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sabato 12 aprile 2014

La Passione di Cristo - Tempo di Pasqua - Settimana Santa

Gesù, martoriato per noi, fa' che queste tue sofferenze non vadano a vuoto, non vengano da noi sciupate, dimenticate, disprezzate!

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 11,45-56 - Per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi.



Gv 11,45-56

In quel tempo, molti dei Giudei che erano venuti da Maria, alla vista di ciò che Gesù aveva compiuto, [ossia la risurrezione di Làzzaro,] credettero in lui. Ma alcuni di loro andarono dai farisei e riferirono loro quello che Gesù aveva fatto.
Allora i capi dei sacerdoti e i farisei riunirono il sinèdrio e dissero: «Che cosa facciamo? Quest’uomo compie molti segni. Se lo lasciamo continuare così, tutti crederanno in lui, verranno i Romani e distruggeranno il nostro tempio e la nostra nazione».
Ma uno di loro, Caifa, che era sommo sacerdote quell’anno, disse loro: «Voi non capite nulla! Non vi rendete conto che è conveniente per voi che un solo uomo muoia per il popolo, e non vada in rovina la nazione intera!». Questo però non lo disse da se stesso, ma, essendo sommo sacerdote quell’anno, profetizzò che Gesù doveva morire per la nazione; e non soltanto per la nazione, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi. Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo.
Gesù dunque non andava più in pubblico tra i Giudei, ma da lì si ritirò nella regione vicina al deserto, in una città chiamata Èfraim, dove rimase con i discepoli.
Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?».

Parola del Signore


Riflessione


E' molto strano... la risurrezione di Lazzaro suscita tra il popolo reazioni opposte. Infatti c'è chi all'istante crede in Gesù e chi invece continua a chiudere il proprio cuore e a soffocare la Sua luce. Non solo... questi ultimi vanno a spifferare tutto quello che sta succedendo ai farisei. "Tutto questo entusiasmo che suscita Gesù tra tanti è da far cessare all'istante... inizia a essere pericoloso. Bisogna farlo tacere, fa troppi prodigi e troppa ammirazione ha il popolo per Lui". E i Sacerdoti che sono consapevoli che i Suoi miracoli non sono il frutto di un mago da circo, iniziano a spaventarsi e a preoccuparsi per come questa notorietà si stia diffondendo a macchia d'olio. Essi temono infatti di perdere tutti i privilegi acquisiti negli anni grazie al ruolo che svolgono, ma specialmente hanno paura di perdere la stima che il popolo ha riposto su di loro. Questo ostinarsi a non cedere le armi però, alla fine li porterà a perdere non solo le cose di questo mondo, ma anche quelle eterne.
Cosa scegliere insomma tra una gallina oggi e un uovo domani? Naturalmente loro non vogliono correre rischi e preferiscono accontentarsi della “certezza” di quello che hanno in quel momento e non pensano invece ai maggiori vantaggi che avrebbero in avvenire se scegliessero “l'uovo”.
E così decidono di far morire Gesù... e Caifa, con le sue parole, pronuncia la sentenza. “La morte di uno per la salvezza di tutti”. Naturalmente i farisei, come al solito, pensano si tratti della salvezza dai Romani e non certo alla salvezza della vita eterna. Gesù allora, con i suoi pochi e fedeli discepoli, si allontana in una città straniera nella quale non rimarrà molto...
Il mondo però non è cambiato... ancora oggi, infatti, ci si comporta come i farisei. Se si incontra una persona che emana il profumo di Cristo si cerca di scansarla o di isolarla. E' meglio infatti frequentare persone dello stesso “stampo”. Luce e tenebre non possono andare d'accordo... perché a quel punto qualcuno noterebbe la differenza e allora sarebbe la fine del proprio “status”. La paura infatti di perdere la propria rispettabilità è troppa... è troppo piacevole stare sulla cresta dell'onda. Ma non bisogna lasciarsi influenzare o scoraggiare perché, come si dice, “la tempesta agita solo la superficie del mare, non le profondità”... e Gesù è sempre con noi, specialmente in questi momenti di ingiustizia. Quindi non dobbiamo aver paura e nascondere la nostra fede e la nostra luce quando diviene scomoda per qualcuno.
L'immenso dono che Dio ci ha lasciato, insieme al Suo amore, è la libertà. Allora spetta a noi decidere da che parte stare. Si può infatti scegliere di essere una bella pianta che produce frutti di amore e giustizia o dei vasi di cristallo, che al primo colpo vano in frantumi. Chiediamo a Maria di intercedere per noi, perché rafforzi la nostra fede in Gesù specialmente nei momenti di prova e di difficoltà, momenti in cui a volte ci ostiniamo a respingere la luce di Suo figlio. Maria infatti, è un esempio di forza, Lei che nella vita di difficoltà e prove ne ha dovuto superare non poche, fino al dolore più grande... quello della morte di Gesù. E quando si moltiplicano le difficoltà della vita, proviamo ad aprire il nostro cuore a Dio, perché solo in Lui troveremo un appoggio sicuro, proviamo a camminare a testa alta, con lo sguardo puntato sul Signore e non sui nostri mal di pancia!!! Chiediamo a Lui di guarirci dalla cecità che ci annebbia la vista, chiediamogli di spalmarci un pochetto di fango sugli occhi in modo da vedere ogni cosa con una luce nuova. Un vero discepolo, come Gesù perseguitato e ingiustamente ucciso, non può che subire nella quotidianità una persecuzione simile alla sua.
Pace e bene





"E VOI, CHI DITE CHE IO SIA?" GESÙ CRISTO, L'UMILE E POVERO ONNIPOTENTE Jean Vanier



Gesù è Colui che tutti aspettano. Il nostro mondo attende un Salvatore, il nostro mondo attende qualcuno che dia un senso alla vita. Sperimentiamo oggi che tutti sono scoraggiati. Vi è un enorme divario tra ricchi e poveri in molti Paesi. Penso soprattutto all'Africa, c'è la guerra civile. In molti Paesi dell'Est, ci sono povertà e disordini dopo anni di Comunismo. Lo stesso avviene in America Latina dove non mancano la povertà, le sofferenze umane e in tutti i Paesi ricchi permane il divario tra ricchi e poveri. Tutto il mondo attende un senso, in particolare i giovani. I giovani hanno perduto il senso della vita. Essi attendono Colui che verrà e quello che aspettano è Qualcuno che venga per dire loro: «ti amo», «ho fiducia in te e voglio donarti la vita, voglio donarti la libertà, voglio dare un senso nuovo alla tua vita». Quello che più di tutto mi colpisce oggi è che molti giovani non vogliono sapere ciò che è buono, ciò che è falso e ciò che è vero, ma si aspettano e pongono una questione fondamentale: «Mi ami?».
Allora, Gesù è Colui che viene a dire a ciascuno di noi «ti amo!» e «sei importante per me»; ma non viene sulle ali della potenza e neppure della gloria. Gesù è Colui che si è svuotato, è Colui che non ha conservato la propria condizione divina che lo rendeva uguale a Dio; ma si è svuotato, è divenuto piccolo, è divenuto un bambino, un uomo crocifisso, rifiutato; è divenuto povero. È vero che ad un certo punto Gesù è diventato potente, ha compiuto grandi miracoli ma temeva sempre che la gente vedesse in Lui il Potente che fa grandi cose in vece di Colui che è in ricerca di dare la Comunione. Allora Gesù diviene piccolo, egli è umile ed è per questo che noi ammiriamo i potenti, ma amiamo i piccoli, il bambino, la persona fragile e debole. Dunque, per me Gesù è Colui che si fa piccolo, è il Dio che diviene piccolo, che si nasconde nel povero, nell'umile, nel debole, nel moribondo, nell'ammalato; poiché tutte queste persone che sono particolarmente fragili sono in cerca d'amore e vedo che questo è il mistero di Gesù e che Gesù è amore. Come Dio è Amore. Gesù è Amore. Gesù si è inginocchiato davanti ai suoi discepoli, ha lavato i piedi ai suoi discepoli dicendo: «occorre che vi dia un esempio: perché voi facciate quello che io faccio». Dunque, io credo che il mondo attende un salvatore piccolo e umile che venga per dare l'amore.
«Venite a me voi tutti che soffrite e siete chini sotto il vostro fardello e io vi darò il mio riposo poiché io sono mite e umile di cuore». Credo che tutto il mistero di Gesù sia contenuto in queste parole «mi chino su di lui come una fonte di misericordia» poiché tutto ciò che lui vuole è amare, dare il suo cuore e tutto quello che Egli chiede a noi è di offrire i nostri cuori, è di ricevere, direi, questo mistero dell'amore di Dio, la presenza di Gesù. Dunque, per me Gesù è Colui che è mite ed umile di cuore, che si cela nei poveri e che dice, come si legge nel Libro dei Profeti: «Figlio mio, dammi il tuo cuore».
Jean Vanier

venerdì 11 aprile 2014

I sommi sacerdoti e gli scribi decidono di uccidere Gesù - Meditazioni sul Vangelo di di Eugenio Pramotton


Mc 14, 1-9

La resa dei conti

Gesù ed i suoi oppositori stanno giungendo alla resa dei conti, al combattimento finale che dovrà chiarire una volta per tutte chi ha ragione, chi è il più forte: i sommi sacerdoti, gli scribi e i farisei con il loro potere e la loro dottrina oppure Gesù con il suo potere e la sua dottrina. La tensione fra le due posizioni è giunta ad un estremo tale per cui i sommi sacerdoti e gli scribi hanno ormai deciso di uccidere Gesù, aspettano solo di attuare il loro piano nel momento più propizio.
Qui conviene fermarsi e riflettere su un fatto strano: come mai un uomo buono, santo e sapiente come Gesù è oggetto di un simile odio? Come mai Lui, che aveva percorso i sentieri della Galilea e della Giudea sanando i lebbrosi e dando la vista ai cechi, facendo udire i sordi e parlare i muti, scacciando i demoni e risuscitando i morti, in una parola facendo del bene a tutti, si trova ora sul punto di subire il più grande di tutti i mali? Che gli uomini vogliano uccidere chi è malvagio lo si può capire, ma perché voler uccidere con quell'accanimento un uomo buono?
E poi c'è un altro fatto altrettanto sconvolgente, ed è che Gesù, consapevole di quanto lo attende, non fa nulla per sfuggire alla morte ormai imminente, anzi, si consegna nelle mani dei malvagi come un agnello innocente nelle mani del carnefice. Questi sono misteri che danno le vertigini, misteri di fronte ai quali la cosa più opportuna è il silenzio e la supplica che giustamente la Chiesa ci propone ad ogni Messa: Signore pietà, Cristo pietà…

LETTERA DELLA TENEREZZA DI DIO IL POVERO DISTURBA!! - JEAN VANIER



Ognuno di noi può rendersi conto che i più poveri non sono al cuore della Chiesa visibile ma ne sono lontani. Questa è una realtà che ferisce molto, è la più grande delle divisioni ed è a partire da queste parti più povere e più ferite che Gesù vuole ricostruire il suo corpo.
Gesù è morto perché voleva mettere il povero al cuore della comunità. I lebbrosi, la gente sporca e ripugnante a quei tempi erano esclusi dal tempio. Gesù appariva allora come colui che disturba.
Sappiamo quanto sia grande la lotta all’interno di noi stessi, perché la via discendente ci fa incontrare il povero e il povero ci disturba. Infatti, non si tratta di fare qualcosa per lui ma di entrare in relazione con lui e non sappiamo dove ci porterà tutto questo, perché ci chiederà qualcosa che non vorremmo. Vivere un’alleanza con il povero significa mettersi in comunione con lui e diventare vulnerabili, significa perdere la propria libertà per acquistare una nuova libertà, quella dell’amore. Il povero rimane pericoloso; chiama al cambiamento, ad una trasformazione, ad una conversione radicale.
Mi ricordo che un giorno a Parigi sono stato avvicinato da una donna che aveva l’aria fragile e ferita. Mi chiedeva dieci franchi. Ho voluto sapere il perché e mi rispose che era appena uscita dall’ospedale psichiatrico e che era malata. Abbiamo iniziato a parlare e a un certo punto mi sono reso conto che se continuavo sarebbe diventato troppo pericoloso perché di certo l’avrei invitata a pranzo e non avrei più potuto lasciarla per la strada. E ho sentito salire dentro di me ogni sorta di potenza che mi diceva di fermarmi. Le ho dato dieci franchi e sono andato all’appuntamento che avevo.
Se ci si avvicina troppo al povero si perde la propria libertà personale. A un certo punto si arriva ad una svolta senza ritorno che cambia la nostra vita. Mi sono reso conto che facevo esattamente come il prete e come il levita della storia del buon samaritano che hanno continuato la loro strada fino a Gerico. Abbiamo fatto tutti questa esperienza.
La via discendente ci porta al povero che grida ed è una strada molto pericolosa. Non parlo soltanto delle persone che hanno un handicap ma anche di quel tale o tal altro assistente del mio focolare che piange o si arrabbia e che porta dentro di sé la fragilità umana. Avvicinarsi a lui può essere molto pericoloso ed è preferibile allontanarsi. A volte è molto più facile dare dei soldi ad un povero piuttosto che avvicinarsi a lui.
JEAN VANIER

Custodiscimi come pupilla degli occhi!



Salmo 17

Accogli, Signore, la causa del giusto, sii attento al mio grido.
Porgi l'orecchio alla mia preghiera: sulle mie labbra non c'è inganno.
Venga da te la mia sentenza, i tuoi occhi vedano la giustizia.
Saggia il mio cuore, scrutalo di notte, provami al fuoco, non troverai malizia.
La mia bocca non si è resa colpevole, secondo l'agire degli uomini;
seguendo la parola delle tue labbra, ho evitato i sentieri del violento.
Sulle tue vie tieni saldi i miei passi e i miei piedi non vacilleranno.
Io t'invoco, mio Dio: dammi risposta; porgi l'orecchio, ascolta la mia voce,
mostrami i prodigi del tuo amore: tu che salvi dai nemici chi si affida alla tua destra.
Custodiscimi come pupilla degli occhi, proteggimi all'ombra delle tue ali,
di fronte agli empi che mi opprimono, ai nemici che mi accerchiano.
Essi hanno chiuso il loro cuore, le loro bocche parlano con arroganza.
Eccoli, avanzano, mi circondano, puntano gli occhi per abbattermi;
simili a un leone che brama la preda, a un leoncello che si apposta in agguato.
Sorgi, Signore, affrontalo, abbattilo; con la tua spada scampami dagli empi, con la tua mano, Signore, dal regno dei morti che non hanno più parte in questa vita. Sazia pure dei tuoi beni il loro ventre se ne sazino anche i figli e ne avanzi per i loro bambini.
Ma io per la giustizia contemplerò il tuo volto, al risveglio mi sazierò della tua presenza

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 10,31-42 - Cercavano di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.



Testo del Vangelo (Gv 10,31-42): In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata –, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

Commento: Rev. D. Carles ELÍAS i Cao (Barcelona, Spagna)


Per quale di esse volete lapidarmi?



Oggi, venerdì, quando manca solo una settimana per commemorare la morte del Signore, il Vangelo ci presenta i motivi della Sua condanna. Gesù cerca di dimostrare la verità, ma i giudei Lo giudicano quale blasfemo e reo di essere lapidato. Gesù parla delle opere che fa, delle opere di Dio che lo accreditano motivo per cui, può dare a se stesso il titolo di “Figlio di Dio”... Nonostante parla da livelli difficili da capire per i suoi avversari “essere nella verità”, “ascoltare la Sua voce...”; parla loro del seguimento e del compromesso verso la Sua persona facendo sì che Gesù sia conosciuto e amato. - «Maestro, dove dimori?» (Gv 1,38) gli domandarono i Suoi discepoli all’inizio del Suo ministero-. Tutto, però, sembra inutile: è così grande quello che Gesù cerca di dire, che non possono capirLo, solamente potranno capirlo i piccoli ed i semplici, perché il Regno rimane occulto ai sapienti ed ai dotti.
Gesù lotta per presentare argomenti che possano accettare, ma il tentativo risulta vano. Di fatto, morirà per dire la verità su se stesso, per essere fedele a se stesso, alla Sua identità ed alla Sua missione. Come profeta, lancerà una chiamata alla conversione e sarà respinto, un nuovo volto di Dio e verrà sputato, una nuova fraternità e sarà abbandonato.

Nuovamente si innalza la Croce del Signore con tutto il suo vigore, come un autentico vessillo, come unica ragione indiscutibile; «Oh ammirevole virtù della santa croce! Oh ineffabile gloria del Padre! In essa possiamo considerare il tribunale del Signore, il giudizio del mondo e il potere del crocificato. Oh sì, Signore: attraesti a Te tutte le cose quando «tenendo tesa la mano ogni giorno a un popolo incredulo e ribelle» (Is 65,2), e tutto l’universo capì che doveva rendere omaggio alla tua maestà!» (San Leone Magno). Gesù deve fuggire all’altra sponda del Giordano e quelli che veramente credono in Lui, si trasferiscono verso l’altra sponda anche loro, pronti a seguirLo e ad ascoltarLo.

11 aprile - San Stanislao

 


Re Boleslao II di Polonia (1058-1079) e ricordato nelle pagine della storia per le vittoriose imprese militari che consolidarono il suo giovane stato, allargandone i confini a spese della Russia, per la valorizzazione delle terre, da lui promossa con una nuova organizzazione fondiaria, e per le riforme giuridiche ed economiche. Di questo re, tuttavia, il primo storico polacco, Vincenzo Kadlubeck, ricorda anche le gravi ingiustizie e l’immorale condotta privata. Ma sulla sua strada, Boleslao s’imbatté in un severo censore. Come gia il Battista nei confronti di Erode, il coraggioso vescovo di Cracovia, Stanislao, levo alta la voce, ammonendo l’onnipotente sovrano del suo dovere di rispettare i diritti altrui.
Stanislao era nato verso il 1030 nella diocesi di Cracovia, a Szczepanowo, da genitori non agiati. Compiuti i primi studi presso i benedettini di Cracovia, li poté perfezionare in Belgio, nel celebre studentato di Liegi. Tornato in patria, si distinse per il suo zelo pastorale e per le benefiche iniziative portate avanti con carita e intelligenza. Morto il vescovo di Cracovia, papa Alessandro II lo nomino all’alto incarico. La sua designazione, oltre che dal popolo e dal clero, era stata caldeggiata dallo stesso Boleslao II, che nei primi anni ne assecondo l’opera di evangelizzazione in tutta la regione e la formazione del clero locale, secolare, che doveva prendere progressivamente il posto dei monaci benedettini nell’amministrazione della Chiesa polacca.
La buona armonia tra il vescovo e il sovrano duro finché il coraggioso Stanislao dovette anteporre i suoi doveri di pastore alla tolleranza verso le malefatte dell’amico, poiché la riprovevole condotta del sovrano correva il rischio di alimentare il malcostume tra i sudditi. Le cronache del tempo narrano infatti che il re, innamoratosi di una bella gentildonna, Cristina, sposa di Miecislao, senza frapporre indugi la fece rapire, con grave scandalo per tutto il paese.
Minacciata e poi comminata la scomunica al sovrano, questi non pose piu argine al suo furore, facendo trucidare Stanislao a Cracovia nella chiesa di S. Michele, durante la celebrazione della Messa. L’ignobile “assassinio nella cattedrale” sembra sia stato commesso per mano dello stesso sovrano, dopo che le guardie si erano dovute ritirare perché impedite da una forza misteriosa. Venerato dai Polacchi fin dal giorno del suo martirio, S. Stanislao venne canonizzato il 17 agosto 1253 nella basilica di S. Francesco ad Assisi, e da allora gode di un culto assai diffuso in Europa e in America.


Il sarcofago in argento contenente le reliquie di San Stanislao all'interno della cattedrale di Cracovia

giovedì 10 aprile 2014

LA VIRTU' DELLA FEDE - DON FERNANDO MARIA CORNET

GLI ANGELI


 

Nel libro della Genesi (28,11-12) si parla di un sogno simbolico di Giacobbe:
«Il sole era tramontato. Giacobbe si fermò in pieno deserto per passare la notte. Prese una pietra, la mise sotto la sua testa e si addormentò. Allora fece un sogno: una scala era levata sulla terra ed il suo vertice raggiungeva il cielo, e degli angeli di Dio vi salivano e discendevano!»

Lungo i secoli i gesuiti hanno avuto grandi meriti nel divulgare la devozione cattolica ai santi angeli di Dio. Tra i numerosi santi gesuiti ricordiamo san Stanislao Kostka, nato nel 1550 e morto giovanissimo da novizio gesuita nel 1568. Nel 1565, trovandosi un giorno moribondo nella casa di un fanatico protestante luterano, presso il quale era stato obbligato ad alloggiare contro la sua volontà, chiese che gli fosse portata la santa Comunione. Ma sia il suo tutore sia il fratello Paolo temevano la reazione negativa del padrone di casa. Stanislao allora ricorse alla preghiera e implorò santa Barbara, alla quale era molto devoto, di ottenere per lui questa grande grazia.
Una notte il suo tutore, Bilinski, che si trovava accanto al suo letto, mentre lo stava vegliando temendo che morisse da un momento all’altro, lo vide all’improvviso, con suo grande stupore, illuminarsi di uno splendore celeste e assumere una espressione di dolcezza e riverenza insieme. Ma il suo stupore crebbe quando Stanislao gli si rivolse dicendo con voce chiara e distinta:
"Inginocchiati e adora il santo Sacramento. Due angeli del Signore sono con Lui, e anche la vergine martire santa Barbara". "Io so e ne sono certo", disse Bilinski raccontando ciò di cui era stato testimone, "che Stanislao era nel pieno possesso di tutte le sue facoltà, da lui conservate durante l’intero decorso della malattia".
Appena Stanislao ebbe parlato, il tutore lo vide assumere un atteggiamento pieno di venerazione. Nonostante la malattia il ragazzo si inginocchiò sul letto e, battendosi tre volte il petto, disse: "Signore, io non sono degno"; poi atteggiò il viso per ricevere il suo Signore nel divino Sacramento. Bilinski osservò la scena con timore riverente e intuì quanto stava accadendo miracolosamente, anche se i suoi occhi erano chiusi a quella visione angelica.
Poi Stanislao si coricò nuovamente nel suo letto e vi rimase tutto assorto dalla presenza di Gesù Eucaristia. Lo stesso Stanislao confermò in seguito questo racconto mentre si trovava a Roma. "Sappiate", disse a un novizio, suo compagno, "che, essendomi ammalato a Vienna, in Austria, nella casa di un protestante, e desiderando ardentemente ricevere la Comunione, mi affidai con devozione a santa Barbara e, mentre il mio cuore era colmo di questo desiderio, apparvero due angeli nella mia stanza e con essi la santa martire, e uno degli angeli mi dette la Comunione".
Dopo aver pronunciato queste parole, trasse un profondo sospiro e il suo viso si soffuse di un intenso rossore. In un’altra occasione, mentre il giovane stava viaggiando a piedi attraverso la Germania diretto verso Roma, vide una chiesa, che una volta era stata cattolica, aperta; i fedeli vi stavano entrando ed egli fece lo stesso, ma si accorse con amarezza che quella chiesa era diventata un tempio protestante. Ne fu profondamente afflitto, ma la sua tristezza si trasformò in gioia quando, per sua delizia, vide un gruppo di angeli venirgli incontro; uno di essi teneva la santa Comunione fra le dita.
Stanislao cadde in ginocchio, con il cuore infiammato d’amore, e ricevette la Comunione direttamente dallo spirito celeste. San Stanislao Kostka, che morì il 15 agosto del 1588, nel 1605 fu proclamato beato, primo in tutta la Compagnia di Gesù; nel 1671 fu proclamato celeste patrono della Polonia; nel 1726 fu canonizzato dal papa Benedetto XIII insieme a san Luigi Gonzaga e successivamente anche protettore dei novizi religiosi, della gioventù studiosa insieme ai santi gesuiti Luigi Gonzaga e Giovanni Berchmans e protettore anche dei moribondi.

I 10 Comandamenti dell'amicizia


1. Stimerai l'amicizia come la più preziosa delle perle.
«Nessun rimedio ha più valore, nessuno è più efficace di un amico presso il quale troviamo conforto nelle giornate cattive e insieme al quale condividiamo la gioia nei momenti di felicità»
(A. Rievaulx).

2. Amerai tutti i tuoi amici senza gelosie.
« I veri amici non permettono alla gelosia e allo spirito di competizione di degradare o alterare il loro rapporto; l'amicizia non è esclusiva né possessiva».
E’ dunque importante amare prima se stessi: «non ci si può innamorare di nessuno, se prima di tutto non si è amici di se stessi »
(E. Strachen).

3. Aprirai generosamente la tua amicizia ad altri cuori.
« Se il cuore si apre agli altri, si allarga e si riempie di gioia: questo è il bellissimo segreto della vita interiore». «L'amicizia rinchiusa in se stessa finisce per stancare e deludere; a essere sempre e salo in due, si finisce per intristirsi ed annoiarsi».

4. Manterrai l'amicizia con il dialogo.
«L'amicizia ha bisogno della comunicazione fra amici. Altrimenti non può nascere né vivere» (Francesco di Sales). Gli uomini hanno bisogno di parlare e di essere ascoltati: «la loro anima colma di preoccupazioni, di noia o di gioie aspira ad espri¬mersi. Le parole permettono una comunicazione reciproca».

5. Ai tuoi amici confiderai le tue pene e le tue gioie in tutta semplicità.
«Un amico è qualcuno che sa tutto di voi e che ciononostante vi ama»
(Bibbia).
«Una delle grandi felicità della vita è l'amicizia, e una delle felicità dell'amicizia è aver qualcuno cui confidare un segreto»
(A. Manzoni).

6. Ai tuoi amici ti mostrerai come sei veramente.
Quale conforto è provare una completa fiducia in qualcuno, poter dire le cose come vengono, senza dover pesare le parole, poter stare in silenzio se la desideriamo. Sì, il segno della vera amicizia é il fatto che il silenzio non pesa.

7. Fornirai loro un valido sostegno nelle difficoltà.
«La vera amicizia nasce nel momento in cui decido di essere un amico, e non solo di averne uno». «Amico è colui che è al vostro fianco nei momenti difficili». «Quando un amico è in difficoltà, non annoiatelo chiedendogli cosa potete fare per lui; pensate a quello che sarebbe opportuno fare e fatelo»
(E. W. Howe).

8. Ai tuoi amici perdonerai i loro difetti senza esitazioni.
«Nell'amicizia non si va lontano, se non si sa perdonare».
« Per farsi un amico, bisogna chiudere un occhio. Per conservarlo, bisogna chiuderli tutti e due!»
(N. Douglas).

9. Cercherai sempre di rendere migliori i tuoi amici.
Ci sono amicizie fatte di complicità che non fanno che alimentare la mediocrità. La vera amicizia è un'amicizia di emulazione: «Amare qualcuno, diceva Dostoiewski, significa vederlo come Dio voleva che fosse».

10. Con i tuoi amici costruirai appassionatamente un mondo migliore.
L'amicizia non cambia soltanto due cuori, ma cambia tutti i rapporti con gli altri e può cambiare il mondo, se è posta al servizio di un grande progetto.

mercoledì 9 aprile 2014

SALMO 27



Il Signore è mia luce e mia salvezza,
di chi avrò paura?
Il Signore è difesa della mia vita,
di chi avrò timore?

Quando mi assalgono i malvagi
per straziarmi la carne,
sono essi, avversari e nemici,
a inciampare e cadere.

Se contro di me si accampa un esercito,
il mio cuore non teme;
se contro di me divampa la battaglia,
anche allora ho fiducia.

Una cosa ho chiesto al Signore,
questa sola io cerco:
abitare nella casa del Signore
tutti i giorni della mia vita,
per gustare la dolcezza del Signore
ed ammirare il suo santuario.

Egli mi offre un luogo di rifugio
nel giorno della sventura.
Mi nasconde nel segreto della sua dimora,
mi solleva sulla rupe.

E ora rialzo la testa
sui nemici che mi circondano;
immolerò nella sua casa sacrifici d'esultanza,
inni di gioia canterò al Signore.

Ascolta, Signore, la mia voce.
Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi.

Di te ha detto il mio cuore: "Cercate il suo volto";
il tuo volto, Signore, io cerco.

Non nascondermi il tuo volto,
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi,
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato,
ma il Signore mi ha raccolto.

Mostrami, Signore, la tua via,
guidami sul retto cammino,
a causa dei miei nemici.

Non espormi alla brama dei miei avversari;
contro di me sono insorti falsi testimoni
che spirano violenza.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore
nella terra dei viventi.

Spera nel Signore, sii forte,
si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore.

Dio non ci costringe, ci lascia liberi, fa parte del suo progetto, che amore ci sarebbe senza libertà?




Con lo sguardo dell'artista, Michelangelo vedeva già nella pietra che gli stava davanti l'immagine-guida che nascostamente attendeva di venir liberata e messa in luce. Il compito dell'artista – secondo lui – era solo quello di toglier via ciò che ancora ricopriva l'immagine. Michelangelo concepiva l'autentica azione artistica come un riportare alla luce, un rimettere in libertà, non come un fare. La stessa idea applicata però all'ambito antropologico, si trovava già in san Bonaventura, il quale spiega il cammino attraverso cui l'uomo diviene autenticamente se stesso, prendendo lo spunto dal paragone con l'intagliatore di immagini, cioè con lo scultore. Lo scultore non fa qualcosa, dice il grande teologo francescano. La sua opera è invece una ablatio: essa consiste nell'eliminare, nel togliere via ciò che è inautentico. In questa maniera, attraverso la ablatio, emerge la nobilis forma, cioè la figura preziosa. Così anche l'uomo, affinché risplenda in lui l'immagine di Dio, deve soprattutto e prima di tutto accogliere quella purificazione, attraverso la quale lo scultore, cioè Dio, lo libera da tutte quelle scorie che oscurano l'aspetto autentico del suo essere, facendolo apparire solo come un blocco di pietra grossolano, mentre invece inabita in lui la forma divina.

Citazioni di papa Benedetto XVI


San Josemarìa


Dio conosce molto bene i nostri bisogni e vuole aiutarci . Dobbiamo solo aprire il nostro cuore e lasciarci fare.


Salmo 142 (141)

Con la mia voce al Signore grido aiuto,
con la mia voce supplico il Signore;
davanti a lui effondo il mio lamento,
al tuo cospetto sfogo la mia angoscia.

Mentre il mio spirito vien meno,
tu conosci la mia via.
Nel sentiero dove cammino
mi hanno teso un laccio.

Guarda a destra e vedi:
nessuno mi riconosce.
Non c'è per me via di scampo,
nessuno ha cura della mia vita.

Io grido a te, Signore;
dico: Sei tu il mio rifugio,
sei tu la mia sorte nella terra dei viventi.

Ascolta la mia supplica:
ho toccato il fondo dell'angoscia.
Salvami dai miei persecutori
perché sono di me più forti.

Strappa dal carcere la mia vita,
perché io renda grazie al tuo nome:
i giusti mi faranno corona
quando mi concederai la tua grazia.


ESERCIZI SPIRITUALI ANNUALI. 10.I.1934. Tratto dal Diario - Santa Faustina



O mio Gesù, si avvicina dì nuovo il momento in cui resterò con Te faccia a faccia. Gesù, Ti prego con tutto il cuore fammi conoscere ciò che in me non Ti piace e nello stesso tempo fammi sapere cosa debbo fare per piacerTi di più. Non negarmi questa grazia e resta con me. Io so che senza di Te, o Signore, i miei sforzi valgono ben poco. Oh! quanto mi rallegro per la Tua grandezza, o Signore! Quanto più Ti conosco, tanto più ardentemente Ti desidero ed anelo a Te. Gesù mi ha concesso di conoscere me stessa. In questa luce di Dio vedo il mio difetto principale, cioè la superbia. Le sue sfumature: il chiudermi in me stessa; la mancanza di semplicità nei confronti della Madre Superiora. Una seconda illuminazione riguarda il parlare. Talvolta parlo troppo. Per una faccenda che si potrebbe sbrigare con due o tre parole, io impiego troppo tempo. Gesù invece desidera che quel tempo l'adoperi per piccole preghiere con indulgenza per le anime del purgatorio. Inoltre il Signore dice che ogni parola sarà pesata nel giorno del giudizio. La terza illuminazione riguarda la nostra regola. Sfuggo poco le occasioni che conducono ad infrangere la regola, specialmente per quanto concerne il silenzio. Mi comporterò come se la regola fosse stata scritta solo per me. Non è affar mio vedere come si comportano le altre, purché io mi comporti come Dio desidera. Proposito. Qualunque cosa Gesù desideri da me e riguardi cose esteriori, andare subito a parlarne alle Superiore; nel trattare con la Superiora cercherò di essere franca e sincera come un bambino. Gesù ama le anime nascoste. Un fiore nascosto ha in sé più profumo. Debbo impegnarmi perché nel mio intimo ci sia un posticino silenzioso per il Cuore di Gesù.

martedì 8 aprile 2014

Prendi Signore l'intera mia povertà


 
Prendi Signore l'intera mia povertà;
io non ho fede, non ho speranza, non ho carità.
Signore, posso donarti solo le mie macerie e la mia infelicità.
Tu vedi e tu sai quanto sono angosciato e disperato;
ho paura, non vedo vie d'uscita, temo il naufragio.
Sono stanco e sfiduciato, tutto mi spaventa, niente mi consola.
Signore, ti prego, salvami...

Eugenio Pramotton

SALMO 26, 7-14 (II) Preghiera dell'innocente perseguitato



Ascolta, Signore, la mia voce. *
Io grido: abbi pietà di me! Rispondimi.
Di te ha detto il mio cuore:
«Cercate il suo volto»; *
il tuo volto, Signore, io cerco.

Non nascondermi il tuo volto, *
non respingere con ira il tuo servo.
Sei tu il mio aiuto, non lasciarmi, *
non abbandonarmi, Dio della mia salvezza.

Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, *
ma il Signore mi ha raccolto.

Mostrami, Signore, la tua via, †
guidami sul retto cammino, *
a causa dei miei nemici.

Non espormi alla brama dei miei avversari; †
contro di me sono insorti falsi testimoni *
che spirano violenza.

Sono certo di contemplare la bontà del Signore *
nella terra dei viventi.
Spera nel Signore, sii forte, *
si rinfranchi il tuo cuore e spera nel Signore.


I sogni di San Giovanni Bosco - «Non con le percosse...»




«Non con le percosse...»
Alla tenera età di 9 anni Don Bosco ha il suo primo sogno. In esso Gesù e la Vergine gli preannunziano, sebbene in forma velata, la sua futura missione.
Gli parve di essere vicino a casa sua, in mezzo a una moltitudine di ragazzi che si divertivano in un grande cortile. Alcuni ridevano, altri giocavano, non pochi bestemmiavano. Al sentire le bestemmie, si slanciò in mezzo a loro, usando pugni e parole per farli tacere. Ed ecco apparirgli un Uomo venerando, nobilmente vestito, con una faccia così luminosa che Giovannino non riusciva a rimirarla. Lo chiamò per nome e gli ordinò di mettersi a capo di quei ragazzi aggiungendo:
— Non con le percosse, ma con la mansuetudine e la carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Fa dunque loro subito un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù.
Giovannino, tutto confuso, risponde che è un povero ragazzo ignorante, incapace di fare questo.
In quel momento risa, schiamazzi e bestemmie cessarono e i ra gazzi si raccolsero intorno a colui che parlava. Ma cediamo la parola a Don Bosco stesso: « Quasi senza sapere che cosa dicessi, gli domandai:
— Chi siete voi che mi comandate cose impossibili?
— Appunto perché è cosa che ti sembra impossibile, devi renderla possibile con l’ubbidienza e con l’acquisto della scienza.
— Dove, come acquisterò la scienza?
— Io ti darò la Maestra. Sotto la sua guida potrai divenire sapiente; senza di essa ogni sapienza diventa stoltezza.
— Ma chi siete voi che parlate così?
— Io sono il figlio di Colei che tua Madre t’insegnò a salutare tre volte al giorno.
— Mia madre mi dice di non associarmi, senza suo permesso, con chi non conosco. Perciò ditemi il vostro nome.
— Il mio nome domandalo a mia Madre.
In quel momento vidi accanto a lui una Donna di aspetto maestoso, vestita di un manto che splendeva da tutte le parti, come se ogni punto fosse una fulgidissima stella. Vedendomi sempre più confuso, mi accennò di avvicinarmi a lei, mi prese con bontà per mano e mi disse:
— Guarda.
Guardai e mi accorsi che quei ragazzi erano tutti scomparsi. Al loro posto c’era una moltitudine di capretti, cani, gatti, orsi e parecchi altri animali.
— Ecco il tuo campo — ripigliò quella Signora —, ecco dove devi lavorare. Renditi umile, forte e robusto, e ciò che ora vedrai succedere di questi animali tu dovrai farlo per i miei figli.
Volsi allora lo sguardo ed ecco che al posto di animali feroci, comparvero altrettanti agnelli mansueti, che saltellavano, corre vano, belavano come per far festa a quell’Uomo e a quella Signora.
Allora, sempre nel sogno, mi misi a piangere e pregai quella Si gnora che parlasse in modo da poter capire. Ella mi pose la mano sul capo dicendomi:
— A suo tempo, tutto comprenderai.
A questo punto un rumore mi svegliò e io rimasi sbalordito. Mi sembrava di aver le mani che mi facessero male per i pugni che avevo dato e che la faccia mi bruciasse per gli schiaffi ricevuti»

La salita al monte Carmelo - S. Giovanni della Croce



In primo luogo l'anima abbia un costante desiderio di imitare Cristo in ogni sua azione, conformandosi ai suoi esempi, sui quali méditi per saperli imitare e per comportarsi in ogni sua azione come Egli si diporterebbe.
In secondo luogo, per riuscire in questo è necessario che ella rinunzi a qualunque piacere sensibile che non sia puramente a onore e gloria di Dio e che rimanga vuota di ciò per amore di Gesú Cristo il quale, in questa vita, non ebbe e non volle altro piacere che quello di fare la volontà del Padre, la quale era per Lui suo cibo e nutrimento. Se, per esempio, le si offre il piacere di ascoltare cose che non hanno importanza per il servizio e la gloria di Dio, ella rinunzi al gusto di ascoltarle; se le si porge il diletto di vedere cose che non servono ad avvicinarla al Signore, reprima il desiderio di guardarle. Faccia lo stesso quando le si presenta l'occasione di conversare, di compiere qualche altra azione o di soddisfare qualche altro senso, purché lo possa fare facilmente; se ciò non le sarà possibile, basta che ella non assapori il gusto delle cose che non può evitare.
Per mortificare e calmare le quattro passioni naturali: gioia, tristezza, timore e speranza, dalla cui concordia e pace procedono questi e tanti altri beni, come rimedio efficace, fonte di grandi meriti e causa di grandi virtú serve quanto segue:
L'anima cerchi sempre di inclinarsi:
non al piú facile, ma al piú difficile;
non al piú saporoso, ma al piú insipido;
non a quello che piace di piú, ma a quello che piace di meno;
non al riposo, ma alla fatica;
non al conforto, ma a quello che non è conforto;
non al piú, ma al meno;
non al piú alto e pregiato, ma al piú vile e disprezzato;
non alla ricerca di qualche cosa, ma a non desiderare niente;
non alla ricerca del lato migliore delle cose create, ma del peggiore e a desiderare nudità, privazioni e povertà di quanto v'è al mondo per amore di Gesú Cristo.

La pratica scrupolosa di questi avvisi da parte di un'anima, basta perché essa possa entrare nella notte del senso; tuttavia, per spiegarmi ancora meglio, aggiungerò altre norme che insegnano a mortificare la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e la superbia della vita, tre inclinazioni che, secondo San Giovanni, spadroneggiano nel mondo e sono causa di tutti gli altri appetiti (
I Gv., 2, 16).

Per giungere a gustare il tutto, non cercare il gusto in niente.
Per giungere al possesso del tutto, non voler possedere niente.
Per giungere ad essere tutto, non voler essere niente.
Per giungere alla conoscenza del tutto, non cercare di sapere qualche cosa in niente.
Per venire a ciò che ora non godi, devi passare per dove non godi.
Per giungere a ciò che non sai, devi passare per dove non sai.
Per giungere al possesso di ciò che non hai, devi passare per dove ora niente hai.
Per giungere a ciò che non sei, devi passare per dove ora non sei.

Quando ti fermi su qualche cosa,
tralasci di slanciarti verso il tutto.
E quando tu giunga ad avere il tutto,
devi possederlo senza voler niente,
poiché se tu vuoi possedere qualche cosa del tutto,
non hai il tuo solo tesoro in Dio.

In questa nudità lo spirito trova il suo riposo poiché non desiderando niente, niente lo appesantisce nella sua ascesa verso l'alto e niente lo spinge verso il basso, perché si trova nel centro della sua umiltà. Quando invece desidera qualche cosa, proprio in essa si affatica.


lunedì 7 aprile 2014

So che Dio è in mio favore......Le nostre preghiere e le nostre lacrime, inteneriscono Gesù.

 
Salmo 56

Pietà di me, o Dio, perché l'uomo mi calpesta,
un aggressore sempre mi opprime.
Mi calpestano sempre i miei nemici,
molti sono quelli che mi combattono.
 
Nell'ora della paura,
io in te confido.
In Dio, di cui lodo la parola,
in Dio confido, non avrò timore:
che cosa potrà farmi un uomo?
Travisano sempre le mie parole,
non pensano che a farmi del male.
 
Suscitano contese e tendono insidie,
osservano i miei passi,
per attentare alla mia vita.
Per tanta iniquità non abbiano scampo:
nella tua ira abbatti i popoli, o Dio.
 
I passi del mio vagare tu li hai contati,
le mie lacrime nell'otre tuo raccogli;
non sono forse scritte nel tuo libro?
 
Allora ripiegheranno i miei nemici,
quando ti avrò invocato:
so che Dio è in mio favore.
Lodo la parola di Dio,
lodo la parola del Signore,
in Dio confido, non avrò timore:
che cosa potrà farmi un uomo?
 
Su di me, o Dio, i voti che ti ho fatto:
ti renderò azioni di grazie,
perché mi hai liberato dalla morte.
Hai preservato i miei piedi dalla caduta,
perché io cammini alla tua presenza
nella luce dei viventi, o Dio.

domenica 6 aprile 2014

Il Signore completerà per me l'opera Sua

Salmo 138
Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore:
hai ascoltato le parole della mia bocca.
A te voglio cantare davanti agli angeli,
mi prostro verso il tuo tempio santo.
Rendo grazie al tuo nome
per la tua fedeltà e la tua misericordia:
hai reso la tua promessa più grande di ogni fama.
Nel giorno in cui t'ho invocato, mi hai risposto,
hai accresciuto in me la forza.
Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra
quando udranno le parole della tua bocca.
Canteranno le vie del Signore,
perché grande è la gloria del Signore;
eccelso è il Signore e guarda verso l'umile
ma al superbo volge lo sguardo da lontano.
Se cammino in mezzo alla sventura
tu mi ridoni vita;
contro l'ira dei miei nemici stendi la mano
e la tua destra mi salva.
Il Signore completerà per me l'opera sua.
Signore, la tua bontà dura per sempre:
non abbandonare l'opera delle tue mani.

Preghiera per gli amici

Signore,
tu ci hai comandato di Amare tutti gli uomini in te e per te: per tutti imploro la Tua clemenza.
Ci sono però molti per i quali Tu hai impresso nel mio cuore un affetto più intimo e familiare: a loro voglio bene con più ardore, per loro voglio pregare con più intensità.
Abbracciali nel Tuo Amore, Tu che sei la fonte dell’Amore, Tu che mi comandi di Amarli e insieme me ne dai la capacità.
Se la mia preghiera non vale ad ottenere per loro dei vantaggi perché ti è offerta da un peccatore, valga almeno perché nasce in risposta ad un Tuo comando.
Per te, dunque, che sei l’autore e la fonte dell’Amore, per Te, e non per me, continua ad Amarli, e fa’ che essi pure Ti Amino con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutta l’anima,
così che possano volere, dire e fare solo quanto piace a Te e giova al loro bene.
La mia preghiera è troppo tiepida, poiché debole è la fiamma del mio Amore, ma Tu, che sei ricco di misericordia, non misurare i doni che Ti chiedo per gli amici sul torpore delle mie invocazioni,
ma come la Tua benignità supera ogni amore umano, così la Tua risposta trascenda lo scarso fervore della mia supplica.
Fa’ per loro e con loro, Signore, quanto li aiuta a procedere nel cammino che hai tracciato per loro, così che siano sempre e ovunque guidati e protetti da Te,
fino a che raggiungano la sicurezza gloriosa del cielo.

( S. Anselmo)

La gioia dell’amicizia



Un amico fedele è un balsamo nella vita,
è la più sicura protezione.
Potrai raccogliere tesori d’ogni genere
ma nulla vale quanto un amico sincero.
Al solo vederlo, l’amico suscita nel cuore
una gioia che si diffonde in tutto l’essere.
Con lui si vive un’unione profonda
che dona all’animo gioia inesprimibile.
Il suo ricordo ridesta la nostra mente
e la libera da molte preoccupazioni.
Queste parole hanno senso solo per chi ha un vero amico;
per chi, pur incontrandolo tutti i giorni,
non ne avrebbe mai abbastanza.
San Giovanni Crisostomo

Ama il silenzio - Michel Hubaut, ofm.




Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare l’icona di Gesù Cristo,
e a mettere a fuoco lo sguardo del cuore
sul volto di Dio
che ti rivela il tuo volto, e quello di ogni uomo.

Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare il volto sfigurato di Gesù Cristo,
e a mettere a fuoco lo sguardo del cuore
sul volto di Dio che ti guarda
nello sguardo dell'uomo affamato, o torturato.

Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare il volto trasfigurato di Gesù Cristo,
e a cogliere nel cuore della creazione
i riflessi del Creatore,
per vedere nello spessore delle cose,
la loro vera dimensione interiore,
e negli umili gesti di ogni creatura
le tracce della Sua bontà.

Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare il volto umano e divino
di Colui che è sorgente e termine
della nostra storia.
Ti insegnerà a vedere spiragli di luce
nel mare delle nostre difficoltà,
i germi dell'eterno nel nostro breve presente,
e il divenire nascosto di ogni vivente.

Ama il silenzio,
è il tuo maestro,
vai alla sua scuola.
Ti insegnerà a guardare il vero volto
di Dio e dell'uomo,
ti darà lo sguardo interiore della fede,
che insegna a guardare gli uomini,
le loro gioie, e le loro sofferenze,
le loro disperazioni, e le loro speranze,
tutti i piccoli e grandi avvenimenti della vita,
con gli occhi di Gesù Cristo.


Michel Hubaut, ofm.

“Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11, 21.32). GIOVANNI PAOLO II


Queste parole, che avete sentito leggere nel Vangelo della messa odierna, sono pronunciate prima da Marta, poi da Maria, le due sorelle di Lazzaro, e sono rivolte a Gesù di Nazaret, che era amico loro e del fratello.
L’odierna liturgia presenta alla nostra attenzione il tema della morte. Questa è ormai la quinta domenica di Quaresima e si avvicina il tempo della passione di Cristo. Il tempo della morte e della risurrezione. Oggi guardiamo a questo fatto attraverso la morte e la risurrezione di Lazzaro. Nella missione messianica di Cristo questo evento sconvolgente serve di preparazione alla Settimana santa e alla Pasqua.
2. “. . . mio fratello non sarebbe morto”.
Risuona in queste parole la voce del cuore umano, la voce di un cuore che ama e che dà testimonianza di ciò che è la morte. Continuamente sentiamo parlare di morte e leggiamo notizie circa la morte di diverse persone. Esiste una sistematica informazione su questo tema. Esiste anche la statistica della morte. Sappiamo che la morte è un fenomeno comune e incessante. Se ogni giorno muoiono sul globo terrestre circa 145.000 persone, si può dire che ad ogni istante muoiono delle persone. La morte è un fenomeno universale e un fatto ordinario. L’universalità e la normalità del fatto confermano la realtà della morte, l’inevitabilità della morte, ma, al tempo stesso, cancellano in un certo senso la verità sulla morte, la sua penetrante eloquenza.
Non basta qui il linguaggio delle statistiche. È necessaria la voce del cuore umano: la voce di una sorella, come nell’odierno Vangelo, la voce di una persona che ama. La realtà della morte può essere espressa in tutta la sua verità solo col linguaggio dell’amore.
L’amore infatti resiste alla morte, e desidera la vita . . .
Ognuna delle due sorelle di Lazzaro non dice “mio fratello è morto”, ma dice: “Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto”.
La verità sulla morte può essere espressa solamente a partire da una prospettiva di vita, da un desiderio di vita: cioè dalla permanenza nella comunione amorosa di una persona.
La verità sulla morte viene espressa nell’odierna liturgia in rapporto con la voce del cuore umano.
3. Contemporaneamente essa viene espressa in rapporto con la missione di Cristo, il redentore del mondo.
Gesù di Nazaret era amico di Lazzaro e delle sue sorelle. La morte dell’amico si è fatta sentire anche nel suo cuore con un’eco particolare. Quando giunse a Betania, quando udì il pianto delle sorelle e di altre persone affezionate al defunto, Gesù “si commosse profondamente, si turbò”, e in questa disposizione interiore chiese: “Dove l’avete posto?” (Gv 11, 33).
Gesù di Nazaret è al tempo stesso il Cristo, colui che il Padre ha mandato al mondo: è l’eterno testimone dell’amore del Padre. È il definitivo Portavoce di questo amore di fronte agli uomini. È in un certo senso l’Ostaggio di esso riguardo a ciascuno e a tutti. In lui e per lui l’eterno amore del Padre si conferma e compie nella storia dell’uomo, si conferma e compie in modo sovrabbondante.
E l’amore si oppone alla morte e vuole la vita.
La morte dell’uomo, fin da Adamo, si oppone all’amore: si oppone all’amore del Padre, il Dio della vita.
La radice della morte è il peccato, il quale pure si oppone all’amore del Padre. Nella storia dell’uomo la morte è unita al peccato e come il peccato si oppone all’amore.
4. Gesù Cristo è venuto nel mondo per redimere il peccato dell’uomo; ogni peccato che è radicato nell’uomo. Per questo egli si è posto di fronte alla realtà della morte; la morte infatti è unita al peccato nella storia dell’uomo: è frutto del peccato. Gesù Cristo divenne il redentore dell’uomo mediante la sua morte in croce, la quale è stata il sacrificio che ha riparato ogni peccato.
In questa sua morte Gesù Cristo ha confermato la testimonianza dell’amore del Padre. L’amore che resiste alla morte, e desidera la vita, si è espresso nella risurrezione di Cristo, di colui che, per redimere i peccati del mondo, liberamente accettò la morte sulla croce.
Questo evento si chiama Pasqua: il mistero pasquale. Ogni anno ci prepariamo ad essa mediante la Quaresima, e l’odierna domenica ci mostra ormai da vicino questo mistero, nel quale si sono rivelati l’amore e la potenza di Dio, poiché la vita ha riportato la vittoria sulla morte.
5. Ciò che è avvenuto a Betania presso il sepolcro di Lazzaro, fu quasi l’ultimo annuncio del mistero pasquale.
Gesù di Nazaret si fermò accanto al sepolcro del suo amico Lazzaro, e disse: “Lazzaro, vieni fuori!” (Gv 11, 43). Con queste parole, piene di potenza, Gesù lo risuscitò alla vita e lo fece uscire dalla tomba.
Prima di compiere questo miracolo, Cristo “alzò gli occhi e disse: "Padre, ti ringrazio che mi hai ascoltato. Io sapevo che sempre mi dai ascolto, ma l’ho detto per la gente che mi sta attorno, perché credano che tu mi hai mandato"” (Gv 11, 41-42).
Presso il sepolcro di Lazzaro avvenne un particolare confronto della morte con la missione redentrice di Cristo. Cristo era il testimone dell’eterno amore del Padre, di quell’amore che resiste alla morte e desidera la vita. Risuscitando Lazzaro, rese testimonianza a quest’amore. Rese anche testimonianza all’esclusiva potenza di Dio sulla vita e sulla morte.
Al tempo stesso, presso la tomba di Lazzaro, Cristo fu il profeta del suo proprio mistero: del mistero pasquale, nel quale la morte redentrice sulla croce divenne la sorgente della nuova vita nella risurrezione.
GIOVANNI PAOLO II
Domenica, 8 aprile 1984