Pagine statiche

sabato 19 aprile 2014

Buona Pasqua a tutti



Per chi ama Gesù, la Pasqua è molto più delle uova di cioccolata!
Oggi, Gesù ha vinto la morte. Niente può farci del male. Lui è la nostra forza.
E' il momento di ringraziare Gesù perché, in questo giorno, Lui porta la salvezza al mondo intero. Usiamo allora questa luce di Risurrezione per irradiare chi ci sta accanto ogni giorno, e continuiamo a chiederGli di far crescere in noi la fede, per diventare persone migliori e gradite a Lui.

Buona Pasqua a tutti.

La via dolorosa dal Pretorio al Calvario. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta - Libro n° 10 - Capitolo 608


26 marzo 1945.
Passa qualche tempo così, non più di una mezz'ora, forse anche meno. Poi Longino, incaricato di presiedere all'esecuzione, dà i suoi ordini. Ma prima che Gesù sia condotto fuori, nella via, per ricevere la croce e mettersi in moto, Longino, che lo ha guardato due o tre volte, con una curiosità che si tinge già di compassione e con l'occhio pratico di chi non è nuovo a certe cose, si accosta a Gesù con un soldato e gli offre un ristoro: una coppa di vino, credo. Perché mesce da una vera borraccia militare un liquido di un biondo roseo chiaro. «Ti farà bene. Devi avere sete. E fuori c'è sole. E lunga è la via».

Giovanni va a prendere la Madre. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta - Libro n° 10 - Capitolo 607


  

Ore 10,30 del Venerdì Santo 1944 (7-4-44).
Ora che il mio interno ammonitore mi dice esser quella in cui Giovanni andò da Maria.
Vedo il prediletto ancor più pallido di quando era nel cortile di Caifa insieme a Pietro. Forse perché là la luce del fuoco acceso gli dava un riflesso caldo alle guance. Ora appare scavato come da una grave malattia ed esangue. Il suo viso emerge dalla tunica lilla come quello di un annegato, tanto è di un pallore livido. Anche gli occhi sono offuscati, i capelli opachi e spettinati, la barba, spuntata in quelle ore, gli mette un velo chiaro sulle guance e il mento e le fa apparire, biondo chiara come è, ancor più pallide. Non ha più nulla del dolce, ilare Giovanni, né dell'inquieto Giovanni che poco prima, con una vampa di sdegno sul volto, a fatica si è contenuto dal malmenare Giuda.
Bussa alla porta della casa e, come se dall'interno qualcuno, timoroso di ritrovarsi di fronte Giuda, chiedesse chi è che picchia, risponde: «Sono Giovanni». L'uscio si apre ed egli entra.
Va anche lui subito nel cenacolo, non rispondendo alla padrona che gli chiede: «Ma che avviene in città?».

Dammi coraggio



Ti prego:
non togliermi i pericoli,
ma aiutami ad affrontarli.
Non calmar le mie pene,
ma aiutami a superarle.
Non darmi alleati nella lotta della vita...
eccetto la forza che mi proviene da te.
Non donarmi salvezza nella paura,
ma pazienza per conquistare la mia libertà.
Concedimi di non essere un vigliacco
usurpando la tua grazia nel successo;
ma non mi manchi la stretta della tua mano
nel mio fallimento.


Rabindranath Tagore

Disperazione e suicidio di Giuda Iscariota. Avrebbe ancora potuto salvarsi se si fosse pentito. Tratto dal "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta - Libro n°10 - Capitolo 605



31 marzo 1944. Venerdì di Passione, ore 2 ant.ne. Ecco la mia penosissima visione di queste prime ore del Venerdì di Passione, presentatamisi mentre facevo l'Ora di Maria Desolata, perché avevo pensato che passare la notte, che precede la Professione, in compagnia della Vergine dei Sette Dolori fosse la più bella preparazione alla Professione.
Vedo Giuda. È solo. Vestito di giallo chiaro e con un cordone rosso alla vita. Il mio interno ammonitore mi avverte che da poco è stato catturato Gesù e che Giuda, fuggito subito dopo la cattura, è ora in preda ad un contrasto di pensieri. Infatti l'Iscariota pare una belva furente e braccata da una muta di mastini. Ogni sospiro di vento fra le fronde, il frusciare che fa un qualche che per le vie, il gemito di una fontanella, lo fanno sussultare e volgersi con sospetto e terrore, come si sentisse raggiunto da un giustiziere. Gira il capo tenendolo basso, a collo tor- to, gira gli occhi come chi vuol vedere e ha paura di vedere e, se un giuoco di luna crea un'ombra dalla parvenza umana, egli sbarra gli occhi, fa un salto indietro, diventa anche più livido di quanto non sia, si arresta un istante e poi fugge a precipizio, tornando sui suoi passi, scantonando per altre viuzze, sinché un altro rumore, un altro giuoco di luce, lo fa arretrare e fuggire in altra direzione.

LA DISCESA DI GESÙ AGLI INFERI - Anonimo del IV Sec.

Le «Homélies diverses» da cui è tratto il brano seguente, figurano a torto nella Patrologia greca sotto il nome di Sant'Epifania. In numero consistente sono entrate a far parte delle letterature orientali.

Oggi un grande silenzio avvolge la terra. Un grande silenzio ed una grande calma. Un grande silenzio. perché il Re dorme. La terra ha rabbrividito e si è ammutolita, perché Dio si è addormentato nella carne, e l'inferno ha tremato. Dio si è addormentato per un istante, e ha svegliato coloro che erano negli inferi... Va alla ricerca dell'uomo come della pecorella smarrita. Vuole assolutamente visitare quei che giacciono nelle tenebre e nell'ombra di morte (Le. 1, 79). Va a liberare dalla loro prigione e dalle loro pene Adamo ed Eva, Lui che è al tempo stesso Dio e figlio di Eva... Prende per mano l'uomo e gli dice:
«Svegliati, o tu che dormi, sorgi fra i morti e Cristo t'illuminerà. (Ef. 5, 14). lo sono il tuo Dio, per te sono divenuto figlio tuo, e ho il potere di dire a te ed ai tuoi discendenti incatenati: uscite. A coloro che si trovano nelle tenebre, io dico: ecco la luce; ed a coloro che sono coricati: alzatevi. A te dico: «Svegliati, o tu che dormi», dal momento che non ti ho creato per farti restare incatenato. «Sorgi tra i morti", perché io sono la vita dei morti. Sorgi, opera delle mie mani; alzati o mia immagine, tu che sei stato creato a mia somiglianza. Sorgi, partiamocene da qui, perché tu sei in me ed io in te; noi formiamo un unico volto indivisibile.
«Per te, io che sono Dio, sono divenuto tuo figlio. Per te, io, tuo Signore, ho preso la tua forma di servo. Per te, io che sto al di sopra dei cieli, sono disceso sulla terra, e perfino al di sotto della terra. Per te, o uomo, sono diventato come Un uomo sfinito, che troverà scampo soltanto fra i morti (Sal. 87, 5-6; LXX). Per te che sei uscito da un giardino, sono stato consegnato ai Giudei in un giardino e crocifisso in un giardino. Guarda sul mio viso gli sputi che ho ricevuto per restituire a te il tuo primo alito. Osserva sulle mie guance gli schiaffi che ho ricevuto per creare di nuovo le tue sembianze a mia immagine. Guarda sul mio dorso i colpi di frusta con cui sono stato colpito per liberare il tuo corpo dal peso dei tuoi peccati. Osserva le mie mani inchiodate alla croce per te che tendesti la mano verso l'albero.
«Alzati. andiamocene da qui. Il nemico ti ha fatto uscire dal paradiso terrestre; io sto per introdurti non più in quel paradiso. ma in cielo. Un tempo ti vietai l'accesso all'albero della vita; ma io stesso sono la vita, ed ora a te mi unisco»,

 Omelie per il Sabato Santo

venerdì 18 aprile 2014

GESÙ PREGA PER I SUOI CARNEFICI - San Francesco di Sales




La prima parola che nostro Signore pronunziò sulla croce fu una preghiera per quelli che lo crocifiggevano: fece quello che scrive s. Paolo: Nel tempo della sua vita terrena offriva preghiere e sacrifici (Ebr. 5, 7). Certo, quelli che crocifiggevano il nostro divin Salvatore non lo conoscevano; e come avrebbero potuto conoscerlo se anche la maggior parte di quelli che assistevano alla crocifissione non capivano la sua lingua? Si trovavano infatti allora a Gerusalemme uomini di vari popoli e nazioni e tutti erano riuniti, a quanto pare, per tormentarlo. Ma neppure uno di loro lo conosceva, perché se l'avessero conosciuto non l'avrebbero crocifisso.
Il Signore dunque, vedendo l'ignoranza e la debolezza di quelli che lo torturavano, cominciò a scusarli e a offrire per loro il suo sacrificio al Padre celeste: la preghiera infatti è un sacrificio. Sacrificio delle labbra e del cuore che presentiamo a Dio sia per noi che per il prossimo; e il Signore appunto s'e ne servì dicendo al Padre suo: Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno (Le. 23,34). Veramente grande era l'ardore di carità che infiammava il cuore del nostro dolce Salvatore! Egli, nel momento in cui soffriva tanto che la violenza dei tormenti sembrava avergli tolto la possibilità di pregare per sé, per la forza del suo amore dimenticò se stesso, ma non le sue creature. Gridò quindi, con voce forte e intellegibile:
Padre mio, perdonali.
Voleva farci capire così quanto ci amava, poiché non c'era sofferenza che potesse attenuare questo amore e voleva anche ,che imparassimo quale dev'essere la disposizione del nostro cuore riguardo al prossimo.
E com'era grande, Dio mio, l'ardore di quella sua carità e la potenza della sua preghiera! Certamente le preghiere di nostro Signore erano così efficaci e meritorie che nulla poteva essergli rifiutato. Perciò fu esaudito, come dice il grande apostolo, a causa dell'amore che il Padre aveva per lui. E' vero che il Padre aveva una grande venerazione per questo Figlio, che come Dio è uguale a lui e allo Spirito Santo, poiché ha con lui una stessa sostanza, sapienza e potenza, una bontà e immensità senza limiti: perciò, considerandolo come il suo Verbo, il Padre non poteva rifiutargli nulla. Ora, poiché questo divino Signore si preoccupò di chiedergli perdono per gli uomini, è certo che la sua domanda fu esaudita, perché il suo divin Padre l'onorava troppo per negargli qualcosa di quel che lui chiedeva.



LE SETTE ULTIME PAROLE DI CRISTO - Meditazioni di Madre Anna Maria Canopi.



1.Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno”

Quando giunsero al luogo detto Cranio, là crocifissero lui e i due malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,33-44)

Dopo aver detto, con lacrime e sudore di sangue, il suo sì filiale al Padre, Gesù acquista forza ed è pronto ad affrontare la Passione tacendo davanti alla menzogna e all’umiliazione, deciso a portare a compimento la sua missione salvifica. Condannato a morte senza un regolare processo, si avvia, portando la croce, verso il Calvario. Durante la faticosa salita, egli è il buon Pastore che porta sulle sue spalle non tanto una croce di legno quanto l’umanità, ossia la pecorella smarrita che è venuto a cercare per riportarla nell’ovile del Padre sulle proprie spalle. Siamo dunque noi la sua vera croce. Il Calvario, luogo della più ingiusta esecuzione capitale, in forza di questo «più grande» amore, spinto fino all’estremo dono di sé, si trasforma nel monte del sacrificio redentore, nel monte dell’intercessione e del perdono. Colui che durante il processo «non aprì la sua bocca» e, spogliato delle sue vesti, si rivestì di sacro silenzio – «Gesù taceva», dice l’evangelista Matteo usando qui l’imperfetto a sottolinearne la profondità e la durata – ora che è reso del tutto impotente ed è là sospeso tra cielo e terra, inchiodato e senza alcuna difesa, in una disfatta che sembra totale, ora egli parla. E la prima parola che udiamo da lui sulla croce è perdono, vale a dire «per-dono», dono al superlativo, dono di quell’amore che l’ha spinto lì: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno». Commenta l’abate Elredo di Rievaulx: «'Padre', dice, 'perdonali'. Che cosa si poteva aggiungere di dolcezza, di carità a una siffatta preghiera? Tuttavia egli aggiunse qualcosa. Gli sembrò poco pregare, volle anche scusare. 'Padre, disse, perdona loro perché non sanno quello che fanno'. E invero sono grandi peccatori, ma poveri conoscitori. Perciò: 'Padre, perdonali'. Crocifiggono, ma non sanno chi crocifiggono, perché 'se l’avessero conosciuto, giammai avrebbero crocifisso il Signore della gloria' (cfr. 1Cor 2,8); perciò: 'Padre, perdonali'. Lo ritengono un trasgressore della legge, un presuntuoso che si fa Dio, lo stimano un seduttore del popolo. 'Ma io ho nascosto loro il mio volto, non riconobbero la mia maestà'. Perciò: 'Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno'»

I processi e il rinnegamento di Pietro. Considerazioni su Pilato. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta - Libro n°10 -Capitolo 604



22-25 marzo 1945.
Incomincia il doloroso cammino per la stradetta sassosa che conduce dalla piazzetta dove Gesù fu catturato al Cedron e da questo, per altra stradetta, alla città. E subito incominciano i lazzi e le sevizie.
Gesù, legato come è ai polsi e persino alla cintura come fosse un pazzo pericoloso, con i capi delle funi affidati a degli energumeni briachi di odio, è stiracchiato qua e là come un cencio abbandonato all'ira di una torma di cuccioli. Ma, fossero cani coloro che così agiscono, sarebbero ancora scusabili. Invece hanno nome di uomini, sebbene dell'uomo non abbiano altro che l'aspetto. Ed è per dare maggior dolore che hanno pensato a quella legatura di due funi opposte, di cui una si occupa soltanto di imprigionare i polsi, e li sgraffia e sega col suo ruvido attrito, e l'altra, quella della cintura, comprime i gomiti contro il torace, e sega e opprime l'alto dell'addome, torturando il fegato e le reni, dove è fatto un enorme nodo e dove, ogni tanto, chi tiene i capi delle funi dà, con gli stessi, delle sferzate dicendo: «Arri! Via! Trotta, somaro!», e unisce anche dei calci, menati al dietro dei ginocchi del Torturato, che ne barcolla e non cade del tutto solo perché le funi lo tengono in piedi. Ma non evitano però che, stiracchiato verso destra da quello che si occupa delle mani e verso sinistra da quello che tiene la fune della cintura, Gesù vada ad urtare contro muretti e tronchi, e cada duramente contro la spalletta del ponticello per un più crudele strattone, ricevuto quando sta per valicare il ponticello sul Cedron. La bocca contusa sanguina. Gesù alza le mani legate per tergersi il sangue che brutta la barba, e non parla. È veramente l'agnello che non morde chi lo tortura.
Della gente è scesa intanto a prendere selci e ciottoli nel greto, e dal basso inizia una sassaiola sul facile bersaglio. Perché l'andare è stentato sul ponticello stretto e insicuro, su cui la gente si accalca facendo ostacolo a se stessa, e le pietre colpiscono Gesù sul capo, sulle spalle, e non Gesù solo. Ma anche i suoi aguzzini, che reagiscono lanciando bastoni e le stesse pietre. E tutto serve per colpire di nuovo Gesù sul capo e sul collo. Ma il ponte ha ben fine, ed ora la viuzza stretta getta ombre sulla mischia, perché la luna, che inizia il tramonto, non scende in quel vicolo contorto, e molte torce nel parapiglia si sono spente.

Riflessioni sull'agonia nel Getsemani e premessa agli altri dolori della Passione. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta - Libro n°10 - capitolo 603


15 febbraio 1944.
Dice Gesù: «La sofferenza della mia agonia spirituale tu l'hai contemplata nella sera del Giovedì. Hai visto il tuo Gesù accasciarsi come uomo colpito a morte che sente fuggire la vita attraverso le ferite che lo svenano, o come creatura soverchiata da un trauma psichico superiore alle sue forze. Ne hai visto le fasi crescenti, di questo trauma, culminate nell'effusione sanguigna, pro- vocata dallo squilibrio circolatorio causato dallo sforzo di vincermi e di resistere al peso che mi si era abbattuto sopra.
Io ero, sono, il Figlio del Dio Altissimo. Ma ero anche il Figlio dell'uomo. Da queste pagine voglio che sgorghi nitida questa mia duplice natura, ugualmente totale e perfetta.
Della mia Divinità vi fa fede la mia parola, la quale ha accenti che solo un Dio può avere. Della mia Umanità i bisogni, le passioni, le sofferenze che vi presento e che patii nella mia carne di vero Uomo, proposta a modello della vostra umanità, così come vi istruisco lo spirito con la mia dottrina di vero Dio.
Tanto la mia santissima Divinità come la mia perfettissima Umanità, nel corso dei secoli e per l'azione disgregante della "vostra" umanità imperfetta, sono risultate menomate, svisate nella loro illustrazione. Avete resa irreale la mia Umanità, l'avete resa inumana, così come avete resa piccola la mia figura divina, negandola in tante parti che non vi faceva comodo riconoscere o che non potevate più riconoscere con i vostri spiriti, menomati dalle tabi del vizio e dell'ateismo, dell'umanismo, del razionalismo.
Io vengo, in quest'ora tragica, prodromo di universali sventure, vengo a rinfrescarvi nella mente la mia duplice figura di Dio e di Uomo, perché voi la conosciate quale Essa è, perché voi la riconosciate dopo tanto oscurantismo con cui l'avete coperta ai vostri spiriti, perché voi la amiate e torniate ad Essa e vi salviate per mezzo di Essa. È la figura del vostro Salvatore, e chi la conoscerà e l'amerà sarà salvo.

LA NOSTRA PASQUA È CRISTO


Melitone di Sardi 
Melitone (morto prima del 190) fu vescovo di Sardi in Asia Minore. Poco tempo dopo la sua morte, il vescovo di Efeso parla di lui come di una «grande luce». Della sua importante opera, ci rimangono solo alcuni frammenti. Recentemente è stata ritrovata la sua omelia sulla Pasqua, dalla quale abbiamo tratto queste pagine. Si tratta di una bella parafrasi dell'Esodo, di stile ricercato, che contiene un'eccellente dottrina cristologica in cui è affermata con forza la divinità di Cristo.

Il mistero della Pasqua è nuovo e antico, senza tempo e nel tempo, corruttibile e incorruttibile, mortale e immortale. Antico secondo la legge, ma nuovo secondo la Parola; nel tempo secondo la figura, eterno secondo la grazia. Corruttibile per l'uccisione dell'agnello, incorruttibile per la vita del Signore; mortale per la sepoltura nella terra, immortale per 'la risurrezione dai morti. Antica è la legge, ma nuova è la Parola; nel tempo è la figura, eterna è la grazia. Corruttibile è l'agnello, incorruttibile èil Signore: immolato come agnello, risorto come Dio. Perché come una pecora è stato condotto al macello (Is. 53, 7; Atti 8,32), ma non era una pecora; come un agnello senza voce (ibid.), ma non era un agnello. Il simbolo è passato e la realtà si è svelata. AI posto di un agnello, è venuto Dio, al posto di una pecora un uomo: e in quest'uomo, Cristo, che contiene tutto in sé. E dunque, il sacrificio dell'agnello e la celebrazione della Pasqua e la lettera della Legge sono contenute nel Cristo Gesù, attraverso il quale sono accadute tutte le cose, nella Legge antica e più ancora nella Parola nuova...
Infatti la salvezza del Signore e la verità sono state prefigurate nel popolo di Israele e le affermazioni del Vangelo preannunciate dalla Legge. Il popolo di Israele era dunque l'abbozzo di un disegno e la Legge la lettera di una parabola. Il Vangelo invece è spiegazione e pienezza della Legge, e la Chiesa il luogo che contiene la verità. L'immagine era dunque preziosa prima della realizzazione, e la parabola mirabile prima dell'interpretazione. In altre parole: il popolo d'Israele aveva un valore prima che la Chiesa sorgesse, e la Legge era mirabile prima che il Vangelo diffondesse la sua luce. Ma quando sorse la Chiesa e fu annunziato il Vangelo, l'immagine divenne vana, perché trasmise la sua forza alla realtà; la Legge ebbe compimento, perché trasmise la sua forza al Vangelo...
Il Signore si era rivestito dell'uomo. Aveva sofferto per chi soffriva, era stato legato per chi era tenuto prigioniero, condannato per chi era colpevole, sepolto per chi era nella tomba. E ora è risorto dai morti e ha gridato a gran voce: «Chi potrà citarmi in giudizio? Si faccia pure avanti! Sono io che ho scelto il condannato, io che ho ridato al morto la vita, io che ho risuscitato il sepolto. Chi mi può contraddire? Io - dice - sono il Cristo; io sono colui che ha distrutto la morte, trionfato sul nemico, calpestato l'inferno; io ho incatenato il potente e sollevato l'uomo verso l'alto dei cieli. lo - dice - sono il Cristo.
Venite dunque voi tutte, famiglie degli uomini impastate di peccato, e ricevete il perdono dei peccati. Perché sono io il vostro perdono, io la Pasqua della salvezza, io l'agnello immolato per voi. Sono io il vostro riscatto, la vostra vita, la vostra risurrezione. lo la vostra luce, la vostra salvezza, il vostro re. lo vi conduco nell'alto dei cieli, io vi mostrerò il Padre immortale, io vi farò risorgere con la mia destra».
peri pascha, 2-6, 39-40, 100-103. Sources Chrétiennes 123, Le Cerf

giovedì 17 aprile 2014

Verso il Getsemani con undici apostoli. L'agonia spirituale e la cattura. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta - Libro n°10 - capitolo 602


 

16 marzo 1945
La via è tutta silenziosa. Solo una fontanella che ricade in un bacino di pietra mette un suono in tanto silenzio. Lungo i muri delle case, dal lato d'oriente, vi è ancora oscurità, mentre dall'altro lato la luna comincia a fare bianco il sommo delle case e, dove la via allarga in una piazzetta, ecco che il latteo argenteo della luna scende a far belli anche i ciottoli e la terra della via. Ma sotto i frequenti archivolti che vanno da casa a casa, simili a ponti levatoi od a puntelli a queste vecchie case dalle scarsissime aperture sulle vie, e che in quest'ora sono tutte chiuse e buie come fossero case abbandonate, vi è l'oscurità perfetta, e il rossastro della torcia portata da Simone acquista una singolare vivezza e un'ancora più grande utilità. I visi, in quella luce rossa e mobile, si mostrano con un rilievo netto e, tanti quanti sono, rivelano altrettanti e diversi stati d'animo.
Il più solenne e calmo è quello di Gesù. Per quanto una stanchezza lo invecchi marcandolo di linee che solitamente non ha e che fanno già apparire la futura effigie del suo volto ricomposto nella morte.
Giovanni, che gli è al fianco, gira uno sguardo stupefatto, dolente, su tutto quanto vede. Sembra un fanciullo terrorizzato da qualche racconto udito o da qualche promessa paurosa e che invochi aiuto da chi sa di più di lui. Ma chi gli può dare aiuto?
Simone, che è all'altro fianco di Gesù, ha il viso chiuso, cupo, di chi rimugina in sé pensieri atroci. Ed è ancora l'unico che, dopo Gesù, mostri un aspetto dignitoso.
Gli altri, in due gruppi che continuamente si alternano nella loro formazione, sono tutto un fermento. E ogni tanto la voce rauca di Pietro o quella baritonale di Tommaso si elevano con risonanza strana. Poi si riabbassano, come paurosi di quello che dicono. Discutono sul da farsi, e chi propone l'una e chi l'altra cosa. Ma cadono tutte le proposte, perché realmente sta per iniziarsi "l'ora delle tenebre" e i giudizi umani restano oscurati e confusi.
«Bisognava dirmelo prima», arrangola Pietro. «Ma non uno ha parlato. Non il Maestro...», dice Andrea. «Sì! Proprio Lui te lo diceva. Ma fratello! Sembra che tu non lo conosca!...», gli risponde Pietro.
«Io sentivo qualche cosa di turbato. E l'ho detto: "Andiamo a morire con Lui". Ve lo ricor- date? Ma, per il nostro santissimo Iddio, se avessi saputo che era Giuda di Simone!...», tuona Tommaso minaccioso.
«E che volevi fare?», chiede Bartolomeo. «Io? Io farei anche ora se mi aiutaste!». «Cosa? Partiresti per ucciderlo? E dove?». «No. Porterei via il Maestro. È più semplice». «Non verrebbe!». «Non gli chiederei se verrebbe. Lo rapirei come si rapisce una donna». «Non sarebbe una malvagia idea!», dice Pietro. E impulsivo torna indietro, si mette nel gruppo dei due figli di Alfeo che con Matteo e Giacomo bisbigliano piano come congiurati.
«Sentite, dice Tommaso di portare via Gesù. Tutti insieme. Si potrebbe... dal GetSamnì per Betfage a Betania e di là... vela per qualche posto. Lo facciamo? Messo in salvo Lui, si torna e si stermina Giuda».

Vedo Gesù così come Egli si descrive – Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta. Libro n°10, capitolo 601.




Dice Gesù:
«Ed ora vieni. Per quanto tu sia questa sera come uno prossimo a spirare, vieni, ché Io ti conduca verso le mie sofferenze. Lungo sarà il cammino che dovremo fare insieme, perché nessun dolore mi fu risparmiato. Non dolore della carne, non della mente, non del cuore, non dello spirito. Tutti li ho assaggiati, di tutti mi sono nutrito, di tutti dissetato, fino a morirne.
Se tu appoggiassi sul mio labbro la tua bocca, sentiresti che essa ancora conserva l'ama rezza di tanto dolore. Se tu potessi vedere la mia Umanità nella sua veste, ora fulgida, vedresti che quel fulgore emana dalle mille e mille ferite che coprirono con una veste di porpora viva le mie membra lacerate, dissanguate, percosse, trafitte per amore di voi.
Ora è fulgida la mia Umanità. Ma fu un giorno che fu simile a quella d'un lebbroso, tanto era percossa ed umiliata. L'Uomo-Dio, che aveva in Sé la perfezione della bellezza fisica, perché Figlio di Dio e della Donna senza macchia, apparve allora, agli occhi di chi lo guardava con amore, con curiosità o con occhio sprezzante, brutto: un "verme", come dice Davide, l'obbrobrio degli uomini, il rifiuto della plebe.

Conformarsi alla mentalità di Gesù. Tratto dal libro " Danzando nel deserto " di padre Elias Vella




SCONFORTO E FIDUCIA DI GESÙ SULLA CROCE Pierre Benoit


Pierre Benoit
Domenicano francese nato nel 1906, direttore (1965) della Scuola Biblica ed Archeologica di Gerusalemme dove ha insegnato il Nuovo Testamento dal 1934, Pierre Benoit è anche stato chiamato come esperto al Concilio Vaticano Il. Come leale servitore del popolo di Dio, Benoit si applica con assidua e costante fatica alla fedele salvaguardia del deposito della fede contenuto nella Sacra Scrittura, da lui tradotta per intero, onde rendere la Parola non solo nutriente, ma addirittura gustosa e di gradimento all'uomo del nostro tempo. Con articoli apparsi soprattutto in "Revue Biblique", egli mette la sua sapiente fatica alla portata del grande pubblico.
E all'ora nona (cioè verso le tre del pomeriggio). Gesù esclamò a gran voce: Eloì, Eloì, lamà sabactani?, che vuol dire: Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato? (Me. 15, 34 e Mt. 27, 46)... Vale la pena notare che gli evangelisti hanno riportato le parole aramaiche, come fanno per le parole del Signore che maggiormente colpiscono ed impressionano, quali: Effeta, Rabbuni, Abba. Esse sono state conservate tali e quali Gesù le aveva pronunciate; sono sicuramente autentiche. Quanto sono inquietanti! Gesù abbandonato dal Padre!...
Nella intimità della sua coscienza, Gesù si sente veramente abbandonato dal Padre. Solo se riusciamo a renderci realmente conto di che si tratta, ne comprendiamo la profonda verità. Non è disperazione, checché ne pensino certuni che, come André Gide, hanno fatto uso di questa espressione per dimostrare e sostenere che Gesù è morto disperato. Certo si è che non bisogna temere di prendere sul serio lo sconforto di Cristo; ma si deve comunque parlare di sconforto, non già di disperazione. Quest'ultima suppone la perdita della fiducia in Dio; lo sconforto, invece, implica soltanto un'immensa tristezza e desolazione. Gesù, per volontà del Padre, ha voluto gustare fino in fondo la morte umana e la sua tragica condizione. Suo Padre l'ha abbandonato, ma non alla perdizione, bensì agli attacchi del male e dei peccatori. Nel Getsemani, Gesù ha chiesto che gli fosse evitata la morte, ma si è inchinato alla volontà del Padre; sulla croce, egli rifiuta di bere il vino aromatico per gustare fino alla feccia il calice della morte umana. La pena di questa morte umana che rappresenta per noi la grande tragedia, consiste precisamente nel sentirsi abbandonati: tutto vi lascia, e voi vi trovate faccia a faccia con Dio Giudice. Gesù, che rappresenta tutti gli uomini, si sente abbandonato da Dio, volontariamente va fino all'annientamento, fino alla sofferenza totale. Davanti a Dio, egli si sente rivestito del peccato del mondo, che è appunto la causa di questo terrificante sconforto. Dio l'ha abbandonato nelle mani dei peccatori, dei Romani e dei Giudei...
Il reale sconforto di Gesù legittima questa espressione. Bisogna comunque sottolineare ancora un aspetto importante: questa frase è un'espressione della Sacra Scrittura, il primo versetto del Salmo 21 che ha offerto alla narrazione della Passione tante caratterizzazioni. Quando Gesù pronuncia questa frase, non è che egli la inventi. Riprendendo l'espressione del Salmo, Cristo vuole dimostrare che la Sacra Scrittura si compie in lui e che il salmista preannunciava esattamente il suo lamento. Inoltre, questo salmo che comincia nell'angoscia, finisce nella fiducia. Ora, per gli antichi lettori ebrei e cristiani, la citazione di un testo evocava tutto il seguito. La gente allora conosceva la Sacra Scrittura a memoria; l'inizio era sufficiente per introdurre tutto il salmo. E l'ultima delle tre parti del salmo in questione esprime la fiducia finale dello sventurato: lo narrerò il tuo nome ai miei fratelli, dirò nelle adunanze le tue lodi... Poiché non sdegnò il lamento del povero... A lui ricorsi ed egli mi esaudì (Sal. 21, 23-25). In questo modo Gesù fa capire che dopo lo sconforto, verrà la salvezza, dopo la sofferenza, verrà il trionfo. Egli santifica i nostri lamenti col suo personale lamento, ma la sua fiducia in Dio rimane intatta.
Quest'espressione è autentica; mai i cristiani ne avrebbero inventata una tanto tragica e tanto dura. Tuttavia, non dobbiamo averne timore; essa getta una luce grande sulla sofferenza di Gesù, rendendolo assai vicino alla nostra personale desolazione.
Passion et Résurrection du Seigneur, Le Cerf, 1966

«GUSTATE E VEDETE COM'È BUONO IL SIGNORE» (Sal. 33, 9) San Gaudenzlo


San Gaudenzio (morto dopo il 406), fu vescovo di Brescia. Ci restano di lui ventuno sermoni di cui dieci pronunciati durante la settimana di Pasqua. Il tema dell'Eucaristia gli fu particolarmente caro: ne troviamo in questo sermone i grandi temi tradizionali.
Quando Gesù diede ai suoi discepoli il pane e il vino consacrati, disse: Questo è il mio corpo... questo è il mio sangue (Mt. 26,26-28). Fidiamoci di colui al quale abbiamo creduto. Cristo, che è la verità, non può mentire...
La notte in cui fu tradito per essere crocifisso, Gesù ci ha 'lasciato in dono, come eredità del suo nuovo testamento, proprio questo pegno della sua presenza. Noi ne siamo nutriti e fortificati durante il viaggio di questa nostra vita, fino a che lasceremo il mondo presente e arriveremo a lui. Per questo il Signore diceva: Se non mangerete la mia carne e non berrete il mio sangue, non avrete in voi la vita (Gv. 6,54). Ha voluto infatti che la sua opera di salvezza continuasse in mezzo a noi; ha voluto che le anime si santificassero nel suo sangue, partecipando sacramentai mente alla sua passione. Perciò ordina ai suoi discepoli fedeli - i primi sacerdoti istituiti per la Chiesa - di tenere continuamente vivi questi misteri della vita eterna; e tutti i sacerdoti sparsi nelle chiese del mondo ,intero ,li devono celebrare fino al giorno della venuta di Cristo. Così tutti noi, sacerdoti e popolo dei fedeli, abbiamo ogni giorno davanti agli occhi la figura della passione di Cristo, la teniamo fra le mani, ce ne nutriamo e la portiamo nel nostro petto: il ricordo della nostra redenzione non può dunque mai cancellarsi in noi, e abbiamo sempre a nostra portata il dolce rimedio che ci proteggerà per sempre contro il veleno del diavolo. A questo ci invita lo Spirito Santo: Gustate e vedete com'è buono il Signore...Sappiamo che il pane, composto di molti grani di frumento ridotti in farina e impastati con acqua, deve passare attraverso il fuoco per giungere alla sua perfezione. Non è fuori luogo vedere in questo una figura del corpo di Cristo: sappiamo infatti che il suo unico corpo è formato dalla moltitudine di tutto il genere umano, e portato a compimento dal fuoco dello Spirito Santo. Gesù è nato dallo Spirito: e poiché in lui doveva compiersi ogni giustizia, è entrato nell'acqua del Battesimo per consacrarla, uscendo poi dal Giordano pieno di Spirito Santo, quello Spirito che era disceso su di lui in forma di colomba. Così infatti dice l'evangelista: Gesù, ripieno di Spirito Santo, tornò dalle rive del Giordano (Le. 4, 1). Allo stesso modo, il sangue di Cristo è un vino che, tratto dai numerosi acini di un'uva raccolta nella vigna da lui stesso piantata, viene premuto nel torchio della croce e fermenta per virtù propria, come in un'anfora, nel cuore di coloro che lo bevono con fede.
Questo sacrificio salvifico della Pasqua, riceviamolo insieme con tutta la sete religiosa del nostro cuore, noi che siamo fuggiti dall'Egitto e dalla tirannia diabolica. Così il più intimo del nostro essere sarà santificato dallo stesso Gesù Cristo nostro Signore, che noi crediamo presente nei suoi sacramenti. La sua potenza inestimabile rimane in eterno.
Sermo II: P.L. 20, 859 A-B; 860 A-C; 861 A.

mercoledì 16 aprile 2014

Il Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 26,14-25 - Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito!



Testo del Vangelo (Mt 26,14-25): In quel tempo, uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariòta, andò dai capi dei sacerdoti e disse: «Quanto volete darmi perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d’argento. Da quel momento cercava l’occasione propizia per consegnare Gesù.

Il primo giorno degli Ázzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che prepariamo per te, perché tu possa mangiare la Pasqua?». Ed egli rispose: «Andate in città da un tale e ditegli: “Il Maestro dice: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli”». I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.

Venuta la sera, si mise a tavola con i Dodici. Mentre mangiavano, disse: «In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». Ed essi, profondamente rattristati, cominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». Ed egli rispose: «Colui che ha messo con me la mano nel piatto, è quello che mi tradirà. Il Figlio dell’uomo se ne va, come sta scritto di lui; ma guai a quell’uomo dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito! Meglio per quell’uomo se non fosse mai nato!». Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l’hai detto».


Commento: P. Raimondo M. SORGIA Mannai OP (San Domenico di Fiesole, Florencia, Italia)
In verità io vi dico: uno di voi mi tradirà
Oggi, il Vangelo ci propone -almeno- tre considerazioni. La prima è che, quando l'amore verso il Signore si intiepidisce, allora la volontà cede ad altri reclami, dove la voluttuosità sembra offrirci piatti più saporiti, ma in realtà, condimentati da veleni degradanti e inquietanti. Data la nostra nativa debolezza, non dobbiamo permettere che diminuisca il fuoco del fervore che, se non sensibile,(sensibilmente) almeno mentale,(mentalmente) ci unisce a Colui che ci ha amati fino ad offrire la sua vita per noi.

La seconda considerazione si riferisce alla scelta misteriosa del luogo dove Gesù vuole consumare la sua cena pasquale. «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli» (Mt 26,18). Il proprietario della casa, forse non era un amico dichiarato del Signore, però doveva avere l'orecchio attento per ascoltare le chiamate "interiori". Il Signore gli avrebbe parlato nell’intimo–come spesso ci parla- attraverso mille incentivi perché Gli aprisse la porta. La sua fantasia e la sua onnipotenza, sostegni dell’amore infinito con cui ci ama, non conoscono confini e si esprimono sempre in modo adeguato ad ogni situazione personale. Quando sentiremo la chiamata dovremo "rinunciare", lasciando da parte i sofismi e accettare allegramente questo "messaggero liberatore". E' come se qualcuno si presentasse alla porta della prigione e ci invitasse a seguirlo, come fece l'Angelo con Pietro dicendogli: «Presto, alzati e seguimi!» (Atti. 12,7).

Il terzo motivo per la meditazione ce lo offre il traditore che cerca di nascondere il suo crimine davanti allo sguardo scrutatore dell’Onnisciente. Lo avevano già intentato lo stesso Adamo e dopo il figlio fratricida, Caino, ma inutilmente. Prima di essere il nostro esattissimo Giudice, Dio si presenta come padre e madre, che non si rassegna all'idea di perdere un figlio. Gesù soffre con tutto il cuore non tanto per essere stato tradito ma per vedere un figlio che si allontana irrimediabilmente da Lui.

Commento: Fray Josep Mª MASSANA i Mola OFM (Barcelona, Spagna)
La Pasqua
Oggi, gli Apostoli preparano la Pasqua. Giuda complotta “l’affare” della consegna del Maestro, senza sospettare che il suo tradimento “agevola” la vittima della nuova Pasqua. Gli altri Apostoli preparano il banchetto, senza sapere che questa Pasqua non sarà più dell’Antico Testamento, ma del Nuovo: Gesù alimento Eucaristico e vittima sulla croce.

Pasqua significa “passo”: passo dalla schiavitù alla libertà, passo attraverso il deserto, attraverso il Giordano, attraverso il Mar Rosso... Un passo di Dio che sempre significa protezione e salvezza. Era la maggior festa dei giudei: sacrificio e banchetto uniti, che celebrava la loro storia di salvezza.

-Signore Gesù, anch'io voglio preparare la tua Pasqua come i discepoli. So che la tua “ora” si avvicina, quella di “passare” per il dono di te stesso, attraverso il sacrificio della croce e della morte. Che il tuo “passo” sia il mio, e la tua Pasqua sia il passo a una vita nuova in Te.

LA PASSIONE DI CRISTO, RAGIONE DELLA NOSTRA FIEREZZA Sant'Agostino *


 
Sant'Agostino (354-430), vescovo di Ippona, è Romano in tutta la sua cultura. Pensatore geniale, ci ha lasciato un'opera monumentale di valore inestimabile. Filosofo, teologo, pastore di anime, uomo di intensa spiritualità, egli è il Dottore della grazia, ed ancor più, il Dottore della carità. Il suo pensiero, qualunque sia il genere di opera in cui si sviluppa, è legato alla passione, alla morte e alla risurrezione del Signore.

La Passione di nostro Signore e Salvatore Gesù Cristo è una testimonianza di gloria ed un insegnamento di pazienza e di rassegnazione. Che cosa non può aspettarsi dalla grazia divina il cuore dei credenti, per i quali il Figlio unico e coeterno del Padre non solo si è accontentato di nascere uomo fra gli uomini, ma ha anche voluto morire per mano degli uomini da lui stesso creati? Grandi sono le promesse del Signore. Ma ciò che ha compiuto per noi ed il cui ricordo rinnoviamo continuamente, è assai più grande ancora. Donde erano e chi erano quegli empi per i quali Cristo è morto? Ha loro offerto la sua morte: chi mai potrebbe dubitare che darà ai giusti la sua vita? Perché la debolezza umana esita a credere che verrà un giorno in cui gli uomini vivranno con Dio? Ciò che è già avvenuto è di gran lunga più incredibile: Dio è morto per gli uomini.
Chi è Cristo, se non ciò che la Sacra Scrittura dice: In principio era il Verbo, ed il Verbo era presso Dio, ed il Verbo era Dio? (Gv. 1, 1). Questo Verbo di Dio si è fatto carne, ed abitò tra noi (Gv. 1, 14). Egli non avrebbe avuto in sé alcunché di mortale, se non avesse preso da noi una carne mortale. Così, !'immortale poté morire; così, egli volle donare la sua vita ai mortali. In seguito, farà partecipare della sua vita coloro la cui condizione ha in un primo tempo condivisa. Alla nostra sola essenza di uomini non apparteneva la possibilità di vivere, come alla sua non apparteneva quella di morire. Fece dunque con noi questo scambio mirabile: prese da noi ciò per cui è morto, mentre noi prendiamo da lui ciò per cui vivremo...
Non solo non dobbiamo provare vergogna per la morte di Dio nostro Signore, ma dobbiamo ricavarne la più grande fiducia e la più grande fierezza. Nel ricevere da noi la morte che ha trovato in noi, ci ha fedelmente promesso di darci la vita in lui, quella vita che non potevamo avere da noi stessi. E se colui che è senza peccato ci ha amati al punto da subire per noi, peccatori, ciò che avremmo meritato per il nostro peccato, come potrà non darci ciò che è giustizia, lui che ci giustifica e ci discolpa? Come non darà ai giusti la loro ricompensa, lui che è fedele alle sue promesse e che ha subito la pena dei colpevoli? Riconosciamo senza timori, fratelli miei, e proclamiamo che Cristo è stato crocifisso per noi. Diciamolo senza timore e con gioia, senza vergogna e con fierezza. L'apostolo Paolo l'ha visto, lui che ne ha fatto un titolo di gloria. Dopo aver rammentato le grandi e numerose grazie ricevute da Cristo, non dice che si vanta di queste meraviglie, bensì afferma: Quanto a me, non sia mai che mi glorii d'altro se non della croce del Signore nostro Gesù Cristo (Gal. 6, 14).
* Trattato sulla Passione del Signore

martedì 15 aprile 2014

Siamo vicini al Venerdì santo e alla Pasqua


 

Siamo vicini al Venerdì santo e alla Pasqua,
ai giorni delle azioni strapotenti
compiute da Dio nella storia;
delle azioni nelle quali il giudizio di Dio e la grazia di Dio
divennero visibili a tutto il mondo:
giudizio in quelle ore,
in cui Gesù Cristo,
il Signore, pendette dalla croce.
Grazia in quell'ora,
in cui la morte fu inghiottita dalla vittoria.
Non gli uomini hanno fatto qui qualcosa,
no, soltanto Dio lo ha fatto.
Egli ha percorso la via verso gli uomini
con infinito amore. Ha giudicato
ciò che è umano.
E ha donato grazia
al di là del merito.


(11 marzo 1928) Dietrich Bonhoeffer

Conoscere Cristo



Conoscere Cristo, come processo intellettuale e soprattutto esistenziale, è un processo che ci fa testimoni. In altre parole, possiamo essere testimoni solo se Cristo lo conosciamo di prima mano e non solo da altri, dalla nostra propria vita, dal nostro incontro personale con Cristo. Incontrandolo realmente nella nostra vita di fede diventiamo testimoni e possiamo così contribuire alla novità del mondo, alla vita eterna.”

Benedetto XVI , 20 gennaio 2010

Vangelo (Gv 13,21-33.36-38) Uno di voi mi tradirà…


Testo del Vangelo (Gv 13,21-33.36-38): In quel tempo, Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà». I discepoli si guardavano l’un l’altro, non sapendo bene di chi parlasse. Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. Simon Pietro gli fece cenno di informarsi chi fosse quello di cui parlava. Ed egli, chinandosi sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». Rispose Gesù: «È colui per il quale intingerò il boccone e glielo darò». E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda, figlio di Simone Iscariòta. Allora, dopo il boccone, Satana entrò in lui. Gli disse dunque Gesù: «Quello che vuoi fare, fallo presto». Nessuno dei commensali capì perché gli avesse detto questo; alcuni infatti pensavano che, poiché Giuda teneva la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte.

Quando fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui. Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete ma, come ho detto ai Giudei, ora lo dico anche a voi: dove vado io, voi non potete venire». Simon Pietro gli disse: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado, tu per ora non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità io ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m’abbia rinnegato tre volte».

Commento: Abbé Jean GOTTIGNY (Bruxelles, Belgio)

Ed era notte

Oggi, Martedì Santo, la liturgia sottolinea il dramma che sta per scatenarsi e che concluderà con la crocifissione del Venerdì Santo. «Preso il boccone (Giuda), egli subito uscì. Ed era notte» (Gv 13,30). Sempre è di notte quando ci si allontana da quello che è "Luce di Luce, Dio vero di Dio vero» (Simbolo niceno-costantinopolitano).

Il peccatore è colui che da la spalla al Signore per gravitare intorno alle cose create, senza riferirle al Creatore. Sant'Agostino descrive il peccato come "un amore a se stesso fino al disprezzo di Dio". Insomma, un tradimento. Una prevaricazione frutto della «arroganza con cui vogliamo emanciparci da Dio per non essere altro che noi stessi, l'arroganza per la quale crediamo di non aver bisogno di amore eterno, poiché vogliamo dominare la nostra vita per noi stessi» (Benedetto XVI). Si può capire che Gesù, quella sera, si "commosse profondamente" (Gv 13,21).

Fortunatamente, il peccato non è l'ultima parola. Questa è la misericordia di Dio. Ma essa suppone un "cambio" da parte nostra. Una inversione della situazione che consiste nel distaccarsi dalle creature per legarsi a Dio e ritrovare così la autentica libertà. Ma non aspettiamo ad essere nauseati delle false libertà che ci siamo presi, per cambiare a Dio. Come denunciò il padre gesuita Bourdaloue " vorremmo convertirci, quando siamo stanchi del mondo, o meglio, quando il mondo sia stanco di noi". Cerchiamo di essere più furbi. Decidiamoci adesso. La Settimana Santa è l'occasione propizia. Sulla croce, Cristo, tende le sue braccia a tutti. Nessuno è escluso. Tutto ladrone pentito ha un posto in paradiso. Questo sì, a condizione di cambiare vita e di riparare, come quello del Vangelo: "Noi giustamente, perché riceviamo il giusto per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male" (Lc 23,41).

Commento: + Rev. D. Lluís ROQUÉ i Roqué (Manresa, Barcelona, Spagna)

«Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui»

Oggi, contempliamo Gesù nei giorni bui della passione, buio che terminerà quando esclamerà: «Tutto è compiuto» (Gv 19,30); Nella luminosa notte della Pasqua —in contrapposizione alla notte oscura della vigilia della sua morte— si realizeranno le parole di Gesù: «Ora il Figlio dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato glorificato in lui» (Gv 13,31). Si può dire che ogni passo di Gesù è un passo dalla morte alla vita e ha un carattere pasquale, che si manifesta in un atteggiamento di totale obbedienza al Padre: «Eccomi per fare la tua volontà» (Eb 10,9), atteggiamento che viene confermato con parole, gesti ed opere per spianare la strada della sua glorificazione come il Figlio di Dio.

Contempliamo anche la figura di Giuda, l'apostolo traditore. Giuda cerca di nascondere la cattiva condotta che tiene nel suo cuore; Inoltre, cerca di coprire con ipocrisia la avidità che lo domina e cieca, pur essendo così vicino a chi è la Luce del mondo. Nonostante sia circondato da luce e generosità esemplare, per Giuda «era notte» (Gv 13,30): trenta sicli d'argento, "sterco del diavolo", —come califica il denaro Papini — lo abbagliarono e lo legarono. Preso di avidità, Giuda ha tradito Gesù e lo ha venduto, quello il più pregiato degli uomini, il solo che può arricchirci. Ma Giuda, sperimentò anche la disperazione, perché il denaro non è tutto e può arrivare a schiavizzare.

Infine, consideriamo attenta e devotamente Pietro. Tutto in lui è buona volontà, amore, generosità, natura, povertà ... è il contrappunto a Giuda. E ' vero che ha negato Gesù, ma non lo ha fatto per dolo, ma per viltà. Dalla debolezza umana. «Nega una terza volta: Gesù lo guarda, ed egli pianse amaramente.» (S. Ambrogio). Pietro si pentì sinceramente ed spressò il suo dolore pieno d'amore. Così viene raffermato per Gesù nella sua vocazione e la missione che a lui aveva preparato.

lunedì 14 aprile 2014

Auschwitz, la fabbrica dello sterminio - Per non dimenticare....



LA SPERANZA......



" L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.”

Benedetto XVI , 28 novembre 2009

domenica 13 aprile 2014

«Siamo dieci! ... Siamo dieci!...» I sogni di San Giovanni Bosco



I mali che Don Bosco denuncia: cattivi discorsi, compagni che fanno la parte del diavolo, confessioni mal fatte, mancanza di proposito.... saranno proprio solo di quei giovani visitati misteriosa mente da Don Bosco? Oggi, oltre i mezzi di corruzione usati nell’800, il demonio ha a disposizione un nuovo mezzo, forse il più deleterio: la pornografia nelle sue varie forme. Occorre aiutare i giovani a difendersi.
All’Oratorio di Don Bosco i ragazzi, dal 3 al 7 luglio 1872, avevano fatto gli Esercizi Spirituali. Il Santo, dopo aver pregato il Signore di fargli conoscere se tutti li avevano fatti bene, fece questo sogno rivelatore.
Gli parve di essere in un cortile assai più spazioso di quello dell’Oratorio, circondato tutt’intorno di case, di piante e di cespugli. Sui rami degli alberi e tra le spine dei cespugli vi erano qua e là dei nidi, con dentro i piccoli sul punto di prendere il volo. Mentre Don Bosco si divertiva ad ascoltarne il cinguettio, ecco cadergli dinanzi un uccellino: dal suo canto conobbe che era un usignuolo.
— Oh! — disse —, sei caduto! Le ali non ti bastano al volo e io ti potrò prendere.
E mentre diceva così, mosse il passo e allungò il braccio per prendere l’animaletto. Stava già per sfiorargli le ali e prenderlo in mano, quando l’uccellino fece uno sforzo e volò fino in mezzo al cortile.
— Povera bestiolina — pensava Don Bosco —, è inutile che tu cerchi di sfuggirmi, tanto ti raggiungerò e ti prenderò ugualmente.
Gli si riavvicina e sta quasi per acciuffarlo, quand’ecco gli fa lo stesso gioco di prima e, raccolte tutte le sue forze, se ne vola lontano un bel pezzo.
— Oh, mi vuoi prendere in giro — esclama Don Bosco —. Ebbene vedremo chi la vincerà.
Ed eccolo addosso all’usignuolo per la terza volta. Ma mentre già lo sta stringendo delicatamente, eccolo innalzarsi nell’aria.
Don Bosco lo segue con lo sguardo e si meraviglia del suo ardire, quando tutto all’improvviso vede un grosso sparviero piombare addosso all’usignuolo, afferrano con i suoi adunchi artigli e por tarlo via per divorarlo.
«A quello spettacolo — continua Don Bosco —, mi sentii gela re il sangue nelle vene e mentre seguivo con lo sguardo il volo dello sparviero, dicevo tra me:
— Io volevo salvarti, ma tu non hai voluto lasciarti prendere; anzi mi hai burlato tre volte, e ora paghi il fio della tua testardaggine. Allora l’usignuolo si rivolse a me e mandò tre volte un debole grido:
— Siamo dieci!... Siamo dieci!... Siamo dieci!...
Tutto agitato, mi sveglio e ripenso naturalmente al sogno e a quelle misteriose parole, ma non riesco a capirne il senso.
La notte seguente ecco il medesimo sogno. Mi pare di essere nello stesso cortile, attorniato come la notte precedente di case, di alberi e di cespugli e vedo lo stesso sparviero che mi vola attorno con occhi di fuoco e in atteggiamento aggressivo. Maledicendo alla sua crudeltà con l’usignuolo, alzo la mano in segno di minaccia. Egli allora fugge impaurito e, fuggendo, lascia cadere ai miei piedi un biglietto su cui erano scritti dieci nomi. Ansioso lo raccolgo, lo divoro con lo sguardo e vi leggo i nomi di dieci giovani qui presenti. Svegliatomi, senza troppo fantasticare, capii subito il segreto di quei nomi: erano i giovani che non avevano voluto saperne di far bene gli Esercizi, che non avevano aggiustato i conti della loro coscienza e, anziché darsi al Signore per mezzo di Don Bosco, avevano preferito darsi al demonio. Mi inginocchiai, resi grazie a Maria Ausiliatrice che si fosse degnata di farmi noti, in un modo così singolare, quei figli che avevano disertato dalle file; e le promisi in pari tempo di non cessare mai, finché mi fosse possibile, di andare dietro alle pecorelle smarrite» .
Il segretario Don Gioachino Berto, nei processi Apostolici per la Causa di Beatificazione di Don Bosco, ha dichiarato: « Ricordo che i detti giovani furono fatti avvisare da Don Bosco in privato e che uno di quelli, non volendo mutare condotta, fu allontanato dall’Oratorio » .

Domenica delle Palme - (Mt 26,14—27,66)


 

Commento: Rev. D. Antoni CAROL i Hostench (Sant Cugat del Vallès, Barcelona, Spagna)
Sei tu il re dei Giudei?
Oggi, ci si invita a contemplare lo stile della regalità di Cristo Salvatore. Gesù è Re e –precisamente- nell’ultima domenica dell’anno liturgico celebriamo la festa di `Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo.´ Sì, Egli è il Re, ma il Suo regno è il «Regno della verità e la vita, il regno della santità e la grazia, il Regno della giustizia, l’amore e la pace» (Prefazio della Solennità di Cristo Re). Regalità sorprendente! Gli uomini, con la nostra mentalità mondana, non siamo abituati a questo.

Un Re buono, mite, che bada al bene delle anime: «Il mio regno non è di questo mondo» (Gv 18,36). Lui lascia fare. Con accento dispregiativo e di beffa, «`Sei tu il re dei giudei?´». Gesù rispose: «Tu lo dici» (Mt 27,11). Ancora più burla: Gesù viene paragonato con Barabba, e il popolo deve scegliere la liberazione di uno dei due: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi Barabba o Gesù, chiamato Cristo?» (Mt 27,17). E...preferiscono Barabba! (cf. Mt 27,21) E...Gesù tace e si offre in olocausto per noi, che Lo giudichiamo!

Quando poco prima era arrivato a Gerusalemme, con entusiasmo e semplicità, «La folla numerosissima stese i suoi mantelli sulla strada mentre altri tagliavano rami dagli alberi e li stendevano sulla via. La folla che lo precedeva e quella che lo seguiva, gridava; Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!» (Mt 21,8-9). Adesso, però, essi gridano: «Sia crocifisso! Chiese loro Pilato: Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo? Tutti risposero: «Sia crocifisso! Ed egli disse:«Ma che male ha fatto?» Essi allora gridavano più forte: «Sia crocifisso!» (Mt 27 22,23). «Metterò in croce il vostro re?» Risposero i capi dei sacerdoti: «Non abbiamo altro re che Cesare» (Gv 19,15).

Questo re non si impone, si offre. La Sua regalità è impregnata di spirito di servizio. «Non viene a conquistare gloria, con sfarzo e con lusso; non discute ne alza la voce, non si fa sentire per le strade, ma è mite ed umile (...). Non lanciamo al Suo passare ne rami di ulivo, ne tappeti o vestiti; diffondiamoci noi stessi il più possibile» (Sant’Andrea di Creta, vescovo).

La Passione di Cristo


Constatare che siamo dei mostri è molto doloroso, sopratutto quando iniziamo a subire la seduzione di Cristo. Succede allora qualcosa che somiglia un pò alla favola "La bella e la bestia", dove la bestia, a forza di guardare la bella, diventa bella a sua volta. Ma è un periodo straziante e paradossale, in cui continuiamo a essere dei mostri, pur essendo ormai figli di Dio, con un cuore ardente come quello dei discepoli di Emmaus. Potrebbe sembrare bello essere subito trasformati, non appena si senta il fascino di Cristo, ma non è così: è dopo aver toccato il fondo dello sconforto più totale che il cuore dei discepoli di Emmaus, e cioè il nostro, incomincia ad ardere... Egli ha manifestato ciò che siamo realmente, lasciandosi crocifiggere: è una delle ragioni (ce ne sono altre) per cui ha rifiutato di difendersi, per mostrarci di che cosa siamo capaci...



Tratto da "Beati gli umili" di Marie Dominique Molinié.

L'ultima Cena pasquale - Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" di Maria Valtorta - Capitolo 600


L'ultima Cena pasquale.

9 marzo 1945.
Comincia la sofferenza del Giovedì Santo. Gli apostoli, e sono dieci, si dànno un gran da fare a preparare il Cenacolo. Giuda, arrampicato sul tavolo, osserva se l'olio è in tutti i palloncini del grande lampadario, che pare una corolla di fucsia doppia, perché ha uno stelo circondato da cinque lumi in ampolle simili a petali, poi un secondo giro, più in basso, che è tutta una coroncina di fiammelle, poi ha, per ultimo, tre esili lampadine sospese a catenelle che sembrano i pistilli del luminoso fiore. E non rida del mio disegno.
Poi scende con un salto e aiuta Andrea a disporre con arte le stoviglie sulla tavola, su cui viene stesa una finissima tovaglia. Sento Andrea che dice: «Che splendido lino!».
E l'Iscariota: «Uno dei migliori di Lazzaro. Marta l'ha voluta portare per forza». «E questi calici? e queste anfore, allora?», osserva Tommaso che ha messo il vino nelle anfore preziose e le rimira, specchiandosi nelle loro pance snelle, e ne carezza i manici a cesello con occhio d'intenditore.
«Chissà che valore, eh?», chiede Giuda Iscariota. «É lavorato a martello. Mio padre ne andrebbe pazzo. L'argento e l'oro in foglia si piega, quando è caldo, con facilità. Ma trattato così... É un momento rovinare tutto. Basta un colpo mal dato. Ci vuole forza e leggerezza insieme. Vedi i manici? Tratti dal blocco. Non saldati. Cose da ricchi... Pensa che tutta la limatura e lo sbozzato si perdono. Non so se mi capisci».
«Eh! se capisco! Insomma è come uno che fa scoltura». «Proprio così». Tutti ammirano. Poi tornano al loro lavoro. Chi dispone i sedili e chi fa pronte le credenze.