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venerdì 11 luglio 2014

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 10,24-33 - Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo.


 
 Mt 10, 24-33
In quel tempo, disse Gesù ai suoi apostoli:
«Un discepolo non è più grande del maestro, né un servo è più grande del suo signore; è sufficiente per il discepolo diventare come il suo maestro e per il servo come il suo signore. Se hanno chiamato Beelzebùl il padrone di casa, quanto più quelli della sua famiglia!
Non abbiate dunque paura di loro, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze.
E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo.
Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!
Perciò chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch’io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch’io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli».

Parola del Signore

Riflessione

Gesù nel Vangelo di oggi ci informa su quello che ogni vero discepolo deve aspettarsi in questo mondo. A dire il vero non è molto confortante!!! Ma, come si dice: “Persona avvisata... mezzo salvata”!!!
Conoscere in anticipo che ci saranno sofferenze e  opposizioni nel seguire il Signore, evita gli scoraggiamenti e di strapparsi i capelli nel momento in cui si dovranno affrontare. Così riusciremo a tenerci salda la gioia e la pace che ogni cristiano vero ha nel cuore.
Quando ci troviamo circondati da tribolazioni di ogni genere, da contrarietà, da incomprensioni... il nostro sguardo deve guardare altro... deve guardare al premio promesso. Mi viene in mente un dialogo che Teresina di Lisieux ha avuto con una sorella negli ultimi mesi della sua vita, ed esattamente il 19 maggio 1897. La sorella le chiese: “Perché è così allegra oggi?... La stupenda Teresina rispose: “Perché stamattina ho avuto due piccoli dispiaceri, oh!... di quelli che si fanno sentire... Niente mi dà delle piccole gioie quanto le piccole afflizioni.”
Amare Gesù quindi, è come prendere in mano una bella rosa con tante spine senza brontolare...
Ma se diciamo: "Mi è scesa questa disgrazia dal cielo senza che me l'aspettassi"... significa che siamo degli alunni poco attenti. Non abbiamo infatti ascoltato bene Gesù e i suoi insegnamenti. Evitiamo allora di comportarci come dei bambini che tornano a casa da scuola con la faccia affranta - il compito in classe era difficilissimo e ho preso due, che disgrazia!!! - Asinaccio...  - dovrebbe dire un bravo genitore... - se, invece di dormire durante le spiegazioni fossi stato attento, il compito lo avresti svolto brillantemente! - Ma a volte i genitori danno la colpa agli insegnanti dicendo che non sanno insegnare bene. Può essere... ma non sempre è così...
L'avvertimento di Gesù invece, è chiaro e senza equivoci. Ed è come se dicesse: “Se Io che sono venuto nel mondo per fare del bene a tutti e per salvare tutti, sono stato trattato a "pesci in faccia" e sono stato ucciso... secondo voi... che cosa faranno a chi ha deciso di seguirmi?. Lo stesso trattamento... è ovvio!!! E siccome non siamo i figli della “gallina bianca”... mettiamoci l'anima in pace... perché un vero discepolo che imita il Maestro non ha nessun privilegio rispetto a Lui. Gesù è stato disprezzato? Allora aspettiamoci disprezzo... Gesù è stato odiato? Allora aspettiamoci odio... Gesù è stato osteggiato? Allora aspettiamoci opposizione... Gesù è stato incompreso? Allora aspettiamoci incomprensione...
Ma il Signore dopo questo avvertimento un po' duro ci conforta... meno male, dico io!!! “....non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima”. Non dobbiamo quindi temere perché niente e nessuno potrà toglierci il bene più grande: Gesù, che è sempre con noi e si preoccupa in ogni istante della nostra povera anima. Non solo, nessuna cattiveria fatta volutamente a un credente rimarrà nascosta. Infatti, nel giorno del giudizio salterà fuori come un coniglio dal cilindro! Chi fa soffrire un fratello ingiustamente quel giorno troverà ad attenderlo una “bella sorpresa”.
Allora, continuiamo ad andare avanti con fede e a spargere attorno a noi il profumo di Cristo, perché il premio promesso viene dato solamente a chi si è sforzato di imitare il Maestro. Non dobbiamo avere paura degli uomini, ma solo del giudizio di Dio. L'uomo infatti, può farci del male solo fino ad un certo punto e nella misura in cui Dio lo permette. Lui ha il controllo totale della nostra vita e se ne prende cura anche quando a noi non sembra...
Chiediamo al buon Gesù di aumentare la nostra fede, di darci più coraggio per testimoniare con gioia di essere Suoi discepoli, e così non saremo rinnegati davanti al Padre suo. O vogliamo sentirci dire quando arriveremo lassù: "E TU CHI SEI?".
Pace e bene.

IL FILOSOFO E IL BARCAIOLO - L'APPUNTAMENTO CON DIO



IL FILOSOFO E IL BARCAIOLO

Un giorno di tanti anni fa, un filosofo doveva attraversare il fiume. Si recò al punto di attracco e chiese al barcaiolo di traghettarlo. Durante la traversata il filosofo volle fare sfoggio del suo sapere e cominciò a porre delle domande al barcaiolo. «Senti, amico: ma tu conosci la filosofia?». «Purtroppo no», rispose il barcaiolo, «da quando ero bambino ho cominciato a fare questo lavoro con mio padre e non ho potuto studiare». «Ahi, ahi», sentenziò il filosofo, «hai perso un quarto della tua vita». Poco più avanti ritornò alla carica: «Allora, barcaiolo, nomi come Platone, Aristotele, Socrate, a te non dicono nulla». «No! Purtroppo a me non dicono niente, non so neanche chi siano», rispose il barcaiolo. «Ahi, ahi», rincarò il filosofo, «hai perso metà della tua vita!». Intanto si era alzato un forte vento, l’aria si era rabbuiata e la riva era ancora lontana. Il barcaiolo faceva fatica a mantenere la rotta. All’improvviso un colpo di vento più forte degli altri rovesciò la barca. Allora il barcaiolo gridò: «Filosofo, sai nuotare?». «No!», rispose quello. «Mi dispiace per te, hai perso tutta la tua vita!». E il barcaiolo si diresse a nuoto verso la riva. (Da fonte non identificata)

 

L'APPUNTAMENTO CON DIO

L’eremita pregava a lungo e intensamente, chiedendo di potersi incontrare con Dio. Finalmente riuscì ad ottenere un appuntamento. «Domani, sulla montagna», gli disse un angelo. Il giorno successivo l’eremita si alzò di buon mattino e guardò la montagna: era completamente sgombra dalle nuvole. Allora, con un misto di gioia e trepidazione, s’incamminò verso la cima. Lungo il tragitto incontrò un uomo caduto tra i rovi che gli chiese aiuto. «Mi dispiace, ma ho fretta: ho un appuntamento con Dio», e proseguì allungando il passo. Poco più avanti si imbatté in una donna che piangeva accanto al figlio malato: «Aiutami, per favore». «Perdonami, non ho tempo, Dio mi sta aspettando in cima alla montagna». Procedette ancora di buon passo per non mancare all’appuntamento, ma, dove il sentiero si faceva più ripido, vide un vecchietto sfinito, che gli tendeva una borraccia: «Non ce la faccio più a proseguire. Ti chiedo per amore di Dio: vammi a riempire questa borraccia alla sorgente, dietro quella roccia». «Abbi pazienza, buon uomo, ho un appuntamento con Dio e non voglio perderlo!». Quando l’eremita fu finalmente sulla cima della montagna, sulla porta della baita dove doveva incontrarsi con Dio trovò un biglietto: «Scusami se non mi hai trovato: sono andato ad aiutare tutti quelli che tu non hai soccorso lungo la strada». (Da fonte non identificata)

L'educazione pro Madagascar - don Francesco Meloni missionario “fidei donum” Arcidiocesi di Sassari



Don Francesco dal Madagascar
Carissimi ex parrocchiani,
ma sempre presenti nella mia preghiera,
vi allego "poche righe”
per condividere una delle tante esperienze
vissute qui in Madagascar.

Con la speranza che siano gradite
vi chiedo un ricordo nella preghiera.

don  Francesco Meloni  

Certe fantasie sono fastidiose come le zanzare. Io le scaccio aggrappandomi alla realtà. Con il rosario in mano




Aprile 6, 2014 - padre Aldo Trento, missionario in Paraguay

Ero stanco e ho deciso di mettere la testa sul cuscino per un quarto d’ora, approfittando dell’occasione per recitare il santo Rosario. Riposare è per me pregare, e pregare è riposare. Stavo meditando i Misteri gioiosi ma, come spesso mi succede, non riuscivo a rimanere con lo sguardo fisso sui fatti che caratterizzavano la vita della Vergine nella sua gioventù, perché una zanzara continuava a tormentarmi appoggiandosi sul mio viso.
Con la mano destra mi sono preso a schiaffi cercando di ammazzarla, ma non c’è stato verso. Alla fine ha vinto lei la battaglia. Perciò mi sono seduto sul bordo del letto e ho pensato: ora posso utilizzare entrambe le mani per ucciderla prima che torni a toccarmi, perché in questa posizione la vedrò ben bene quando arriverà. Un pensiero inutile perché le mie grandi mani che soffrono di artrite non riuscivano ad acchiapparla. Alla fine mi sono alzato e sono uscito dalla stanza scegliendo un altro posto per finire la recita del Rosario.
L’episodio ha fatto emergere una considerazione. Ho fatto un paragone tra la zanzara e la fantasia; quest’ultima infatti è la pazza della casa (così la definiva santa Teresa d’Avila) e per questo motivo è difficile da controllare. Fa quello che vuole, sorprendendoti e distraendoti da quello che sei impegnato a fare in qualunque momento del giorno. Un vero fastidio per me.
Le fantasie sono state il tormento della mia vita, perché ostacolavano la mia attenzione. Spesso infatti mentre pregavo, senza rendermene conto, invece di fissarmi sui salmi e sui loro contenuti, mi trovavo “dall’altra parte del mondo”. Ricordo quanto mi disturbavano perché non riuscivo a frenarle né con la confessione né con la mia volontà.

La ninnananna di Dio - PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE


Abbiamo un Dio «innamorato di noi», che ci accarezza teneramente e ci canta la ninnananna proprio come fa un papà con il suo bambino. Non solo: lui ci cerca per primo, ci aspetta e ci insegna a essere «piccoli», perché «l’amore è più nel dare che nel ricevere» ed è «più nelle opere che nelle parole». È quanto ha ricordato Papa Francesco durante la messa celebrata nella mattina di venerdì 27 giugno — giorno in cui ricorre la festa del Sacro Cuore di Gesù — nella cappella della Casa Santa Marta.
La meditazione del Papa ha preso spunto dalla preghiera colletta recitata durante la liturgia, nella quale, ha detto, «abbiamo ringraziato il Signore perché ci dà la grazia, la gioia di celebrare nel cuore del suo Figlio le grandi opere del suo amore».
E «amore», appunto, è la parola chiave scelta dal vescovo di Roma per esprimere il significato profondo della ricorrenza del Sacro Cuore. Perché, ha fatto notare, «oggi è la festa dell’amore di Dio, di Gesù Cristo: è l’amore di Dio per noi e amore di Dio in noi». Una festa, ha aggiunto, che «noi celebriamo con gioia».
Due, in particolare, sono «i tratti dell’amore» secondo il Pontefice. Il primo è racchiuso nell’affermazione che «l’amore è più nel dare che nel ricevere»; il secondo in quella che «l’amore è più nelle opere che nelle parole».
«Quando diciamo che è più nel dare che nel ricevere — ha spiegato Papa Francesco — è perché l’amore sempre si comunica, sempre comunica, e viene ricevuto dall’amato». E «quando diciamo che è più nelle opere che nelle parole», ha aggiunto, è perché «l’amore sempre dà vita, fa crescere».
Il Pontefice ha quindi tratteggiato le caratteristiche fondamentali dell’amore di Dio verso gli uomini. E ha riproposto così alcuni passi delle letture della liturgia del giorno, che, ha fatto notare, «due volte ci parla dei piccoli». Infatti, nella prima lettura, tratta dal libro del Deuteronomio (7, 6-11), «Mosè spiega perché il popolo è stato eletto e dice: perché siete il più piccolo di tutti i popoli». Poi, nel Vangelo di Matteo (11, 25-30), «Gesù loda il Padre perché ha nascosto le cose divine ai dotti e le ha rivelate ai piccoli».
Dunque, ha affermato il Papa, «per capire l’amore di Dio è necessaria questa piccolezza di cuore». Del resto Gesù lo dice chiaramente: se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli. Ecco allora la strada giusta: «Farsi bambini, farsi piccoli», perché «soltanto in quella piccolezza, in quell’abbassarsi si può ricevere» l’amore di Dio.
Non a caso, ha osservato il vescovo di Roma, è «lo stesso Signore» che, «quando spiega il suo rapporto di amore, cerca di parlare come se parlasse a un bambino». E difatti Dio «lo ricorda al popolo: “Ricordati, io ti ho insegnato a camminare come un papà fa con il suo bambino”». Si tratta proprio di «quel rapporto da papà a bambino». Ma, ha avvertito il Pontefice, «se tu non sei piccolo» quel rapporto non riesce a stabilirsi.
Ed è un rapporto tale che porta «il Signore, innamorato di noi», a usare «pure parole che sembrano una ninnananna». Nella Scrittura il Signore dice infatti: «Non temere, vermiciattolo di Israele, non temere!». E ci accarezza, appunto, dicendoci: «Io sono con te, io ti prendo la mano».
Questa «è la tenerezza del Signore nel suo amore, questo è quello che lui ci comunica. E dà la forza alla nostra tenerezza». Invece, ha messo in guardia il Papa, «se noi ci sentiamo forti, mai avremo l’esperienza delle carezze tanto belle del Signore».
Le «parole del Signore», ha affermato il Pontefice, «ci fanno capire quel misterioso amore che lui ha per noi». È Gesù stesso che ci indica come fare: quando parla di sé, dice di essere «mite e umile di cuore». Perciò «anche lui, il Figlio di Dio, si abbassa per ricevere l’amore del Padre».
Un’altra verità che la festa del Sacro Cuore ci ricorda, ha detto ancora il Papa, si può ricavare dal brano della seconda lettura tratto dalla prima lettera di san Giovanni (4, 7-16): «Dio ci ha amato per primo, lui è sempre prima di noi, lui ci aspetta». Il profeta Isaia «dice di lui che è come il fiore del mandorlo, perché fiorisce per primo nella primavera». Dunque, ha ribadito il Pontefice, «quando noi arriviamo lui c’è, quando noi lo cerchiamo lui ci ha cercati per primo: lui è sempre avanti a noi, ci aspetta per riceverci nel suo cuore, nel suo amore».
Riepilogando la sua meditazione, Papa Francesco ha riaffermato che i due tratti indicati «possono aiutarci a capire questo mistero dell’amore di Dio con noi: per esprimersi ha bisogno della nostra piccolezza, del nostro abbassarsi. E ha bisogno anche del nostro stupore quando lo cerchiamo e lo troviamo lì ad aspettarci». Ed è «tanto bello — ha constatato — capire e sentire così l’amore di Dio in Gesù, nel cuore di Gesù».
Il Pontefice ha concluso invitando i presenti a pregare il Signore perché dia a ogni cristiano la grazia «di capire, di sentire, di entrare in questo mondo così misterioso, di stupirci e di avere pace con questo amore che si comunica, ci dà la gioia e ci porta nella strada della vita come un bambino» tenuto «per mano».


PAPA FRANCESCO MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE - Venerdì, 27 giugno 2014 - (da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.145, Sab. 28/06/2014) Dal sito http://w2.vatican.va/

I DONI DI DIO.....


 
Sulla via principale della città,
c’era un negozio originale.
Un’insegna luminosa diceva: "DONI"…
Un bambino entrò e vide un Angelo dietro il banco;
sugli scaffali, c’erano grandi scatole di tutti i colori.
"Cosa si vende?", chiese incuriosito.
L’Angelo rispose:
"Ogni ben di Dio!
Vedi: nella scatola rossa
c’è l’amore,
l’arancione contiene la fratellanza,
in quella azzurra c’è la fede,
nella blu la pace
e nella verde la salvezza!"…
"E quanto costa questa merce?".
"Sono doni di Dio e non costano niente!".
"Che bello! Allora dammi:
dieci quintali di fede,
una tonnellata di amore,
un quintale di speranza,
un barattolo di fratellanza
e tutto il negozio di pace…".
L’Angelo si mise a servire il bambino.
In un attimo, confezionò un pacchetto piccolo piccolo,
come il suo cuore.
"Ecco, sei servito!",
disse l’Angelo, porgendo il pacchettino.
"Ma come, così piccolo?".
"Certo, nella ‘Bottega di Dio’ non si vendono frutti maturi,
ma piccoli semi da coltivare!".
Vai nel mondo,
e fai germogliare i doni che Dio ti ha dato!

LA VITA DI SAN BENEDETTO - Testo integrale tratto dal Libro II dei «Dialoghi» di San Gregorio Magno



Indice

Inizio del libro
1. Il primo miracolo
2. Tentazione e vittoria
3. Il segno della croce
4. Correzione del monaco dissipato
5. L’acqua dalla pietra
6. Il ferro che torna nel manico
7. Mauro cammina sull’acqua
8. Il pane avvelenato
9. La pietra che diventa leggera
10. L’incendio della cucina
11. Il piccolo monaco schiacciato
12. Il cibo preso trasgredendo la Regola
13. Il fratello del monaco Valentiniano
14. La simulazione del re Totila
15. La profezia per Totila
16. Il chierico liberato dal demonio
17. Predice la distruzione del suo monastero
18. Il furto del bariletto di vino
19. I fazzoletti delle monache
20. Il pensiero superbo del piccolo monaco
21. La farina alle porte del monastero
22. Una fabbrica regolata in visione
23. Le monache riconciliate per mezzo del Sacrificio
24. Il piccolo monaco fuggitivo
25. Il monaco e il dragone
26. L’elefantiaco risanato
27. Il debitore pagato
28. La bottiglia che non si rompe
29. L’anfora vuota riempita d’olio
30. Il monaco liberato dal demonio
31. Uno sguardo liberatore
32. Il fanciullo risuscitato
33. Il miracolo di sua sorella Scolastica
34. L’anima di sua sorella vola al cielo
35. La visione del mondo e dell’anima di Germano
36. La regola monastica
37. Il passaggio all’eternità
38. La pazza risanata nello Speco

Inizio del libro

Gregorio: seguitando le nostre conversazioni, parleremo oggi di un uomo veramente insigne, degno di ogni venerazione. Si chiamava Benedetto questo uomo e fu davvero benedetto di nome e di grazia. Fin dai primi anni della sua fanciullezza era già maturo e quasi precorrendo l’età con la gravità dei costumi, non volle mai abbassare l’animo verso i piaceri.
Se l’avesse voluto avrebbe potuto largamente godere gli svaghi del mondo, ma egli li disprezzò come fiori seccati e svaniti.
Era nato da nobile famiglia nella regione di Norcia. Pensarono di farlo studiare e lo mandarono a Roma dove era più facile attendere agli studi letterari. Lo attendeva però una grande delusione: non vi trovò altro, purtroppo, che giovani sbandati, rovinati per le strade del vizio.
Era ancora in tempo. Aveva appena posto un piede sulla soglia del mondo: lo ritrasse immediatamente indietro. Aveva capito che anche una parte di quella scienza mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli abissi.
Abbandonò quindi con disprezzo gli studi, abbandonò la casa e i beni paterni e partì, alla ricerca di un abito che lo designasse consacrato al Signore. Gli ardeva nel cuore un’unica ansia: quella di piacere soltanto a Lui. Si allontanò quindi così: aveva scelto consapevolmente di essere incolto, ma aveva imparato sapientemente la scienza di Dio.
Certamente io non posso conoscere tutti i fatti della sua vita. Quel poco che sto per narrare, l’ho saputo dalla relazione di quattro suoi discepoli: il reverendissimo Costantino, suo successore nel governo del monastero; Valentiniano, che fu per molti anni superiore del monastero presso il Laterano; Simplicio, che per terzo governò la sua comunità; e infine Onorato, che ancora dirige il monastero in cui egli abitò nel primo periodo di vita religiosa.

1. Il primo miracolo

Abbandonati dunque gli studi letterari, Benedetto decise di ritirarsi in luogo solitario. La nutrice però che gli era teneramente affezionata, non volle distaccarsi da lui e, sola sola, ottenne di poterlo seguire. E partirono.
Giunti alla località chiamata Enfide, quasi costretti dalla carità di molte generose persone, dovettero interrompere il viaggio; presero così dimora presso la chiesa di S. Pietro.
Qualche giorno dopo, la nutrice aveva bisogno di mondare un po’ di grano e chiese alle vicine che volessero prestarle un vaglio di coccio. Avendolo però lasciato sbadatamente sul tavolo, per caso cadde e si ruppe i due pezzi. Ed ora? L’utensile non era suo, ma ricevuto in prestito: cominciò disperatamente a piangere.
Il giovanotto, religioso e pio com’era, alla vista di quelle lacrime, ebbe compassione di tanto dolore: presi i due pezzi del vaglio rotto, se ne andò a pregare e pianse. Quando si rialzò dalla preghiera, trovò al suo fianco lo staccio completamente risanato, senza un minimo segno d’incrinatura: «Non c’è più bisogno di lacrime – disse, consolando dolcemente la nutrice – Il vaglio rotto eccolo qui, è sano!».
La cosa però fu risaputa da tutto il paese e suscitò tanta ammirazione che gli abitanti vollero sospendere il vaglio all’ingresso della chiesa: doveva far conoscere ai presenti e ai posteri con quanto grado di grazia Benedetto, ancor giovane, aveva incominciato il cammino della perfezione.
Il vaglio restò lì per molti anni, a vista di tutti, e fino al tempo recente dei Longobardi, è rimasto appeso sopra la porta della chiesa.
Benedetto però non amava affatto le lodi del mondo: bramava piuttosto sottoporsi a disagi e fatiche per amore di Dio, che non farsi grande negli onori di questa vita. Proprio per questo prese la decisione di abbandonare anche la sua nutrice e nascostamente fuggì. Si diresse verso una località solitaria e deserta chiamata Subiaco, distante da Roma circa 40 miglia, località ricca di fresche e abbondantissime acque, che prima si raccolgono in un ampio lago e poi si trasformano in fiume.
Si affrettava dunque a passi svelti verso questa località, quando si incontrò per via con un monaco di nome Romano, che gli domandò dove andasse.

IL SOLE DI MONTECASSINO - Film su San Benedetto da Norcia

" Parlare ed insegnare spetta al maestro, tacere ed ascoltare si addice al discepolo."



Benedetto, abate, che, nato a Norcia in Umbria ed educato a Roma, iniziò a condurre vita eremitica nella regione di Subiaco, raccogliendo intorno a sé molti discepoli; spostatosi poi a Cassino, fondò qui il celebre monastero e scrisse la regola, che tanto si diffuse in ogni lugo da meritargli il titolo di patriarca dei monaci in Occidente. Si ritiene sia morto il 21 marzo.
(21 marzo: A Montecassino, anniversario della morte di san Benedetto, abate, la cui memoria si celebra l’11 luglio).

giovedì 10 luglio 2014

Tema: Perdono - Male - Santa Claudine Thévenet


«Non c'è sciagura maggiore di quella di vivere e di morire senza conoscere Dio», si compiaceva di ripetere Santa Claudine Thévenet, lei, che aveva fatto assegnamento solo su Dio, come sottolineava Papa Giovanni Paolo II, in occasione della beatificazione di questa suora lionese: «Claudine, che ha fatto della sua vita religiosa un «inno di gloria» al Signore, seguendo le orme della Vergine Maria che venerava profondamente, ricorda ai cristiani che vale la pena di far assegnamento solo su Dio. A quelli ed a quelle che il Signore invita a consacrarsi più particolarmente al suo servizio, essa conferma che bisogna saper perdere la propria vita (ved. Matt. 16, 25), perchè altri possano amare e conoscere Dio; essa conferma anche, con il suo esempio, che il più bel successo nella vita è la santità» (4 ottobre 1981. In seguito, Claudine Thévenet è stata canonizzata il 21 marzo 1993).
La piccola violetta
Claudine Thévenet, nata a Lione il 30 marzo 1774, viene battezzata fin dal giorno dopo nella chiesa di San Nizier. Sarà chiamata Glady; è la seconda di una famiglia di sette figli. Trascorre i dodici primi anni della sua vita tranquillamente in famiglia, dove la fede cristiana è solidamente radicata. Dal padre, Filiberto Thévenet, commerciante, Claudine impara la carità verso i deboli e i poveri. Dalla madre, eredita il valore cristiano. Glady, che sarà chiamata anche «la piccola violetta», si rende utile in casa. A nove anni, i genitori la affidano alle Suore Benedettine dell'Abbazia di San Pietro, in Piazza «des Terreaux». Vi riceve una solida formazione intellettuale e spirituale, e qualche nozione di cucito, ricamo, ecc.; ma, soprattutto, le viene inculcato un grande amore per l'ordine e l'impegno in tutto. Claudine torna precipitosamente a casa, quando scoppia l'uragano rivoluzionario, nel 1789.
La città di Lione è terribilmente colpita dal Terrore. Per reazione, il 29 maggio 1793, scoppia, contro il governo di Parigi, un'insurrezione che, in capo a 24 ore di combattimenti, s'impadronisce della città. Per precauzione, il Signor Thévenet porta i figli più giovani da una delle sue sorelle a Belley. Da Parigi, vengono inviate truppe: il 9 agosto, la città di Lione è assediata. Il Signor Thévenet non può più tornare a casa.

martedì 8 luglio 2014

Sono i dettagli che rendono bella la vita. In ogni tipo di lavoro - Febbraio 9, 2014 padre Aldo Trento, missionario in Paraguay




Erano le 23.30. mentre facevo il mio esame di coscienza inginocchiato davanti alla bella immagine del Crocifisso della mia stanza, mi sono venute in mente, ripensando alle molte ore in cui sono stato impegnato nel mio lavoro, alcune cose che avevo visto e che cercherò di sintetizzare in questo scritto.
Qualcuno dirà: padre Aldo, il tuo esame di coscienza è un pochino insolito rispetto a quello che normalmente troviamo nei manuali venduti nelle librerie cattoliche, nei quali si deve rispondere a domande precise, con riferimento ai dieci comandamenti. Apparentemente sì, tuttavia monsignor Luigi Giussani mi ha educato a capire che l’esame di coscienza non è rispondere a una lista di domande, ma è una verifica della fede, dentro la realtà quotidiana. Verifica significa riconoscere e vivere le implicazioni esistenziali della fede.
Papa Benedetto XVI ha affermato che nel cristianesimo l’intelligenza della fede deve diventare intelligenza della realtà. Per questo, l’esame di coscienza è per me, innanzitutto, il riconoscimento della presenza del Mistero dentro la realtà. Partendo da questa positività germoglia una gratitudine per il dono dell’esistenza e un grande dolore pieno di pace nel constatare le distrazioni che vivo durante il giorno, quando mi lascio trascinare non dall’obiettività della realtà ma dalle mie interpretazioni di essa, che si rendono visibili nella modalità con la quale vivo i dettagli della mia vita quotidiana.
E quando parlo di dettagli parlo di cose molto semplici: di come mi alzo al mattino, di come mi pettino o mi rado, se sono puntuale agli appuntamenti oppure no, se guardo le persone che incontro, se lavo o no la tazza del caffè che ho usato per colazione, se saluto ogni persona che incontro. Cioè, la vita è fatta di dettagli e sono quelli che la rendono bella. Pensiamo per esempio alla porta di una casa. La sua bellezza dipende dal materiale, se è fatta di legno massiccio o compensato, se ogni particolare che la compone è curato fino ai minimi dettagli, come per esempio la qualità della serratura, il fatto che si chiuda bene, che entrambe le ante siano “perfette”.
Un falegname, se è un uomo è un artista, cioè uno che ama quello che fa e che esprime la sua creatività. Se è un uomo, vive una grande passione per quello che fa, “parla” col legno, lo padroneggia, lo cura, gode della sua bellezza. Pertanto, quando sta lavorando, quando sta creando qualcosa, i suoi gesti diventano carezze, i suoi occhi brillano di commozione. Il successo di un mobile, di una porta, deriva dal fatto che anche il più inesperto riesce a riconoscerne la bellezza. E gli viene voglia di toccarla, di mostrarla agli amici.
Un falegname è talmente appassionato al legno che arriva a parlare con lui, come Michelangelo col suo Mosè. Quando visito la chiesa di Yaguarón e vedo le porte della sagrestia, i suoi cardini, i suoi disegni, (ognuno con colori naturali differenti in entrambe le ante), quando vedo il grande mobile che custodisce i paramenti e gli oggetti sacri necessari per la celebrazione della santa Messa, rimango attonito fino ad affermare: “Che bello è il cristianesimo! Che bella la sua liturgia!”. E vado con la mente al falegname, ai pittori che alcuni secoli fa realizzarono un’opera tanto bella curandone ogni particolare.



L’amara sorpresa

Quando rientro a casa, entro nella nuova sagrestia e vedo la porta rovinata, la maniglia “nuova” (fatta secondo il criterio oggigiorno dominante nel lavoro dell’“usa e getta”) che si muove come la coda di un cane, mi afferrano un malessere e un’angoscia grandi. Si vede, si tocca con mano la mancanza di amore in tutti quelli che, in un modo o nell’altro, sono stati responsabili della costruzione di quella porta. Senza Cristo, anche un gioiello diventa sterco; con Cristo, invece, uno sterco diventa qualcosa di prezioso. Pane al pane e vino al vino! Neanche gli imbianchini fanno eccezione, perché quello che fa la differenza nel modo di trattare la realtà è la coscienza o meno che questa è il corpo di Cristo, proprio come afferma san Paolo.
Innanzitutto, un imbianchino che ha nel suo Dna i criteri della fede, prepara bene l’ambiente prima di dipingere. Sposta i mobili, li avvolge accuratamente con tele cerate, con pagine di giornale o altri materiali simili; poi copre i pavimenti per assicurarsi che non si rovinino con le gocce di pittura, e infine nasconde bene i bordi delle piastrelle, le intelaiature delle finestre, i battiscopa, eccetera con del nastro adesivo di carta. Solo quando tutto è pronto, prende il pennello e dà inizio all’opera, badando a non sprecare nemmeno una goccia di vernice. Una volta terminato il suo lavoro, lo “consegna” al proprietario, lasciando una pulizia impeccabile nella stanza e in generale in ogni ambiente dove è passato.
Poche volte ho visto un imbianchino con questo atteggiamento, con questa attenzione. Però quando ho avuto la fortuna di vederlo mi sono meravigliato. Qui in Paraguay è una continua lotta. Per questo sto loro addosso, spiegando e ripetendo ogni giorno le stesse cose, senza stancarmi. Col tempo, insistendo, arriva il momento in cui l’imbianchino cambia modo di lavorare, cambia atteggiamento. Ma non sempre è così. Molto spesso le risposte ai miei richiami sono di questo tipo: «Padre, non si preoccupi se mentre dipingo la parete sporco il pavimento, dopo si pulisce». Come a dire: «Una volta finito il lavoro arrangiati».
Alcuni giorni fa sono andato a verificare il lavoro che era stato fatto in un bagno nuovo. Che amara sorpresa! L’imbianchino aveva sporcato con il colore le piastrelle delle pareti. E non solo quello! Il muratore che aveva piastrellato il pavimento, aveva lasciato tra l’una e l’altra mattonella fessure differenti: o troppo vicine tra loro o troppo separate. E per finire un’ultima sorpresa: controllando i bagni nuovi di una casa, trovo che l’idraulico aveva messo lo scarico della doccia, grande come quello di una vasca da bagno e la griglia della base del lavello dieci volte più grande di quello della doccia. Inoltre, senza alcuna pendenza, così ogni volta l’acqua allaga il bagno quando ci si lava. Che cosa fare?
Si vede da come usi il bagno. Continuo ancora a verificare ogni cosa col Rosario in mano e nella mente faccio memoria del famoso “Cristo della pazienza”, molto caro nel mio paese. Qualcuno si domanderà del perché mi devo preoccupare io di tutte queste cose. Romano Guardini risponderebbe così: «Nell’esperienza di un grande amore (…) tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo ambito». L’amore è una gran cosa ma è fatto di dettagli. San Benedetto educò i barbari convertiti a vivere il quotidiano in forma eroica e l’eroico nella vita quotidiana. Il Vangelo dice di Gesù: «Bene omnia fecit» (Ha fatto bene ogni cosa). Partendo da queste cose, Benedetto creò le civiltà europee e i padri gesuiti quella delle Riduzioni.
Si tratta di imparare cosa significano le implicazioni esistenziali della fede o, come affermava papa Benedetto XVI, «l’intelligenza della fede deve diventare intelligenza della realtà». Vuol dire che non sono le prediche, le chiacchiere, i discorsi che educano, ma l’esempio. Io per primo devo prendere in mano la scopa e insegnare a usarla in modo corretto per pulire il pavimento, con l’allegria di un uomo innamorato di Cristo. Ci sono persone che vengono qui e che conoscono tutto di Cristo. Ma se uno entra nella loro stanza, sviene… O Cristo ha a che vedere con tutto, perfino col modo di usare il bagno, oppure non mi interessa per niente.


Febbraio 9, 2014 padre Aldo Trento, missionario in Paraguay


"Allegria" Tratto da “Cammino” di san Josemaría Escrivá


 

Leggi adagio questi consigli. Medita con calma queste considerazioni. Sono cose che ti dico all'orecchio, in confidenza d'amico, di fratello, di padre. E queste confidenze le ascolta Dio. Non ti racconterò nulla di nuovo: intendo ridestare i tuoi ricordi per far emergere qualche pensiero che ti colpisca; così migliorerai la tua vita, ti avvierai per cammini d'orazione e d'Amore, e diverrai finalmente un'anima di criterio.

657 La vera virtù non è triste e antipatica, bensì amabilmente allegra.

658 Se le cose riescono bene, rallegriamoci, benedicendo Dio che ci mette l'incremento. —Riescono male? —Rallegriamoci, benedicendo Dio che ci fa partecipi della sua dolce Croce...

659 L'allegria che devi avere non è quella che potremmo chiamare fisiologica, da animale sano, ma quella soprannaturale, che procede dall'abbandonare tutto e dall'abbandonare te stesso nelle braccia amorose di nostro Padre-Dio.

660 Non scoraggiarti mai, se sei apostolo. —Non c'è ostacolo che tu non possa superare.

—Perché sei triste?

661 Faccia lunga..., modi bruschi..., aspetto ridicolo..., aria antipatica: è così che speri di incoraggiare gli altri a seguire Cristo?

662 Manca la gioia? —Pensa: c'è un ostacolo fra Dio e me. —Indovinerai quasi sempre.

663 Per porre un rimedio alla tua tristezza, mi chiedi un consiglio. —Ti darò una ricetta che proviene da buone mani: dall'apostolo Giacomo.

—“Tristatur aliquis vestrum?” —Sei triste, figlio mio? —“Oret!” —Fa' orazione! Prova e vedrai.

664 Non essere triste. —Abbi una visione più... “nostra” —più cristiana— delle cose.

665 Voglio che tu sia sempre contento, perché la gioia è parte integrante del tuo cammino.

—Chiedi questa stessa gioia soprannaturale per tutti.

666 Laetetur cor quaerentium Dominum”. — Si rallegri il cuore di coloro che cercano il Signore.

—Ecco una luce, per indagare sui motivi della tua tristezza.

lunedì 7 luglio 2014

Il giogo di Cristo e il giogo degli infedeli - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton




2 Cor 6, 11 - 18
La traballante comunità di Corinto

San Paolo sta parlando alla traballante comunità di Corinto, ed esorta i Corinzi ad aprire il loro cuore ad imitazione del suo, che è tutto aperto nei loro confronti. Questa chiusura di cuore è in realtà una mancanza di confidenza nei confronti di Paolo che, al contrario, parla loro come un padre parla ai figli, e si aspetterebbe che a loro volta i figli gli rispondano con amore; ma questo stentava ad accadere.
Quanto si verificava fra Paolo e i Corinzi è un po' quello che accade fra Dio e noi. Anche Dio ci parla francamente, ci apre il suo cuore, ci parla come a figli e si aspetta da noi altrettanta apertura, altrettanta franchezza, altrettanta confidenza. Il fatto che il nostro cuore assomigli a quello dei Corinzi sta ad indicare che il nostro cuore è ammalato; i nomi delle sue malattie sono: chiusura, paura, mancanza di confidenza, incapacità di ascoltare, incapacità di amare e l'elenco potrebbe continuare. Dio ci ha parlato francamente mandando sulla terra il suo figlio Gesù e Gesù ci ha manifestato lo straordinario amore del Padre morendo per noi sulla Croce e andandosi a rinchiudere nel sacramento dell'Eucaristia. A queste imprese un po' folli noi stentiamo a rispondere come si conviene. Allora, quando si ha il cuore ammalato, se si vuole guarire, ci vuole da una parte l'opera di un buon medico e dall'altra la collaborazione dell'ammalato. Proprio a questa collaborazione San Paolo fa appello quando esorta i Corinzi a non lasciarsi legare al giogo estraneo degli infedeli.

domenica 6 luglio 2014

Dossier: VIAGGIO ALL'INFERNO - IL TIMONE N. 123 - ANNO XV - Maggio 2013 - pag. 39 - 46 - Lo hanno visto...



Anna Caterina Emmerick
Nacque l’8 settembre 1774 a Flamske bei Coestfeld, in Westfalia, entrò nel Monastero di Agnetenberg a Dülmen, sempre in Westfalia, delle Canonichesse Regolari di S. Agostino. Morirà a Dülmen il 9 novembre 1824. Durante la sua vita patì a causa di diverse malattie che, peraltro, non le impedirono di ricevere numerose visioni mistiche e anche le stimmate. Nel 1811 il monastero verrà soppresso e la beata ritornò alla vita secolare, venendo accolta come domestica presso l’abitazione dell’abbé Lambert, un prete fuggito dalla Francia, che viveva a Dülmen. Era, infatti, l’epoca della Rivoluzione francese e della successiva dominazione napoleonica, diffusa in tutti i Paesi europei. La beata ebbe come medico Franz Wesener, che si convertì al cristianesimo e le divenne amico, così come la assistette durante l’infermità il celebre scrittore e poeta del romanticismo tedesco Clemens Brentano (1778-1842), che dal 1816 al 1824 prenderà nota delle sue visioni, grazie alle quali scriverà la Vita di Gesù Cristo secondo le visioni della monaca Anna Caterina Emmerich. A essa si ispirerà il regista Mel Gibson nel suo celebre film sulla Passione del 2004. Nel corso dello stesso anno, la Emmerich verrà beatificata da papa Giovanni Paolo II.
Fra le tante visioni, dalle quali sono state ricavati diversi libri tutti ispirati al testo di Brentano, ebbe una visione dell’inferno quando vide scendere il Salvatore negli inferi.

«Vidi (...) il Salvatore avvicinarsi, severo, al centro dell’abisso. L’inferno mi apparve come un immenso antro tenebroso, illuminato appena da una scialba luce quasi metallica. Sulla sua entrata risaltavano enormi porte nere, con serrature e catenacci incandescenti. Urla di orrore si elevavano senza posa da quella voragine paurosa di cui, a un tratto, si sprofondarono le porte. Così potei vedere un orrido mondo di desolazione e di tenebre.
L’inferno è un carcere di eterna ira, dove si dibattono esseri discordi e disperati. Mentre nel cielo si gode la gioia e si adora l’Altissimo dentro giardini ricchi di bellissimi fiori e di frutta squisita che comunicano la vita, all’inferno invece si sprofondano cavernose prigioni, si estendono orrendi deserti e si scorgono smisurati laghi rigurgitanti di mostri paurosi, orribili. Là dentro ferve l’eterna e terribile discordia dei dannati.
Nel cielo invece regna l’unione dei Santi eternamente beati. L’inferno, al contrario, rinserra quanto il mondo produce di corruzione e di errore; là imperversa il dolore e si soffrono quindi supplizi in una indefinita varietà di manifestazioni e di pene. Ogni dannato ha sempre presente questo pensiero: che i tormenti, ch’egli soffre, sono il frutto naturale e giusto dei suoi misfatti. Quanto si sente e si vede di orribile all’inferno è l’essenza, la forma interiore del peccato scoperto. Di quel serpe velenoso, che divora quanti lo fomentarono in seno durante la prova mortale. Tutto questo si può comprendere quando si vede, ma riesce inesprimibile a parole.
Quando gli Angeli, che scortavano Gesù, avevano abbattuto le porte infernali, si era sollevato come un subisso d’imprecazioni, d’ingiurie, di urla e di lamenti. Alcuni Angeli avevano cacciato altrove sterminate torme di demoni, i quali avevano poi dovuto riconoscere e adorare il Redentore.
Questo era stato il loro maggior supplizio. Molti di essi venivano quindi imprigionati dentro una sfera, che risultava di tanti settori concentrici.
Al centro dell’inferno si sprofondava un abisso tenebroso, dov’era precipitato Lucifero in catene, il quale stava immerso tra cupi vapori. Tutto ciò era avvenuto secondo determinati arcani divini.
Seppi che Lucifero dovrà essere scatenato per qualche tempo: cinquanta o sessant’anni prima dell’anno 2000 di Cristo, se non erro. Alcuni demoni invece devono essere sciolti prima di quell’epoca per castigare e sterminare i mondani. Alcuni di essi furono scatenati ai nostri giorni; altri lo saranno presto. Mentre tratto questo argomento, le scene infernali le vedo così orripilanti dinanzi ai miei occhi, che la loro vista potrebbe perfino farmi morire». (Tratto da: P. Antonio M. Di Monda, L’inferno visto dai santi, Associazione Cattolica Gesù e Maria, 2006, p. 70-71).

L'INFERNO ESISTE ED E' ETERNO - Vediamo secondo la Sacra Scrittura e la Sacra Tradizione: che cos'è, come ci si va, chi ci abita... Don Claudio Crescimanno



Ritorniamo ancora una volta a parlare di un tema cruciale della nostra vita di uomini e di figli di Dio: l'inferno esiste, esiste la possibilità reale, ineludibile, della dannazione eterna.
È necessario ritornare periodicamente a parlarne, con chiarezza, aderendo fedelmente alla divina Rivelazione e al perenne magistero della Chiesa, affinché questo tema non cada mai nel dimenticatoio, come è facile che sia, specialmente nel nostro tempo, visto che «la maggior parte delle anime che ci sono, sono anime che non credevano che ci fosse l'inferno» (santa Faustina Kowalska).
È un tema cruciale – dicevamo – perché l'inferno sta davanti a noi come misura della possibilità reale del radicale e definitivo fallimento della nostra esistenza: è il "per sempre" di questo fallimento. Per dirla con le parole incomparabilmente semplici e profonde di un grande saggio e santo, Alfonso Maria de' Liguori: «abbiamo una sola anima: persa questa è perso tutto; abbiamo una sola eternità: persa questa è persa per sempre».
È un tema che ci riguarda secondo la duplice dimensione di esseri umani e di figli di Dio: l'inferno è, infatti, una reale possibilità perché l'uomo è libero; anzi la libertà, frutto della sua dignità spirituale, è massima espressione della natura umana, e la dannazione eterna è la massima contraddizione della libertà, che per sua natura è adesione consapevole alla verità e al bene. Più ancora ci riguarda come figli di Dio: col battesimo siamo costituiti nella dignità soprannaturale di Dio stesso, alla cui vita partecipiamo per adozione; e il peccato è insidia continua a tale dignità e porta sempre aperta sulla dannazione eterna.
Dunque il richiamarci spesso alla considerazione sulla realtà e drammaticità dell'inferno è saggezza umana e prudenza cristiana.
Ora ripercorriamo brevemente le fondamentali nozioni della dottrina cattolica e poi ascolteremo diffusamente l'impressionante testimonianza dei santi che Dio ha ispirato a beneficio nostro.

L'INFERNO C'È


Dobbiamo anzitutto sgombrare il campo dal dubbio circa la sua esistenza, e a questo ci portano concordemente la Rivelazione e la retta ragione.
In tutta la Sacra Scrittura la realtà dell'inferno si impone come una delle verità più chiaramente e insistentemente affermate.