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sabato 29 marzo 2014

La storia: Nel paese dei coccoloni



Tema: Accogliere.

«Stai dritto con la schiena. Quante volte te lo de­vo dire?», gli disse il papà. «Muoviti o facciamo notte!», gli disse la mamma. «E piantala di far domande su tutto: sei stres­sante», gli disse la sorella. «Guarda come hai ridotto lo zainetto! Se lo do­vessi pagare tu...», continuò il papà. «Non mi stare sempre intorno», continuò la mamma. «Sei un mentecatto», continuò la sorella. Matteo credeva di essersi abituato alle parole che scandivano le sue giornate. Si svegliava di solito al suono di: «Sbrigati, sei in ritardo, lavati bene, hai messo tutto nello zaino? Ma quanto sei imbrana­to...». Finiva le giornate al suono di: «Hai gli occhi che ti cadono nel piatto: ora te ne vai a dormire e non far storie come tutte le sere! Quanto hai preso di italiano? E spegni subito la luce!». Ma quel giorno tutto prese una cattiva piega. Alessandro, il suo migliore amico, gli aveva but­tato in faccia: «Ma sei diventato scemo?». Che poi significa: «Ti stai comportando come uno scemo». Titti, la maestra, l'aveva definito un «poltronac­cio» e, durante la partita, Walter l'aveva chiamato «schiappa». Così quella sera due grossi lacrimoni gli corsero lungo le guance e finirono nel puré. «Uh, ué la lagna…», fece la sorella. Matteo corse nella sua cameretta e si buttò sul letto. Almeno lì poteva singhiozzare in pace.
Un discreto picchiettare alla finestra attirò la sua attenzione. Corse a vedere e si trovò di fronte una creatura stranissima, ma piacevolissima. Non si ca­piva bene come era fatta, ma tutto in lei era soffice, morbido, luminoso, sorridente e carezzevole. «Chi sei?». La risposta sbocciò come un trillo di campanel­li, dolce come biscotti e Nutella: «Sono un coccolone... E ho visto che hai biso­gno di noi. Dammi la mano e vieni con me». Matteo si mosse come in un sogno. La morbida creatura lo prese per mano e lo fece volare oltre la finestra nel cielo. «Dove mi porti?», chiese Matteo. «Nel paese dei coccoloni». «Dov'è?». «Dietro l'arcobaleno». Dopo un volo leggero attraversarono tutti i co­lori dell'arcobaleno, che hanno un gusto squisito (il verde è alla menta, l'arancione sa di aranciata, l'in­daco è tamarindo e così via), atterrarono in un pae­se fiorito e pieno di allegria. Matteo vide che c'era­no i bambini coccoloni e i genitori coccoloni, i non­ni coccoloni e perfino i maestri coccoloni, natural­mente nelle scuole coccolone. I bambini coccoloni furono i primi a invitarlo a giocare.
Matteo ci si mise d'impegno, anche perché l'at­mosfera era piacevole e amichevole. E decisamente diversa da quella a cui era abituato. Quando qual­cuno sbagliava, c'era sempre qualcun'altro che di­ceva: «Coraggio. La prossima volta andrà meglio», e quando Matteo riuscì a fare gol, perfino il portie­re avversario gli disse: «Bravo!». Matteo, invece di esultare, constatò amaramen­te che probabilmente quello era il primo «bravo» del­la sua vita. Dopo la partita, i suoi nuovi amici coccoloni fe­cero a gara per invitarlo nelle loro case. Matteo ac­cettò l'invito del portiere avversario, quello che gli aveva detto «bravo». Era una famiglia come la sua: mamma, papà, so­rella e fratellino. Solo che questi erano tutti cocco­bui... A tavola, Matteo ebbe il posto d'onore. La mamma coccolona lo baciò e Matteo si sentì venire le lacrime agli occhi, perché era tanto tempo che la sua mamma non lo baciava più e lui non sapeva co­me fare a dirglielo. «Ho anch'io una sorella più grande», disse Matteo. «Allora sai anche tu che cos’è una rottura», dis­se il piccolo coccolone: «Ma è così comoda per i com­piti e per giocare». Tutti risero. Poi tutti fecero il gioco «Racconta la tua gior­nata». Il papà, la mamma, la sorella e il fratellino raccontarono quello che avevano fatto, gli avveni­menti belli e meno belli della loro giornata. Matteo fu colpito soprattutto da una cosa: nella famiglia coc­colona tutti si ascoltavano. Si ascoltavano davvero, non si interrompevano a vicenda, non dicevano: «Smettila un po', mi fai venire il mal di testa». Si ascoltavano semplicemente. Poi tutti gli occhi si puntarono su Matteo. «E la tua giornata com'è stata?», disse papà coc­colone. Matteo raccontò tutto quello che aveva dentro e che fino a quel momento aveva confidato solo al cuscino. Lo ascoltarono comprensivi. Alla fine il papà coccolone gli disse: «Vedi, l'im­portante è volersi bene e... dirselo». Gli diede un sacchetto di polvere rosa. «Quando sarai a casa prova con questa polveri­na. Soffiane un po', qua e là. E polvere coccolo­na...», gli spiegò. In quel momento Matteo si svegliò. «Che razza di sogno ho fatto», pensò. Ma... Spalancò gli occhi e si rizzò a sedere sul letto. Perché il suo pugno stringeva una manciata di polvere rosa. «Ma allora è vero!». Mise la polverina dentro una scatoletta e poi si alzò. «Voglio provare se funziona». Vide sul tavolo di cucina il caffè del papà. Fur­tivamente fece cadere nella tazzina un pizzico di pol­verina. Il papà, come al solito, era di corsa. Bevve il caffè e poi disse soddisfatto: «Buono!». Questo non l'a­veva mai fatto. Anche la mamma se ne accorse. Poi, incredibilmente, prima di uscire il papà fece una ca­rezza affettuosa sulla testa di Matteo: «Passa una bella giornata, ometto! E dacci dentro a scuola per­ché stasera ti sfido a Scarabeo». «Urrà, funziona!», pensò Matteo, felice. «Ne metterò una razione doppia nel caffè della maestra».

La riflessione

Noi tutti avremmo bisogno di questa polvere coccolona... ma non ce ne basta un sacchetto!!!
Nella società di oggi ci si comporta così... Siamo sempre concentrati su noi stessi e non notiamo che tanti altri hanno bisogno di non sentirsi invisibili, ma hanno bisogno di tante attenzioni. Con il nostro comportamento, da egoisti supersonici, facciamo soffrire chi ci sta vicino. Non solo siamo prepotenti, ma rispondiamo alle richieste che ci vengono fatte, in maniera sgarbata. Dovremmo cercare di imitare il nostro Gesù, il Suo amore, la Sua pazienza e la Sua tenerezza. Dovremmo cercare di portare dolcezza, calore e amore in mezzo alle persone che il Signore ci ha messo accanto e, una parola di conforto, non guasta mai... Sembra una cosa impossibile, ma non è difficile... basta volerlo.
Chiediamo al buon Dio di darci la Sua luce e la Sua pace. Lui non aspetta altro!!! Il resto viene da se...

"Ethos" (natura) e "grazia"


Oggi, Gesù illustra graficamente la relazione tra “ethos” (personalità o natura umana) e “grazia”. Il fariseo si pavoneggia delle sue molte virtù; il publicano riconosce i suoi peccati, sa di non poter vantarsi di fronte a Dio e, cosciente della sua colpa, chiede perdono.Vuol dire questo che uno rappresenta l’ “ethos” e l’altro la grazia senza “ethos” o contro l’ “ethos”?
In realtà si tratta di due modi di porsi davanti a Dio e di fronte a sé stessi. L’uno non guarda neppure Dio, ma solo sé stesso; l’altro guarda sé stesso ma in relazione a Dio e, con ciò, gli si aprono gli occhi ( sa che ha bisogno di Dio e che deve vivere della Sua bontà). Non gli viene negato l’ “ethos”, ma solo lo si libera dalla limitazione del moralismo e lo si colloca nel contesto della relazione d’amore verso Dio.

-La grazia che imploro non mi libera dall’ “ethos”: ho bisogno di Dio, e, per la Sua bontà, posso dirigere i miei passi verso la Bontà.

REDAZIONE evangeli.net (tratte da testi di Benedetto XVI) (Città del Vaticano, Vaticano)

venerdì 28 marzo 2014

Dal libro del profeta Osèa - Os 14,2-10 - Non chiameremo più dio nostro l’opera della nostre mani.



Os 14,2-10

 Così dice il Signore:
«Torna, Israele, al Signore, tuo Dio,poiché hai inciampato nella tua iniquità.
Preparate le parole da dire e tornate al Signore; ditegli: “Togli ogni iniquità,
accetta ciò che è bene: non offerta di tori immolati, ma la lode delle nostre labbra.
Assur non ci salverà, non cavalcheremo più su cavalli, né chiameremo più “dio nostro”
l’opera delle nostre mani, perché presso di te l’orfano trova misericordia”.
Io li guarirò dalla loro infedeltà, li amerò profondamente, poiché la mia ira si è allontanata da loro.
Sarò come rugiada per Israele; fiorirà come un giglio e metterà radici come un albero del Libano,
si spanderanno i suoi germogli e avrà la bellezza dell’olivo e la fragranza del Libano.
Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, fioriranno come le vigne,
saranno famosi come il vino del Libano.
Che ho ancora in comune con gli ìdoli, o Èfraim?
Io l’esaudisco e veglio su di lui; io sono come un cipresso sempre verde, il tuo frutto è opera mia.
Chi è saggio comprenda queste cose, chi ha intelligenza le comprenda; poiché rette sono le vie del Signore,
i giusti camminano in esse, mentre i malvagi v’inciampano».

Parola di Dio

Riflessione

Tutti noi siamo degli “orfani” quando ci ostiniamo a non voler riconoscere il male che ci portiamo dentro e a non desiderare un cuore nuovo, senza ipocrisie e ingratitudini.
Nel passato di ognuno di noi c'è sempre una storia di salvezza. Dobbiamo solo fermarci un istante e ricordare tutti i momenti che abbiamo vissuto, sia belli sia brutti. Dio era sempre con noi.
Se ci buttiamo ai piedi di Gesù con un cuore umiliato, Lui si commuoverà come un bravo papà e non ci chiederà di essere indennizzato per tutte le crudeltà che gli abbiamo fatto,(nessuna società di Leasing potrebbe concederci tanto...), anzi... non ricorderà più tutte le nostre cattiverie e non certo perché è smemorato... ma perché il nostro Dio è un Dio pietoso, lento all'ira e grande nell'amore.
“...Ritorneranno a sedersi alla mia ombra, faranno rivivere il grano, fioriranno come le vigne, saranno famosi come il vino del Libano”...
Che bello!!! Io la vedo come una promessa magnifica, però, se ci penso bene, Lui l'ha anche mantenuta. Le parole “grano” e “vino”, mi fanno venire in mente il banchetto nel quale siamo invitati ogni giorno. Quindi, quando siamo in grazia di Dio e ci accostiamo alla Sua mensa, in qualche modo facciamo rivivere il suo corpo dentro di noi. Questa unione di corpi è una sensazione bellissima.
Allora, chiediamo al buon Dio di continuare a inseguirci, anche quando noi proviamo a scappare da Lui e, se necessario, di metterci alle strette, in modo da farci rimpiangere il Suo amore, perché la cosa più bella è rimanere con Lui.
Anche se, a dire il vero, questa bellezza riusciamo ad assaporarla solo dopo che Lui ci ha messo con le spalle al muro, facendoci capire quanto non valiamo nulla e quanto invece abbiamo bisogno di Lui. E' anche vero che all'inizio questo suo grande amore ci può far barcollare, inciampare, ma non cadere (a parte qualche incidente domestico...), perché Lui è sempre al nostro fianco che ci sostiene. Con me, ad esempio, cadrebbe anche Lui visto che non lo mollo un attimo!!!
Povero il mio Gesù... sequestrato da una donna!!! Ma sono sicura che Lui si sente un “rapito” felice e vorrebbe diventarlo per tutti i Suoi figli.
“Non c’è nessuno come te in cielo, Signore, perché tu sei grande e compi meraviglie: tu solo sei Dio. (Sal 86,8.10)”
Pace e bene


L’amore: “primo” comandamento vs "nuovo" comandamento




Oggi, alla domanda fondamentale circa il “primo comandamento”, Gesù risponde con la “Legge in mano”. In Lc 10, 26, il Signore risponde domandando allo scriba “che cosa c’è scritto nella Legge?”. Questi diede la risposta esatta. Tuttavia, Cristo, svelando un po’ alla volta il Suo proprio mistero, portò “la risposta” verso orizzonti impensabili.
Un tema caratteristico degli scritti di san Giovanni è l’amore.
1° La Fonte dell’amore è Dio: “Dio è amore” (1GV 4, 8) (Giovanni è l’unico autore neotestamentario che dà questa “definizione” di Dio).
2° Dio mediante l’incarnazione e morte di Suo Figlio Gesú Cristo ha dimostrato il Suo amore: non si limitò a dichiarazioni orali ma assunse veramente l’impegno e “pagò” personalmente.
3° Contemplando questo “eccesso” d’amore, il cristiano si sente chiamato a una risposta attiva, sintetizzata nel “nuovo comandamento”.
Nel Vecchio Testamento il criterio normativo veniva preso dall’uomo (“come te stesso”). Nel Nuovo Testamento Gesù presenta, come motivo e norma del nostro amore, la sua stessa persona: “Come io vi ho amato”.

Commento: REDAZIONE evangeli.net (tratte da testi di Benedetto XVI) (Città del Vaticano, Vaticano)

La storia: L’antenna ribelle


 
Tema: Vedere
C'era una volta, sui tetti rossi di un grande condominio, un'antenna della televisione che faceva con molta diligenza il suo dovere. Era un'antenna centralizzata e doveva quindi trasmettere le immagini sui televisori di tutti gli alloggi. Erano anni che si trovava lassù e ormai conosceva tutti. Ogni giorno mandava nei televisori del condominio le immagini che catturava nell'aria, quelle immagini che lei sola vedeva e sentiva. Era infatti circondata da un turbinio continuo di colori e suoni invisibili a tutti, ma non a lei. Li ordinava e li trasmetteva agli apparecchi televisivi. La sua giornata cominciava prestissimo. Il commendator Bepoli del secondo piano si svegliava alle sei e voleva vedere un telegiornale. Nico e Mario, i fratellini del terzo piano volevano i cartoni animati alle otto e li guardavano standosene beatamente a letto. Quanto li invidiava la buona antenna! Specialmente d'inverno, quando fischiava un vento gelido e i ghiaccioli l'appesantivano e doveva aggrapparsi con tutte le sue forze alle tegole per rimanere ben dritta e non rovinare le immagini. Poi venivano i telefilm e le telenovele che commuovevano tanto anche lei. «Matrimonio proibito» per le sorelle Bellotti del terzo piano, «Perla Nera» per l'abbondante signora Sirano del piano terra e «Dolore, lacrime e sconquassi» per il ragioniere in pensione Russo, che guardava le telenovele, ma non voleva farlo sapere a nessuno. Poi Beautiful e Karaoke per Lilli, la figlia ventenne dei signori Dolcetti del quinto piano. E così via, per tutto il giorno e buona parte della notte: partite, film, documentari, videoclip, varietà, e perfino «tribune politiche» (le più pericolose, perché rischiava sempre di addormentarsi). La più bella trasmissione della vita Ogni volta che c'era un televisore acceso, l'antenna entrava in un appartamento e non si limitava a mandare le immagini richieste, ma approfittava degli occhi elettronici del televisore per dare una sbirciatina all'interno. Molti lasciavano il televisore acceso mentre facevano altro e la nostra antenna imparò a conoscere le persone del suo palazzo, anche oltre i gusti televisivi di ciascuno. Così si accorse che c'erano tante cose che non andavano. «E se non ci penso io», si disse «non troveranno mai un rimedio. Non se ne accorgono neppure, questo è il vero guaio!». Prese la sua decisione. Raccolse tutte le forze, si concentrò fino a cigolare come una banderuola arrugginita, e realizzò la più bella trasmissione della sua vita. Invece di prendere le immagini all'esterno, cominciò a prenderle in un appartamento e a trasmetterle in un altro. Con un suo progetto. Cominciò dalle sorelle Bellotti. Invece della telenovela preferita videro improvvisamente sullo schermo del loro televisore una vecchietta, che fissava una fotografia, con infinita tristezza. «Sarà una nuova telenovela», disse la sorella maggiore. «Ma quella è la vecchietta del quarto piano!», esclamò la minore. «E’ una diva della tv?». «Ma no, quella è proprio la sua casa. Guarda le finestre». Si misero a guardare con attenzione. La vecchietta aveva gli occhi pieni di lacrime. Si asciugò gli occhi con un angolo del grembiule. Mangiò qualche cucchiaiata di minestrina, controvoglia, sempre guardando la fotografia appoggiata alla bottiglia dell'acqua. «Io non l'ho mai neanche salutata», disse la maggiore delle sorelle Bellotti. «Deve essere tremendamente sola», fece eco la minore. «Perché non la invitiamo a prendere il caffè?», disse la maggiore. «E due biscotti», aggiunse la minore. «Andiamoci subito», disse la maggiore. Le due sorelle si alzarono e per la prima volta in tanti anni dimenticarono la loro telenovela. In quattro si litiga meglio. Nico e Mario si stavano dedicando al loro sport preferito che consisteva nel litigare per tutto. Il televisore trasmetteva un documentario sugli animali, che improvvisamente si interruppe. «Guarda», disse Nico. «C'è una nuova pubblicità». Erano apparsi due ragazzini che giocavano nella loro stanza. «Ma... ma...», balbettò Mario. «Quelli sono i figli del portinaio!». «E quello è il gioco rotto che abbiamo buttato nella spazzatura ieri». «E quelli sono i miei giornalini vecchi». Nico e Mario rimasero in silenzio. «Giocano con quello che noi buttiamo via...», disse Nico. «Chiamiamoli a giocare con noi!», replicò Mario. «In quattro si litiga meglio che in due», concluse Nico. «Mamma, saremo in quattro a merenda», gridarono insieme e uscirono. La graziosa Lilli si pettinava e sospirava per Fiorello, il divo della tv che le faceva battere il cuore. Insieme a Ridge di Beautiful. Com'erano scintillanti loro, altro che quei brufolosi ragazzi del gruppo parrocchiale. Così noiosi. Meglio zitella che sposare uno di quelli. Ma ecco che la sua trasmissione preferita si interruppe e sui teleschermo apparve una stanzetta semplice ma ordinata. Con qualche cosa di familiare. Chino sul tavolo, un ragazzo con i capelli cespugliosi studiava su un grosso libro di giurisprudenza. Si intuiva chiaramente che cascava dal sonno, ma stringeva i pugni e leggeva e rileggeva. «Oh cielo!», fece Lilli. «Quello è il ragazzo del quinto piano, che fa il fattorino ai Grandi Magazzini... Di giorno... Mi saluta tutte le volte che lo incrocio sulle scale... e io non l'ho mai degnato di uno sguardo... Ma quanto sono stupida... Mamma», gridò all'improvviso «posso invitare un amico per il pranzo di Natale?». In tutti gli appartamenti del condominio succedeva la stessa cosa. Persone che vivevano nella stessa casa, che si incrociavano tante volte al giorno su scale, pianerottoli e ascensori, che magari vivevano nello stesso appartamento, improvvisamente «si vedevano» per la prima volta. E in alto sul tetto, l'antenna spossata, ma felice, gongolava, preparandosi a fare di nuovo il suo dovere e trasmettere la puntata di «Sentieri».

Riflessione 

Viviamo in una società dove si pensa unicamente a se stessi. Sempre presi dal lavoro e sempre indaffaranti a cercare di guadagnare più soldi possibile.
Ci lamentiamo spesso dell'indifferenza degli altri....ma noi, cosa facciamo?
Quante volte usciamo da casa e non ci accorgiamo delle persone che ci passano accanto? A volte basta un semplice sorriso o un "ciao" detto con il cuore. Ma non c'è bisogno di uscire fuori, basta guardare anche dentro casa, in famiglia o al lavoro... trascorriamo con tanti, diverse ore del giorno ma alla fine è come se non esistessero. Facciamo soffrire tante persone con questo nostro modo di comportarci. Allora... se non vogliamo essere anche noi visti come un bel soprammobile, sforziamoci ad andare oltre il nostro naso. Come possiamo dire di amare Dio se non vediamo la Sua immagine nel volto degli altri?

giovedì 27 marzo 2014

La storia: Una luce alla finestra



Tema: Aspettare

La strana epidemia si abbatté sulla città all'improvviso. Iniziava come un raffreddore: i colpiti cominciavano a starnutire, poi prendevano uno strano colore grigiastro, finché la malattia esplodeva in tutta la sua virulenza e i colpiti diventavano prima avidi, poi prepotenti e arraffatori, perfino ladri. E tremendamente sospettosi gli uni degli altri. Il pensiero del denaro intaccava e annullava tutti gli altri pensieri. «Ciò che conta, nella vita, sono i soldi. Con i soldi si fa tutto», sostenevano. Insieme al pensiero dei soldi arrivava anche la paura. I venditori di casseforti e porte blindate non riuscivano a star dietro agli ordini. In certi alloggi la porta d'ingresso arrivava ad avere diciotto serrature a prova di tutto, anche di bazooka. Nelle famiglie, i papà e le mamme rubavano i soldi dai salvadanai dei bambini. I bambini rispondevano solo più: «Quanto mi dai?». Non solo per asciugare i piatti
o per fare i compiti; anche per andare nei giardinetti a giocare. E i bambini di prima elementare imparavano a scrivere sul conto in banca. Il farmacista provò a distribuire ai malati libri che parlavano di generosità e bontà. Ma quelli scuotevano il capo e correvano a vendere i libri sulle bancharelle. Un sabato pomeriggio, nella via principale, scoppiò un tremendo tafferuglio per una moneta da cinquecento lire. Perfino il dottore fu contagiato e cominciò a vendere le medicine scadute, che prima buttava via con molta attenzione. La vita in città divenne insopportabile. Quasi tutti viaggiavano armati e i più ricchi si pagavano le guardie del corpo. I malati avevano lo sguardo torvo ed erano infelici. E soprattutto rendevano infelici tutti quelli che vivevano con loro. Si sentivano solo più parlare di soldi, cambi, tassi di interesse e azioni che andavano su o giù. Nessuno voleva più pagare le tasse. Il sindaco e i suoi consiglieri decisero di recarsi per un consulto dal famoso Barbadoro, che era un po' eremita (…), per chiedere una medicina o almeno un consiglio. L'eremita dalla lunga barba bianca li ascoltò con attenzione, poi lisciandosi la barba disse: «Conosco la malattia che ha colpito il vostro villaggio. E’ dovuta ad un virus che si chiama "sgrinfiacchiappa" ed è terribile, perché chi è colpito diventa sempre più insensibile, il suo cuore si indurisce fino a diventare di pietra e al posto del cervello si forma un pallottoliere. Si può sfuggire al contagio per un po' di tempo compiendo atti di bontà e di generosità, ma per debellare veramente la malattia c'è un solo rimedio: l'acqua della Montagna-Che-Canta. Dovete trovare un giovane forte e coraggioso, completamente disinteressato. Deve affrontare questo impegno solo per amore della gente. Perché l'acqua della generosità funziona solo se è veramente voluta, aspettata, accolta. E logico, no? Perciò se troverete il giovane adatto in grado di affrontare le difficoltà dell'impresa (e non è cosa da poco) la medicina farà effetto solo se ci sarà qualcuno ad aspettarla». «Noi aspetteremo. Tutti», giurarono il sindaco e i consiglieri. «Dobbiamo assolutamente uscire da questa epidemia che rende infelice la nostra città». «...e vuota le casse comunali», aggiunse l'assessore alle finanze, che aveva la pelle grigia di chi veniva colpito dalla malattia del virus «sgrinfiacchiappa». Il giorno dopo su tutti i muri della città era affisso un bando: «Cercasi giovane coraggioso per impresa eroica». Si presentarono in duemila. Ma appena gli aspiranti eroi venivano a sapere che non ci avrebbero guadagnato niente, si ritiravano. Tutti, meno uno. Era un giovane robusto e simpatico, preoccupato dalla malattia che colpiva i suoi concittadini e che rendeva infelici tante persone. Si chiamava Giosuè. Il sindaco e i consiglieri spiegarono a Giosuè quello che doveva fare, anche se non avevano alcuna idea di dove si trovasse la Montagna-Che-Canta. «La cercherò», disse tranquillamente Giosuè. «Noi ti aspetteremo», promise la gente. «Metteremo una luce sulla finestra tutte le notti, così saprai che ti aspettiamo». Giosuè mise un po' di biancheria e pane e formaggio in una bisaccia, baciò la mamma e il papà, abbracciò Mariarosa, la sua fidanzata, che gli sussurrò: «Anch'io ti aspetterò». Salutò tutti e partì.Per tre giorni Giosuè camminò risolutamente verso le montagne, che tremolavano nella luce azzurrina dell'orizzonte. «Una volta là, mi basterà cercare la Montagna-Che-Canta. Non deve essere difficile», pensava. Ma si illudeva. Dopo dieci giorni di marcia, le montagne continuavano ad apparire lontane, come profili di giganti dormienti, all'orizzonte. Ma Giosuè non si fermava. Pensava agli abitanti della città che certamente si ricordavano di lui e lo aspettavano, ai suoi genitori e a Mariarosa e, ogni mattina, anche se i piedi gli dolevano ricominciava la marcia. Passarono altri dieci giorni, poi dieci mesi. Nella città, le prime notti erano state un vero spettacolo. Sui davanzali di quasi tutte le finestre brillava una luce. Era il segno della speranza: aspettavano l'acqua della generosità portata da Giosuè. Ma con il passare del tempo, molte lampade si spensero. Alcuni se ne dimenticarono semplicemente, altri, colpiti dalla malattia, si affrettarono a spegnerle per risparmiare. La maggioranza dei cittadini, dopo qualche mese, scuoteva la testa dicendo: «Non ce l'ha fatta. Non tornerà più». Ogni notte, c'era qualche luce in meno alle finestre. Ma Giosuè, dopo un anno, arrivò alle montagne. Le prime erano montagnole da poco e le valli che le dividevano larghe e facili. Poi si fecero sempre più aspre, rocciose, disseminate di ostacoli. Giosuè stava con le orecchie tese per individuare la Montagna-Che-Canta. Qualche picco, grazie al vento, fischiava. Qualche montagna, grazie ai ghiacciai e ai torrenti, rombava. Ma nessuna cantava. In una piccola baita, aggrappata al fianco di una montagna, incontrò un vecchio pastore e gli chiese qualche informazione. Il pastore gli regalò una scodella di latte fresco e poi gli disse: «La Montagna-Che-Canta? Certo che so dov'è. Non mi fa dormire quando porto le mie pecore a pascolare da quelle parti. Ma è un accidenti di montagna! Ripida e levigata come un obelisco e con il gigante Soffione». «Chi è?». «Un gigante burlone che si diverte a soffiare giù chi cerca di salire sulla montagna». «Pazienza, ma io devo salire lassù», disse Giosuè. Il vecchio pastore lo accompagnò fino ai piedi della montagna e lo salutò: «Buona fortuna!». La montagna cantava davvero, con un vocione allegro e un po' stonato. Giosuè cominciò subito ad arrampicarsi. Le pareti della montagna avevano pochi appigli e il povero giovane si ritrovò presto con le mani rovinate dalla roccia. Era quasi a metà della salita, quando un soffio di vento violento lo staccò dalla parete e lo fece rimbalzare in giù per parecchi metri. Mentre cadeva sentiva la risata del gigante Soffione, felice per lo scherzo che gli aveva giocato. Neanche questa volta Giosuè si scoraggiò. Si riempì le tasche e la camicia di sassi e ricominciò a salire. Pesante com'era, ogni centimetro gli costava una fatica terribile, ma il gigante Soffione aveva un bel soffiare. Non riusciva neanche a farlo vacillare. Dopo un po' il gigante cominciò a tossire e infine smise di soffiare. Quando Giosuè arrivò sulla vetta e vide la sorgente cristallina dell'acqua della generosità, la montagna intonò l'Alleluia di Händel a quattro voci. Il ritorno di Giosuè fu molto più rapido. Aveva compiuto la missione che gli era stata affidata e il suo cuore era leggero e lieto: la gente della città sarebbe tornata felice come prima. Portava sulle spalle una botticella della preziosa acqua. Se non fosse bastata per tutti, ormai sapeva la strada. Una notte senza luna e senza stelle, Giosuè arrivò sulla collina da cui si vedeva la città. Guardò giù ansimando perché aveva fatto di corsa gli ultimi metri. Quello che vide gli riempì gli occhi di lacrime e il cuore di amarezza. La città era completamente avvolta dal buio. Non c'erano luci sui davanzali delle finestre. Nessuno lo aveva aspettato.«E’ stato tutto inutile... Se nessuno mi ha aspettato, l'acqua non farà effetto... Tutta la mia fatica è stata inutile». Si avviò mestamente. Aveva voglia di buttar via l'acqua che gli era costata tanto. Stava per farlo, quando qualcosa lo fermò. C'era una luce, laggiù! Un lumino, piccolo, tremante, lottava con la notte, in mezzo ai muri neri delle case.«Qualcuno mi ha aspettato!». Giosuè rise forte per la felicità e partì di corsa. Riconobbe la finestra e la casa. In fondo al cuore non ne aveva mai dubitato. Bussò forte e chiamò: «Mariarosa!». I due giovani si abbracciarono. «Io ti ho sempre aspettato», disse Mariarosa, semplicemente.


Riflessione

L'acqua della sorgente che guarisce il nostro cuore diventato di pietra funziona solo se è veramente attesa. Chi non si aspetta niente, generalmente non riceve un bel niente. Se io desidero dal buon Dio la mia salvezza, prima o poi l'avrò. L'unica cosa è non avere fretta, sperare sempre, non avere paura di affrontare le avversità anche quando il mondo ti volta le spalle, perseverare anche quando agli occhi di tutti, quello che tu fai sembra strano o impossibile. La speranza non è altro che la luce che illumina il nostro cammino verso il cielo. Ma molto spesso quello che noi attendiamo con ansia non è certo Gesù o il suo messaggio, ne tanto meno un cuore nuovo. I nostri desideri sono sempre gli stessi... vogliamo le cose subito e ci rompiamo il collo per ottenerle. Se solo mettessimo un pochetto di questa grinta, che usiamo per desiderare cose frivole, per attendere Gesù o meglio ancora per andargli incontro, forse la nostra vita prenderebbe un'altra piega e diventerebbe sempre più bella.

mercoledì 26 marzo 2014

martedì 25 marzo 2014

Signore, non ci capisco più niente...


Signore mio Dio,
non ho nessuna idea di dove io stia andando.

Non vedo il cammino davanti a me.
Non posso sapere di sicuro dove andrà a finire.
E neppure conosco veramente me stesso,
e il fatto che io pensi che sto seguendo la tua volontà
non significa che io lo stia veramente facendo.

Ma credo che il desiderio di farti piacere davvero ti piaccia.
E spero di avere questo desiderio in ogni mia azione.
Spero di non fare mai nulla al di fuori di questo desiderio.
E so che, se agirò così, tu mi guiderai per il giusto cammino,
anche se posso non saperne nulla.

Per questo avrò fiducia in te sempre,
anche se potrà sembrarmi di essermi perso
e di trovarmi nell'ombra della morte.
Non avrò timore, perché tu sei sempre con me,
e non mi lascerai mai solo di fronte ai miei pericoli.

( THOMAS MERTON )

Annunciazione del Signore - Testo del Vangelo (Lc 1,26-38)


 
(Lc 1,26-38)
In quel tempo, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: «Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te». A queste parole ella fu molto turbata e si domandava che senso avesse un saluto come questo. L’angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ed ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù (...)». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». E l’angelo si allontanò da lei.

Gesù ancora non nato illumina la vita nel grembo materno
Oggi il Sì di Maria apre la porta a un lungo cammino: quello del Figlio di Dio tra di noi. Questo evento cambia radicalmente l' esistenza umana: il Signore prende la nostra vita e la eleva all'ordine soprannaturale. “Gesù ancora non nato” illumina la vita della persona anche nel grembo di sua madre, si apre una nuova prospettiva per prendere in considerazione l' origine e lo sviluppo della vita.

Tenerezza, speranza, pazienza, senza questi tre atteggiamenti non si può rispettare la vita del bimbo che sta per nascere. La tenerezza ci impegna, la speranza ci lancia verso il futuro, la pazienza accompagna la nostra attesa nel noioso passo dei giorni. Quando questi atteggiamenti non sono presenti, allora il bambino diventa un “oggetto”, lontano da suo padre e sua madre, e spesso “qualcosa” che infastidisce, qualcuno intruso nella vita degli adulti.

-Dal grembo di sua madre, Gesù accetta tutti i rischi dell’egoismo. Chiediamo a Maria tenerezza, speranza e pazienza per salvaguardare la vita umana.
Commento: REDAZIONE evangeli.net (tratte da testi del Papa Francesco) (Città del Vaticano, Vaticano)

Maria Vergine: Icona della fede obbediente




«Chaîre kecharitomene, ho Kyrios meta sou», «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28). Sono queste le parole - riportate dall’evangelista Luca – con cui l’arcangelo Gabriele si rivolge a Maria. A prima vista il termine chaîre, “rallegrati”, sembra un normale saluto, usuale nell’ambito greco, ma questa parola, se letta sullo sfondo della tradizione biblica, acquista un significato molto più profondo. Questo stesso termine è presente quattro volte nella versione greca dell’Antico Testamento e sempre come annuncio di gioia per la venuta del Messia (cfr Sof 3,14; Gl 2,21; Zc 9,9; Lam 4,21). Il saluto dell’angelo a Maria è quindi un invito alla gioia, ad una gioia profonda, annuncia la fine della tristezza che c’è nel mondo di fronte al limite della vita, alla sofferenza, alla morte, alla cattiveria, al buio del male che sembra oscurare la luce della bontà divina. E’ un saluto che segna l’inizio del Vangelo, della Buona Novella.
Ma perché Maria viene invitata a rallegrarsi in questo modo? La risposta si trova nella seconda parte del saluto: “il Signore è con te”. Anche qui per comprendere bene il senso dell’espressione dobbiamo rivolgerci all’Antico Testamento. Nel Libro di Sofonia troviamo questa espressione «Rallégrati, figlia di Sion,… Re d’Israele è il Signore in mezzo a te… Il Signore, tuo Dio, in mezzo a te è un salvatore potente» (3,14-17). In queste parole c’è una duplice promessa fatta ad Israele, alla figlia di Sion: Dio verrà come salvatore e prenderà dimora proprio in mezzo al suo popolo, nel grembo della figlia di Sion. Nel dialogo tra l’angelo e Maria si realizza esattamente questa promessa: Maria è identificata con il popolo sposato da Dio, è veramente la Figlia di Sion in persona; in lei si compie l’attesa della venuta definitiva di Dio, in lei prende dimora il Dio vivente.
Nel saluto dell’angelo, Maria viene chiamata “piena di grazia”; in greco il termine “grazia”, charis, ha la stessa radice linguistica della parola “gioia”. Anche in questa espressione si chiarisce ulteriormente la sorgente del rallegrarsi di Maria: la gioia proviene dalla grazia, proviene cioè dalla comunione con Dio, dall’avere una connessione così vitale con Lui, dall’essere dimora dello Spirito Santo, totalmente plasmata dall’azione di Dio. Maria è la creatura che in modo unico ha spalancato la porta al suo Creatore, si è messa nelle sue mani, senza limiti. Ella vive interamente della e nella relazione con il Signore; è in atteggiamento di ascolto, attenta a cogliere i segni di Dio nel cammino del suo popolo; è inserita in una storia di fede e di speranza nelle promesse di Dio, che costituisce il tessuto della sua esistenza. E si sottomette liberamente alla parola ricevuta, alla volontà divina nell’obbedienza della fede.
L’Evangelista Luca narra la vicenda di Maria attraverso un fine parallelismo con la vicenda di Abramo. Come il grande Patriarca è il padre dei credenti, che ha risposto alla chiamata di Dio ad uscire dalla terra in cui viveva, dalle sue sicurezze, per iniziare il cammino verso una terra sconosciuta e posseduta solo nella promessa divina, così Maria si affida con piena fiducia alla parola che le annuncia il messaggero di Dio e diventa modello e madre di tutti i credenti.
Vorrei sottolineare un altro aspetto importante: l’apertura dell’anima a Dio e alla sua azione nella fede include anche l’elemento dell’oscurità. La relazione dell’essere umano con Dio non cancella la distanza tra Creatore e creatura, non elimina quanto afferma l’apostolo Paolo davanti alle profondità della sapienza di Dio: «Quanto insondabili sono i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!» (Rm 11,33). Ma proprio colui che - come Maria – è aperto in modo totale a Dio, giunge ad accettare il volere divino, anche se è misterioso, anche se spesso non corrisponde al proprio volere ed è una spada che trafigge l’anima, come profeticamente dirà il vecchio Simeone a Maria, al momento in cui Gesù viene presentato al Tempio (cfr Lc 2,35). Il cammino di fede di Abramo comprende il momento di gioia per il dono del figlio Isacco, ma anche il momento dell’oscurità, quando deve salire sul monte Moria per compiere un gesto paradossale: Dio gli chiede di sacrificare il figlio che gli ha appena donato. Sul monte l’angelo gli ordina: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente! Ora so che tu temi Dio e non mi hai rifiutato tuo figlio, il tuo unigenito» (Gen 22,12); la piena fiducia di Abramo nel Dio fedele alle promesse non viene meno anche quando la sua parola è misteriosa ed è difficile, quasi impossibile,  da accogliere. Così è per Maria, la sua fede vive la gioia dell’Annunciazione, ma passa anche attraverso il buio della crocifissione del Figlio, per poter giungere fino alla luce della Risurrezione.
Non è diverso anche per il cammino di fede di ognuno di noi: incontriamo momenti di luce, ma incontriamo anche passaggi in cui Dio sembra assente, il suo silenzio pesa nel nostro cuore e la sua volontà non corrisponde alla nostra, a quello che noi vorremmo. Ma quanto più ci apriamo a Dio, accogliamo il dono della fede, poniamo totalmente in Lui la nostra fiducia - come Abramo e come Maria - tanto più Egli ci rende capaci, con la sua presenza, di vivere ogni situazione della vita nella pace e nella certezza della sua fedeltà e del suo amore. Questo però significa uscire da sé stessi e dai propri progetti, perché la Parola di Dio sia la lampada che guida i nostri pensieri e le nostre azioni.
Vorrei soffermarmi ancora su un aspetto che emerge nei racconti sull’Infanzia di Gesù narrati da san Luca. Maria e Giuseppe portano il figlio a Gerusalemme, al Tempio, per presentarlo e consacrarlo al Signore come prescrive la legge di Mosé: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» (cfr Lc 2,22-24). Questo gesto della Santa Famiglia acquista un senso ancora più profondo se lo leggiamo alla luce della scienza evangelica di Gesù dodicenne che, dopo tre giorni di ricerca, viene ritrovato nel Tempio a discutere tra i maestri. Alle parole piene di preoccupazione di Maria e Giuseppe: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo», corrisponde la misteriosa risposta di Gesù: «Perché mi cercavate? Non sapevate che devo essere nelle cose del Padre mio?» (Lc 2,48-49). Cioè nella proprietà del Padre, nella casa del Padre, come lo è un figlio. Maria deve rinnovare la fede profonda con cui ha detto «sì» nell’Annunciazione; deve accettare che la precedenza l’abbia il Padre vero e proprio di Gesù; deve saper lasciare libero quel Figlio che ha generato perché segua la sua missione. E il «sì» di Maria alla volontà di Dio, nell’obbedienza della fede, si ripete lungo tutta la sua vita, fino al momento più difficile, quello della Croce.
Davanti a tutto ciò, possiamo chiederci: come ha potuto vivere Maria questo cammino accanto al Figlio con una fede così salda, anche nelle oscurità, senza perdere la piena fiducia nell’azione di Dio? C’è un atteggiamento di fondo che Maria assume di fronte a ciò che avviene nella sua vita. Nell’Annunciazione Ella rimane turbata ascoltando le parole dell’angelo - è il timore che l’uomo prova quando viene toccato dalla vicinanza di Dio –, ma non è l’atteggiamento di chi ha paura davanti a ciò che Dio può chiedere. Maria riflette, si interroga sul significato di tale saluto (cfr Lc 1,29). Il termine greco usato nel Vangelo per definire questo “riflettere”, “dielogizeto”, richiama la radice della parola “dialogo”. Questo significa che Maria entra in intimo dialogo con la Parola di Dio che le è stata annunciata, non la considera superficialmente, ma si sofferma, la lascia penetrare nella sua mente e nel suo cuore per comprendere ciò che il Signore vuole da lei, il senso dell’annuncio. Un altro cenno all’atteggiamento interiore di Maria di fronte all’azione di Dio lo troviamo, sempre nel Vangelo di san Luca, al momento della nascita di Gesù, dopo l’adorazione dei pastori. Si afferma che Maria «custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19); in greco il termine è symballon, potremmo dire che Ella “teneva insieme”, “poneva insieme” nel suo cuore tutti gli avvenimenti che le stavano accadendo; collocava ogni singolo elemento, ogni parola, ogni fatto all’interno del tutto e lo confrontava, lo conservava, riconoscendo che tutto proviene dalla volontà di Dio. Maria non si ferma ad una prima comprensione superficiale di ciò che avviene nella sua vita, ma sa guardare in profondità, si lascia interpellare dagli eventi, li elabora, li discerne, e acquisita quella comprensione che solo la fede può garantire. E’ l’umiltà profonda della fede obbediente di Maria, che accoglie in sé anche ciò che non comprende dell’agire di Dio, lasciando che sia Dio ad aprirle la mente e il cuore. «Beata colei che ha creduto nell’adempimento della parola del Signore» (Lc 1,45), esclama la parente Elisabetta. E’ proprio per la sua fede che tutte le generazioni la chiameranno beata.

Benedetto XVI 19 dicembre 2012

domenica 23 marzo 2014

Essere amati da Dio


O figli miei, quanto Dio è buono! Quale amore ha avuto e ha tuttora per noi! Lo capiremo bene soltanto in paradiso!
E' per noi che il buon Dio ha prodotto il sole che ci illumina, l'aria che respiriamo, il fuoco che ci riscalda, l'acqua che beviamo, il frumento che ci nutre, i vestiti che ci coprono.
Siamo come piccoli bambini, non sappiamo camminare nella via del cielo, titubiamo, cadiamo, se la mano del buon Dio non è sempre li per sostenerci.
Dio non ci perde di vista così come una madre non perde di vista il suo bambino che incomincia a muovere il piede.
Si ama una cosa in proporzione del prezzo che ci è costata: giudicate da qui l'amore che Nostro Signore ha per la nostra anima che gli è costata tutto il suo sangue! Per questo, Egli è affamato di comunicazioni e di relazioni con essa.
Il buon Dio ci ha creati e messi al mondo perché ci ama; Egli vuole salvarci perché ci ama...
Il suo amore è di ogni momento e di una uguale intensità.
Il buon Dio è tanto sollecito a concederci il perdono quando lo chiediamo a lui, quanto una madre è pronta a ritirare il suo figlio dal fuoco.
Non è il peccatore che ritorna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore 'e che lo fa ritornare a Lui.
Nostro Signore è sulla terra come una madre che porta il suo bambino in braccio. Questo bambino è cattivo, dà calci a sua madre, la morde, la graffia, ma la madre non ci fa neanche caso; ella sa che se lo molla, cadrà, non potrà camminare da solo. Ecco come è Nostro Signore; egli sopporta tutti i nostri maltrattamenti, sopporta tutte le nostre arroganze, ci perdona tutte le nostre sciocchezze, ha pietà di noi malgrado noi...
La misericordia di Dio è come un torrente straripato; trascina i cuori al suo passaggio.
Dio è così buono che, nonostante gli oltraggi che gli facciamo, ci porta in paradiso quasi nostro malgrado. E' come una madre che porta in braccio il suo bambino al passaggio di un precipizio. E' interamente occupata ad evitare il pericolo, mentre il suo bambino non smette di graffiarla e di maltrattarla.
Ogni volta che m'inquieto della Provvidenza, il buon Dio mi punisce delle mie inquietudini mandandomi soccorsi inattesi.
E' soprattutto la fiducia che Dio ci chiede. Quando Egli è incaricato di tutti i nostri interessi, ne va della sua giustizia e della sua bontà nell'aiutarci e nel soccorrerci.
Le nostre riserve asciugano la corrente delle sue misericordie... e le nostre diffidenze fermano i suoi favori.
Sarete ricchi nella misura in cui conterete soltanto sulla Provvidenza.
«Chiedete e riceverete ». Soltanto Dio può fare simili promesse e mantenerle.
Curato D’Ars -  SCRITTI SCELTI

PREGHIERA A GESÙ NEL TABERNACOLO - Teresa di Gesù Bambino



O Dio nascosto nella prigione del tabernacolo! con gioia vengo accanto a voi ogni sera per ringraziarvi dei favori che mi avete concessi e per implorare perdono delle mancanze commesse durante il giorno dileguatosi come un sogno.
Gesù, come sarei felice se fossi stata interamente fedele! Ma haimè, spesso la sera sono triste perchè sento che avrei potuto corrispondere meglio alle vostre grazie. Se fossi stata più unita a voi, più caritatevole con le consorelle, più umile e più mortificata, avrei meno pena a intrattenermi con voi nell'orazione. Tuttavia, o mio Dio, ben lungi dallo scoraggiarmi alla vista delle mie miserie, vengo a voi con fiducia, ricordando che “non quelli che stanno bene hanno bisogno del medico, ma i malati”. Vi supplico perciò di guarirmi, di perdonarmi, ed io, Signore, mi ricorderò che l'anima alla quale voi avete maggiormente rimesso, deve altresì amarvi più delle altre. Vi offro tutti i battiti del cuore come altrettanti atti di amore e di riparazione e li unisco ai vostri meriti infiniti. Vi scongiuro, Sposo mio divino, di essere voi stesso il riparatore della mia anima, di agire in me senza tener conto delle mie resistenze, in una parola, non voglio più avere altra volontà che la vostra, e domani, con il soccorso della vostra grazia, ricomincerò una vita nuova, ogni istante della quale sarà un atto d'amore e di rinuncia.
Dopo essere venuta così ogni sera ai piedi del vostro altare, arriverò infine all'ultima sera della mia vita; allora comincerà per me il giorno senza tramonto dell'eternità, in cui mi riposerò sul vostro Cuore divino dalle lotte dell'esilio! Così sia!

IMITAZIONE DI DIO

IMITAZIONE DI DIO



«Siate imitatori di Dio», ordina l'Apostolo a tutti i cristiani nella persona degli Efesini (V, l) S. Tommaso c'insegna a imitare l'immutabilità di Dio con la costanza nelle avversità e nelle prosperità; la sua imperturbabilità, col non lasciarci scuotere da nessuna prova; ecc. (p. 3a q. art. 6).
 
«Siate imitatori di Dio», ordina l'Apostolo a tutti i cristiani nella persona degli Efesini (V, l). Sublime dignità, sommo onore è quello d'imitare Dio! E se non è possibile all'uomo imitare Dio nella sua magnificenza e in altre simili perfezioni, sta in nostro potere, dice S. Gerolamo (Comment.), il tenergli dietro, almeno da lontano, nella sua umiltà, nella sua mansuetudine, nella sua carità.
   S. Tommaso c'insegna a imitare l'immutabilità di Dio con la costanza nelle avversità e nelle prosperità; la sua imperturbabilità, col non lasciarci scuotere da nessuna prova; la veracità, la sincerità, la pazienza, la clemenza, ecc. (p. 3a q. art. 6).
   «Tutto ciò che ha vita, ama il suo simile», dice il Savio (Eccli. XIII, 19). Ora come la creatura ama ciò che le somiglia, così Dio creatore ama la creatura fatta a sua immagine. Volete voi dunque piacere a Dio? Cercate, per quanto potete, d'imitare i suoi attributi divini, quali la sapienza, la bontà, la giustizia, la purezza, l'integrità, la santità. Vi sta a cuore di piacere a Cristo? Procurate di ricopiarne in voi l'umiltà, la pazienza, la dolcezza, lo spirito di carità e di mortificazione...
  «Gli idolatri adoravano dèi colpevoli di mille delitti, che non si potevano onorare senza profanazione, perché non si potevano imitare senza vergogna», scrive Bossuet. Ma ecco la regola del Cristianesimo che dobbiamo scolpirci nella memoria. È dovere del cristiano imitare tutto ciò che onora; o come dice S. Agostino, tutto ciò che forma l'oggetto del nostro culto, dev'essere il modello della nostra vita. Il Salmista, sfogato il suo zelo contro gli idoli muti e insensibili, conchiude augurando che diventino simili a loro quelli che li servono e che in essi confidano (Psalm. CXIII, 8). Con ciò voleva dire che l'uomo deve conformarsi a quello che adora e che perciò gli adoratori degli idoli meritano di diventare sordi e muti come questi. Ma noi, adoratori di un Dio vivo, dobbiamo vivere come lui, di vera vita. È nostro dovere essere santi, perché santo è il Dio che serviamo (Levit. XI, 44). Bisogna che siamo misericordiosi, perché misericordioso è il Padre nostro celeste (Luc. VI, 36), e che perdoniamo ai nemici, com'egli a noi perdona (MATTH. VI, 14). Egli fa sorgere il sole tanto sui buoni  quanto sui cattivi (MATTH, V. 45), e noi dobbiamo abbracciare nella nostra carità così gli amici come i nemici. Conviene che noi siamo spirituali, e che adoriamo in ispirito, perché Dio è spirito (IOANN. IV, 24). Finalmente Gesù Cristo ci comanda che siamo perfetti, perché perfetto è Colui che adoriamo (Sur la dévotion à la Sainte Vierge).
   «Noi siamo veramente trasformati in Dio, osserva anche S. Bernardo, quando ci conformiamo a Lui»  (Serm. in Cantic.).
   Più ci allontaniamo dal mondo, e più ci avviciniamo a Dio; quanto meno rassomigliamo al mondo, più rassomigliamo a Dio; più poco imitiamo il mondo e più imitiamo Dio... Dobbiamo camminare come camminò Gesù Cristo; e che cosa significa ciò? «Non altro a mio parere, risponde S. Prospero, se non questo, che disprezziamo le prosperità ch'egli ha disprezzato, che non temiamo le avversità ch'egli ha incontrato, che speriamo quello che ha promesso, che facciamo del bene anche agli ingrati, che non rendiamo male per male, che preghiamo per i nostri nemici, che sentiamo pietà dei traviati, che calmiamo gli avversari, che sopportiamo con cuore magnanimo gli uomini finti od orgogliosi, che siamo morti alla carne per non vivere se non di Gesù Cristo. Infatti come chi è morto non sparla di nessuno, non disprezza, non adula, non invidia, non odia nessuno e non cerca di rapire né la roba, né la fama, né l'onestà altrui; così quelli che crocifiggono la propria carne con le sue concupiscenze e con i suoi vizi, non possono né peccare, né allontanarsi da Dio; ma lo imitano e gli divengono simili»
(De Vita contempl. lib. II, cap. 31).
Sac Cornelio A Lapide