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sabato 3 maggio 2014

SAN FILIPPO, UN VERO TESTIMONE - BENEDETTO XVI - Mercoledì, 6 settembre 2006

 

Cari fratelli e sorelle,
proseguendo nel tratteggiare le fisionomie dei vari Apostoli, come facciamo da alcune settimane, incontriamo oggi Filippo. Nelle liste dei Dodici, egli è sempre collocato al quinto posto (così in Mt 10,3; Mc 3,18; Lc 6,14; At 1,13), quindi sostanzialmente tra i primi. Benché Filippo fosse di origine ebraica, il suo nome è greco, come quello di Andrea, e questo è un piccolo segno di apertura culturale da non sottovalutare. Le notizie che abbiamo di lui ci vengono fornite dal Vangelo di Giovanni. Egli proveniva dallo stesso luogo d’origine di Pietro e di Andrea, cioè Betsaida (cfr Gv 1,44), una cittadina appartenente alla tetrarchìa di uno dei figli di Erode il Grande, anch’egli chiamato Filippo (cfr Lc 3,1).
Il Quarto Vangelo racconta che, dopo essere stato chiamato da Gesù, Filippo incontra Natanaele e gli dice: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe, di Nazaret” (Gv 1,45). Alla risposta piuttosto scettica di Natanaele (“Da Nazaret può forse venire qualcosa di buono?”), Filippo non si arrende e controbatte con decisione: “Vieni e vedi!” (Gv 1,46). In questa risposta, asciutta ma chiara, Filippo manifesta le caratteristiche del vero testimone: non si accontenta di proporre l’annuncio, come una teoria, ma interpella direttamente l’interlocutore suggerendogli di fare lui stesso un’esperienza personale di quanto annunciato. I medesimi due verbi sono usati da Gesù stesso quando due discepoli di Giovanni Battista lo avvicinano per chiedergli dove abita. Gesù rispose: “Venite e vedrete” (cfr Gv 1,38-39).

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 14,6-14 - Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?


 
In quel tempo, disse Gesù a Tommaso: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».
Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere. Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre. E qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò, perché il Padre sia glorificato nel Figlio. Se mi chiederete qualche cosa nel mio nome, io la farò».

Parola del Signore


Riflessione

Durante l'ultima cena, Gesù continua a istruire i suoi discepoli per il tempo della prova che dovrà avvenire da li a poco. Vediamo così un Gesù attento e premuroso che rincuora i suoi discepoli turbati. Tutto questo è stupendo... ed è proprio lo stile di Gesù.
Il suo desiderio infatti, è quello di portare tutti con Lui nella casa di Suo Padre, lì vivremo la vita beata.
Il turbamento dei discepoli è da comprendere, perché anche noi, in questa vita incerta e agitata, ci troviamo spesso ad un bivio e non sappiamo dove andare a parare... vorremmo una vita più tranquilla, senza preoccupazioni o incertezze, vorremmo un lavoro sicuro e ben retribuito in modo da rendere i nostri giorni brillanti, frizzanti, confortevoli..., e vorremmo anche essere sani nel corpo. Tutti questi desideri non sono sbagliati... ma se si vogliono solo questi beni, senza Dio, non siamo Suoi amici... E' vero anche che abbiamo la necessità di lavorare (ringrazi chi ha la fortuna di averlo un lavoro...!!!), non dobbiamo però trascurare l'obbiettivo principale: Gesù nostro. Ma se al suo posto poniamo la carriera, i soldi e i comfort, abbiamo perso o sbagliato la strada... Proprio in questo incrocio ci aspetta Gesù, e come un padre amorevole ci dice: Io sono la Via... Accogliamo quindi questo invito e diamo a Lui la nostra mano, lasciamoci condurre. Sarà poi Lui a dirci dove andare, cosa fare e chi incontrare. La strada giusta al bivio della nostra vita la troveremo solo se decidiamo di accogliere questa meravigliosa amicizia. Prendiamo Gesù come nostra guida e lasciamo che sia Lui a dirigere il nostro cammino, Lui che la strada verso il Padre la conosce molto bene.
La vita di oggi è difficile, e nonostante il nostro impegno nel fare la Sua volontà, capita spesso di lasciarci prendere dallo sconforto, di vacillare, e così, senza volerlo, Lo offendiamo invidiando gli empi e la loro vita apparentemente più bella della nostra. Proprio ieri un mio caro amico mi ha citato dei versi del Salmo 73, e in quel momento erano veramente a “fagiolo”!!! Per poco non inciampavano i miei piedi, per un nulla vacillavano i miei passi, perché ho invidiato i prepotenti, vedendo la prosperità dei malvagi. Non c'è sofferenza per essi, sano e pasciuto è il loro corpo. Non conoscono l'affanno dei mortali e non sono colpiti come gli altri uomini. Dell'orgoglio si fanno una collana e la violenza è il loro vestito. Esce l'iniquità dal loro grasso, dal loro cuore traboccano pensieri malvagi. Scherniscono e parlano con malizia, minacciano dall'alto con prepotenza. Levano la loro bocca fino al cielo e la loro lingua percorre la terra. Perciò seggono in alto, non li raggiunge la piena delle acque. Dicono: "Come può saperlo Dio? C'è forse conoscenza nell'Altissimo?". Ecco, questi sono gli empi: sempre tranquilli, ammassano ricchezze. Invano dunque ho conservato puro il mio cuore e ho lavato nell'innocenza le mie mani, poiché sono colpito tutto il giorno, e la mia pena si rinnova ogni mattina. Se avessi detto: "Parlerò come loro", avrei tradito la generazione dei tuoi figli. Riflettevo per comprendere: ma fu arduo agli occhi miei, finché non entrai nel santuario di Dio e compresi qual è la loro fine.
Questo salmo mi ha rincuorato... non sono l'unica che zoppica e inciampa!!! Ma tutto ci deve servire da lezione... brontolare come delle caffettiere, a volte, può causare del dolore a qualcuno che ci vuole veramente bene.
E' anche vero che è meglio zoppicare lungo la Sua via e arrivare ultimi, piuttosto che fare le corse come i piloti della formula uno con il rischio di andare fuori strada... zoppicando, zoppicando, ma con Gesù che ci guida, arriveremmo senza ombra di dubbio al Padre, perché, come dice giustamente Lui, Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me”... Gesù infatti è l'unico mediatore tra Dio e noi... questa è la verità. Guardando Gesù vediamo il Padre perché loro sono “UNO”, Gesù è nel Padre e il Padre è in Gesù.
Tommaso da Kempis, forse l'autore dell'Imitazione di Cristo, sviluppava le parole: “Io sono la via, la verità e vita” all'incirca in questo modo: “Io sono la via che devi seguire, la verità in cui credere e la vita che devi sperare. E, come dice Gesù in Gv 8, 31-32, "Se rimanete fedeli alla mia parola, sarete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi". Facciamo nostre queste parole.
Pace e bene


venerdì 2 maggio 2014

La Madonna delle Grazie - Venerata nel Santuario di San Pietro in Silki - SASSARI


 

La Madonna delle Grazie nel 1943 salvò la città dai bombardamenti aerei e per gratitudine il vescovo Alessandro Mazzotti istituì la festa del Voto con l’atto di consacrazione della città alla Vergine, formulato dal sindaco di Sassari.
Negli anni 1469-1470 dimorò nel convento il beato Bernardino da Feltre, e proprio in questo periodo accadde un fatto miracoloso che diede origine alla venerazione della Madre di tutte le Grazie.
Un giorno dell’anno 1472, mentre Bernardino predicava, una colonna di granito si spezzò e cadde sopra una donna che teneva in braccio il suo bambino, i quali rimasero inspiegabilmente illesi. Proprio lì si intraprese uno scavo e ai piedi della colonna fu trovata una statua della Madonna, protetta da una campana, che fu subito portata in chiesa dove fu eretta una cappella.
La chiesa di San Pietro fu costruita intorno al 1180, a fianco di un monastero benedettino femminile che apparteneva al giudice di Torres.
La chiesa attuale risale al 1675 ed è preceduta da un grande atrio. L’interno è a una sola navata con volte a botte lunettata, con quattro cappelle sul lato sinistro: la prima è quella dedicata alla Madonna delle Grazie, in stile gotico catalano.
All’altare maggiore, in legno finemente intagliato e dorato, è collocato il trecentesco simulacro della Vergine delle Grazie (eletta Patrona della città e coronata nel 1909), circondato da statue di santi francescani.




giovedì 1 maggio 2014

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési - Col 3, 14-15.17.23-24 - Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini



Col 3, 14-15.17.23-24
 
Fratelli, sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché a essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!
E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.
Qualunque cosa facciate, fatela di buon animo, come per il Signore e non per gli uomini, sapendo che dal Signore riceverete come ricompensa l’eredità. Servite il Signore che è Cristo!

Parola di Dio


Riflessione


Paolo fa un bellissimo ritratto di come dovrebbe essere un vero cristiano. Questa lettura è colma di esortazioni che l'apostolo delle genti fa oggi ad ognuno di noi.
Molti cristiani delle nostre comunità sono convinti, perché vanno alla Messa tutti i giorni, o perché si rompono il collo facendo opere a destra e a manca, di essere a posto così, di non aver più bisogno di rinnovarsi, di mettersi in discussione, di approfondire, pensano insomma di essere arrivati. Che tristezza!!! Quando io vedo una persona “pia” che non riesce più a meravigliarsi, il mio cuore ha un sussulto e allora supplico il buon Dio di non permettere mai che io, un domani, perda questa luce e questa gioia che sento ora dentro il cuore. E' l'unica cosa che mi fa andare avanti nelle avversità di tutti i giorni.
Nel giorno del battesimo abbiamo avuto un incontro personale con Gesù che ci ha fatto nascere a vita nuova, ma non dobbiamo fermarci a quel giorno, dobbiamo continuare a crescere e cercare di diventare sempre più simili a Lui. Non è facile avere gli stessi sentimenti e atteggiamenti di Gesù... Lui che è misericordioso, umile, buono, dolce, paziente, perdona tutti... ma almeno dobbiamo provarci!!!
Dobbiamo quindi assomigliare sempre di più a Gesù mettendo alla base l'amore che fa da collante a tutto, il resto è quasi tutto è vano.
E' molto bello, infatti, quando abbiamo il cuore pieno di misericordia, di umiltà, di dolcezza e di pazienza. Il nostro modo di vivere, alla fine, rispecchierà quello che c'è dentro di noi, e questo si vedrà in tutti i nostri rapporti con il prossimo. Se dentro abbiamo amore, amore daremo... se dentro abbiamo zozzeria, zozzeria daremo... “Tutte queste cose cattive vengono fuori dal di dentro e contaminano l'uomo( Mc.7,23).
Poi Paolo ci esorta a esprimere riconoscenza a Gesù che ci ha liberato dalle tenebre, e il modo migliore per ringraziarlo penso sia quello di ascoltare la Sua parola, di meditarla, di pregare insieme ai fratelli di fede in obbedienza e a gloria di Dio.
Dio ci chiede quindi di rivestirci a nuovo e questo vestito si chiama carità... che è l'unica virtù che porta alla perfezione... “Siate voi dunque perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste”( Mt.5,48). La carità quindi, non è un optional, ma è l'unico modo in cui un vero cristiano deve condurre la propria vita: amare e farsi amare. Una vita per il prossimo, non per essere lodati dalla gente, ma per piacere al Signore. Solo così avremo ciò che Lui ha preparato per noi lassù prima che nascessimo: una bella eredità...
Pace e bene


mercoledì 30 aprile 2014

LO SPOSO DELLA VERGINE MARIA - San Claudio de la Colombière



Della vita di S. Giuseppe veramente sappiamo molto poco. Nel Vangelo sono riferite solo tre o quattro azioni di lui; un antico autore ha notato che non è riportata neppure una sua parola. E' probabile che gli evangelisti tutti presi, tutti intenti com'erano a parlare delle grandi cose concernenti il Salvatore del mondo, non siano stati in grado di pensare ad altro. A meno che lo Spirito Santo non abbia voluto con questo farci capire più chiaramente il silenzio e l'umiltà di S. Giuseppe, il suo amore per la solitudine e la vita nascosta. Tuttavia non si può negare che questo silenzio costituisca una gran perdita per noi.

SOLENNITÀ DI SAN GIUSEPPE ARTIGIANO E FESTA DEL LAVORO OMELIA DI PAOLO VI Mercoledì, 1° maggio 1968


L'AZIONE MATERNA E REDENTRICE DELLA CHIESA

Diletti Figli e Figlie!

Eccoci a celebrare insieme il primo maggio, la festa del lavoro. È una festa nuova, che ha trovato posto nel calendario religioso in questi ultimi tempi; ed è chiaro che la Chiesa, introducendola nella serie delle sue sacre celebrazioni, manifesta un’intenzione redentrice, quasi un desiderio di ricupero, e certamente uno scopo santificatore. S’era prodotto un distacco in questi ultimi secoli fra la psicologia del lavoro e quella religiosa, un distacco che ha avuto grandi ripercussioni sociali, e che ancora tiene lontane dalla fede tante folle di uomini e di donne, che fanno del lavoro non solo la loro professione, ma altresì la loro qualifica spirituale, l’espressione della loro suprema concezione della vita, in opposizione a quella cristiana. È questo uno dei più grandi malintesi della società moderna, e che tutti oramai dovrebbero sapere risolvere da sé, non solo a lode della verità, ma a tutto vantaggio altresì del lavoro stesso e dei lavoratori, che della fatica e dell’attività produttiva portano nella loro vita l’impronta distintiva.

MARIA DELL’INCARNAZIONE GUYART (1599-1672) - FONDATRICE DELLE SUORE ORSOLINE DEL CANADA


MARIA DELL'INCARNAZIONE GUYART nacque a Tours, Fran­cia, il 28 ottobre 1599 da Fiorenzo Guyart e Johanna Michelet, umili pa­nettieri. Al battesimo, il giorno seguente, ricevette il nome di Maria. Fu educata in famiglia ad una vita austera e cristiana. Già fin da piccola ebbe delle esperienze mistiche ed a quindici anni, nel 1614, avvertì la vocazione religiosa, ma il padre scelse per lei il matrimonio. In ossequio alla volontà dei genitori, Maria obbedì.
A diciotto anni, nel 1617, sposò Claudio Martin, proprietario di un mo­desto setificio. Il 2 aprile 1619 nacque il piccolo Claudio, ma il 10 ottobre dello stesso anno rimase vedova, con la piccola azienda gravata di debiti e coinvolta in alcuni processi. Per i seguenti dieci anni Maria si dedicò all'e­ducazione del figlio e prese coraggiosamente in mano gli affari, sbrigandoli con grande responsabilità. Immersa in queste occupazioni, rifiutò di passare a seconde nozze, orientandosi sempre di più verso una vita di contemplazione nell'attività, che la colloca fra le grandi mistiche della Chiesa. Nel 1620 ebbe una « visione del sangue » che ella chiamò la sua conversione, alla qua­le seguirono tre visioni trinitarie. Nel 1621 fece il voto di castità e accettò poi l'invito del marito della sorella, Paolo Buisson, ad aiutarlo nel suo lavo­ro. Egli era capo di un'impresa di trasporti e Maria accettò di attendere a tutte le faccende di casa, finché nel 1625 le fu affidata l'amministrazione ge­nerale dell'impre. Pure in mezzo a tutta questa responsabilità, nel difficile ambiente di un Porto fluviale sulla Loira, assorbita in ogni minuto della giornata dalle multiforme attività, mantenne sempre una stretta unione con Dio, unendo la vita attiva con la contemplazione.

Dai Discorsi di s. Giuseppe Benedetto Cottolengo - Fiducia nella Divina Provvidenza



Le persone sagge e prudenti secondo le stolte idee del mondo non mettono già la loro totale confiden­za nella Divina Provvidenza, ma nella loro industria, cura e sollecitudine, nelle loro facoltà, nell'appoggio degli amici e dei figliuoli, come appunto li descrive con queste parole il profeta: Essi confidano nella loro forza; si vantano della loro grande ricchezza (Sal 48, 7).
Ma stolte e pregiudicate si devono dire tali per­sone, perché non dovrebbero confidare in se stes­se, non negli amici, i quali d'ordinario dacché sono giunti a occupare posti più alti, o a possedere più ampie sostanze, non li mirano più con occhio di amore; non nella loro figliuolanza, che perlopiù ama assai più le paterne sostanze; non nei grandi del secolo e in qualsivoglia altra persona del mon­do, nelle quali, secondo l'avviso di Davide, non v'ha salute e speranza di sicuro soccorso; non nella for­tuna che gli possa ridere piacevole in faccia, per­ché quell’ instabile ruota spesso pesta sotto il grave peso di mille infelicità colui che poco prima per l'auge di felicità l'innalzava fin sopra le stelle; non nelle ricchezze che presto sfuggono dopo un lam­po di brevissima durata; non nelle forze del loro in­gegno che sovente per giusto voler di Dio si cam­bia in oscurità e densa caligine; non negli onori che come fumo si dissipano veloci; e infine non in qual­sivoglia altra sorgente temporale per essere tutte vanità e inconsistenza.

La Principessa triste - Fiaba russa


Non si può immaginare dove arriva alta la luce del Signore! In essa vivono ricchi e poveri, e tutti comodamente, e tutti loro premia e provvede il Signore. Vivono i ricchi sfarzosi e festeggiano, vivono i poveracci e faticano, a ciascuno la sua sorte!
Nei palazzi reali, nelle lussuose stanze principesche, in una alta torre viveva la principessa triste. Come le si offriva bella la vita, con quanta libertà e lusso! Aveva tutto, proprio tutto ciò che si può desiderare, ma non sorrideva mai, non si divertiva mai e letteralmente niente riusciva a rallegrarle il cuore.
Lo Zar suo padre con grande amarezza vedeva la figlia sempre triste. Così aprì il suo palazzo a tutti coloro che volevano essere suoi ospiti :
"Che tutti tentino di rallegrare mia figlia! Chi ci riuscirà l'avrà in moglie!"
Non appena disse queste parole, come si affollò la popolazione alle porte reali! Venivano da tutte le parti, principi e marchesi, nobili e boiari, ufficiali e plebei; cominciarono banchetti, scorreva il miele, tuttavia la principessa non rideva.

lunedì 28 aprile 2014

Supplica alla Madonna di Bonaria

 
Eccoci nuovamente innanzi a Te, o Vergine Santissima di Bonaria, certi che nella tua bontà vorrai ancora chinarti verso di noi e ascoltarci.

Salve, Regina

Sono seicento anni che la Sardegna vanta un titolo speciale alla tua protezione, da quando, con un delicato e prodigioso gesto di predilezione, Tu volesti che il tuo bel simulacro approdasse alle nostre sponde e così diventasti la conquistatrice più benigna e l'ospite più insigne di quanti sbarcarono su quest’ isola nei travagliati millenni della sua storia.
Da quel giorno benedetto le vicende cristiane della nostra terra sono legate al tuo nome; al tuo colle sono saliti incessantemente i nostri padri con una preghiera sul labbro dettata via via dall'angoscia, dalla confidenza, dalla speranza, dalla fiducia. A Te sono ricorsi quando la guerra infuriava, quando infierivano la pestilenza e la carestia, quando la tempesta flagellava i fragili legni cui si affidavano al nostro mare meraviglioso e infido, quando malizia di uomini, furia di elementi o avversità di tempi li facevano sentire abbandonati, indifesi, miseri, oppressi; ai tuoi piedi trovarono sempre conforto e soccorso. Verso di Te sono, poi, risaliti cantando a celebrare le mille grazie da Te impetrate, la liberazione dal male e dalla paura, gli eventi felici della loro esistenza di persone e di popolo.

Tratto da “ CHI COMPRENDERA' IL CUORE DI DIO ? “ di Padre Marie Dominique Moliniè O.P



Ogni amicizia ha una storia, ed una storia pericolosa, tanto più pericolosa quanto bella....Non si può conoscere lo splendore di un'amicizia senza correre il rischio di perderla per colpa propria, o per colpa dell'amico....Pericolo permanente d'infedeltà, continuo splendore di fedeltà....L'amicizia non è una linea diritta, è un percorso disseminato di tornanti e di tappe. Quando uno di questi tornanti è stato superato, ella appare differente, allo stesso tempo più bella e più solida. Man mano che gli amici imparano a dirsi di sì ancora più profondamente, il pericolo aumenta e diminuisce. Diminuisce perché la fedeltà crea una determinazione più profonda, ma aumenta perché l'infedeltà sarebbe tanto più grave quanto più grande è l'amore che cresce s'approfondisce.

« Rinascere dall’acqua e dallo Spirito » Santa Gertrude di Helfta (1256-1301), monaca bendettina


Per l’immersione nel fonte battesimale : In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Gesù, fonte di vita, fammi bere alla tua stessa sorgente la coppa d’acqua viva, perché gustandoti eternamente non abbia più altra sete che di te ! Immergimi tutta intera nel profondo della tua misericordia. Battezzami e rendimi  senza macchia nella tua preziosa morte… Nell’acqua del tuo santissimo costato lava tutte le colpe con cui ho sporcato l’innocenza battesimale. Riempimi del tuo spirito e fammi tutta tua, in purezza di corpo e d’anima (cfr Gv 4,10; 19,34)…

Per la veste bianca, dì: Gesù, sole di giustizia (Mal 3,20), fa’ che sia rivestita di te, per poter vivere secondo la tua parola. Seguendo te, fa’ che resti bianca, santa e immacolata la veste dell’innocenza battesimale e che la presenti senza macchia davanti al tuo tribunale, per conservarla per la vita eterna.

Ricevendo la candela, chiederai l’illuminazione interiore: Gesù, luce che mai si spegne, accendi in me la lampada ardente della tua carità, e che mai si spenga, e insegnami a conservare il mio battesimo in modo irreprensibile affinché, chiamata alle tue nozze, tutta pronta meriti di entrare nelle delizie della vita eterna, per vederti, te, la vera luce,  e il dolce viso della tua divinità (cfr Mt 25,1ss)…

Signore Dio, mio Creatore e mio Redentore, rinnova oggi il tuo Spirito Santo nel mio cuore… Fammi grande per la fede, gioiosa per la speranza, paziente nella tribolazione, felice solo nel lodarti, piena del fervore dello Spirito, sempre fedele al tuo servizio, Signore Dio, mio vero Re, e perseverante con te nella vigilanza fino all’ultimo giorno della vita. Così, ciò che ora credo e spero, allora i miei occhi lo contempleranno nella realtà; ti vedrò come sei, ti vedrò faccia a faccia (1Gv 3,2; 1Cor 13,12). Caro Gesù, là mi sazierai di te; là, nel rallegrarmi del tuo dolce viso, sarai il mio riposo eterno. Amen.

Al Getsemani con Gesù, i discepoli parlano dei pagani e della "velata". Il colloquio con Nicodemo. Tratto da "L'Evangelo come mi è stato rivelato" - Libro n° 2 - Capitolo 116



24 febbraio 1945.
Gesù è nella cucina della casetta dell'Uliveto, a cena fra i suoi discepoli. Parlano dei fatti della giornata, che però non è quella precedentemente descritta, perché sento parlare di altri avvenimenti, fra cui la guarigione di un lebbroso avvenuta presso i sepolcri lungo la via di Betfage. «Vi era anche un centurione romano ad osservare», dice Bartolomeo. E aggiunge: «Mi ha chiesto, dall'alto del suo cavallo: "L'uomo che tu segui fa spesso simili cose?"; e alla mia risposta affermativa ha esclamato: "Allora è più grande di Esculapio e diventerà ricco più di Creso". Ho risposto: "Sarà sempre povero secondo il mondo, perché non riceve ma dà e non vuole che anime da portare al Dio vero". Il centurione mi ha guardato stupito e poi ha spronato il cavallo andandosene al galoppo». «C'era anche una dama romana nella sua lettiga. Non poteva essere che una donna. Aveva le tende calate, ma occhieggiava da esse. Ho visto», dice Tommaso. «Sì. Era presso la curva alta della via. Aveva dato ordine di fermarsi quando il lebbroso aveva gridato: "Figlio di Davide, abbi pietà di me!". Allora aveva una tenda scostata ed io ho visto che ti ha guardato con una lente preziosa, e poi ha riso ironica. Ma quando ha visto che Tu, solo col comando, lo hai guarito! Allora mi ha chiamato e mi ha chiesto: "Ma è quello che dicono il vero Messia?". Ho risposto di sì e lei mi ha detto: "E tu sei con Lui?", e poi ha chiesto: "É proprio buono?"», dice Giovanni. «Allora l'hai vista! Come era?», chiedono Pietro e Giuda.