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giovedì 29 maggio 2014

Sono bella perché amo!



La bellezza fa parte della grazia della donna.
Non c’è donna che non desideri essere bella.
La donna è bella, ma la sua bellezza non deriva dalla regolarità dei suoi lineamenti, viene dalla
presenza di Dio in lei, dalla luce interiore che illumina i suoi tratti.

E’ Dio in noi che è bello.
Come ciò che è vero è bello,
così ciò che è buono è bello.
Una donna buona è bella.

Niente
imbruttisce la donna come lo sguardo che ella rivolge su di sè.
Quante energie spese a farsi bella, ad apparire, con l’ossessione delle prime rughe e dell’invecchiamento, senza riuscire ad evitare gli oltraggi del tempo.
Niente invece la abbellisce come lo sguardo che Dio posa su di lei.
Sapersi amati da Qualcuno che, al di sopra di tutto e di tutti, ci ama così come siamo, rende belli!
Come mai sei così bella?”“Sono bella perché amo”
Che risposta magnifica, e davvero confortante per tutte quelle che sono minate dai complessi e dalle paure.
(Jo Croissant, Il mistero della donna, ed. Ancora 1997)

Bellezza (La bellezza è un dovere!)

E’ stato detto: «L'occhio è la lucerna del corpo; se il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce» (Mt 6, 23).
È davvero così: l'occhio ci rivela agli altri anche se noi cerchiamo di mascherarci. Per non farci "scoprire" dovremmo ricorrere agli occhiali scuri, come i mercanti cinesi o i parenti, ipocritamente addolorati, che accompagnano un congiunto al cimitero. Noi dobbiamo invece abituarci a non nascondere niente, a lasciarci guardare da tutti negli occhi, senza paura.
Ma il nostro impegno non finisce qui, va oltre: è importante che ci sforziamo di essere per gli altri «una bella veduta», un panorama che apre le pupille, che allieta il cuore. Noi abbiamo il dovere di essere belli e buoni.
- E perché mai? - dirà qualcuno.
Perché è giusto fare agli altri quello che vogliamo che gli altri facciano a noi.
E noi, cosa vogliamo dagli altri? Che siano belli e buoni, che siano attraenti, «guardabili» con gusto e gioia. Senza questi «panorami» che ci dilatano le pupille, la vita sarebbe un peso insopportabile. È quindi davvero fondamentale per tutti impegnarsi a essere buoni e belli, così da rendere la vita il più possibile gioiosa e felice.
Un volto amabile, una persona gentile, un gesto bello, una casa accogliente... sono i sentieri attraverso cui ci arriva la felicità. Quante volte vi è capitato che un volto bello e gentile vi ha illuminato tutta la giornata? Magari vi è accaduto nel posto più impensato: in un ufficio pubblico, in un negozio, nella biglietteria della metropolitana, nella segreteria della scuola, per strada. Che sollievo trovare un volto sorridente! Purtroppo capita sempre meno di quanto noi ne abbiamo bisogno.
Curare il proprio corpo e i propri sentimenti in modo da andare incontro agli altri «gradevoli» è un dovere che dobbiamo al prossimo, all’umanità, alla vita.
La bellezza e la bontà aprono gli occhi e rallegrano il cuore.
«Un cuore lieto rende gioioso il volto» (Pr 15,13).
Noi ora sappiamo che un volto gioioso rende lieti i cuori che lo incontrano. La gioia e la bellezza sono un dono che dobbiamo augurarci di incontrare nella nostra vita. Ma noi dobbiamo fare di tutto per essere un dono di bene, di bellezza, di gioia per gli altri.

Trucco (Il «trucco» che fa belli gli occhi)

Un bel maquillage al volto è sufficiente per portare un po' di gioia agli altri? Basta accentuare con un po' di mascara il nero delle ciglia e delle sopracciglia, prima di uscire da casa?
Il trucco «cosmetico», dall'esterno, se è ben fatto può aiutare, ma non basta. Due occhi «truccati» possono suscitare una bella impressione quando sono guardati da lontano, ma da vicino la loro bellezza e luminosità può nascere soltanto da «dentro». Due occhi «buoni e belli» che illuminano l'ambiente e danno gioia a chi li guarda, possono nascere soltanto dal “cuore”, perché la vera bellezza nasce «dentro».
Vogliamo essere un dono per gli altri? Vogliamo portare un po' di luce dove viviamo? Vogliamo rendere più bella la vita nostra e degli altri? Ci sta a cuore davvero la qualità della vita? Riforniamo il nostro «dentro» con quello che può illuminare lo sguardo: i sentimenti.
La gentilezza, la cortesia, la capacità di ascoltare gli altri, di essere solidali, l'attenzione... sono «il trucco» che fa bello il nostro sguardo e fa dire a chi esce da casa: «Oggi spero di incontrare persone che mi aprano le pupille e il cuore».

mercoledì 28 maggio 2014

S. Giovanni della Croce: Notte Oscura - Libro I


Ove si tratta della notte dei sensi.

Strofa
In una notte oscura,
con ansie, dal mio amor tutta infiammata,
oh, sorte fortunata!,
uscii, né fui notata,
stando la mia casa al sonno abbandonata.

Spiegazione

1. In questa prima strofa l’anima racconta in che modo si è dovuta distaccare affettivamente da se stessa e da tutte le cose, cioè come abbia dovuto praticare una radicale rinuncia per morire a queste cose e a se stessa. Solo così è riuscita a vivere una vita d’amore con Dio, piena di dolcezze e delizie spirituali. Afferma, altresì, che tale distacco è stato una notte oscura, termine che qui si riferisce alla contemplazione purificante. Mediante questa, come dirò più avanti, si opera passivamente nell’anima la suddetta rinuncia a se stessa e a tutte le cose.
2. Se ha potuto operare il distacco – tiene a precisare –, lo ha fatto con la forza e la veemenza dell’amore che lo Sposo le ha concesso in questa contemplazione oscura. In tutto ciò riconosce la felice sorte, che le è toccata, di arrivare a Dio attraverso questa notte con così grande fortuna, che nessuno dei tre nemici, cioè il mondo, il demonio e la carne, che ostacolano sempre il cammino, ha potuto impedirle di avanzare. Difatti la notte della contemplazione purificante ha assopito e addormentato nella casa della sua sensibilità tutte le passioni e le tendenze che le erano contrarie. Per questo il verso dice: In una notte oscura.
CAPITOLO 1
Ove si comincia a parlare delle imperfezioni dei principianti.
1. L’anima comincia a entrare in questa notte oscura quando Dio la fa uscire dallo stato dei principianti, cioè di coloro che si servono ancora della meditazione nel cammino spirituale, e la trasferisce gradatamente in quello dei proficienti, cioè quella dei contemplativi. Superato questo stadio, la conduce allo stato dei perfetti, che è quello dell’unione con Dio. Al fine di chiarire e meglio comprendere che notte sia quella che l’anima deve attraversare e per quale motivo il Signore ve la ponga, è opportuno prima d’ogni cosa accennare ad alcune imperfezioni dei principianti. Lo farò molto rapidamente, ma non per questo ciò sarà inutile agli stessi principianti. Difatti, anche in questo modo, essi potranno comprendere lo stato di vita in cui giacciono, per poi sentirsi spinti a desiderare che Dio li faccia entrare in questa notte, dove l’anima si fortifica attraverso l’esercizio delle virtù e gusta le inestimabili delizie dell’amore di Dio. Se mi dilungherò un po’, non sarà più di quanto basti per poter trattare subito dopo della notte oscura.

"Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?", Salmo 22 (21) di BENEDETTO XVI



Cari fratelli e sorelle,
nella catechesi di oggi vorrei affrontare un Salmo dalle forti implicazioni cristologiche, che continuamente affiora nei racconti della passione di Gesù, con la sua duplice dimensione di umiliazione e di gloria, di morte e di vita. È il Salmo 22, secondo la tradizione ebraica, 21 secondo la tradizione greco-latina, una preghiera accorata e toccante, di una densità umana e una ricchezza teologica che ne fanno uno tra i Salmi più pregati e studiati di tutto il Salterio. Si tratta di una lunga composizione poetica, e noi ci soffermeremo in particolare sulla sua prima parte, incentrata sul lamento, per approfondire alcune dimensioni significative della preghiera di supplica a Dio.
Questo Salmo presenta la figura di un innocente perseguitato e circondato da avversari che ne vogliono la morte; ed egli ricorre a Dio in un lamento doloroso che, nella certezza della fede, si apre misteriosamente alla lode. Nella sua preghiera, la realtà angosciante del presente e la memoria consolante del passato si alternano, in una sofferta presa di coscienza della propria situazione disperata che però non vuole rinunciare alla speranza. Il suo grido iniziale è un appello rivolto a un Dio che appare lontano, che non risponde e sembra averlo abbandonato:
«Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?
Lontane dalla mia salvezza le parole del mio grido.
Mio Dio, grido di giorno e non rispondi;
di notte, e non c’è tregua per me» (vv. 2-3).

martedì 27 maggio 2014

I Profumi di Padre Pio



L'osmogenesi è un carisma posseduto da alcuni Santi. Tale carisma, in talune circostanze consentiva ai medesimi di far percepire a distanza o a chi gli stava vicino, profumi particolari.
Tali profumi vengono definiti odori di santità. Padre Pio era in possesso di tale carisma e tali fenomeni erano così frequenti per lui, che la gente comune era abituata a definirli come i
Profumi di Padre Pio.
Spesso il profumo emanava dalla sua persona, dagli oggetti che toccava, dai suoi indumenti. Altre volte il profumo era percepibile nei luoghi in cui passava.


Un giorno un noto Medico aveva tolto dalla piaga del costato di Padre Pio una benda che era servita a tamponare il sangue e l'aveva chiusa in un astuccio per portarla nel suo laboratorio di Roma, per analizzarla. Durante il viaggio, un Ufficiale e altre persone che erano con lui dissero di sentire il profumo che di solito emanava Padre Pio. Nessuna di quelle persone sapeva che il dottore aveva nella borsa la benda intrisa del sangue del Padre. Il medico conservò quel panno nel suo studio, e lo strano profumo impregnò per lungo tempo l'ambiente, tanto che i pazienti che andavano per le visite chiedevano spiegazioni.
 ***
 Fra Modestino raccontava: "Una volta mi trovavo in vacanza a San Giovanni Rotondo. Al mattino mi presentai in sacrestia per servire la Messa a Padre Pio, ma già c'erano altri che si disputavano questo privilegio. Padre Pio interruppe quel sommesso vociare dicendo - la Messa la serve solo lui - e indicò me. Nessuno parlò più, accompagnai il Padre all'altare di San Francesco e, chiuso il cancelletto iniziai a servire la Santa Messa in assoluto raccoglimento. Al "Sanctus" ebbi un improvviso desiderio di risentire quell'indescrivibile profumo che già tante volte avevo percepito nel baciare la mano di Padre Pio. Il desiderio fu subito esaudito. Un'ondata di tanto profumo mi avvolse. Aumentò sempre di più' fino a togliermi il respiro. Mi ressi con la mano alla balaustra per non cadere. Stavo per svenire e chiesi mentalmente a Padre Pio di evitarmi una brutta figura dinanzi alla gente. In quel preciso istante il profumo sparì. A sera, mentre l'accompagnavo alla cella, chiesi a Padre Pio spiegazioni sul fenomeno. Mi rispose: "Figlio mio, non sono io. È il signore che agisce. Lo fa sentire quando vuole e a chi vuole. Tutto avviene se e come piace a Lui."
***

L'abbandono di don Vigilio Covi


«se non diventerete
come bambini... » 
 
« Io invece come olivo verdeggiante nella casa di Dio.
Mi abbandono alla fedeltà di Dio ora e per sempre ».
(Sal 52, 10)   

Una frase del profeta Isaia (30, 15) pone in evidente contrasto due parole:
« nell'abbandono confidente sta la vostra forza »!  

Chi s'abbandona lo vediamo quasi spontaneamente come un rinunciatario, uno che non sa custodire e difendere e salvare la propria personalità. E questo di per sé non è escluso dall'atteggiamento dell'abbandonarsi, a meno che l'abbandono non sia invece un affidarsi, lasciare che si occupi di me un altro, Dio! A questo alludeva certamente Isaia con l'aggettivo "confidente"! Abbandono la mia vita, sapendo con piena fiducia che c'è un Padre che se ne occupa già! 
L'uomo, da quando scopre di non essere più bambino, o non vuole più esserlo, vuole conquistare la vita, essere padrone, determinare le proprie giornate e i propri minuti! E quante agitazioni e arrabbiature quando dei casi chiamati fortuiti o semplicemente imprevisti o disguidi vengono a condizionare le lucide scelte, le chiare previsioni... Ogni movimento di stizza o di rabbia o di prepotenza sono segno di una vita che vuol possedersi. E' il tragico riflesso della decisione di Adamo. Adamo, l'uomo, decide la propria vita autonomamente, come se Dio fosse diventato muto o come se Dio fosse sostituibile dalla propria volontà. L'uomo si ritrova subito non nudo di vestiti, ma nudo di gioia e di libertà. Ci sono tante di quelle cose che lo ostacolano, che gli impediscono di realizzare subito le sue decisioni o di realizzarle comunque! Egli si vede allora come un vinto, come un fallito, e reagisce come un lottatore o come un arreso. Diventa prepotente o rassegnato! 
L'abbandono di cui ora ci occupiamo è uno dei modi con cui l'uomo esprime il suo rapporto con Dio. E' l'atteggiamento con cui l'uomo dà concretezza alla Presenza del Padre. L'abbandono vissuto così non è passività, anche se così può sembrare all'occhio estraneo e superficiale, ma è grande e profonda attività. 
Senza una faticosa e - talvolta - dolorosa vittoria su se stessi e sull'influsso delle aspettative di coloro che mi circondano o dell'opinione corrente, non riesce possibile un vero abbandono. Abbandonarsi a Dio richiede mettere in atto una fede decisa, un amore pronto ad arrischiare la morte, una speranza contro ogni speranza. 
Per questo l'abbandonarsi a Dio dona forza, rende talmente forti da affrontare coraggiosamente e serenamente difficoltà e pericoli e situazioni impossibili: chi si abbandona a Dio tiene conto della forza di Dio!
« Nell'abbandono confidente sta la vostra forza ».

don Vigilio Covi
 

L'ABBANDONO DI GESÙ

« Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito »  

Gesù, con il suo modo di rapportarsi al Padre, ci mostra fino a qual punto giunge il vero abbandono. Nel suo esser figlio vive un rapporto di piena fiducia e di amorevole obbedienza verso il Padre.
Egli sa, non solo che il Padre esiste, ma che è veramente papà e che vuole esercitare la sua paternità. Perciò Gesù si affida a Lui totalmente. Lo notiamo durante tutta la sua esistenza terrena, ma ce ne rendiamo conto in modo più forte nei momenti in cui Gesù viene tentato: nel deserto e sul Calvario.
Nel deserto Gesù viene tentato di usare in modo autonomo i poteri che gli vengono dal suo esser figlio di Dio. « Dato che sei figlio di Dio » - sembra suggerirgli la tentazione - « fa quello che un Dio può fare »! Questo pensiero - apparentemente "giusto" secondo un ragionamento logico - è riconosciuto diabolico da Gesù: è un pensiero che lo porterebbe a non esser più figlio, un pensiero che, rendendo il figlio indipendente dal Padre, lo priva della sua stessa identità di figlio. Se il figlio non riceve più vita dal padre, non riceve gli impulsi della vita e gli orientamenti della vita dal Padre, non può più chiamarsi figlio: non lo è più!

lunedì 26 maggio 2014

Carissima mamma di Gesù,


Carissima mamma di Gesù,
prima di tutto fa che io lo ami sempre più.
Poi, caso mai ti fosse sfuggito, con così
tanti figli a cui badare...
ti riassumo brevemente la situazione.
Sai che ho chiesto con insistenza al tuo
Gesù di mandarmi un aiuto
che mi aiutasse a percorre questa
incredibile valle di lacrime.
Quello che mi è arrivato è sicuramente un
magnifico dono,
ma a volte mi sbilancia, mi sorprende, mi
fa venire un colpo al cuore,
meno male che non soffro di cuore...
Allora hai già capito, ti chiedo aiuto per
accogliere l'aiuto.
Scusa la curiosità, mai i vostri doni
producono sempre questi effetti?
Saluti affettuosi e tenerissimi baci.
 
Paola

Vangelo del giorno (Gv 15,26—16,4)



In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli darà testimonianza di me; e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio. Vi ho detto queste cose perché non abbiate a scandalizzarvi. Vi scacceranno dalle sinagoghe; anzi, viene l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me. Ma vi ho detto queste cose affinché, quando verrà la loro ora, ve ne ricordiate, perché io ve l’ho detto».


Commento: Rev. P. Higinio Rafael ROSOLEN IVE (Cobourg, Ontario, Canada)
«E anche voi mi renderete testimonianza»


Oggi, nel Vangelo Gesù annuncia e promette la venuta dello Spirito Santo: «Ma quando verrà il Paraclito, (...) che procede dal Padre mio, egli testimonierà di me» (Gv 15,26). “Paráclito” significa letteralmente “colui che è chiamato vicino a uno”, e di solito viene tradotto come "Consolatore". Così, Gesù ci ricorda della bontà di Dio, perché pur essendo lo Spirito Santo l'amore di Dio, Egli infonde nei nostri cuori la pace, la serenità nelle avversità e la gioia per le cose di Dio. Egli ci fa guardare verso l’alto e unirci a Dio.

Inoltre Gesù dice agli apostoli: «E anche voi mi renderete testimonianza» (Gv 15,27). Per dare testimonianza è necessario:

1º Avere comunione ed intimità con Gesù. Ciò deriva dal rapporto quotidiano con Lui: la lettura del Vangelo, ascoltare le Sue parole, conoscere quello che Gesù ci insegna, frequentare i sacramenti, essere in comunione con la Chiesa, imitare il suo esempio, osservare i comandamenti, vederlo nei santi, riconoscerlo nei nostri fratelli, avere il suo spirito e amarlo. Si tratta di avere una esperienza personale e viva di Gesù.

I PIU' BEI PENSIERI DI SAN FILIPPO NERI


L'amore di Dio
- Chi vuole altra cosa che non sia Cristo, non sa quello che si voglia. Chi dimanda altra cosa che non sia Cristo, non sa quello che dimanda. Chi opera e non per Cristo, non sa quello che si faccia.
- L'anima che si dà tutta a Dio, è tutta di Dio.
- Quanto amore si pone nelle creature, tanto se ne toglie a Dio.
- All'acquisto dell'amor di Dio non c'è più vera e più breve strada che staccarsi dall'amore delle cose del mondo ancor piccole e di poco momento e dall'amor di se stesso, amando in noi più il volere e servizio di Dio, che la nostra soddisfazione e volere.
- Come mai è possibile che un uomo il quale crede in Dio, possa amare altra cosa che Dio?
- La grandezza dell'amor di Dio si riconosce dalla grandezza del desiderio che l'uomo ha di patire per amor suo.
- A chi veramente ama Dio non può avvenire cosa di più gran dispiacere quanto non aver occasione di patire per Lui.
- Ad uno il quale ama veramente il Signore non è cosa più grave, né più molesta quanto la vita.
- I veri servi di Dio hanno la vita in pazienza e la morte in desiderio.
- Un'anima veramente innamorata di Dio viene a tale che bisogna che dica: Signore, lasciatemi dormire: Signore, lasciatemi stare.

Presenza in Dio e confidenza in Lui
- Spesso esortava i suoi figli spirituali che pensassero di aver sempre Dio davanti agli occhi.
- Chi non sale spesso in vita col pensiero in Cielo, pericola grandemente di non salirvi dopo morte.
- Paradiso! Paradiso! era il grido col quale calpestava ogni grandezza umana.
- Buttatevi in Dio, buttatevi in Dio, e sappiate che se vorrà qualche cosa da voi, vi farà buoni in tutto quello in cui vorrà adoperarvi.
- Bisogna avere grande fiducia in Dio, il quale è quello che è stato sempre: e non bisogna sgomentarsi per cosa accada in contrario.

domenica 25 maggio 2014

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo -1Pt 3,15-18 - Messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito.


 
1Pt 3, 15-18

Carissimi, adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi.
Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza, perché, nel momento stesso in cui si parla male di voi, rimangano svergognati quelli che malignano sulla vostra buona condotta in Cristo.
Se questa infatti è la volontà di Dio, è meglio soffrire operando il bene che facendo il male, perché anche Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nello spirito.

Parola di Dio

Riflessione

Pietro, oggi, con la sua lettera ci dà tre insegnamenti molto utili: dobbiamo amare Dio, essere capaci di rispondere a chi ci chiede il motivo per cui crediamo e, infine, ci dice di non stupirci se dobbiamo soffrire per la nostra fede.
Partiamo quindi dal primo insegnamento... Gesù deve essere sempre presente nel nostro cuore in ogni momento della nostra vita. Dobbiamo instaurare con Lui un'amicizia speciale, con colloqui confidenziali, senza timore, come se fosse un amico vivo davanti a noi. Una volta che Dio ha preso residenza da noi, essere bravi cristiani, essere degli onesti cittadini, essere dei buoni governanti, non è impossibile... anzi... è una cosa che si farà in automatico. Veniamo al secondo insegnamento... Non dobbiamo lamentarci se qualcuno ci domanda ragione della nostra fede. Un vero cristiano infatti, si dovrebbe preoccupare quando nessuno gli domanda spiegazioni del perché crede in Dio, o del suo comportamento in molte situazioni diverso da quello dei più; perché questo significherebbe che la vita di preghiera e l'amore di Dio sono un po' carenti e non diffondono troppa Luce. Quando invece un cristiano riflette veramente la luce del Signore, succede che molti scappano, altri cercano di oscurarla e altri ancora ne rimangono positivamente colpiti. Ma non dobbiamo scoraggiarci, perché nel momento in cui ci comportiamo bene mentre gli altri parlano male, alla fine chi sparla si vergognerà da solo. Infatti, il nostro modo mansueto di difenderci non farà attecchire le radici del male e la pianta della cattiveria si seccherà e cadrà al suolo.
In ogni caso, per rispondere a chiunque ci domanda spiegazioni, dobbiamo essere prima di tutto preparati. E per questo dobbiamo impegnarci a leggere ed accogliere la Parola di Dio, meditandola giorno e notte. Diciamo pure che a volte è una faticaccia!!!... e non sempre ci si riesce... Ma una volta metabolizzata dentro di noi, potremmo in modo chiaro rispondere alle domande non solo a parole, ma anche con i fatti. L'amore di Dio infatti non si manifesta solo a parole, ma anche col servizio. Chi ama veramente Dio è gioioso, gli brillano gli occhi, non scappa davanti alla luce, non si nasconde con una scusa, è attento a chi soffre e lo consola, non pensa di essere invadente o inopportuno, perché chi si mette questo problema probabilmente la carità l'ha mandata in ferie!!!
Allora chiediamo al buon Dio di essere sempre leali, rispettosi e caritatevoli. Non solo, chiediamogli di aiutarci a non scoraggiarci quando ci capiterà di patire perché siamo Suoi discepoli.
Alla fine vediamo il terzo insegnamento. Le angustie fanno parte di questo cammino e Gesù non ci ha mai detto il contrario. Allora dobbiamo continuare a fare del bene a tutti, perché seminare dei semi non buoni porterà un pessimo raccolto. Un cristiano che si comporta bene infatti, avrà più possibilità di ricevere bene. E' anche vero che a volte nonostante la nostra bontà riceviamo del male. Che dire?... Che dobbiamo sopportare pazientemente le persone moleste!!!... O meglio: “E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi!” (1Pt 3, 14).
Le sofferenze infatti, non sono solo fisiche o economiche, ma anche spirituali, e tante volte le incontriamo in ambienti nei quali non ce lo aspetteremmo. E così ti ritrovi a lottare, oltre che con la tua, anche con la miseria e la tiepidezza altrui. Che fare allora?
Pregare... per noi e per tutti, perché Gesù non è morto e risorto solo per qualcuno, ma per tutti. Durante l'ultima cena Gesù ha promesso di prepararci un alloggio in Cielo, quindi dobbiamo stare tranquilli... Questo alloggio non sarà un bilocale!!! Su questi insegnamenti di Pietro ci possiamo fare tre semplici domande: Cristo, è d'avvero nel mio cuore?... Io, sono capace di rispondere alle domande, a volte provocatorie, sul perché prego, perché amo Gesù, perché vado in Chiesa, perché prendo la comunione?... Mi meraviglio se,  pur essendo amica di Gesù, soffro in continuazione?
Tre belle domande... proviamo a rispondere!!!
Pace e bene