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sabato 11 ottobre 2014

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Filippési - Fil 4, 12-14.19-20 - Tutto posso in colui che mi dà forza.


Fil 4, 12-14. 19-20

Fratelli, so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza. Tutto posso in colui che mi dà la forza. Avete fatto bene tuttavia a prendere parte alle mie tribolazioni.
Il mio Dio, a sua volta, colmerà ogni vostro bisogno secondo la sua ricchezza con magnificenza, in Cristo Gesù.
Al Dio e Padre nostro sia gloria nei secoli dei secoli. Amen.

Parola di Dio

Riflessione

Domanda: “Qual è il segreto della serenità e della gioia di un vero discepolo di Gesù?” Semplice... Affidare la propria vita a Cristo!!! Per tanti forse sono parole troppo forti, ma per chi come Paolo ha sperimentato la manifestazione di Dio e la Sua misericodia, questo “lasciarsi fare”, questo “abbandonarsi nelle Sue mani”, non sono chiacchiere, ma ciò che è essenziale nella propria vita. Quando diamo a Dio le redini della nostra vita riceviamo subito un "pass" che ci permette di entrare a far farte della Sua combriccola.
In queste poche righe che Paolo scrive ai Filippesi per ringraziarli dell'aiuto materiale ricevuto, di primo acchito si potrebbe anche intravedere un pochetto di orgoglio da parte sua... Ringrazia, è vero, ma sembra quasi che voglia sottolineare che ne poteva fare a meno. Mi sa che è stato un po' duretto, diciamocelo!!! Paolo però, con queste parole: “...so vivere nella povertà come so vivere nell’abbondanza; sono allenato a tutto e per tutto, alla sazietà e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza” è come se ci esortasse a prendere esempio dal suo comportamento. Un comportamento che è proposto anche nel libro III, capitolo XVII, dell'Imitazione di Cristo: Figlio, se vuoi camminare con me, questo deve essere il tuo atteggiamento. Devi essere pronto a patire, come pronto a godere; devi lietamente essere privo di tutto e povero, come sovrabbondante e ricco. Signore, qualunque cosa vorrai che mi succeda, la sopporterò di buon grado per tuo amore. Con lo stesso animo voglio accettare dalla tua mano bene e male, dolcezza e amarezza, gioia e tristezza; e voglio renderti grazie per ogni cosa che mi accada. Preservami da tutti i peccati, e non temerò né la morte né l'inferno. Purché tu non mi respinga per sempre cancellandomi dal libro della vita, qualunque tribolazione mi piombi addosso non mi farà alcun male” .
Paolo dice quindi che in qualsiasi situazione ci veniamo a trovare, dobbiamo avere sempre fiducia in Gesù perché: Nessuna tentazione vi ha finora sorpresi se non umana; infatti Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze, ma con la tentazione vi darà anche la via d'uscita e la forza per sopportarla” (1 Cor 10, 13).
Ma allora... ci rendiamo conto di quanto siamo fortunati ad avere Gesù come amico? Sapere che nelle prove possiamo aggrapparci al Suo braccio, rifugiarci presso di Lui, essere sempre aiutati, ci deve stimolare e confortare. Il Suo amore fedele è infatti un vero sollievo offerto a tutti noi. Peccato che non tutti approfittino di tanta Grazia! Sembra quasi che nessuno abbia più bisogno di Lui... Oh poveretto!!!
Proviamo a considerare per un attimo il nostro modo di vivere... Vogliamo sempre di più: più soldi, più cose, più successo, più stima, più ferie, più tutto... e più abbiamo più vogliamo. Ma alla fine siamo sempre più insoddisfatti e non ci accorgiamo di ciò che il buon Dio ci dona ogni giorno. Proviamo a pensare anche alle nostre fragilità, alle nostre paure, ai tanti momenti di sconforto, ai tormenti, alle tribolazioni... quando il nostro cuore diventa come un palloncino pronto a scoppiare... Allora, perché non approfittare dell'amicizia di Gesù? E' Lui la nostra forza, è Lui che ci aiuterà a superare tutte le nostre difficoltà. Basta solo rivolgere lo sguardo ai Suoi occhi meravigliosi, occhi che mendicano un po' del nostro amore... e il gioco è fatto!
Tutto posso in colui che mi dà la forza”... Questo non significa che una volta che ci mettiamo a seguire Gesù diventiamo dei superman capaci di saltare da un grattacielo all'altro, o che vediamo realizzarsi tutti i desideri che ci frullano in testa... anzi, più siamo Suoi discepoli e più siamo nella tormenta. Ma la Sua amicizia ci da quella forza e quella fiducia che ci aiuta a superare ogni ostacolo e così, ogni cosa che faremo riuscirà magnificamente. Bisogna solo credere, perché solo sottomettendoci alla volontà di Colui che è la nostra forza tutto prenderà una piega perfetta.
Con Gesù al nostro fianco piano piano riusciremo a progredire in questa via tanto tortuosa e piena di insidie. Riusciremo insomma a essere un'amica migliore, un coniuge migliore, un dipendente migliore... una principessa gradita ai Suoi occhi. Possiamo diventare tutte queste belle cose...!!! Però in Cristo che ci da forza. Senza di Lui combiniamo solo guai. Quindi, l'ingrediente segreto per una vita gioiosa non è confidare nella nostra forza, ma in quella di Gesù.
E così, quando ci troviamo difronte a decisioni difficili, quando ci troviamo in un vero pantano, quando non sappiamo come fare, quando dobbiamo difendere ciò in cui crediamo... il buon Dio non ci lascia mai soli, ma ci da la luce e la forza per prendere la decisione giusta. Non solo... prenderà Lui stesso i nostri piedi e li guiderà dove noi non potevamo nemmeno immaginare di andare. E tutti i nostri discorsi, i nostri pensieri, le nostre previsioni, le nostre certezze, le nostre paure... andranno in fumo. Infatti, con Gesù, le cose vanno quasi sempre al contrario di come noi le immaginiamo. Uno dei problemi è che chiediamo a Dio meno di quello che Lui vuole donarci. Oltre a essere poveretti, siamo anche mediocri!
Gesù mio, aumenta la mia fede così che nessun problema possa separarmi dal Tuo amore, Tu solo sei tutto quello che mi serve in questa vita. Dammi la forza e il coraggio di obbedirti, perché solo così potrò essere una meravigliosa testimonianza per quanti incontro sul mio cammino, solo così sarò degna di essere chiamata Tua amica.
Aiutami a non lasciarmi distrarre dai problemi di questo mondo, ma fa che mi accorga di tutte le consolazioni e benedizioni di cui mi colmi ogni giorno. Voglio gridare come Paolo nella prima lettera a Timoteo: “...Rendo grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero” (1,12).
Grazie Gesù...
Pace e bene

venerdì 10 ottobre 2014

Discorso della Luna - Giovanni XXIII

San Giovanni XXIII (Angelo Giuseppe Roncalli) Papa
Sotto il Monte, Bergamo, 25 novembre 1881 - Roma, 3 giugno 1963 
Il Martirologium Romanum pone la data di culto al 3 giugno, mentre le diocesi di Bergamo e di Milano celebrano la sua memoria l'11 ottobre, anniversario dell'apertura del Concilio Vaticano II avvenuta nel 1962.
La festa liturgica è iscritta nel Calendario Romano generale all'11 ottobre, con il grado di memoria facoltativa.

L'11 ottobre 1962, in occasione della serata di apertura del Concilio, piazza San Pietro era gremita di fedeli
A gran voce chiamato ad affacciarsi, cosa che non si sarebbe mai immaginata possibile richiedere al papa precedente, Papa Roncalli davvero si sporse, a condividere con la piazza la soddisfazione per il raggiungimento del primo traguardo: si era arrivati ad aprirlo, il Concilio. Il discorso a braccio fu poetico, dolce, semplice, e pur tuttavia conteneva elementi del tutto innovativi.
« Cari figlioli, sento le vostre voci. La mia è una voce sola, ma riassume la voce del mondo intero. Qui tutto il mondo è rappresentato. Si direbbe che persino la luna si è affrettata stasera, osservatela in alto, a guardare a questo spettacolo. »
« La mia persona conta niente, è un fratello che parla a voi, diventato padre per volontà di Nostro Signore, ma tutti insieme paternità e fraternità e grazia di Dio (..) (...) Facciamo onore alle impressioni di questa sera, che siano sempre i nostri sentimenti, come ora li esprimiamo davanti al Cielo, e davanti alla Terra: Fede, Speranza, Carità, Amore di Dio, Amore dei Fratelli. E poi tutti insieme, aiutati così, nella santa pace del Signore, alle opere del Bene. »
« Tornando a casa, troverete i bambini. Date una carezza ai vostri bambini e dite: questa è la carezza del Papa. Troverete qualche lacrima da asciugare, dite una parola buona: il Papa è con noi, specialmente nelle ore della tristezza e dell'amarezza. »

Maria, donna obbediente - di Tonino Bello



Si sente spesso parlare di obbedienza cieca. Mai di obbedienza sorda. Sapete perché?
Per spiegarvelo devo ricorrere all' etimologia la quale, qualche volta, può dare una mano d'aiuto anche all'ascetica.
Obbedire deriva dal latino ob-audire, Che significa: ascoltare stando di fronte.
Quando ho scoperto questa origine del vocabolo, anch' io mi sono progressivamente liberato dal falso concetto di obbedienza intesa come passivo azzeramento della mia volontà, e ho capito che essa non ha alcuna rassomiglianza, neppure alla lontana, col supino atteggiamento dei rinunciatari.
Chi obbedisce non annulla la sua libertà, ma la esalta. Non mortifica i suoi talenti, ma li traffica nella logica della domanda e dell' offerta.
Non si avvilisce all'umiliante ruolo dell'automa, ma mette in moto i meccanismi più profondi dell'ascolto e del dialogo.
C'è una splendida frase che fino a qualche tempo fa si pensava fosse un ritrovato degli anni della contestazione: "obbedire in piedi". Sembra una frase sospetta, da prendere, comunque, con le molle. Invece è la scoperta dell'autentica natura dell' obbedienza, la cui dinamica suppone uno che parli e l'altro che risponda. Uno che faccia la proposta con rispetto, e l'altro che vi aderisca con amore. Uno che additi un progetto senza ombra di violenza, e l'altro che con gioia ne interiorizzi l'indicazione.
In effetti, si può obbedire solo stando in piedi. In ginocchio si soggiace, non si obbedisce. Si soccombe, non si ama. Ci si rassegna, non si collabora.
Teresa, per esempio, che è costretta a dire sì a tutte le voglie del marito e non può uscire mai di casa perché lui è geloso, e la sera, quando torna ubriaco e i figli piangono, lei si prende un sacco di botte senza reagire, è una donna repressa, non è una donna obbediente. Il Signore un giorno certamente la compenserà, ma non per la sua virtù, bensì per i patimenti sofferti.
L'obbedienza, insomma, non è inghiottire un sopruso, ma è fare un' esperienza di libertà.
Non è silenzio rassegnato di fronte alle vessazioni, ma è accoglimento gaudio so di un piano superiore. Non è il gesto dimissionario di chi rimane solo coi suoi rimpianti, ma una risposta d'amore che richiede per altro, in chi fa la domanda, signorilità più che signoria.
Chi obbedisce non smette di volere, ma si identifica a tal punto con la persona a cui vuoI bene che fa combaciare, con la sua, la propria volontà.
Ecco l'analisi logica e grammaticale dell' obbedienza di Maria.
Questa splendida creatura non si è lasciata espropriare della sua libertà neppure dal creatore. Ma dicendo" sì", si è abbandonata a lui liberamente ed è entrata nell' orbita della
storia della salvezza con tale coscienza responsabile, che l'angelo Gabriele ha fatto ritorno in cielo recando al Signore un annuncio non meno gioioso di quello che aveva portato sulla terra nel viaggio di andata.
Forse non sarebbe sbagliato intitolare il primo capitolo di Luca come l'annuncio dell'angelo a Jahvé, più che l'annuncio dell' angelo a Maria.
Santa Maria, donna obbediente, tu che hai avuto la grazia di «camminare al cospetto di Dio», fa' che anche noi, come te, possiamo essere capaci di «cercare il suo volto».
Aiutaci a capire che solo nella sua volontà possiamo trovare la pace. E anche quando egli ci provoca a saltare nel buio per poterlo raggiungere, liberaci dalle vertigini del
vuoto e donaci la certezza che chi obbedisce al Signore non si schianta al suolo, come in un pericoloso spettacolo senza rete, ma cade sempre nelle sue braccia.
Santa Maria, donna obbediente, tu sai bene che il volto di Dio, finché cammineremo quaggiù, possiamo solo trovarlo nelle numerose mediazioni dei volti umani, e che le sue parole ci giungono solo nei riverberi poveri dei nostri vocabolari terreni. Donaci, perciò, gli occhi della fede perché la nostra obbedienza si storicizzi nel quotidiano, dialogando con gli interlocutori effimeri che egli ha scelto come segno della tua sempiterna volontà.
Ma preservaci anche dagli appagamenti facili e dalle acquiescenze comode sui gradini intermedi che ci impediscono di risalire fino a te. Non è raro, infatti, che gli istinti idolatrici, non ancora spenti nel nostro cuore, ci facciano scambiare per obbedienza evangelica ciò che è solo cortigianeria, e per raffinata virtù ciò che è solo squallido tornaconto.
Santa Maria, donna obbediente, tu che per salvare la vita di tuo figlio hai eluso gli ordini dei tiranni e, fuggendo in Egitto, sei divenuta per noi l'icona della resistenza passiva e della disobbedienza civile, donaci la fierezza dell' obiezione, ogni volta che la coscienza ci suggerisce che «si deve obbedire a Dio piuttosto che agli uomini».
E perché in questo discernimento difficile non ci manchi la tua ispirazione, permettici che, almeno allora, possiamo invocarti così: «Santa Maria, donna disobbediente, prega per noi»
Tonino Bello

San Daniele Comboni Vescovo - Limone del Garda (Brescia), 15 marzo 1831 - Khartum (Sudan), 10 ottobre 1881




Daniele Comboni: un figlio di poveri giardinieri-contadini che diventò il primo Vescovo cattolico dell'Africa Centrale e uno dei più grandi missionari nella storia della Chiesa.
È proprio vero: quando il Signore decide di intervenire e trova una persona generosa e disponibile, si vedono cose nuove e grandi. 
Figlio «unico» - genitori santi

Daniele Comboni nasce a Limone sul Garda (Brescia - Italia) il 15 marzo 1831, in una famiglia di contadini al servizio di un ricco signore della zona. Papà Luigi e mamma Domenica sono legatissimi a Daniele, il quarto di otto figli, morti quasi tutti in tenera età. Essi formano una famiglia unita, ricca di fede e valori umani, ma povera di mezzi economici. Ed è appunto la povertà della famiglia Comboni che spinge Daniele a lasciare il paese per andare a frequentare la scuola a Verona, presso l'Istituto fondato dal Sacerdote don Nicola Mazza.
In questi anni passati a Verona, Daniele scopre la sua vocazione al sacerdozio, completa gli studi di filosofia e teologia e soprattutto si apre alla missione dell'Africa Centrale, attratto dalle testimonianze dei primi missionari mazziani reduci dal continente africano. Nel 1854 Daniele Comboni viene ordinato sacerdote e tre anni dopo parte per l'Africa assieme ad altri 5 missionari mazziani, con la benedizione di mamma Domenica che arriva a dire: «Va', Daniele, e che il Signore ti benedica».

Nel cuore dell'Africa - con l'Africa nel cuore 

Dopo 4 mesi di viaggio, la spedizione missionaria di cui il Comboni fa parte arriva a Khartoum, la capitale del Sudan. L'impatto con la realtà africana è enorme. Daniele si rende subito conto delle difficoltà che la sua nuova missione comporta. Fatiche, clima insopportabile, malattie, morte di numerosi e giovani compagni missionari, povertà e abbandono della gente, lo spingono sempre più ad andare avanti e a non desistere da ciò che ha iniziato con tanto entusiasmo. Dalla missione di Santa Croce scrive ai suoi genitori: «Dovremo faticare, sudare, morire, ma il pensiero che si suda e si muore per amore di Gesù Cristo e della salute delle anime più abbandonate del mondo è troppo dolce per farci desistere dalla grande impresa».

Lo Spirito Santo vince in noi gli spiriti immondi - Diàdoco di Foticea, vescovo - Capitoli sulla perfezione spirituale, 6, 26



È luce della vera saggezza discernere il bene dal male senza sbagliare... È necessario che coloro che combattono cerchino di conservare sempre la calma nell’animo, perché la mente, discernendo i pensieri che le si affacciano, possa conservare nel santuario della memoria quelli che sono buoni e mandati da Dio, e scacciare invece quelli che sono cattivi e suggeriti dal demonio. Anche il mare quando è perfettamente calmo permette ai pescatori una visibilità che arriva fino al fondo, di modo che i pesci non sfuggono al loro sguardo. Ma quando è sconvolto dai venti, nasconde con le onde torbide ciò che nella calma mostra chiaramente...

Ora solo lo Spirito Santo può purificare le menti: infatti, a meno che non entri uno più forte per sopraffare il ladro, la preda non gli potrà essere tolta. È necessario quindi custodire in tutti i modi la pace dell’anima per favorire l’azione dello Spirito Santo per tenere sempre accesa in noi la lampada della conoscenza. Infatti, quando essa risplende nel segreto della coscienza, gli attacchi insidiosi dei demoni vengono non solo scoperti ma anche resi impotenti da quella santa e gloriosa luce. Per questo l’Apostolo raccomanda: “Non spegnete lo Spirito” (1 Tes 5, 19).

giovedì 9 ottobre 2014

Mio caro Gesù, ogni tanto, anche Tu.... sei in difficoltà!!




I caratteri difficili, quelli che Dio stesso forse non sa contentare quaggiù, sono coloro che vogliono Dio. È certo che Egli li ama di più, ma si trova nell'impossibilità di contentarli mentre sono quaggiù sulla terra. Non vivrebbero una vita terrena se non avessero insieme, con la volontà di cercare Dio, anche il desiderio di tante altre cose, ma questo umano desiderio di cose di cui in fondo non saprebbero poi che farsi, Dio non può ascoltarlo se vuole ascoltare la loro volontà più profonda e più vera. E Dio ascolta la loro volontà con l'alimentare e fare crescere ogni giorno di più il loro desiderio e la fame.

Don Divo Barsotti - La fuga immobile, pag.98


mercoledì 8 ottobre 2014

Padre Pio a padre Benedetto - Tratto da PADRE PIO DA PIETRELCINA - EPISTOLARIO primo



Visione rivelatrice dello stato di tre anime, due delle quali non conosceva affatto. La terza è di una sua penitente e che dopo conobbe.

Pietrelcina, 21 luglio 1913

J.M.J.D.F.C.

Mio carissimo padre, domenica mattina (1), dopo la celebrazione della santa messa, ecco ciò che mi accadde. Il mio spirito si è sentito in un subito trasportato da una forza superiore in una spaziosissima stanza tutta folgoreggiante di luce vivissima. Su di un alto trono tempestato di gemme vidi assisa una signora di rara bellezza, quest'era la Vergine santissima, avendo in grembo il bambino, il quale aveva un atteggiamento maestoso, un volto splendido e luminoso più del sole. Intorno una grande moltitudine di angioli sotto forme assai risplendenti. In fondo di questa gran sala vi erano due lettini ed in ognuno di essi vi era una persona che, a giudicar dall'apparenza, dovevano essere sofferenti assai. Una di essa era sofferentissima, da sembrare che da un momento all'altro avesse da dare l'ultimo saluto alla vita. Di fronte al trono dove era assisa la Vergine vi si trovava tutta assorta nella contemplazione un'altra persona, la quale era la felicità personificata. Il fanciullo che era nel grembo della Vergine ne discende e, seguito dalla Madre e dagli angioli, si dirige verso quella persona che era in orazione. Le gitta le braccia al collo, la stringe forte forte al petto, le dà infiniti baci con altre innumerevoli carezze. Lo stesso fa la Vergine e gli angioli. Si avvia poi verso i letti dove stavano le due persone inferme. Ad una di esse che è a sedere in mezzo al letto il bambino le rivolge solo alcune parole di conforto assai fredde però, e con un fare poco cerimonioso. All'altra inferma che è distesa nel letto e che ha più bisogno di conforto non la degna di uno sguardo; e come se avesse orrore anche a castigarla, ordinò agli angioli che l'avessero percossa. Questi non esitarono punto ad eseguire l'ordine ricevuto. Si accostano all'inferma, uno di essi la prende per una mano e gli altri cominciarono a percuoterla con pugni, con calci e con schiaffi.

LA MISERICORDIA DIVINA - Frammenti del libro del reverendo prof. don Michele Sopocko, confessore di suor Faustina Kowalska , Beatificato il 28 settembre 2008 nel Santuario della Divina Misericordia a Bialystok, Polonia


 
LA MISERICORDIA DI DIO NELLE SUE OPERE

I pensieri umani che riguardano Dio sono molto annebbiati perché “Dio nessuno l’ha mai visto” (Gv 1,18).
(...) Se non avessimo mai visto il sole, ma soltanto lo giudicassimo dalla luce che si vede in un giorno nuvoloso, non saremmo in grado di farci una giusta concezione sulla sorgente della luce del giorno. Oppure se non avessimo mai visto la luce bianca
e se la conoscessimo attraverso i sette colori dell’arcobaleno, non potremmo conoscere il bianco. Similmente, da soli non possiamo farci un’idea sull’Essenza Divina, ma possiamo unicamente conoscere la sua perfezione che le creature ci dimostrano nello stato di moltitudine e divisione, mentre in Dio esse costituiscono un’unità assolutamente semplice. Dio – in quanto essere perfettissimo – è lo spirito più puro e più semplice, che non racchiude in sé nessun elemento costitutivo.
(...) Non c’è modo di approfondire tutte le perfezioni che riguardano l’Essenza di Dio: esse sono molteplici e difficili da conoscere. (...) Tra tutte queste perfezioni, il Signore Gesù ne sottolinea una, per la quale, come da una fonte, scaturisce tutto quello che ci succede sulla terra e nella quale Iddio vuole essere glorificato per tutta l’eternità: é la Misericordia Divina. Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro”
(Lc 6,36).
La Misericordia di Dio è la perfezione del Suo agire che si china verso gli esseri inferiori per portarli fuori dalla miseria e per completare le loro mancanze – è Sua volontà operare il bene verso tutti coloro che soffrono di qualche difetto e da soli non sono in grado di rimediarvi. Un atto singolare di misericordia è la compassione mentre lo stato continuo di compassione è la misericordia.
La relazione di Dio nei confronti delle creature si rivela nell’eliminazione dei loro difetti e nell’elargire perfezioni più o meno grandi. Il fatto di accordare perfezioni, meditato in se stesso, indipendentemente da qualsiasi circostanza, è opera di bontà Divina, che elargisce i doni ad ognuno secondo la propria predilezione.
Pur vedendo in Dio un disinteresse assoluto nell’elargire le grazie, possiamo attribuire questo alla generosità Divina. Il fatto che Dio veglia su di noi affinché, con l’ausilio delle grazie ricevute, possiamo raggiungere la mèta che ci è stata prefissata – lo chiamiamo provvidenza. Accordare le perfezioni secondo un piano e ordine fissato in anticipo, è opera di giustizia. Infine, accordare le perfezioni alle creature per farle uscire dalla loro miseria e per eliminare i loro difetti – è opera di Misericordia.

Con le parole si puo' mentire con l' occhio no......

San Giovanni di Kronstadt (1829-1908)

            Le persone che si sforzano di condurre una vita spirituale, hanno da affrontare in ogni istante una lotta sottile e difficilissima con i loro pensieri, la lotta spirituale. L’occhio deve essere sempre luminoso per osservare i pensieri che entrano nell’anima da parte del demonio e respingerli. Tali persone debbono avere il cuore sempre ardente di fede, d’umiltà, di amore. Altrimenti in esso entrerà facilmente la malizia del demonio, a seguito della quale la debolezza della fede o la sua mancanza assoluta ed infine ogni male, da cui non riuscirai a liberarti presto neppure con le lacrime. Perciò non permettere che il tuo cuore sia freddo e specialmente durante la preghiera evita in ogni modo la fredda indifferenza. Molto spesso abbiamo sulle labbra una preghiera, ma nel cuore la maligna debolezza della fede o la sua assenza assoluta. Con le labbra, per così dire, l’uomo è vicino a Dio, con il cuore lontano. Ma durante la preghiera, il demonio impiega tutti i mezzi per raffreddare e rendere maligno il nostro cuore in modo per noi impercettibile. Prega e rafforzati, rafforza il tuo cuore.
            Se vuoi chiedere una grazia qualsiasi a Dio, prima di pregare preparati ad una fede che non conosca dubbi, ad una fede robusta e prendi a tempo opportuno i mezzi necessari per difenderti dal dubbio e dalla mancanza di fede. È brutto se durante la preghiera nel tuo cuore perde forza la fede ed essa non vi è in ampia misura. Non pensare in tal caso che riceverai da Dio ciò che gli hai chiesto in preda al dubbio: a chi lo beffa Dio non dà i suoi doni. Ha detto il Signore: Tutto ciò che chiederete nella preghiera, se crederete, otterrete”. Perciò se chiederete senza fede o in preda al dubbio, non riceverete nulla. “Se avete fede, e non dubiterete – egli dice –, potrete smuovere anche le montagne”. Vuol dire che se dubiterete e non crederete, non riuscirete a farlo. “Che (ogni uomo) chieda con fede, non avendo alcun dubbio” – dice san Giacomo – e non pensi di ottenere qualcosa da Dio se dubita. L’uomo che ha due anime, è sconnesso in tutte le sue vie”. Il cuore che dubita che Dio possa concedere ciò che gli si chiede, viene punito per il dubbio che ha avuto: esso si tormenta come in preda ad una malattia ed è oppresso dal dubbio. Non adirare l’Onnipotente neppure con l’ombra di un dubbio, specialmente tu che hai provato su di te moltissime volte l’onnipotenza di Dio.

PERMESSO – SCUSA – GRAZIE – Tratto da “L'Araldo” - SACERDOTI DEL S. CUORE DEHONIANI .



Permesso”, “scusa”, “grazie”: se in una famiglia si dicono queste tre parole, la famiglia va avanti. Spesso diamo tutto per scontato!
La famiglia è una comunità di vita che ha una sua consistenza autonoma. Come ha scritto il Beato Giovanni Paolo II nell'Esortazione apostolica Familiaris consortio, la famiglia non è la somma delle persone che la costituiscono, ma una “comunità di persone”. E una comunità è di più che la somma delle persone. È il luogo dove si impara ad amare, il centro naturale della vita umana. È fatta di volti, di persone che amano, dialogano, si sacrificano per gli altri e difendono la vita, soprattutto quella più fragile, più debole. Si potrebbe dire, senza esagerare, che la famiglia è il motore del mondo e della storia. Ciascuno di noi costruisce la propria personalità in famiglia, crescendo con la mamma e il papà, i fratelli e le sorelle, respirando il calore della casa. La famiglia è il luogo dove riceviamo il nome, è il luogo degli affetti, lo spazio dell'intimità, dove si apprende l'arte del dialogo e della comunicazione interpersonale. Nella famiglia la persona prende coscienza della propria dignità e, specialmente se l'educazione è cristiana, riconosce la dignità di ogni singola persona, in modo particolare di quella malata, debole, emarginata. Tutto questo è la comunità-famiglia, che chiede di essere riconosciuta come tale, tanto più oggi, quando prevale la tutela dei diritti individuali. E dobbiamo difendere il diritto di questa comunità: la famiglia.
Papa Francesco - 26 ottobre 2013

PREGHIERA SEMPLICE” DELLA FAMIGLIA

Signore, fa' della nostra famiglia uno strumento della tua pace: dove prevale l'egoismo, che portiamo amore, dove domina la violenza, che portiamo tolleranza, dove scoppia la vendetta, che portiamo riconciliazione, dove serpeggia la discordia, che portiamo comunione, dove regna l'idolo del denaro, che portiamo libertà dalle cose, dove c'è scoraggiamento, che portiamo fiducia, dove c'è sofferenza, che portiamo consolazione, dove c'è solitudine, che portiamo compagnia, dove c'è tristezza, che portiamo gioia, dove c'è disperazione, che portiamo speranza.
O Maestro, fa' che la nostra famiglia non cerchi tanto di accumulare, quanto di donare, non si accontenti di godere da sola ma sappia condividere. Perché c'è più gioia nel dare che nel ricevere, nel perdonare che nel prevalere, nel servire che nel dominare. Così costruiremo insieme una società solidale e fraterna. Amen.

La famiglia si fonda sul matrimonio. Attraverso un atto d'amore libero e fedele, gli sposi cristiani testimoniano che il matrimonio, in quanto sacramento, è la base su cui si fonda la famiglia e rende più solida l'unione dei coniugi e il loro reciproco donarsi. Il matrimonio è come se fosse un primo sacramento dell'umano, ove la persona scopre se stessa, si auto-comprende in relazione agli altri e in relazione all'amore che è capace di ricevere e di dare. L'amore sponsale e familiare rivela anche chiaramente la vocazione della persona ad amare in modo unico e per sempre, e che le prove, i sacrifici e le crisi della coppia come della stessa famiglia rappresentano dei passaggi per crescere nel bene, nella verità e nella bellezza. Nel matrimonio ci si dona completamente senza calcoli né riserve, condividendo tutto, doni e rinunce, confidando nella Provvidenza di Dio. È questa l'esperienza che i giovani possono imparare dai genitori e dai nonni. È un'esperienza di fede in Dio e di fiducia reciproca, di libertà profonda, di santità, perché la santità suppone il donarsi con fedeltà e sacrificio ogni giorno della vita! Ma ci sono problemi nel matrimonio. Sempre diversi punti di vista, gelosie, si litiga. Ma bisogna dire ai giovani sposi che mai finiscano la giornata senza fare la pace fra loro. Il Sacramento del matrimonio viene rinnovato in questo atto di pace dopo una discussione, un malinteso, una gelosia nascosta, anche un peccato. Fare la pace che dà unità alla famiglia; e questo dirlo ai giovani, alle giovani coppie, che non è facile andare per questa strada, ma è tanto bella questa strada, tanto bella. Bisogna dirlo!
26 ottobre 2013

lunedì 6 ottobre 2014

Preghiera - Per il dono della pazienza


"Nella vostra pazienza, possederete le vostre anime" (Lc 21,19)
Tu l'hai detto, o mio Gesù e in questo momento ho proprio bisogno di pazienza:
pazienza con le cose, che non sono quasi mai come io le vorrei;
pazienza con gli avvenimenti spesso contrari e che sembrano studiati per infrangere la mia fatica e la mia costanza; pazienza con le persone che mi circondano e che mettono a dura prova la mia sopportazione. Ti chiedo, inoltre, la pazienza di misurare le parole,
dominare i nervi, usare un tono dolce e mai aggressivo della voce.
Ti chiedo la pazienza di non lasciarmi mai trasportare da parole troppo facili di disprezzo, di giudizio, di valutazione.
Ti chiedo infine la pazienza di non dire e non fare qualcosa quando so di non essere nella forma di perfetto equilibrio, per non dovermi pentire di aver agito impazientemente

domenica 5 ottobre 2014

Santa Faustina Kowalska - Tema: Misericordia


Carissimo Amico dell’Abbazia di San Giuseppe,
La fiducia nella Misericordia di Dio è particolarmente necessaria ai giorni nostri, in un mondo che si distingue con successi scientifici e tecnici, ma che, nello stesso tempo, è segnato da una profonda crisi morale; essa appare nelle interrogazioni dei nostri contemporanei, riscontrate dal Cardinale A. Rouco Varela, arcivescovo di Madrid, durante il Sinodo dei vescovi d'Europa: «Su cosa costruire la vita e la città? Su quali verità, quali valori morali, quali motivazioni vitali?» Oggi, constata il prelato, «con una frequenza preoccupante, la risposta sembra esser questa: su nessuna verità, su nessun valore permanente, su nessun ideale, se non quello del beneficio immediato di ciò che la vita può offrire di piacevole» (8 ottobre 1999).
Questa perdita dei riferimenti e del senso della vita genera l'angoscia e la paura. «Se ci interroghiamo sulle radici di questa situazione attuale di disperazione, diceva altresì il Cardinale Rouco Varela, siamo portati a considerare la concezione moderna dell'uomo. Essa fa di questo il centro assoluto della realtà, facendogli falsamente occupare il posto di Dio. Dimentica che non è l'uomo che fa Dio, ma Dio che fa l'uomo. Il fatto di dimenticare Dio ha portato all'abbandono dell'uomo... Fuori di Gesù Cristo, non sappiamo cosa siano realmente Dio, la vita, la morte o noi stessi. Non c'è da stupirsi che una cultura senza Dio finisca col diventare anche una cultura senza speranza, perchè solo in Lui, che è l'Amore eterno e creatore, il cuore dell'uomo trova la propria origine e il proprio vero termine».
Un messaggio per il mondo
A questo mondo disorientato, Gesù Cristo ha voluto ricordare l'amore del suo Cuore misericordioso, attraverso la voce di una donna modesta, sconosciuta, che assumeva le funzioni di cuoca, giardiniera e portinaia del suo convento. Le rivolse queste parole insieme stupefacenti e confortanti: «Ti mando, con la mia Misericordia, a tutta l'umanità. Non voglio punire l'umanità che soffre, ma voglio guarirla, stringerla al mio Cuore misericordioso... Parla a tutto il mondo della mia Misericordia». Quest'umile Suora, suor Faustina Kowalska, è stata canonizzata il 30 aprile 2000 da Papa Giovanni Paolo II.
Elena Kowalska, terza di dieci figli, nacque il 25 agosto 1905, a Glogow (Polonia). Vivace, spontanea, allegra come un fringuello, Elena si diverte come tutti gli altri bimbi del paese. A sette anni, Dio la chiama per nome: «Per la prima volta, scriverà più tardi, sentii distintamente nella mia anima la voce di Dio che mi invitava alla vita perfetta. Tuttavia, non fui sempre docile con lui» (Giornalino). A scuola, viene notata per la sua intelligenza. Però, ben presto, si ha bisogno del suo aiuto in casa, e, fin dall'età di nove anni e mezzo, cambia la cartella di scolara con un vincastro di pastorella. A 14 anni, Elena va a lavorare in una fattoria dei dintorni. In capo ad un anno di servizio leale, cortese e coscienzioso, dichiara a sua madre: «Mamma, devo farmi Suora!» La risposta è un «no» categorico. I Kowalski non possono assumersi le spese per la costituzione di un corredo, necessario, all'epoca, per entrare in convento. Elena riprende il lavoro nella città di Lodz. Quando raggiunge l'età di 18 anni, la ragazza supplica di nuovo i genitori di permetterle di realizzare la sua vocazione. Stesso rifiuto.