Ed egli sollevò il capo e guardò i presenti, e una gran pace discese su di loro. Egli parlò a gran voce:
Quando l'amore vi fa cenno, seguitelo,
Benché le sue strade siano aspre e scoscese.
E quando le sue ali vi avvolgono, abbandonatevi a lui,
Benché la spada che nasconde tra le penne possa ferirvi.
E quando vi parla, credetegli,
Anche se la sua voce può mandare in frantumi i vostri sogni come il vento del nord lascia spoglio il giardino.
Perché come l'amore v'incorona così vi crocifigge. E come per voi è maturazione, così è anche potatura.
E come ascende alla vostra cima e accarezza i rami più teneri che fremono al sole,
Così discenderà alle vostre radici che scuoterà dove si aggrappano con più forza alla terra.
Come fastelli di grano, vi raccoglierà.
Vi batterà per denudarvi.
Vi passerà al crivello per liberarvi dalla pula.
Vi macinerà fino a farvi farina.
Vi impasterà fino a rendervi malleabili.
E poi vi assegnerà al suo fuoco sacro, perché possiate diventare il pane sacro per il banchetto divino.
Tutto questo farà in voi l'amore, affinché conosciate i segreti del cuore, e in quella conoscenza diventiate un frammento del cuore della Vita.
Ma se avrete paura, e cercherete soltanto la pace dell'amore ed il piacere dell'amore,
Allora è meglio che copriate le vostre nudità, e passiate lontano dall'aia dell'amore,
Nel mondo senza stagioni dove potrete ridere, ma non tutto il vostro riso, e piangere, ma non tutto il vostro pianto.
L'amore non dà nulla oltre se stesso e non prende nulla se non da se stesso.
L'amore non possiede né vuol essere posseduto,
Perché l'amore basta all'amore.
Quando amate non dovreste dire: "Dio è nel mio cuore" ma, semmai, "sono nel cuore di Dio".
E non crediate di guidare il corso dell'amore, poiché l'amore, se vi trova degni, guiderà lui il vostro corso.
L'amore non desidera che il proprio compimento.
Ma se amate e quindi avete desideri, i vostri desideri siano questi:
Sciogliersi e farsi simili a un ruscello che scorra e canti alla notte la sua melodia.
Conoscere il martirio della troppa tenerezza.
Esser feriti dal vostro proprio intendere l'amore,
E sanguinare di buon grado, gioiosamente.
Svegliarsi all'alba con un cuore alato e dire grazie a un nuovo giorno d'amore;
Riposare nell'ora meridiana e meditare sull'
estasi amorosa;
Tornare a casa con gratitudine la sera;
E addormentarsi con una preghiera per chi amate nel cuore, e un canto di lode sulle labbra.

Tratto da “Il Profeta” di Gibran Khalil Gibran


mercoledì 19 febbraio 2014

IL SERMONE

IL SERMONE


"Non è possibile trasmettere un insegnamento a chi non è pronto a riceverlo. Di converso, chi ha compreso non necessita di ascoltarlo".

Durante un pellegrinaggio, un maestro di grande fama giunse in un piccolo villaggio. Gli abitanti lo implorarono insistentemente di trasmettere il suo insegnamento, ma lui non ne voleva sapere. Insistettero così tanto che alla fine il maestro accettò di parlare.
Il giorno seguente, si radunò tutto il villaggio per ascoltare l’insegnamento. Il maestro scrutò l’uditorio e chiese:
"Sapete ciò che ho da dirvi?"
Una buona parte dei presenti gridò:
"No! Non lo sappiamo!".
Allora il maestro disse:
"In tal caso, non posso insegnare a gente talmente ignorante che non sa neppure di che cosa parlerò!". E se ne andò.
L’uditorio rimase attonito e pensò di avere risposto nel modo sbagliato. La brama di ricevere l’insegnamento si fece ancora più largo nei loro cuori. Così, lo rincorsero e lo supplicarono nuovamente di tenere un discorso.
Il giorno seguente, il maestro chiese nuovamente:
"Sapete ciò che ho da dirvi?".
"Sì!", bisbigliarono.
"In tal caso", rispose il maestro, "non occorre che aggiunga altro! Se già lo sapete, non serve a nulla ascoltare le mie parole!". E se ne andò.
L’auditorio era sempre più sconcertato. Così, lo rincorsero nuovamente.
"Ti preghiamo di porre nuovamente la domanda. Questa volta non ci sbaglieremo".
Il giorno dopo, il maestro tornò a chiedere:
"Sapete ciò che ho da dirvi?".
"Alcuni lo sanno! Alcuni non lo sanno!", risposero in coro.
"In tal caso", concluse il maestro, "coloro che sanno lo dicano a chi non lo sa!". E se ne andò.

Parabole Orientali
dal libro "La Via dell’Umorismo, 101 burle spirituali"
di Gianluca Magi - Il Punto d’Incontro


A TE, MARIA


A TE, MARIA



A te, Maria, fonte della vita,
si accosta la mia anima assetata.
A te, tesoro di misericordia,
ricorre con fiducia la mia miseria.
Come sei vicina, anzi intima al Signore!
Egli abita in te e tu in lui.
Nella tua luce, posso contemplare
la luce di Gesù, sole di giustizia.
Santa Madre di Dio, io confido
nel tuo tenerissimo e purissimo affetto.
Sii per me mediatrice di grazia
presso Gesù, nostro Salvatore.
Egli ti ha amata sopra tutte le creature,
e ti ha rivestito di gloria e di bellezza.
Vieni in aiuto a me che sono povero
e fammi attingere alla tua anfora
traboccante di grazia.

(San Bernardo di Chiaravalle )

martedì 18 febbraio 2014

N. 31 Una lettera dall'aldila' Fr. M.D. Molinié, o.p.

N. 31 Una lettera dall’aldilà   Fr. M.D. Molinié, o.p.


Nancy, 27 giugno 1994

Miei cari Amici,
un professore di teologia di un’università romana mi ha suggerito di farvi conoscere un documento piuttosto singolare.
È un testo che ha ricevuto l’imprimatur del vicario generale di Roma ed è stato dichiarato conforme alla “sana teologia e al Vangelo.” La Gerarchia non può farsi garante della sua origine, e nemmeno io posso farlo. Tuttavia, il professore di teologia sostiene che in ogni caso non può essere stato scritto che sotto una illuminazione profetica e con l’assistenza dello Spirito Santo. 

In seguito, questo testo che era stato pubblicato anche nella diocesi di Bayeux con l’imprimatur del Vicario generale nel 1964, accompagnato da una prefazione di Mons. L. Cristiani, è stato ripreso da padre Jean-Marc Bot nel suo libro Osons reparler de l’enfer, pubblicato nel 2002 per le Éditions de l’Emmanuel, con l’imprimatur del Vicario generale della diocesi di Versailles (ndt).

Sotto questo punto di vista si può affermare che questo documento viene dall’aldilà. Quale aldilà? Ognuno giudichi liberamente: è una questione importante, ma non la più importante. La
questione più importante riguarda l’assistenza dello Spirito Santo che, come ho già detto, qui sembra certa.
Vi trasmetto il testo così com’è, senza commento. Sono responsabile della traduzione: ho modificato leggermente lo stile, in nessun modo la dottrina. Io per primo mi sono sorpreso della coincidenza fra questa dottrina e la teologia tomista, le intuizioni di Teresa di Gesù Bambino... e le mie.
In una lettera successiva risponderò alle vostre domande su questo documento, se avranno il dono di ispirarmi una risposta giusta.
Giunga a tutti la mia fraterna benedizione,
Fr. M.D. Molinié, o.p.

UNA LETTERA DALL’ALTRO MONDO
IMPRIMATUR
E Vicariatu Urbi, die 9-IV-1952
Aloisius Traglia
Archiep. us Caesarien. Vicesgerens
Ex parte Ordinis nihil obstat quominus imprimatur.
Romae, 2 nov. 1952
Fr. Benignus a S. Ilario M.
Min. Gen. O. F. M. Cap.

Fra le carte di una giovane, morta in un convento, è stato trovato il seguente manoscritto. Esaminato e munito dell’imprimatur, lo si dichiara conforme alla sana Teologia e al Vangelo.

Avevo un’amica. Ci frequentavamo a ***, dove lavoravamo una di fianco all’altra nella stessa ditta.
Poi Annette si sposò e non la vidi più.
Nell’autunno del 1937 ero in vacanza sul lago di Garda. Mia madre mi scrisse verso la fine della seconda settimana di settembre: “Pensa! Annette N. è morta! È stato un incidente automobilistico. L’hanno sepolta ieri nel Waldfriedhof [cimitero del bosco].
Questa notizia mi spaventò. Sapevo che Annette non era mai stata molto cristiana. Era pronta a comparire davanti a Dio che la chiamava così all’improvviso?
Il mattino dopo, nella cappella delle suore che mi ospitavano, assistei alla Messa per lei, pregai con fervore per la pace della sua anima e mi comunicai con quella intenzione.

Abbiamo forse paura ?

L'ABUSO DELLE GRAZIE.

N. 40 L’abuso delle grazie                        Fr. M.D., Molinié, o.p.

Miei cari Amici,
ecco per cominciare un racconto sul Curato d’Ars (Les intui-tions du Curé d’Ars, di Mons. Trochu, Vitte éd., 1931).

Apostasia – Nel 1855 (o 1856) due ragazze di Bény, di professione sarte, intrapresero una domenica, all’una di notte, un pellegrinaggio ad Ars. Partirono a piedi con il proposito di ascoltare la Messa durante il cammino, come infatti fecero con devozione. Tutte e due erano molto pie e speravano ardentemente di potersi confessare dal santo di Ars e di ricevere la comunione dalle sue mani.

Una si chiamava Célestine Robin; dell’altra non diremo che il nome: Clémence. Clémence era la giovane più a modo della parrocchia, o almeno così si pensava; assidua alla Messa ogni mattina, ammessa alla comunione frequente, buona lavoratrice: le madri di famiglia la proponevano come modello ai propri figli.

Malgrado l’ardore dei loro vent’anni, le due giovani pellegrine arrivarono ad Ars sul far della notte. L’indomani, di buon’ora, presero posto fra le penitenti del santo curato. La loro attesa fu relativamente breve, perché il martedì, dopo la Messa, il santo sacerdote ascoltava le loro confessioni. Ebbero tuttavia una grande delusione: a entrambe egli consigliò di fare ritorno il giorno stesso nella loro parrocchia per ricevere la comunione il mercoledì mattina.

Il ritorno fu meno lieto dell’andata. Clémence in particolare sembrava triste, e la sua malinconia andò via via crescendo fino all’arrivo a Bény. Ormai vicina a casa disse a Célestine Robin:Non sono contenta del mio pellegrinaggio. Se l’avessi saputo prima, non sarei andata da don Vianney.

- Perché?

- Mi ha detto che apostaterò.

- Tu?

- Sì. Ecco le sue parole: “Figlia mia, il Buon Dio ti fa molte grazie di cui non fai un buon uso. Tu apostaterai.” Non ho capito bene. Cosa vuol dire apostatare?

- Vuol dire... non so bene neanch’io. Mi sembra che voglia dire cambiare religione... Ma, mia povera Clémence, quale religione sceglierai?

Célestine Robin la prendeva sul ridere. Poi le due amiche si separarono.



Il potere delle parole

Il potere delle parole


Un giorno un maestro illustrava agli allievi la notevole efficacia psicologica delle parole e come gli uomini soggiacciano a tale potere come in stato d'ipnosi.
«Le parole, in se stesse, non hanno importanza, sono solo fattori secondari, non fatti reali. Eppure gli uomini si cibano esclusivamente di parole anziché di realtà. Reagiscono positivamente o negativamente in base a parole amabili o ingiuriose».
«Non sono minimamente d'accordo!», ribatté un allievo alzatosi improvvisamente in piedi, «Le parole non hanno un tale potere su di noi!».
«Lurido schifoso cane rognoso!», lo ingiuriò il maestro preso da un violento raptus, «Chi ti ha detto di alzarti! Rimettiti subito a sedere o ti faccio cacciare via a pedate!».
L'allievo, cianotico in volto dall'ira, ribatté:
«Ma come, proprio tu, un maestro che reagisce in questo modo indegno? Mi meraviglio di un tale comportamento! Vergognati!».
«Chiedo umilmente perdono», rispose pacato il maestro, «Non so cosa mi è successo. Non era mia intenzione né offenderti né umiliarti. Ti prego ancora di scusarmi».
A quelle parole l'allievo si rasserenò e tornò tranquillamente a sedersi.
A quel punto il maestro disse:«Potete ora osservare il potere delle parole? Poche parole ingiuriose hanno ferito una persona e hanno provocato in lui un uragano d'ira. Poche parole amabili lo hanno gratificato e reso tranquillo. Qualche parola può significare ira o tranquillità! Le parole sono solo fattori secondari, non realtà effettive. Eppure l'uomo non riesce a scrollarsele di dosso e, come imprigionato, soggiace al loro potere».

Il Dito e la luna. Gli insegnamenti dei mistici dell'islam.
Di Gianluca Magi - Edizioni Il Punto d'Incontro


lunedì 17 febbraio 2014

L'Amicizia

L'Amicizia

Poi un giovane disse: Parlaci dell'Amicizia.
Ed egli rispose, dicendo:
Il vostro amico è i vostri bisogni che hanno trovato risposta.
È il vostro campo, che seminate con amore e che mietete con gratitudine.
Egli è la vostra mensa e l'angolino accanto al fuoco.
Perché vi recate da lui con la fame, e lo cercate per avere pace.
Se il vostro amico vi apre la mente, non temete il "no" nella vostra, né trattenete il vostro "sì".
E se lo vedrete silenzioso, il vostro cuore non cessi d'ascoltare il suo cuore;
Perché senza parlare, nell'amicizia, tutti i pensieri, tutti i desideri, tutte le aspettative, nascono e sono condivisi con una gioia priva di clamori.
Non vi attristate, quando vi dividete dall'amico;
Perché le cose che amate di più in lui saranno più evidenti durante l'assenza, come la montagna a chi sale, che è più nitida dal piano.
E non vi sia altro scopo nell'amicizia che l'approfondimento dello spirito.
Perché l'amore che non cerca unicamente lo schiudersi del proprio mistero, non è amore, ma una rete che pesca soltanto cose inutili.
La parte migliore di voi sia per l'amico.
Se egli deve conoscere il deflusso della vostra marea, fate in modo che ne conosca anche il flusso.
Perché cos'è il vostro amico, se andate in cerca di lui per uccidere il tempo?
Cercatelo invece avendo tempo da vivere.
Perché egli è lì per servire al vostro bisogno, non per riempire il vostro vuoto.
E nella soavità dell'amicizia fate che abbondino risa, e piaceri condivisi.
Perché è nella rugiada delle piccole cose che il cuore trova il suo mattino e si ristora.


Tratto da “ Il Profeta “di Gibran Khalil Gibran


PAROLE INUTILI

PAROLE INUTILI


"L’esperienza della liberazione, per sua natura, non può essere trasmessa mediante le parole, tanto meno a una mente condizionata dall’eccesso di parole".

In una capanna in mezzo al bosco viveva un grande saggio. Quest’uomo per gran parte della sua vita non disse praticamente mai nulla. E, a chi gli chiedeva di esporre il suo insegnamento, rispondeva col silenzio.
Un giorno si volle unire a lui un discepolo, per apprendere la dottrina. Così, passarono insieme diversi anni nel più completo silenzio. Per tutto questo tempo non si parlarono mai. Pian piano, però, il discepolo iniziò a sentire il peso di questo silenzio e il desiderio di parlare si fece sempre più strada in lui.
Un giorno, mentre il sole tramontava all’orizzonte, il discepolo non riuscì a sopportare oltre e senza frenarsi disse:
"Maestro, guardate che meraviglia! Il sole tramonta ed è bellissimo!".
Il saggio gli rispose:
"Sei un chiacchierone! Se sei venuto fin qui per disturbare, è meglio che te ne vada! Le tue parole sono inutili! Occorre forse dire quanto hai detto?".


Parabole Orientali
dal libro "La Via dell’Umorismo, 101 burle spirituali"
di Gianluca Magi - Il Punto d’Incontro


Fede, il vantaggio di essere credenti di Giacomo Biffi

Fede, il vantaggio di essere credenti           

       di Giacomo Biffi

 


Vi do una notizia un po’ riservata. Vi rivelo un segreto; ma, mi  raccomando, resti tra noi. La notizia è questa: grande è la fortuna di noi credenti. Grande è la fortuna di chi è «cristiano»; cioè appartiene, sa di appartenere, vuole appartenere a Cristo. Grande è la fortuna dei credenti in Cristo. Però non andate a dirlo agli altri: non la capirebbero. E potrebbero anche aversela a male: potrebbero magari scambiare per presunzione il nostro buon umore per la felice consapevolezza di quello che siamo; potrebbero addirittura giudicare arroganza la nostra riconoscenza verso Dio Padre che ci ha colmati di regali. C’è perfino il rischio di essere giudicati intolleranti: intolleranti solo perché non ci riesce di omologarci – disciplinatamente e possibilmente con cuore contrito – alla cultura imperante; intolleranti solo perché non ci riesce di smarrirci, come sarebbe «politicamente corretto», nella generale confusione delle idee e dei comportamenti.


Conoscere il senso di ciò che si fa 
È già una fortuna non piccola e non occasionale – che ci viene dalla nostra professione di fede – quella di conoscere il senso di alcune piccole consuetudini e di alcune circostanze occasionali. Per esempio, tutti mangiamo il panettone a Natale, ma solo i credenti sanno perché lo mangiano. Non è che il loro panettone sia necessariamente più buono di quello dei non credenti: è semplicemente più ragionevole. Un altro esempio: un po’ d’anni fa eravamo tutti eccitati e in tripudio per il suggestivo traguardo del Duemila che ci sarebbe stato dato di raggiungere: ma l’emozione e la festa dei credenti erano meglio motivate. Noi non ci sentivamo emozionati e in festa soltanto per la rotondità della cifra (duemila!); eravamo presi e allietati dal forte ricordo di un evento che è centrale e anzi unico nella storia: il ricordo del bimillenario dall’ingresso sostanziale e definitivo di Dio nella vicenda umana. Quell’anno appunto ci veniva più intensamente richiamata la memoria dell’Unigenito del Padre che è divenuto nostro fratello e si ravvivava in noi con vigore singolare la grande speranza che duemila anni fa ha incominciato ad attraversare la terra. Come si vede, tutta l’umanità festeggiava il Duemila; ma la nostra festa era innegabilmente più consistente e più razionalmente fondata.


Credenti e creduloni
 
Coloro che si affidano a Cristo – che è «Luce da Luce», cioè il Logos sostanziale ed eterno di Dio – sono inoltre abbastanza difesi dalla tentazione di affidarsi a ciò che è inaffidabile. Anche questa è una fortuna non da poco. È stato giustamente notato come il mondo che ha smarrito la fede non è che poi non creda più a niente; al contrario, è indotto a credere a tutto: crede agli oroscopi, che perciò non mancano mai nelle pagine dei giornali e delle riviste; crede ai gesti scaramantici, alla pubblicità, alle creme di bellezza; crede all’esistenza degli extraterrestri, al new age, alla metempsicosi; crede alle promesse elettorali, ai programmi politici, alle catechesi ideologiche che ogni giorno ci vengono inflitte dalla televisione. Crede a tutto, appunto. Perciò la distinzione più adeguata tra gli uomini del nostro tempo parrebbe non tanto tra credenti e non credenti, quanto tra credenti e creduloni.


La conoscenza del Padre
 
Chi è «di Cristo» riceve in dotazione anche la certezza dell’esistenza di Dio. Ma non di un Dio filosofico, che all’uomo in quanto uomo non interessa granché; non di un Dio che viene chiamato in causa solo per dare un cominciamento e un impulso alla macchina dell’universo, e poi lo si può frettolosamente congedare perché non interferisca e non disturbi; non di un Dio che, dopo il misfatto della creazione, parrebbe essersi reso latitante. Questa è, press’a poco, la concezione «deistica», e non ha niente a che vedere né con l’insegnamento del Signore né con la nostra vita.
C’è anzi da dire che tra il deismo e l’ateismo, per quel che personalmente ci riguarda, la differenza non è poi molta. Il nostro Dio è «il Padre del Signore
nostro Gesù Cristo », come amava ripetere san Paolo. E lo si incontra, incontrando Gesù di Nazaret e il suo Vangelo: «Nessuno conosce il Padre se non
il Figlio – lo ha detto lui esplicitamente – e colui al quale il Figlio vorrà rivelarlo» (Mt 11,27).


La sfortuna dell’ateo
 
Si può intuire quanto sia grande a questo proposito la nostra fortuna, soprattutto se ci si rende conto davvero della poco invidiabile condizione degli atei. I quali, messi di fronte ai guai inevitabili in ogni percorso umano, non hanno nessuno con cui prendersela. Un ateo – che sia veramente tale – non trova interlocutori competenti e responsabili con cui possa discutere dei mali esistenziali, e lamentarsene. Non c’è nessuno contro cui ribellarsi, e ogni sua contestazione, a ben pensarci, risulta un po’ comica. Di solito, in mancanza di meglio, finisce coll’aggredire i credenti; ma è un bersaglio che non è molto appagante, perché i credenti (se sono saggi) se ne infischiano di lui e non gli prestano molta attenzione. Un ateo, se non vuol clamorosamente rinunciare a ogni logica e a ogni coerenza, è privato perfino della soddisfazione di bestemmiare. E questa è la più comica delle disavventure. Clave Staples Lewis (l’autore delle famose Lettere di Berlicche), ricordando il tempo della sua incredulità, confessava: «Negavo l’esistenza di Dio ed ero arrabbiato con lui perché non esisteva».


Un Dio che ama
 
Gesù poi – rivelandoci, attraverso il mistero della sua passione e della sua gloria, che anche l’umiliazione, la sofferenza, la morte trovano posto in un disegno d’amore che tutto riscatta e alla fine conduce alla gioia – ci preserva anche dalla follìa di chi arriva a ipotizzare, fondandosi sulla sua stessa personale esperienza, che un Dio probabilmente esiste; ma, se esiste, è malvagio e causa di ogni malvagità. È il sentimento espresso, per esempio, nella spaventosa professione di fede di Jago nell’Otello di Verdi all’atto secondo: «Credo in un Dio crudel che m’ha creato simile a sé». Il Dio che ci è fatto conoscere dal Redentore crocifisso e risorto, è un Dio che ci vuol bene e, come dice san Paolo, fa in modo che «tutto concorra al bene per quelli che sono stati chiamati secondo il suo disegno» (cf. Rm 8,28); tutto concorre al nostro bene anche quando noi sul momento non ce ne avvediamo. È la verità consolante ed entusiasmante che Gesù ci confida, quasi suprema sua eredità, nei discorsi dell’ultima cena: «Il Padre vi ama» (Gv 16,27). Il Padre ci ama: con questa certezza nel cuore ogni difficoltà, ogni tristezza, ogni pessimismo diventa per noi superabile.


Chi è l’uomo
 
Facendoci conoscere il Padre, Gesù ci porta anche alla miglior comprensione di noi stessi: ci fa conoscere chi siamo in realtà, quale sia lo scopo del nostro penare sulla terra, quale ultima sorte ci attenda. «Cristo – dice il Concilio Vaticano II – proprio rivelando il mistero del Padre e del suo amore, svela anche pienamente l’uomo all’uomo e gli fa nota la sua altissima vocazione» (Gaudium et spes22). Così veniamo a sapere – e nessuna notizia è per noi più interessante e risolutiva di questa – che siamo stati chiamati ad esistere non da una casualità anonima e cieca, ma da un progetto sapiente e benevolo. Veniamo a sapere che l’uomo non è un viandante smarrito che ignora donde venga e dove vada né perché mai si sia posto in viaggio, ma un pellegrino motivato, in cammino verso il Regno di Dio (che è diventato anche suo) e verso una vita senza fine. Il dilemma tra l’essere increduli e l’essere credenti è in realtà il dilemma tra il ritenersi collocati entro un guazzabuglio insensato e il conoscere di essere parte di un organico e rasserenante disegno d’amore. L’alternativa, a ben considerare, sta fra un assurdo che ci vanifica e un mistero che ci trascende; alternativa che esistenzialmente diventa quella tra un fatale avvìo alla disperazione e una vocazione alla speranza. Perciò san Paolo può ammonire i cristiani di Tessalonica a non essere malinconici e sfiduciati come gli altri; «come gli altri – egli dice – che non hanno speranza» (1Ts 4,13). Questa è dunque la sorte invidiabile di coloro che sono «di Cristo»: dal momento che «conoscono le cose come stanno», non sono costretti ad appendere ai punti interrogativi la loro unica vita.


«Dove c’è la fede, lì c’è la libertà»
 
Un’altra grande fortuna di coloro che sono «di Cristo» è quella di essere liberi. Abbiamo ricevuto a questo riguardo una precisa promessa: «Se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi» (Gv 8,31-32). Il principio di questa prerogativa inalienabile del cristiano è la presenza in noi dello Spirito Santo: «Dove c’è lo Spirito del Signore, c’è libertà» (2Cor 3,17); quello Spirito che, secondo la parola di Gesù, ci guida alla verità tutta intera (cf. Gv 16,13). Vale a dire, come abbiamo appena visto, ci chiarifica «le cose come stanno». Sant’Ambrogio enuncia icasticamente questo caposaldo dell’antropologia cristiana, scrivendo in una sua lettera: «Dove c’è la fede, lì c’è la libertà».

di Giacomo Biffi - Fonte: Avvenire - Tratto da: Ascolta tua Madre