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sabato 10 maggio 2014

Regina caeli




Regina caeli, laetare, alleluia:
Quia quem meruisti portare. alleluia,
Resurrexit, sicut dixit, alleluia,
Ora pro nobis Deum, alleluia.



LA COMUNIONE EUCARISTICA – CURATO D’ARS



Quale gioia per un cristiano che ha la fede, che, alzandosi dalla santa Mensa, se ne va con tutto il cielo nel suo cuore!... Ah, felice la casa nella quale abitano tali 'cristiani!... quale rispetto bisogna avere per essi, durante la giornata. Avere, in casa sua, un secondo tabernacolo dove il buon Dio ha dimorato veramente in corpo e anima!...,
- Forse, mi direte ancora: se questa felicità è così grande, perché dunque la Chiesa ci dà il comandamento di comunicarci una volta ogni anno?
- Questo comandamento non è fatto per i buoni cristiani, esiste soltanto per i cristiani pusillanimi e indifferenti verso la salvezza della loro povera anima. Agli inizi della Chiesa, la più grande punizione che si poteva imporre ai cristiani era di privarli di tale felicità; ogni volta che avevano la gioia di assistere alla santa Messa, avevano la gioia di comunicare. Mio Dio! com'è possibile che dei cristiani rimangano tre, quattro, cinque e sei mesi, senza dare questo nutrimento celeste alle loro povere anime? La lasciano morire di inedia!... Mio Dio! che guaio e quale accecamento!... avendo tanti rimedi per guarirla e un cibo così adatto a conservarla in salute!...
La Chiesa, vedèndo quanto già i cristiani perdevano di vista la salvezza delle loro povere anime, sperando che il timore del peccato facesse loro aprire gli occhi, dette loro un comandamento che li obbligava a comunicarsi tre volte all'anno, a Natale, a Pasqua e a Pentecoste. Ma in seguito, vedendo che i cristiani diventavano sempre più insensibili alla loro disgrazia, la Chiesa ha finito per non obbligarli più ad avvicinarsi al loro Dio, tranne una volta all'anno.
O mio Dio! che disgrazia e quale accecamento che un cristiano sia obbligato a mezzo di leggi a cercare la sua felicità!
PASSI SCELTI DEI SERMONI

Santa Maria, donna senza retorica



Santa Maria, donna senza retorica,
prega per noi inguaribilmente malati di magniloquenza.
Abili nell'usare la parola
per nascondere i pensieri più che per rivelarli,
abbiamo perso il gusto della semplicità.
Santa Maria, donna senza retorica,
prega per noi peccatori, sulle cui labbra la parola
si sfarina in un turbine senza costrutto.
Si fa voce, ma senza farsi mai carne.
Ci riempie la bocca, ma lascia vuoto il grembo.
Santa Maria, donna senza retorica,
la cui sovraumana grandezza
è sospesa al rapidissimo fremito di un "fiat",
prega per noi peccatori, perennemente esposti,
tra convalescenze e ricadute, all'intossicazione di parole.
Proteggi le nostre labbra da gonfiori inutili.
Fa' che le nostre voci, ridotte all'essenziale,
partano sempre dai recinti del mistero
e rechino il profumo del SILENZIO.
Rendici come te, sacramento di trasparenza,
e aiutaci, finalmente, perché nella brevità di un "sì" detto a Dio,
ci sia dolce naufragare: come in un mare sterminato.
( TONINO BELLO )

venerdì 9 maggio 2014

«VOLETE ANDARVENE ANCHE VOI?» Augustin Guillerand


Augustin Guillerand
Nato nel 1877 nel Nivernese (Francia), A. Guillerand diventò sacerdote nel 1900. Era cappellano in una piccola parrocchia di campagna, quando, nel 1916, il fascino che provava per la solitudine e la preghiera lo condusse alla Certosa della Valsainte. Nel 1935, viene nominato priore di Vedana, in Italia. Allo scoppio della seconda guerra mondiale, fece parte del piccolo gruppo di certosini francesi che, non potendo restare in Italia, trovò rifugio nella Grande Certosa i cui edifici erano in completo abbandono. Fu là che scrisse, per sostenere la propria meditazione, degli appunti che furono pubblicati dopo la sua morte avvenuta nel 1945.
Tutto il discorso di Gesù sul pane della vita s'impernia sulla fede, la esige, ne fa la condizione di salvezza e di unione a lui. Ottenere la nostra fede è la ragione della sua venuta e della sua parola. Chiunque gliela concede, fosse pure una Samaritana, lo raggiunge e gli appartiene. Invece, un abisso si scava fra lui e chiunque tale fede gli rifiuti, foss'anche un Giudeo o un seguace assiduo del suo ministero; e la separazione è definitiva.

San Paolo: film completo - Diviso in quattro parti

giovedì 8 maggio 2014

RIFLESSIONI SU PAOLO DI TARSO di BENEDETTO XVI.


 

PAOLO DI TARSO 
BENEDETTO XVI UDIENZA GENERALE Piazza San Pietro Mercoledì, 25 ottobre 2006
Cari fratelli e sorelle,
abbiamo concluso le nostre riflessioni sui dodici Apostoli chiamati direttamente da Gesù durante la sua vita terrena. Oggi iniziamo ad avvicinare le figure di altri personaggi importanti della Chiesa primitiva. Anch’essi hanno speso la loro vita per il Signore, per il Vangelo e per la Chiesa. Si tratta di uomini e anche di donne, che, come scrive Luca nel Libro degli Atti, «hanno votato la loro vita al nome del Signore nostro Gesù Cristo» (15,26).
Il primo di questi, chiamato dal Signore stesso, dal Risorto, ad essere anch’egli un vero Apostolo, è senza dubbio Paolo di Tarso. Egli brilla come stella di prima grandezza nella storia della Chiesa, e non solo di quella delle origini. San Giovanni Crisostomo lo esalta come personaggio superiore addirittura a molti angeli e arcangeli (cfr Panegirico 7,3). Dante Alighieri nella Divina Commedia, ispirandosi al racconto di Luca negli Atti (cfr 9,15), lo definisce semplicemente «vaso di elezione» (Inf. 2,28), che significa: strumento prescelto da Dio. Altri lo hanno chiamato il “tredicesimo Apostolo” – e realmente egli insiste molto di essere un vero Apostolo, essendo stato chiamato dal Risorto -, o addirittura “il primo dopo l'Unico”. Certo, dopo Gesù, egli è il personaggio delle origini su cui siamo maggiormente informati. Infatti, possediamo non solo il racconto che ne fa Luca negli Atti degli Apostoli, ma anche un gruppo di Lettere che provengono direttamente dalla sua mano e che senza intermediari ce ne rivelano la personalità e il pensiero. Luca ci informa che il suo nome originario era Saulo (cfr At 7,58; 8,1 ecc.), anzi in ebraico Saul (cfr At 9,14.17; 22,7.13; 26,14), come il re Saul (cfr At 13,21), ed era un giudeo della diaspora, essendo la città di Tarso situata tra l’Anatolia e la Siria. Ben presto era andato a Gerusalemme per studiare a fondo la Legge mosaica ai piedi del grande Rabbì Gamaliele (cfr At 22,3). Aveva imparato anche un mestiere manuale e ruvido, la lavorazione di tende (cfr At 18,3), che in seguito gli avrebbe permesso di provvedere personalmente al proprio sostentamento senza gravare sulle Chiese (cfr At 20,34; 1 Cor 4,12; 2 Cor 12,13-14).

lunedì 5 maggio 2014

Io Sono il Pane della Vita - I am the bread of life

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo". Gv.6,51

domenica 4 maggio 2014

Sulle tracce dei discepoli di Emmaus- BENEDETTO XVI - Domenica, 8 maggio 2011



Il Vangelo della Terza Domenica di Pasqua - ora ascoltato - presenta l’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr Lc 24,13-35), un racconto che non finisce mai di stupirci e di commuoverci. Questo episodio mostra le conseguenze che Gesù risorto opera nei due discepoli: conversione dalla disperazione alla speranza; conversione dalla tristezza alla gioia; e anche conversione alla vita comunitaria. Talvolta, quando si parla di conversione, si pensa unicamente al suo aspetto faticoso, di distacco e di rinuncia. Invece, la conversione cristiana è anche e soprattutto fonte di gioia, di speranza e di amore. Essa è sempre opera di Cristo risorto, Signore della vita, che ci ha ottenuto questa grazia per mezzo della sua passione e ce la comunica in forza della sua risurrezione....