Pagine statiche

sabato 6 settembre 2014

Un cuore che ascolta…



Dio grande e meraviglioso,
molte volte, nelle nostre litanie,
abbiamo detto:
"Ascoltaci, Signore!",
senza esserci prima chiesti
se noi abbiamo ascoltato te,
se siamo stati in sintonia con le tue parole,
con i tuoi silenzi.
Vogliamo che tu porga l’orecchio
alla nostra supplica,
senza preoccuparci di correggere
la nostra sordità,
la durezza del nostro cuore.
Interpreta tu, Padre,
la nostra povera preghiera;
ed ogni volta che ci senti ripetere:
"Ascoltaci, Signore!",
sappi che intendiamo dirti:
"Apri il nostro orecchio ad ascoltare la tua voce.
Apri i nostri occhi a vedere te ovunque.
Apri le nostre labbra per lodare te."
Donaci un cuore che ascolta te,
Padre di misericordia,
con il Figlio e lo Spirito d’amore:
ascolta Dio, ascolta e perdona!
 
BERNARD HARING

Dalla prima lettera di san Paolo apostolo ai Corìnzi - 1Cor 4,6-15 - Soffriamo la fame, la sete, la nudità.



Fratelli, imparate [da me e da Apollo] a stare a ciò che è scritto, e non vi gonfiate d’orgoglio favorendo uno a scapito di un altro. Chi dunque ti dà questo privilegio? Che cosa possiedi che tu non l’abbia ricevuto? E se l’hai ricevuto, perché te ne vanti come se non l’avessi ricevuto?
Voi siete già sazi, siete già diventati ricchi; senza di noi, siete già diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi. Ritengo infatti che Dio abbia messo noi, gli apostoli, all’ultimo posto, come condannati a morte, poiché siamo dati in spettacolo al mondo, agli angeli e agli uomini.
Noi stolti a causa di Cristo, voi sapienti in Cristo; noi deboli, voi forti; voi onorati, noi disprezzati. Fino a questo momento soffriamo la fame, la sete, la nudità, veniamo percossi, andiamo vagando di luogo in luogo, ci affatichiamo lavorando con le nostre mani. Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo; siamo diventati come la spazzatura del mondo, il rifiuto di tutti, fino ad oggi.
Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi. Potreste infatti avere anche diecimila pedagoghi in Cristo, ma non certo molti padri: sono io che vi ho generato in Cristo Gesù mediante il Vangelo.

Parola di Dio
Riflessione

Non per farvi vergognare vi scrivo queste cose, ma per ammonirvi, come figli miei carissimi”...
Caro Paolo... non darti pena... vergognarsi?... non ci sarà stato certo questo pericolo!!! Gonfi di orgoglio erano... gonfi di orgoglio sono rimasti!
E' strano, è passato tanto tempo, ma alla fine il comportamento umano non è cambiato. Gasarsi infatti è il “passatempo” preferito di tanti di noi... o forse è meglio dire, il nostro primo lavoro. Mi sa che questo settore non conosce crisi!!!
In una società come la nostra dove al primo posto c'è tutto tranne Dio, andare veramente controcorrente è una vera persecuzione e un tormento... e, come Paolo, si è costantemente calunniati e rifiutati, anche tra “credenti”. Diceva bene don Divo Barsotti: “Io non stupisco che siano pochi i credenti, ma mi stupisco che ce ne possano essere”.
L'ammonizione di Paolo non solo è molto dura.... diciamo pure che dovrebbe far vergognare tanti di noi. La sua ironia sottile e tagliente è straordinaria, ma non tutti purtroppo la comprendono.
Dalle sue parole si nota tantissimo la sofferenza e la delusione che tanti fratelli di Corinto, con la loro presunzione, gli hanno causato.
Quante volte abbiamo sofferto anche noi per questo motivo? Abbiamo offerto aiuto, abbiamo dedicato il nostro tempo, anche con qualche sacrificio e poi la persona beneficiata si scorda di dirti grazie. Non solo... parlerà anche male di te!!!
“Voi siete già sazi, siete già diventati ricchi; senza di noi, siete già diventati re. Magari foste diventati re! Così anche noi potremmo regnare con voi”.
Paolo non tace di fronte a tanta sporcizia e così, con le sue cesoie, mette a nudo il loro comportamento non tanto brillante. Le persone che oggi pensano una cosa e il giorno dopo un'altra... non sempre hanno la sindrome del “dottor Jekyll e mister Hyde”... ma sono semplicemente così perché non hanno capito che Dio è l'unica verità. Le persone cambiano idea così velocemente che quasi ti viene il capogiro. Oggi sei alle stelle... domani alle stalle!!! Per fortuna c'è il buon Dio... che non cambia mai idea. Era... E'... E sarà.
Quante volte anche noi ci siamo alleati con qualcuno per screditare un altro? Molte volte preferiamo andare dalla parte della maggioranza perché in qualche modo ci fa sentire più forti.
Si tende a frequentare un certo tipo di ambiente per così dire: ”bene”, gente ricca, figli di papà, gente istruita... deridendo chi non appartiene a queste cerchie. La realtà è che non c'è scuola migliore al mondo se non quella di Gesù, e a questa scuola noi dovremmo metterci in fila... perchè chi sceglie di andare con chi vive vantandosi per ciò che non è suo prima o poi finirà nelle tenebre. Di tutto ciò che abbiamo in questa terra dobbiamo ricordarci che non abbiamo nessun merito... quindi è assurdo gonfiarsi perchè prima o poi “qualcuno”, con un aghetto, penserà a farci fare “puff”... A questo proposito mi viene in mente un pensiero del Curato d'Ars: “Ecco dunque un tale che si tormenta, che si agita, che fa chiasso, che vuole dominare su tutti, che si crede qualche cosa, che sembra voler dire al sole: “togliti di là, lasciami illuminare il mondo al tuo posto!...” Un giorno quest'uomo orgoglioso, sarà ridotto tutt'al più ad un pizzico di cenere che sarà portata via di fiume in fiume... fino al mare”.
Paolo poi elenca tre qualità che un vero discepolo di Cristo deve possedere: Insultati, benediciamo; perseguitati, sopportiamo; calunniati, confortiamo...
Allora preghiamo il buon Dio di rafforzare sempre la nostra fede, in modo da vedere almeno un po' con i Suoi occhi. Diceva bene San Giovanni della Croce: “Ciò che è più chiaro e vero, è per noi più oscuro e incerto. Per questo lo evitiamo, e invece è ciò che ci conviene; al contrario, cerchiamo ciò che brilla e riempie i nostri occhi, e lo desideriamo, essendo il peggio per noi perché ci ostacola ogni passo”.
Caro Gesù, io ti ringrazio di vero cuore per tutto ciò che ho e per tutto ciò che non ho. E quando ogni tanto, dico quella parola pessima: "non è giusto"... mollami un ceffone!!! Perchè nel momento in cui pronuncio questo dentro di me, evidentemente penso di meritare di più.
Pace e bene

INCONTRO D’AMORE – Dalla Rivista “Araldo” - SACERDOTI DEL S. CUORE - DEHONIANI




INCONTRO D’AMORE DIO CON NOI, NOI CON DIO

Chi cerca trova!” Questo proverbio, che tra l’altro ha profonde radici bibliche, è credibile? Noi, purtroppo, nella vita conosciamo l’amara e inquietante delusione di cercare senza trovare. Si pensi a chi cerca inutilmente il lavoro o un futuro; a chi non trova un familiare scomparso da casa; a chi ha perso la pace del cuore e non sa darsi pace; a chi è finito nella sventura o nella malattia e non ha più speranza di uscirne; a chi ha smarrito un bene prezioso e non sa come e dove trovarlo... Ma se questo è vero per tante situazioni umane, non è assolutamente vero per quanto riguarda la nostra ricerca e il nostro rapporto con Dio. La Bibbia ci dice infatti, che Dio è “Colui che si fa trovare” ( Is 55, 6 ) e anzi, quando ci allontaniamo da lui, ci viene a cercare, perché non vuole assolutamente perderci. Per il suo infinito amore ha voluto farsi il “ Dio con noi” ( Mt 1,23 ). È così! In Cristo Gesù, “Dio fatto uomo”, la divinità incontra e abbraccia l’umanità, e l’umanità ha la piena garanzia di incontrare e abbracciare la divinità. L’incontro salvifico con Dio in Gesù è il vero traguardo del nostro cammino umano e cristiano.

Dalla ricerca al felice incontro



Un ateo convertito, André Frossard, volendo provare l’esistenza di Dio a partire dal gioioso “ritrovamento” della sua vita attraverso la fede, ha scritto un libro interessante: “Dio esiste! Io l’ho incontrato!”. Sì, l’incontro con Dio, per chi si converte a lui, è davvero bello e gioioso. Per capirlo basta leggere nel Vangelo, l’incontro-conversione della Maddalena ( Lc 7,36-50 ), della donna samaritana ( Gv 4,5-42 ), del ricco e inquieto Zaccheo ( Lc 19,1-10 )... E ancora più convinta e convincente la testimonianza del più grande convertito del Cristianesimo, l’apostolo Paolo: “Non sono più io che vivo, è Cristo a vivere in me” ( Gal 1,20 ). Ma un vero incontro con Dio può avvenire anche quando ci rendiamo conto che, in Dio creduto e amato, troviamo il valore e il fine supremo della nostra vita sulla terra. A proposito, mi viene da applicare all’incontro con Dio un’espressione più volte sentita nella mia infanzia: “Benedetto il giorno che ti ho incontrato!”. Così diceva ogni tanto mio papà alla mamma, quando vedeva la sua tenace, amorevole e preziosa laboriosità in famiglia. In quelle parole, anche se dette in un italiano arrangiato, c’era tutta l’anima e il cuore di mio padre che, orfano dei genitori già a dodici anni e con due fratellini a carico, aveva trovato nell’amore attento e premuroso di mia mamma la forza della sua non facile vita personale e familiare. Perché non considerare la propria vita quotidiana un “felice incontro” con Dio una “vita insieme” con Colui, “nel quale viviamo, operiamo e siamo” ? Ci accorgeremmo che si tratta di un incontro che non delude, ma realizza pienamente la vita, e ci dona sicurezza, pace e gioia. Perché Gesù non si smentisce: “Rimanete in me e io in voi, come i tralci alla vite; chi rimane in me e io in lui porta molto frutto ( cfr Gv 15, 4-6 ). L’incontro nostro con Cristo diventa una mutua presenza, feconda di bene e salvezza.

Lettera n.39 - di Fr. M.D. Molinié, o.p - Van BAMBINO MARTIRE



Miei cari Amici, abbiamo celebrato quest‟anno, per la prima volta, la messa di Teresa del Bambino Gesù, Dottore della Chiesa. In questa occasione, ho pensato che nelle mie lettere c‟è una lacuna: non ho mai parlato di Marcel Van, il cui messaggio prolunga quello di Teresa per il nostro secolo. Dal 1928 al 1959, durante tutta la vita di Van, Teresa ha vegliato su di lui, segretamente sino all‟età di 12 anni. Poi si è rivelata con una forza straordinaria, chiamandolo il suo “caro fratellino,” donandogli numerosi “baci,” e soprattutto insegnandogli la sua “piccola via.” E di questa “piccola via” Teresa ha chiesto a Van di essere il “segretario” per i figli di questo secolo.
È dunque una grave omissione non avere parlato prima nelle mie lettere della figura di questo grande santo, e soprattutto delle luci dottrinali che Teresa gli ha offerto a nostro beneficio. Voglio porvi rimedio oggi stesso, in onore del nuovo Dottore della Chiesa che il Papa ci ha dato.
Van BAMBINO MARTIRE
Van è nato il 15 marzo del 1928. Come Teresa, e altrettanto precocemente, ha ricevuto, in seno a una famiglia cattolica ricca d‟amore e materialmente agiata, la grazia di gustare il cielo con un‟intensità altrettanto forte... e forse anche più forte di quella di Teresa. La soavità indescrivibile di questo presentimento di cui Teresa dirà più tardi: “Il cielo mi sembrava così evidente che non potevo credere che gli atei fossero sinceri,” costituisce la “confettura” promessa da Grignion de Montfort ai figli di Maria. 7 Oso dire che fu immerso in questa soavità dal suo battesimo (come Obelix nella pozione magica). In esso Van ha ricevuto desideri ancora più forti di quelli che Teresa ebbe alla sua età e questa soavità ha relativizzato in modo invisibile, incomprensibile, ma perfettamente efficace, le sofferenze terribili che Teresa non ha conosciuto con la stessa intensità, né soprattutto così giovane. A 6 anni, si confessa per la prima volta, “timidamente, ma con un cuore sincero... Dopo avermi ascoltato, il parroco mi disse: tra le colpe che tu hai appena accusato non ce n‟è nessuna che abbia fatto soffrire il Buon Dio (come Teresa!). Ti do il permesso di comunicarti domani. Questo discorso colpì il mio orecchio come il fragore di una grande onda... Avevo un solo desiderio: che fosse ben presto l‟indomani. Presi la risoluzione di non mangiare niente, con l‟intento che Gesù venendo in me potesse giocare liberamente con la mia anima, poiché gli avevo chiesto di venire sotto le sembianze di un bambino affinché mi fosse possibile manifestarGli in modo del tutto naturale il mio amore di bambino.” Racconta allora la sua Prima Comunione: 7 Vedi Volume 1, Lettera n. 7, nota n. 49 (ndt).

PAPA FRANCESCO - MEDITAZIONE MATTUTINA NELLA CAPPELLA DELLA DOMUS SANCTAE MARTHAE

 

Perché vantarsi dei peccati
Giovedì, 4 settembre 2014

(da: L'Osservatore Romano, ed. quotidiana, Anno CLIV, n.201, Ven. 05/09/2014)

«Di quali cose si può vantare un cristiano? Due cose: dei propri peccati e di Cristo crocifisso». E una sola conta veramente: l’incontro con Cristo che cambia la vita dei cristiani “tiepidi” e trasforma il volto di parrocchie e comunità “decadenti”. È questa l’indicazione suggerita da Papa Francesco durante la messa celebrata giovedì 4 settembre, nella cappella della Casa Santa Marta.
A ispirare le parole del Pontefice è stata anzitutto la prima lettura della liturgia, tratta dalla prima Lettera di san Paolo ai corinzi (3, 18-23). L’apostolo, ha spiegato il Papa, «in questi brani che abbiamo letto nelle liturgie di questi giorni scorsi, parla della forza della parola di Dio». Di più, ha aggiunto, «possiamo dire» che «fa come una teologia della parola di Dio». E finisce con questa riflessione: «Nessuno si illuda. Se qualcuno tra voi si crede un sapiente in questo mondo, si faccia stolto per diventare sapiente, perché la sapienza di questo mondo è stoltezza davanti a Dio».
In pratica, ha affermato il Pontefice, «Paolo ci dice che la forza della parola di Dio, quella che cambia il cuore, che cambia il mondo, che ci dà speranza, che ci dà vita, non è nella sapienza umana». Quindi «non è in un bel parlare e un bel dire le cose con intelligenza umana. No, quella è stoltezza». Invece «la forza della parola di Dio viene da un’altra parte». Certamente «passa anche per il cuore del predicatore». Ed è per questo che Paolo raccomanda a quanti predicano la parola di Dio: «Fatevi stolti». Li avverte di non mettere la propria sicurezza «nella sapienza del mondo». Quindi, prosegue l’apostolo, «nessuno ponga il suo vanto negli uomini».

giovedì 4 settembre 2014

Antoni Gaudí Tema: Arte - Bellezza - Architettura - Basilica della Sagrada Familia a Barcellona (Spagna)


«Una chiesa è l’unica cosa degna di rappresentare il sentire di un popolo, poiché la religione è la cosa più elevata nell’uomo», pensava Antoni Gaudí, l’architetto della basilica della Sagrada Familia di Barcellona (Spagna). In occasione della dedicazione di questo monumento, il 7 novembre 2010, papa Benedetto XVI faceva notare: «In un’epoca nella quale l’uomo pretende di edificare la sua vita alle spalle di Dio, come se non avesse più niente da dirgli, la consacrazione di questa chiesa della “Sagrada Familia” è un avvenimento di grande significato. Gaudí, con la sua opera, ci mostra che Dio è la vera misura dell’uomo, che il segreto della vera originalità consiste, come egli diceva, nel tornare all’origine che è Dio. Lui stesso, aprendo in questo modo il suo spirito a Dio, è stato capace di creare in questa città uno spazio di bellezza, di fede e di speranza, che conduce l’uomo all’incontro con Colui che è la verità e la bellezza stessa.»
Antoni Gaudí è nato il 25 giugno 1852 a Reus (Provincia di Tarragona, Spagna), quinto figlio di Francesco Gaudí Serra e di Antonietta Cornet Bertran. Avrà il dolore di perdere prematuramente tutti i suoi fratelli e le sue sorelle. Il succedersi di questi lutti spiega probabilmente l’impronta di gravità propria del temperamento di Gaudí. Dal lato paterno, Antoni discende da un’antica famiglia di artigiani calderai. Vedere nella bottega paterna la lavorazione del rame dà al giovane Antoni l’abitudine di “pensare in tre dimensioni”. Fin dalla sua infanzia, Antoni soffre di reumatismi che non lo abbandoneranno mai. Questo male lo costringe a rimanere per lunghi periodi nella solitudine di una piccola proprietà di famiglia, a Riudoms, vicino a Reus. Qui, i suoi occhi captano la luce mediterranea e le più pure immagini delle rocce, delle piante e degli animali; egli ammirerà sempre la natura come una maestra meravigliosa. A scuola, Antoni non è un allievo particolarmente brillante, ma riceve una solida formazione spirituale presso i religiosi di san Giuseppe Calasanzio.

Preghiera per un intervento chirurgico



      Signore,
      molti medici, amanti della loro professione
      stanno al nostro servizio.

      Ti rendo grazie per il dono della sapienza che hai elargito loro.

      Oggi molte vite si salvano in casi in cui in passato non era possibile ricevere né rimedio né guarigione.

      Signore, tu continui ad essere il padrone della vita e della morte.

      Il risultato definitivo sta soltanto nelle tue mani divine.

      Signore, illumina la mente e il cuore di coloro che in questo momento si occupano di guarire il corpo malato dell'angelo che mi hai donato
      e guida le loro mani con il tuo potere divino.

      Grazie per la tua immensa bontà.

      Amen.

lunedì 1 settembre 2014

Marcello Van – Tema: Viet Nam - Teresa di Gesù Bambino - Intimità con Dio - Amore - Sofferenza



Un autore francese scriveva, a proposito del popolo vietnamita: «Si incute soggezione a questo popolo soltanto con la saggezza, il sapere e la dignità morale; mai con la forza, nella quale esso vede una forma di barbarie». Una simile disposizione ha favorito la penetrazione della religione cattolica nel Viet Nam; dal secolo XVI in poi, essa vi ha messo profonde radici, grazie ai numerosi martiri missionari, quale san Teofane Vénard († 1861). All'inizio del secolo XX, il Viet Nam è sotto dominazione francese, ma un certo nazionalismo si sviluppa. Nel 1930, Hô Chi Minh creerà il Partito Comunista vietnamita e, nel settembre del 1945, si avvierà, fra i Viet Minh comunisti e la Francia, una guerra che porterà agli accordi di Ginevra (luglio 1954), a seguito dei quali il paese sarà diviso in due, cadendo il Nord sotto il regime comunista.

In tale contesto, il 15 marzo 1928, in un villaggio del Nord (Tonchino), nasce un bambino, Joachim Nguyên Tan Van, abbreviato in Van. Nasce in una famiglia cristiana che comporta già un maschietto ed una femminuccia, e in cui tutto spira la gioia, riflette la bellezza e l'amore. Il padre è sarto; la madre è casalinga, ma lavora talvolta nella risaia. Van dirà di sua madre: «Dio l'aveva dotata di un cuore ardente, che sapeva unire la prudenza e la bontà... Pur circondandomi di affetto, sapeva anche formarmi alla santità». Il ragazzo beneficia di un uso precoce della ragione e di un'ottima memoria, ma altresì di un carattere testardo, dominatore, inflessibile e tuttavia ipersensibile. Non accetta di esser separato dalla madre. Un giorno, la domestica prova a portarlo a giocare più lontano. Poco dopo, lo deve riportare a casa: «Aveva su tutto il viso la traccia delle mie unghie», precisa Van.

Una goccia d'acqua nell'oceano

A Van piace molto giocare. Pertanto, organizza «processioni» in onore della Santa Vergine. Ha quasi quattro anni, quando nasce una sorellina. Nel suo eccesso di affetto per lei, se l'accaparra talmente, che diventa necessario esiliarlo presso la zia. La separazione è molto difficile, ma, in capo a qualche giorno, egli apprezza la compagnia dei cuginetti. A sei anni, torna dai genitori e si prepara alla prima Comunione. Di quel giorno benedetto, scriverà più tardi: «L'ora è suonata, l'attimo tanto desiderato è giunto... Sporgo adagio la lingua per ricevere il Pane dell'Amore. Il mio cuore è invaso da una gioia straordinaria... In un attimo, sono diventato come una «goccia d'acqua» persa nell'immenso oceano. Ora, c'è solo Gesù; ed io sono il piccolo nulla di Gesù». A partire da quel giorno, Van riceve quotidianamente la Santissima Eucaristia. Poco dopo, riceve il sacramento della Cresima. Si precisa nel suo cuore una prospettiva di avvenire: «Desideravo vivamente farmi sacerdote per andar a portare la Buona Novella ai non cristiani».

domenica 31 agosto 2014

Beato Pietro Tarrès - 31 agosto - Tema: Medico - Verginità - Sacerdozio



«Mio caro amico, la tua santità è strettamente legata alla tua competenza professionale, scriveva un prete a un giovane studente di medicina. Così come è impossibile essere un buon sacerdote e al tempo stesso un cattivo cappellano, allo stesso modo, anche se per un altro motivo, non si può essere contemporaneamente un buon cristiano e un medico mediocre.» Questo studente, Pietro Tarrés , divenuto medico e poi sacerdote, è stato beatificato dal beato papa Giovanni Paolo II, il 5 settembre 2004.
Pere Tarrés è nato nel maggio 1905 nella città di Manresa, proprio nel cuore della Catalogna iberica (Spagna). Questa antica città è anche la patria spirituale di sant’Ignazio di Loyola. Il neonato riceve il Battesimo il 4 giugno, nella chiesa della Madonna del Carmine. Suo padre è fabbro-meccanico in uno stabilimento tessile. In seguito, dopo un periodo di disoccupazione, verrà assunto come autista-meccanico presso una ricca vedova della città. Nel 1908, una prima sorella, Francisca, segue Pietro, e, nel 1910, una seconda, Maria-Salut. Vedendo che tutte le carezze si rivolgono verso Francisca, Pietro viene preso da una terribile crisi di gelosia. Un giorno in cui la piccola è stata issata su un seggiolone, Pietro la spinge con forza, per farla cadere. Senza il pronto intervento del padre, la caduta della bambina avrebbe potuto avere gravi conseguenze. Ma la crisi non dura, e Pietro diventa un fratello che ama con passione. Riserva alle sue sorelle una varietà di soprannomi affettuosi dicendo loro: «Noi non faremo come quei fratelli che, quando crescono, non si amano più. Noi ci vorremo sempre bene e cercheremo di essere dei santi.» Quanto a lui, ama chiamarsi Guy, in onore di Guy de Fontgalland, un bambino parigino morto in odore di santità, di cui ha letto la vita. Un giorno, la sorella più giovane, la beniamina, si ammala gravemente. Tutto sembra perduto e l’abito per la sepoltura è pronto. Dietro suggerimento di una signora, Pietro si precipita alla fontana di Sant’Ignazio dove attinge un’acqua considerata miracolosa; quest’acqua viene data alla piccola morente che, con grande stupore di tutti, si ritrova completamente guarita.