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sabato 5 luglio 2014

Tema: Famiglia - Matrimonio - «bell'amore» - Vocazione - Louis e Zélie Martin




«Sì, la civiltà dell'amore è possibile, non è un'utopia! Ma è possibile soltanto se ci si rivolge costantemente con ardore a Dio, Padre di nostro Signore Gesù Cristo, dal quale deriva ogni paternità al mondo (Ef. 3, 14-15), dal quale deriva ogni famiglia umana» (Giovanni Paolo II, Lettera alle Famiglie, 2 febbraio 1994, n. 15). Infatti, è nella famiglia che nasce e si sviluppa la civiltà dell'amore.
Ora, «da qualche tempo a questa parte, si ripetono gli attacchi contro l'istituzione della famiglia. Si tratta di attacchi tanto più pericolosi ed insidiosi, in quanto essi misconoscono il valore insostituibile della famiglia fondata sul matrimonio» (Giovanni Paolo II, 4 giugno 1999). Ma «non è senza importanza per i figli nascere ed essere educati in una famiglia costituita da genitori uniti in una fedele alleanza» (Id.). Il matrimonio è l'alleanza per cui «l'uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi ed alla procreazione e educazione della prole» (Codice di Diritto Canonico, c. 1055, § 1). Il rispetto di una simile unione è «di un'estrema importanza per il progresso personale e la sorte eterna di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità dell'intera società umana» (Vaticano II, Gaudium et spes, 48). Per questo la Chiesa difende energicamente l'identità del matrimonio e della famiglia. All'uopo, essa propone l'esempio dei genitori di santa Teresa di Lisieux, Luigi e Zelia Martin, che sono stati beatificati il 19 ottobre 2008.
«È perchè credo!»
Luigi Martin è nato a Bordeaux, il 22 agosto 1823, secondogenito di una famiglia di cinque figli. Suo padre, ufficiale di carriera, è allora di stanza in Spagna. La famiglia Martin è sballottata secondo le guarnigioni del padre: Bordeaux, Avignone, Strasburgo. Quando viene collocato a riposo, nel dicembre del 1830, il Capitano Martin si stabilisce ad Alençon, in Normandia. È un ufficiale di una devozione esemplare. Avendogli il cappellano del reggimento fatto notare un giorno che ci si stupiva fra i soldati di vederlo, nel corso della Messa, rimanere così a lungo in ginocchio dopo la consacrazione, aveva risposto senza batter ciglio: «Dite loro che è perchè credo!» Luigi riceve in famiglia, e poi presso i Fratelli delle Scuole Cristiane, un'educazione religiosa molto seria. Non sceglie la carriera militare secondo la tradizione familiare, ma il mestiere di orologiaio, che conviene maggiormente alla sua natura meditativa e silenziosa, nonché alla sua grande destrezza manuale. È dapprima apprendista a Rennes, poi a Strasburgo.

«Chi è il più grande nel regno dei cieli?»



1 ant. Chi si fa piccolo come un bambino
sarà il più grande nel regno dei cieli

SALMO 130 Confidare in Dio come il bambino nella madre
Imparate da me che sono mite ed umile di cuore (Mt 11, 29).

Signore, non si inorgoglisce il mio cuore *
e non si leva con superbia il mio sguardo;
non vado in cerca di cose grandi, *
superiori alle mie forze.

Io sono tranquillo e sereno †
come bimbo svezzato in braccio a sua madre, *
come un bimbo svezzato è l'anima mia.

Speri Israele nel Signore, *
ora e sempre.

2 ant. In sincerità e gioia, mio Dio,
offro a te tutti i tuoi doni

venerdì 4 luglio 2014

LA VOCAZIONE DI MATTEO


San Beda il Venerabile
Nato a Jarrow, in Inghilterra, san Beda (circa 673-735) fu chiamato il Venerabile già durante la sua vita. Tutti amavano ed ammiravano questo monaco sacerdote, umile, fervente e sapiente. Egli era stato affidato all'età di sette anni ad un monastero di Northumbrie e vi era divenuto monaco. Passò tutta la vita a Jarrow, e nel vicino monastero di Wearmouth, amante dello studio e dell'insegnamento. I suoi numerosi trattati ci trasmettono la dottrina dei Padri, specie di sant'Agostino. La sua opera più importante è di carattere storico: Storia della Chiesa in Inghilterra.

Gesù vide un uomo chiamato Matteo seduto al banco della gabella e gli disse: «Seguimi» (Mt. 9, 9). Lo vide non tanto con gli occhi del corpo, quanto con lo sguardo interiore del suo amore... Vide il pubblicano, lo predilesse, lo prescelse e gli disse: «Seguimi»; ossia imitami. Chiedendogli di seguirlo, lo invitava meno a camminar dietro di lui che a viver come lui; poiché Chi dice di star in Gesù Cristo deve anche vivere come è vissuto lui (1 Gv. 2, 6)... Matteo si alzò e lo seguì. Nulla di strano che il pubblicano, al primo imperioso invito del Signore, abbia abbandonato la sua avidità di beni terreni e che, trascurando i valori temporali, abbia aderito a Colui ch'egli vedeva libero da ogni ricchezza. Ciò avvenne perché il Signore, che lo chiamava dall'esterno con la sua parola, lo commoveva nei recessi più intimi della sua anima, spandendovi la luce della grazia spirituale perché lo seguisse...
E mentre Gesù era a tavola in casa, ecco che molti pubblicani e peccatori vennero a mettersi a tavola con Lui e coi suoi discepoli (Mt. 9, 10). La conversione d'un solo pubblicano spalancò la via della penitenza e del perdono a molti pubblicani e peccatori... Fu davvero un fausto presagio: colui ch'era predestinato ad essere in seguito apostolo e dottore tra i pagani, trascina dietro a sé, con la sua conversione, i peccatori nel sentiero di salvezza; e questo ministero della Buona Novella ch'egli avrebbe dovuto assumere solo dopo aver progredito nella virtù, lo intraprende sin dai primi momenti della sua fede. Cerchiamo di comprender più profondamente l'avvenimento riferito. Matteo non ha offerto al Signore solo un ristoro corporale nella sua dimora terrena, ma gli ha preparato un convito nel suo cuore con la sua fede e il suo amore, come ne dà testimonianza Colui che ha detto: Ecco ch'io sto alla porta e busso: se uno sente la mia voce e mi apre, io entrerò da lui e cenerò con lui e lui con me (Apoc. 3, 20).
Sì, il Signore sta alla porta e bussa allorché rende il nostro cuore intento alla sua volontà, sia mediante la voce di chi insegna, sia con una ispirazione interiore. Noi schiudiamo la porta all'invito della sua voce allorché diamo il nostro libero consenso ai suoi avvertimenti interiori o esteriori e quando mettiamo in atto ciò che abbiamo capito di dover fare. Ed egli entra per ristorarsi, lui con noi e noi con lui, perché egli dimora nel cuore degli eletti, con la grazia del suo amore, per nutrirli incessantemente con la luce della sua presenza, affinché essi elevino progressivamente le loro aspirazioni e perché egli stesso si ristori con il loro zelo per il cielo, come fosse il cibo più delizioso.

Homélies sur les Evangiles

giovedì 3 luglio 2014

Tema: Aborto - Trisomia 21 - Minorati


In una famiglia cristiana della regione parigina, il 20 novembre 1970, viene alla luce un bambino che sarà battezzato con il nome di Emanuele. Un fratello, Vincenzo, ed una sorella, Anna, lo hanno preceduto. La nascita provoca un tripudio di gioia in tutta la famiglia. Il babbo, Signor D., si reca tutte le sere alla maternità, dove riposano i suoi due tesori: la mamma e Emanuele; e, ogni volta, la stessa felicità, sempre nuova, si ripete.
«Non sa poppare»
Tre giorni dopo, il Signor D. si affretta alla volta della clinica, con un mazzo di fiori. Il cuore accelera i battiti, proprio come la prima volta. Eccolo sulla soglia della stanza. Ma lì, è come inchiodato sul posto: dal letto, la moglie gira verso di lui un volto inondato di lacrime. Le si precipita accanto. Essa lo guarda fissamente, gli tende le braccia, con la voce strozzata dal pianto, balbetta: «Nostro figlio non è normale!» Istintivamente, lo sguardo del padre si dirige verso la culla in cui è adagiato il neonato, che dorme profondamente. «Non vedo nulla di anormale; te l'ha detto qualcuno? chiede alla moglie. – No, nessuno; ma lo so, lo sento, non si muove, non piange, non sa poppare».
I coniugi rimangono insieme per tutto il pomeriggio, accanto al bambino. Il giorno seguente, la Signora D. si decide a farlo esaminare da un pediatra. Lo specialista interroga benevolmente la moglie, poi il marito, e comincia con molta calma una visita del piccolo, lunga e meticolosa. L'attesa è un supplizio per i genitori. Finalmente, il medico gira verso di essi uno sguardo pieno di amicizia, di carità. Commenta con delicatezza la propria diagnosi, prima di giungere alla conclusione: «Vostro figlio non sarà come gli altri». Con estrema dolcezza, apprende loro che Emanuele è affetto da trisomia 21..., è «mongoloide». La prima intuizione della mamma era giusta.

mercoledì 2 luglio 2014

Dal libro del profeta Amos - Am 5,14-15.21-24 - Lontano da me il frastuono dei vostri canti; piuttosto scorra la giustizia come un torrente perenne.



Cercate il bene e non il male,
se volete vivere,
e solo così il Signore, Dio degli eserciti,
sarà con voi, come voi dite.
Odiate il male e amate il bene
e ristabilite nei tribunali il diritto;
forse il Signore, Dio degli eserciti,
avrà pietà del resto di Giuseppe.
«Io detesto, respingo le vostre feste solenni
e non gradisco le vostre riunioni sacre;
anche se voi mi offrite olocausti,
io non gradisco le vostre offerte,
e le vittime grasse come pacificazione
io non le guardo.
Lontano da me il frastuono dei vostri canti:
il suono delle vostre arpe non posso sentirlo!
Piuttosto come le acque scorra il diritto
e la giustizia come un torrente perenne».

Parola di Dio
Riflessione

Tante volte diciamo che il Signore è con noi, ma alla fine è d'avvero così? Quand'è che veramente il Signore è con noi? Il profeta Amos, per gli smemorati, ricorda alcune regoline... Se vogliamo vivere dobbiamo cercare di conformarci a Gesù e ricercare sempre il bene e il bello, se invece vogliamo fare la fine della mandria di porci nel paese dei Gadarèni e precipitare nell'abisso, allora cerchiamo il male. Non ci sono molte alternative, quindi... a noi la scelta!!! Dobbiamo avere repulsione per tutto ciò che va contro l'amore... e c'è ne da vendere!!! Il nostro cuore deve assomigliare a un'aula di tribunale dove si cerca in tutti i modi di ristabilire la verità e la giustizia per il bene di tutti. Il buon Dio sarà felice di abitare in un cuore puro, semplice, umile... non solo, ma non vorrà mai andare via da quella casa. Le parole del profeta Amos sono forse un po' dure da digerire per tanti di noi... Dio infatti prende di mira tanti comportamenti con i quali certi “credenti” pensano di essere a posto. Il Signore allude forse ai tanti riti che si celebrano in pompa magna in alcuni mesi dell'anno? O allude forse ai momenti di Adorazione Eucaristica, alla recita del Rosario o a altre riunioni particolari dove si fa tutto tranne che pregare? O allude forse alle tante opere “altruiste” dove si fa a gara per essere i più bravi? Mi sa di si... e quindi... come la mettiamo? Mi viene da sorridere pensando al buon Dio che, da lassù, assiste a tutto ciò... poveretto!!! Mi sà che è costretto a mettersi dei tappini alle orecchie e degli occhiali molto scuri per non vedere!!! Diceva bene San Paolo (1Cor 13, 1-6) "Se anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna. E se avessi il dono della profezia e conoscessi tutti i misteri e tutta la scienza, e possedessi la pienezza della fede così da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sono nulla. E se anche distribuissi tutte le mie sostanze e dessi il mio corpo per esser bruciato, ma non avessi la carità, niente mi giova. La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia, non manca di rispetto, non cerca il suo interesse, non si adira, non tiene conto del male ricevuto,  non gode dell'ingiustizia, ma si compiace della verità".
Evitiamo allora di fare tanto baccano... "Lontano da me il frastuono dei vostri canti: il suono delle vostre arpe non posso sentirlo!" ...Stupendo!!! E' vero che i canti, le preghiere comunitarie, o altre opere, sono belle e importanti, ma non bastano per essere a posto con Dio. Tutto ciò che noi facciamo nella nostra quotidianità deve rispecchiare l'amore di Dio. Il modo in cui noi ci relazioniamo con il prossimo non deve essere arrogante, ma carico di amore. Allora, perché ostinarci a essere delle arance Spagnole, tanto belle fuori, ma tutta buccia? Perché non provare a essere delle belle e succose arance di Sicilia?
Gesù mio, tu che mi hai liberato dalle catene, che mi hai donato il tuo amore, non permettere mai che il mio cuore dimentichi ciò che ti è più gradito. Non permettere mai che la mentalità e i criteri di questo mondo oscurino la Tua Luce. Non permettere mai  che nel mio cuore vengano ad abitare altri inquilini all'infuori di te.
Pace e bene.

martedì 1 luglio 2014

Corpo di Gesù, Sangue di Gesù


Corpo di Gesù, offerto a noi
Corpo di Gesù, offerto a noi
Corpo di Gesù, offerto a noi
Corpo di Gesù, offerto a noi

Sangue di Gesù, donato a noi
Sangue di Gesù, donato a noi
Sangue di Gesù, donato a noi
Sangue di Gesù, donato a noi

Sangue di Gesù, risanaci
Sangue di Gesù, risanaci
Sangue di Gesù, risanaci
Sangue di Gesù, risanaci

Sangue di Gesù, rinnovaci
Sangue di Gesù, rinnovaci
Sangue di Gesù, rinnovaci
Sangue di Gesù, rinnovaci

Spirito di Gesù, effuso in noi
Spirito di Gesù, effuso in noi
Spirito di Gesù, effuso in noi
Spirito di Gesù, effuso in noi

lunedì 30 giugno 2014

L'angelo custode



C'era una volta, e c'è ancora adesso, un angelo custode.
Era un angelo come tanti altri, ma era molto triste perché era custode e protettore di un bambino così discolo che non si era mai visto. Si chiamava Pino, ma ogni volta che lo chiamavano lui rispondeva: "Chi? Io?", e così tutti iniziarono a chiamarlo Pinocchio.
Pinocchio era svogliato, disubbidiente, qualche volta cattivo e tutte le volte il suo angioletto si disperava e non sapeva più come fare per trattenerlo.
Finché un giorno ebbe un'idea grandiosa. Chiese un colloquio con Dio e quando si trovò alla sua presenza espose la sua proposta. Chiese il permesso di scendere sulla terra e di parlare con Pinocchio sicuro in questo modo di riuscire a convincerlo a cambiare vita. Dio ci pensò un po' su' ed infine accordò all'angioletto il permesso di fare quest'ultimo tentativo, ma con la promessa di non toccare la terra con i piedi, altrimenti non avrebbe più potuto risalire in cielo. L'angioletto allora chiese timidamente come avrebbe fatto a non poggiare i piedi per terra, ma Dio non fece altro che sorridere facendo gli auguri di buona fortuna.
L'angioletto cominciò a girovagare per il cielo volando da una nuvola all'altra pensando a come poter scendere sulla terra mantenendo i piedi separati da essa.
Ad un tratto fu attirato dal vociare di alcuni angeli che stavano giocando su di una nuvola attrezzata con un'altalena. Immediatamente capì che aveva trovato lo strumento adatto per la sua missione.Aiutato dagli altri angioletti riuscì a costruire una altalena con le corde lunghe dal cielo alla terra. L'angioletto si accomodò sul sedile e si raccomandò con gli amici di farlo scendere lentamente e poi di trattenere le corde fino al suo segnale di risalita. Per l'occasione aveva vestito il suo abito migliore, quello delle grandi occasioni, un frac tinta nuvola completo di bastone e cappello.
Cominciò la discesa finché non si trovò sospeso a mezz'aria in attesa di Pinocchio.
E Pinocchio non si fece attendere; incuriosito dal personaggio così strano subito si avvicinò domandando chi fosse e come mai avesse la faccia così triste.
L'angioletto iniziò la sua storia da quando era stato assegnato come suo custode elencando tutti i dispiaceri che aveva passato per colpa sua, e ad ogni nuova avventura aggiungeva un granellino di sabbia sulla piccola bilancia che teneva in mano, la quale pendeva inesorabilmente in un solo senso.
Pinocchio lo ascoltò con attenzione; ma lui era furbo; non era mica un bambino che credeva agli angioletti, e così con una alzata di spalle fece per andarsene. L'angioletto disperato vedendo sfuggire il suo protetto cominciò a chiamarlo dicendo che non poteva scendere dall'altalena in quanto non sarebbe più potuto risalire.
Pinocchio si fermò; tornò indietro, guardò l'angioletto in lacrime e gli disse che gli avrebbe creduto se gli avesse fatto vedere il cielo sopra le nuvole. L'angioletto ci pensò un poco su', poi decise che una vita salvata valeva pure una sgridata del "Capo".
Fece salire Pinocchio sull'altalena e diede ordine ai suoi amici di tirare su.
L'altalena non si mosse.
L'angioletto gridò più forte; niente; come prima.
Pinocchio stava per prendersi la sua rivincita quando l'angelo cominciò ad arrampicarsi su una delle corde. Svelto come un gatto anche lui lo seguì dall'altra corda ed insieme salirono fino alle nuvole. Quando arrivarono su, videro che gli amici erano tutti addormentati e quindi non avevano udito il comando di risalita.
Ma se loro avevano lasciato le corde dell'altalena, come mai non era caduta sulla terra?
I due si accorsero allora che le corde proseguivano in alto, su un'altra nuvola. Ripresero a salire, arrampicandosi finché non spuntarono dall'altra parte.
Si trovarono di fronte al "Capo" che aveva le corde dell'altalena legate ad un dito e li guardava sorridendo. Pinocchio che era davanti si voltò indietro in direzione dell'angioletto per chiedere spiegazioni e con immenso stupore si accorse che il viso dell'angelo era diventato uguale al suo, come una goccia d'acqua.
A quel punto capì tutto, capì che era tutto vero quello che aveva ascoltato dalla bocca dell'angelo, capì che era di fronte a Dio e capì che di fronte a Dio tutti gli angeli custodi sono visti con lo stesso volto degli uomini di cui sono custodi sulla terra.
Ridiscese trasformato, e cominciò a mettere in pratica quello che tutti gli avevano insegnato e lui non aveva mai seguito.
Un giorno ripassò nel luogo in cui aveva incontrato l'angelo e ci trovò ancora l'altalena. Si sedette e cominciò a dondolarsi, felice di sentirsi cullato dalla mano di Dio. Guardò in alto e vide sopra la nuvola il "suo" angioletto sorridente con in mano la stessa bilancia del primo incontro; questi cominciò a versare la sabbia del piatto su Pinocchio trasformandola in una pioggia di polvere dorata che ricoprì il suo cuore e lo riempì di felicità.
Oggi Pinocchio non ha più bisogno di andare a dondolarsi sull'altalena per sentirsi vicino al Padre che è nei cieli, ma ancora oggi i suoi bambini prima di addormentarsi alla sera vogliono ascoltare la stupenda avventura del loro papà e del "suo" angioletto.

domenica 29 giugno 2014

I VIZI E LE VIRTU' : INVIDIA E CONCORDIA - L'invidia è come una palla di gomma che più la spingi sotto e più ti torna a galla. ( Alberto Moravia )



La storia di Giuseppe l’Ebreo
Il Patriarca Giacobbe amava Giuseppe più di tutti i suoi figli, perché lo aveva avuto in vecchiaia, e gli aveva fatto una tunica dalle lunghe maniche. Per questo i suoi fratelli, lo odiavano e il loro odio si accese ancor più quando Giuseppe raccontò loro e ai suoi genitori i suoi sogni. “Noi stavamo legando i covoni in mezzo alla campagna, quand’ecco il mio covone si alzò e restò diritto e i vostri covoni vennero intorno e si prostrarono davanti al mio”. E ancora: “Ho fatto un sogno: il sole, la luna e undici stelle si prostravano davanti a me”.
Un giorno Giacobbe disse a Giuseppe: “Sai che i tuoi fratelli sono al pascolo a Sichem? Va’ a vedere come stanno”. Il ragazzo andò. Ma quando essi lo videro complottarono di farlo morire: “Ecco, il sognatore arriva! Orsù, uccidiamolo e gettiamolo in qualche cisterna! Poi diremo: Una bestia feroce l’ha divorato! Così vedremo che ne sarà dei suoi sogni!”. Quando Giuseppe fu arrivato, i suoi fratelli lo spogliarono e lo gettarono in una cisterna vuota, senz’acqua. Poi sedettero per prendere cibo. Passavano in quel momento alcuni mercanti ed essi tirarono su Giuseppe dalla cisterna e per venti sicli d’argento lo vendettero agli Ismaeliti.
Così Giuseppe fu condotto in Egitto. Poi presero la tunica del fratello, scannarono un capro e l’intinsero nel sangue. Quindi la fecero pervenire al padre con queste parole: “L’abbiamo trovata; riscontra se è o no la tunica di tuo figlio”. E il padre suo lo pianse (cf Genesi 37).

PIETRO E PAOLO - OMELIA di PADRE BENEDETTO XVI - Martedì, 29 giugno 2010



Cari fratelli e sorelle!
I testi biblici di questa Liturgia eucaristica della solennità dei santi Apostoli Pietro e Paolo, nella loro grande ricchezza, mettono in risalto un tema che si potrebbe riassumere così: Dio è vicino ai suoi fedeli servitori e li libera da ogni male, e libera la Chiesa dalle potenze negative. E’ il tema della libertà della Chiesa, che presenta un aspetto storico e un altro più profondamente spirituale.
Questa tematica attraversa tutta l’odierna Liturgia della Parola. La prima e la seconda Lettura parlano, rispettivamente, di san Pietro e di san Paolo sottolineando proprio l’azione liberatrice di Dio nei loro confronti. Specialmente il testo degli Atti degli Apostoli descrive con abbondanza di particolari l’intervento dell’angelo del Signore, che scioglie Pietro dalle catene e lo conduce fuori dal carcere di Gerusalemme, dove lo aveva fatto rinchiudere, sotto stretta sorveglianza, il re Erode (cfr At 12,1-11). Paolo, invece, scrivendo a Timoteo quando ormai sente vicina la fine della vita terrena, ne fa un bilancio consuntivo da cui emerge che il Signore gli è stato sempre vicino, lo ha liberato da tanti pericoli e ancora lo libererà introducendolo nel suo Regno eterno (cfr 2 Tm 4, 6-8.17-18). Il tema è rafforzato dal Salmo responsoriale (Sal 33), e trova un particolare sviluppo anche nel brano evangelico della confessione di Pietro, là dove Cristo promette che le potenze degli inferi non prevarranno sulla sua Chiesa (cfr Mt 16,18).
Osservando bene si nota, riguardo a questa tematica, una certa progressione. Nella prima Lettura viene narrato un episodio specifico che mostra l’intervento del Signore per liberare Pietro dalla prigione; nella seconda Paolo, sulla base della sua straordinaria esperienza apostolica, si dice convinto che il Signore, che già lo ha liberato “dalla bocca del leone”, lo libererà “da ogni male” aprendogli le porte del Cielo; nel Vangelo invece non si parla più dei singoli Apostoli, ma della Chiesa nel suo insieme e della sua sicurezza rispetto alle forze del male, intese in senso ampio e profondo. In tal modo vediamo che la promessa di Gesù – “le potenze degli inferi non prevarranno” sulla Chiesa – comprende sì le esperienze storiche di persecuzione subite da Pietro e da Paolo e dagli altri testimoni del Vangelo, ma va oltre, volendo assicurare la protezione soprattutto contro le minacce di ordine spirituale; secondo quanto Paolo stesso scrive nella Lettera agli Efesini: “La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6,12).