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sabato 24 maggio 2014

Tratto da “MEDITAZIONE SULLA PREGHIERA A GESÙ” di Don DIVO BARSOTTI



Se la nostra consacrazione dipende da una vocazione divina, conviene che noi meditiamo profondamente e lungamente che cosa importi questa vocazione.
Si potrebbe certo meditare sull'amore infinito di Dio che ci ama, che chiama ognuno per nome, che assiste ciascuno di noi e ci accompagna in ogni istante del nostro cammino. Si potrebbe certo pensare alla iniziativa di Dio in questo cammino di santificazione, in questo cammino di perfezione che deve esser per tutti la vita cristiana - e avremmo tanto da meditare! Voglio piuttosto meditare su un'altra verità che tante volte ci rimane nascosta, ed è precisamente il fatto che la vocazione ci mette in rapporto con Dio: non siamo più noi i padroni della nostra vita, non siamo più così liberi da dover determinare il nostro cammino.
Certo, la vocazione divina lascia a noi la decisione di una risposta, ma, sia che noi facciamo una via, sia che ne facciamo un'altra, il nostro cammino ora non è più che una risposta o un rifiuto a Dio. Noi siamo in rapporto con Dio, la nostra vita è essenzialmente questo rapporto; dal momento che il nostro cammino è determinato da una parola che ci è stata rivolta, il nostro cammino ora non può essere più che questo: o una risposta a Dio che ci chiama o un rifiuto a Lui che ci invita.
E questa verità ci insegna quale responsabilità pesa su di noi. Se a noi soli fosse lasciato di scegliere la via, il cammino, la mèta, non ci sentiremmo tanto colpevoli se poi non giungessimo là dove i nostri desideri ci farebbero tendere. Nessuno infatti si sente colpevole verso di sé, si può dire: - Pazienza! Volevo arrivar sulla cima e non son giunto altro che a metà del cammino. - Noi potremmo anche rimpiangere di non aver potuto realizzare quanto speravamo, ma non per questo Ci sentiremmo colpevoli. Siamo colpevoli invece quando dobbiamo rispondere a un Altro, il quale ha ogni diritto su noi, del nostro cammino.
Dobbiamo renderci conto che una vocazione divina che noi abbiamo ricevuto, ci fa precisamente responsabili di fronte al Signore di tutta la nostra vita.

Lo scandalo dell'incoerenza - PAPA FRANCESCO



I cristiani incoerenti suscitano scandalo perché danno una contro-testimonianza a chi non crede. Sulla coerenza Gesù usa espressioni molto forti, tanto che a sentirle qualcuno potrebbe persino dire: «Ma questo lo dice un comunista». E invece no: «È la parola di Dio!».
Proprio al tema della coerenza cristiana, suggerito dall’amministrazione del sacramento della cresima, Papa Francesco ha dedicato l’omelia alla messa di questa mattina, giovedì 27 febbraio, nella Cappella della Casa Santa Marta. «Essere cristiano — ha chiarito subito il Papa — significa dare testimonianza di Gesù Cristo». Infatti «il cristiano è la persona, l’uomo e la donna, che dà la testimonianza di Gesù Cristo».
Il Pontefice ha poi delineato il profilo spirituale del cristiano, indicandone proprio nella coerenza l’elemento centrale. In tutte le cose della vita, ha detto, bisogna «pensare come cristiano; sentire come cristiano e agire come cristiano». È questa «la coerenza di vita di un cristiano che nel suo agire, nel suo sentire, nel suo pensare» riconosce la presenza del Signore.
Il Papa ha anche messo in guardia dal fatto che «se manca una di queste» caratteristiche «non c’è il cristiano». Del resto «uno può anche dire: io sono cristiano!». Però «se tu non vivi come cristiano; se tu non agisci come cristiano; non pensi come cristiano e non senti come cristiano c’è qualcosa che non va. C’è una certa incoerenza!». Tutti noi cristiani, ha avvertito il Pontefice, «siamo chiamati a dare testimonianza di Gesù Cristo». E i cristiani che invece «vivono ordinariamente, comunemente, nell’incoerenza, fanno tanto male».

Dai «Commenti sui salmi» di sant'Agostino, vescovo - (Sal. 148, 1-2; CCL 40, 2165-2166)



L'alleluia pasquale

    La meditazione della nostra vita presente deve svolgersi nella lode del Signore, perché l'eterna felicità della nostra vita futura consisterà nella lode di Dio; e nessuno sarà atto alla vita futura, se ora non si sarà preparato. Perciò lodiamo Dio adesso, ma anche innalziamo a lui la nostra supplica. La nostra lode racchiude gioia, la nostra supplica racchiude gemito. Infatti ci è stato promesso ciò che attualmente non possediamo; e poiché è verace colui che ha promesso, noi ci rallegriamo nella speranza, anche se, non possedendo ancora quello che desideriamo, il nostro desiderio appare come un gemito. È fruttuoso per noi perseverare nel desiderio fino a quando ci giunga ciò che è stato promesso e così passi il gemito e gli subentri solo la lode. La storia del nostro destino ha due fasi: una che trascorre ora in mezzo alle tentazioni e tribolazioni di questa vita, l'altra che sarà nella sicurezza e nella gioia eterna. Per questo motivo è stata istituita per noi anche la celebrazione dei due tempi, cioè quello prima di Pasqua e quello dopo Pasqua. Il tempo che precede la Pasqua raffigura la tribolazione nella quale ci troviamo; invece quello che segue la Pasqua, rappresenta la beatitudine che godremo. Ciò che celebriamo prima di Pasqua, è anche quello che operiamo. Ciò che celebriamo dopo Pasqua, indica quello che ancora non possediamo. Per questo trascorriamo il primo tempo in digiuni e preghiere. L'altro, invece, dopo la fine dei digiuni lo celebriamo nella lode. Ecco perché cantiamo: alleluia.
    Infatti in Cristo, nostro capo, è raffigurato e manifestato l'uno e l'altro tempo. La passione del Signore ci presenta la vita attuale con il suo aspetto di fatica, di tribolazione e con la prospettiva certa della morte. Invece la risurrezione e la glorificazione del Signore sono annunzio della vita che ci verrà donata.
    Per questo, fratelli, vi esortiamo a lodare Dio; ed è questo che noi tutti diciamo a noi stessi quando proclamiamo: alleluia. Lodate il Signore, tu dici a un altro. E l'altro replica a te la stessa cosa.
    Impegnatevi a lodare con tutto il vostro essere: cioè non solo la vostra lingua e la vostra voce lodino Dio, ma anche la vostra coscienza, la vostra vita, le vostre azioni.
    Noi lodiamo il Signore in chiesa quando ci raduniamo. Al momento in cui ciascuno ritorna alle proprie occupazioni, quasi cessa di lodare Dio. Non bisogna invece smettere di vivere bene e di lodare sempre Dio. Bada che tralasci di lodare Dio quando ti allontani dalla giustizia e da ciò che a lui piace. Infatti se non ti allontani mai dalla vita onesta, la tua lingua tace, ma la tua vita grida e l'orecchio di Dio è vicino al tuo cuore. Le nostre orecchie sentono le nostre voci, le orecchie di Dio si aprono ai nostri pensieri.

Voi siete del mondo - CURATO D’ARS



Vorreste essere di Dio e accontentare il mondo. Sapete cosa sono tali persone? Sono persone che non hanno ancora perso interamente la fede, e alle quali rimane ancora qualche attaccamento al servizio di Dio; esse non vorrebbero abbandonare tutto, perché esse stesse biasimano coloro che non frequentano piu le funzioni sacre, ma non hanno abbastanza coraggio per rompere col mondo, e per rivolgersi dalla parte del buon Dio. Questa gente non vorrebbe dannarsi, ma non vorrebbe neanche scomodarsi. Sperano di potersi salvare, senza farsi troppa violenza. Hanno in mente che il buon Dio essendo casi buono, non li ha creati per perderli, che in fin de' conti perdonerà loro, che verrà un tempo nel quale si daranno al buon Dio, si correggeranno, lasceranno le loro cattive abitudini. Se, in qualche momento di riflessione, essi mettono la loro povera vita un po' dinanzi agli occhi, se ne lamentano, e qualche volta verseranno anche delle lacrime...
Ahimè! quale triste vita conducono coloro che vorrebbero essere del mondo senza smettere di appartenere a Dio! Andiamo un po' avanti e capirete ancora meglio; vedrete quanto è ridicola la loro stessa vita. In certi momenti li sentirete pregare il buon Dio o fare un atto di contrizione, in altri momenti li sentirete bestemmiare, forse lo stesso Santo Nome di Dio, se qualche cosa non va come loro vogliono. La mattina, li avete visti alla santa Messa, cantare o sentire le lodi di Dio e, lo stesso giorno, li vedete tenere i discorsi più infami... Gli stessi occhi che, la mattina, hanno avuto la grande gioia di contemplare Gesù Cristo stesso nell'ostia santa, durante il giorno guarderanno volontariamente gli oggetti più disonesti, e questo, con piacere. Ieri, avete visto tale uomo fare la carità al suo prossimo, o rendergli un servizio, oggi, cercherà di ingannarlo, se può trovarvi profitto. Solo qualche istante fa, quella madre augurava ogni specie di benedizioni ai suoi figli, e adesso che l'hanno contrariata, essa li carica di ogni specie di sciagure: vorrebbe non averli mai visti, vorrebbe essere lontana da essi tanto quanto ne è vicina; finisce per mandarli al diavolo, per sbarazzarsene! A momenti essa manda i suoi figli alla santa messa o a confessarsi. Altri momenti, li manderà al ballo, o almeno farà finta di non saperlo, o lo proibirà loro ridendo, il che vuol dire: «Vacci! ». Una volta dirà a sua figlia di essere prudente, di non frequentare le cattive compagnie e un'altra volta la lascia passare ore intere con i ragazzi, senza dirle nulla. Andiamo! povera madre, lei è del mondo! Crede di essere di Dio per. qualche apparenza di religione che pratica. Si sbaglia: lei è del numero di coloro ai quali Gesù ha detto: «Guai al mondo! ». Guardate queste persone che credono essere di Dio e che sono del mondo: non si fanno scrupolo di prendere al loro vicino, ora della legna, or qualche frutto e mille altre cose. Finché sono adulate nelle loro azioni che fanno per quel che riguarda la religione, lo fanno anzi con molto piacere, mostrano molta premura, sono brave per dare consigli agli altri. Ma sono esse disprezzate o calunniate? Le vedete allora scoraggiarsi, tormentarsi perché sono trattate in quel modo. Ieri, volevano soltanto del bene a coloro che hanno fatto loro del male, oggi non possono più sopportarli, spesso neppure vederli, né parlar loro
CURATO D’ARS

venerdì 23 maggio 2014

CON LETIZIA


Signore Gesù, nessuna potenza della terra
riesce ad intimidirci sapendo di averti con noi, nell’Eucaristia.
Nessuna nostra infedeltà può deprimerci fino alla disperazione,
se possediamo te, fonte inesauribile
del perdono e della riconciliazione.
Nessuna nostra fiacchezza ci avvilisce,
se ricordiamo che vivi tra noi Tu,
che assumi le cose deboli per confondere
le cose che sembrano forti.
Nessuna esperienza di apparente fecondità
del nostro messaggio e della nostra azione,
nessuna creduta impenetrabilità
della società in cui viviamo,
può farci cadere le braccia,
se rimaniamo consapevoli che tu,
Risorto presente nella Chiesa,
continui ad effondere il tuo Spirito.
Fa che la Chiesa, famiglia radunata,
sostenuta dall’Eucaristia,
si faccia anche presenza percepibile,
inquietante, rinnovatrice in ogni angolo dell’universo
e in ogni forma di aggregazione.
Signore, concedi alla Chiesa
di non smarrire la letizia e la speranza,
avendo per sempre nelle sue viscere te,
Salvatore potente.
Grazie perché hai posto la tua tenda tra noi e,
in forza dell’Eucaristia,
ti sei collocato e resti al cuore della vita ecclesiale.

(Giacomo Biffi)

mercoledì 21 maggio 2014

Dalla «Lettera a Diogneto» (Capp. 5-6; Funk, pp. 397-401)



I cristiani nel mondo

    I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano di un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non è stata inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano.
    Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. Come tutti gli altri si sposano e hanno figli, ma non espongono i loro bambini. Hanno in comune la mensa, ma non il talamo.
    Vivono nella carne, ma non secondo la carne. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma, con il loro modo di vivere, sono superiori alle leggi.
    Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. Sono poveri, ma arricchiscono molti. Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza. Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria. Sono colpiti nella fama e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia.
    Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati ignominiosamente e ricambiano con l'onore. Pur facendo il bene, sono puniti come malfattori; e quando sono puniti si rallegrano, quasi si desse loro la vita. I giudei fanno loro guerra, come a gente straniera, e i pagani li perseguitano. Ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia.
    In una parola i cristiani sono nel mondo quello che è l'anima nel corpo. L'anima si trova in tutte le membra del corpo e anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L'anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo. Anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile, anche i cristiani si vedono abitare nel mondo, ma il loro vero culto a Dio rimane invisibile.
    La carne, pur non avendo ricevuto ingiustizia alcuna, si accanisce con odio e muove guerra all'anima, perché questa le impedisce di godere dei piaceri sensuali; così anche il mondo odia i cristiani pur non avendo ricevuto ingiuria alcuna, solo perché questi si oppongono al male.
    Sebbene ne sia odiata, l'anima ama la carne e le sue membra, così anche i cristiani amano coloro che li odiano. L'anima è rinchiusa nel corpo, ma essa a sua volta sorregge il corpo. Anche i cristiani sono trattenuti nel mondo come in una prigione, ma sono essi che sorreggono il mondo. L'anima immortale abita in una tenda mortale, così anche i cristiani sono come dei pellegrini in viaggio tra cose corruttibili, ma aspettano l'incorruttibilità celeste.
    L'anima, maltrattata nei cibi e nelle bevande, diventa migliore. Così anche i cristiani, esposti ai supplizi, crescono di numero ogni giorno. Dio li ha messi in un posto così nobile, che non è loro lecito abbandonare.

Il canto della vigna - Isaia - Capitolo 5


 

Canterò per il mio diletto
il mio cantico d'amore per la sua vigna.
Il mio diletto possedeva una vigna
sopra un fertile colle.
Egli l'aveva vangata e sgombrata dai sassi
e vi aveva piantato scelte viti;
vi aveva costruito in mezzo una torre
e scavato anche un tino.
Egli aspettò che producesse uva,
ma essa fece uva selvatica.
Or dunque, abitanti di Gerusalemme
e uomini di Giuda,
siate voi giudici fra me e la mia vigna.
Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna
che io non abbia fatto?
Perché, mentre attendevo che producesse uva,
essa ha fatto uva selvatica?
Ora voglio farvi conoscere
ciò che sto per fare alla mia vigna:
toglierò la sua siepe
e si trasformerà in pascolo;
demolirò il suo muro di cinta
e verrà calpestata.
La renderò un deserto,
non sarà potata né vangata
e vi cresceranno rovi e pruni;
alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti
è la casa di Israele;
gli abitanti di Giuda
la sua piantagione preferita.
Egli si aspettava giustizia
ed ecco spargimento di sangue,
attendeva rettitudine
ed ecco grida di oppressi.

L’uomo che non confida nel Signore perde tutto.

Maledetto l'uomo che confida nell'uomo,
che pone nella carne il suo sostegno
e il cui cuore si allontana dal Signore (Ger. 17,5)

martedì 20 maggio 2014

Beata Giuseppa Endrina Stenmanns Vergine - 20 maggio - Issum, Germania, 28 maggio 1852 – Steyl, Paesi Bassi, 20 maggio 1903



Cofondatrice della Congregazione delle Serve dello Spirito Santo. Venerabile dal 14 maggio 1991, Papa Benedetto XVI ha riconosciuto un miracolo per la sua beatificazione il 1° giugno 2007.
Sarebbe giusto chiamarla “donna della santa pazienza” e la potrebbero utilmente invocare quanti tra noi sono impazienti, “non stanno nella pelle” e vorrebbero bruciare le tappe anche verso gli obiettivi più nobili e giusti. Lei, Hendrina Stenmanns, invece, comincia ad aver pazienza fin da bambina; e non solo per sopportare le immancabili contrarietà che la vita riserva a tutti, ma addirittura per realizzare il sogno della sua vita. Perché Hendrina, forse grazie ad una zia suora, sente fin da piccola il desiderio di farsi suora. E non una suora qualsiasi, ma “suora francescana”, a dimostrazione che da sempre ha le idee chiare ed è anche ben determinata nei suoi propositi. Mentre comincia a pazientemente aspettare l’età giusta per entrare in convento, tanto per non perdere tempo fa un “noviziato di carità” nella case dei poveri di Issum, il piccolo paese tedesco del Basso Reno in cui è nata nel 1852. A guidarla in questo pellegrinaggio di casa in casa sono i suoi genitori, soprattutto mamma, che oltre ad allevare sette figli trova il tempo per prendersi cura degli altri. Finita la scuola, impara a lavorare come tessitrice di seta e contribuisce così a mandare avanti la famiglia.

LA VITE E I TRALCI - Louis Bouyer



Da circa vent'anni, Louis Bouyer, un tempo pastore luterano, ora prete dell'Oratorio, svolge un'assidua attività di teologo e di storico a servizio della Chiesa di Cristo. Si è impegnato in tutti i settori della ricerca cristiana, pubblicando un gran numero di opere di alto livello, molte delle quali hanno stimolato l'aggiornamento liturgico e l'attività ecumenica, già prima del Concilio. Eccelle nel far risaltare la novità radicale del Vangelo, del mistero e del culto cristiano e, contemporaneamente, il loro stretto collegamento con la Rivelazione vetero testamentaria. Egli si applica con particolare cura, nell'insegnamento e negli scritti, a discernere, tra le tendenze attuali, quelle che corrispondono all'essenza di un cristianesimo molto esigente, del quale sottolinea volentieri il carattere trascendente ed escatologico.

Il simbolo della vigna era familiare ai giudei. Il Vecchio Testamento se ne serviva spesso per indicare iI popolo di Dio e descrivere le cure di cui era oggetto da parte del Signore. Nei sinottici Gesù l'utilizza con lo stesso senso. Ma nel Vangelo di Giovanni, identificandosi con la vera vite, egli dichiara che il vero Israele è in lui e che ne fanno parte solo quelli che sono uniti a lui... I profeti allora parlavano di una vigna, invece adesso si tratta di un unico ceppo di vite: l'immagine si è ridimensionata, quasi condensandosi, per poter trasmettere la rivelazione dell'unità nell'amore.
Gesù non vuole solo dichiararsi unito ai suoi, ma formante una cosa sola con essi: non è solamente la fonte della loro vita, ma è unito a loro ed essi a lui. In questo modo vivono talmente integrati col suo essere al punto da costituire con lui un unico organismo vivente. Si può dire che qui Gesù non si considera più come un individuo, ma come un «vivente» collettivo, e tuttavia perfettamente uno, che abbraccia tutta l'umanità rigenerata in lui. E' un concetto analogo alla dottrina di Paolo sulla Chiesa, corpo mistico di Cristo: capo o membra non sono elementi separati, e così avviene di Gesù e dei suoi. Ma l'immagine della vite spinge ancora oltre l'assimilazione: nelle parole Io sono la vera vite, non si tratta più di due elementi complementari, ma di una sola persona divina. La sua incarnazione, partendo dal tronco che è l'uomo Gesù, si prolunga fino ai rami, in modo che l'unità vivente del tutto formi, secondo la splendida parola di sant'Agostino, «il Cristo totale», capo e membra.
Solo attraverso Gesù la vite può affondare le sue radici proprio nel cuore della vita divina, ma è veramente la vita di Dio, quella che circola fino alle estremità dei tralci più lontani. E' in Gesù come nella sua sorgente, ma questa sorgente scaturisce solo perché ad essa si venga ad attingere. C'è a questo punto una doppia affermazione circa i tralci. Avulsi dal Cristo, nel quale invece debbono inserirsi organicamente, essi non possono portare frutto. In forma diversa, ma nella stessa luce eucaristica, è l'affermazione stessa che Gesù aveva enunciata dicendo: Se non mangiate la mia carne e non bevete il mio sangue non avrete in voi la vita (Gv. 6,53).
Ma d'altra parte, se sono nel Cristo, i tralci devono portar frutto, altrimenti saranno divelti dal tronco. Innestato sul Cristo, il fedele, che utilizza la grazia conferitagli da questa unità vitale, viene purificato, «potato» da Dio per poter portare frutti sempre più abbondanti. Chi invece si chiude all'azione vivificante della linfa dev'essere tagliato via ed eliminato. I tralci di Cristo devono portare frutto altrimenti saranno condannati al fuoco: ma il frutto che essi portano è ottenuto unicamente dalla loro appartenenza a Cristo ed è frutto suo.
Ma in che consiste questo frutto? Frutto dell'unità organica del Cristo e dei suoi è la loro unione nell'amore. Incarnandosi, Cristo ebbe in vista quest'unico fine: stabilire i suoi nell'amore, Come egli stesso è nell'amore del Padre. E come lui, in virtù dell'obbedienza, vive nell'amore del Padre, così anche i suoi obbedendo, vivranno nel suo amore.

Le quatrième évangile, «Bible et Vie chrétienne»


lunedì 19 maggio 2014

SALMO 5, 2-10. 12-13 Preghiera del mattino per avere l'aiuto del Signore



Quelli che hanno accolto il Verbo e diventano sua dimora esulteranno per sempre.

Porgi l'orecchio, Signore, alle mie parole: *
intendi il mio lamento.
Ascolta la voce del mio grido, †
o mio re e mio Dio, *
perché ti prego, Signore.
Al mattino ascolta la mia voce; *
fin dal mattino t'invoco e sto in attesa.
Tu non sei un Dio che si compiace del male; †
presso di te il malvagio non trova dimora; *
gli stolti non sostengono il tuo sguardo.
Tu detesti chi fa il male, †
fai perire i bugiardi. *
Il Signore detesta sanguinari e ingannatori.
Ma io per la tua grande misericordia †
entrerò nella tua casa; *
mi prostrerò con timore nel tuo santo tempio.
Signore, guidami con giustizia
di fronte ai miei nemici; *
spianami davanti il tuo cammino.
Non c'è sincerità sulla loro bocca, *
è pieno di perfidia il loro cuore;
la loro gola è un sepolcro aperto, *
la loro lingua è tutta adulazione.
Gioiscano quanti in te si rifugiano, *
esultino senza fine.
Tu li proteggi e in te si allieteranno *
quanti amano il tuo nome.
Signore, tu benedici il giusto: *
come scudo lo copre la tua benevolenza.


Beata Umiliana de’ Cerchi - 19 maggio



In pace, sobria e pudica, le parole di Cacciaguida nel XV canto del Paradiso Dantesco delineano l'ideale di donna nella Firenze del XIII secolo, dove, sul finire del 1219, nacque Umiliana de' Cerchi. Il padre Ulivieri (Vieri), originario di Acone in Val di Sieve, era molto ricco. Non abbiamo notizie sulla madre, probabilmente morì giovane e Vieri passò a seconde nozze: in tutto ebbe diciassette figli. I Cerchi, guelfi di parte bianca, erano una famiglia in vista: un fratello di Umiliana ricoprì importanti cariche pubbliche. Erano tempi di lotte infinite, anche all'interno delle mura cittadine. Il vicino di casa poteva essere un nemico e dunque ogni abitazione benestante aveva la sua torre. I guelfi erano fedeli al papa mentre i ghibellini patteggiavano per l'imperatore tedesco. In realtà più che per la politica si lottava per motivi economici: ricchi mercanti e nobili si contendevano il potere. A Firenze le lotte iniziarono con l'uccisione di Buondelmonte, il giorno di Pasqua del 1215. Proprio in quel periodo turbolento lo spirito evangelico fece nascere nuove piante all'interno della Chiesa, si pensi ai Francescani e ai Domenicani. San Francesco morì quando Umiliana aveva sette anni. La notizia suscitò scalpore anche a Firenze, che molte volte aveva visitato, e certamente arrivò agli orecchi di Umiliana.