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venerdì 24 luglio 2015

Dal DIARIO (1940-1945) di Madre M. Pierina De Micheli Apostola del Volto Santo




1 Giugno - Ho passato una notte di tormenti. Le tre ore di adorazione furono una tortura. Se San Silvestro non mi avesse trattenuta, avrei ceduto alla tentazione... Quale cambiamento si operò nell'anima mia stamane alla S. Messa del Padre!... Si fece tanta luce nell'animo mio, e Gesù mi ha fatto conoscere quanto sia preziosa la croce e la sofferenza... mi sono perduta nel suo cuore...
O Gesù, non venga mai meno in me il coraggio di compiere la Tua Divina Volontà per la maggior Gloria di Dio! Durante tutto il tempo della S. Messa vidi sempre una bianca colomba volare dolcemente sopra il Padre e l'Altare. Era l'emblema del Divino Spirito, che scendeva con l'abbondanza dei Suoi Doni! Nel pomeriggio mentre pregavo, fui come assorbita in Dio, e vidi non con gli occhi materiali che neppure sapevo di essere in terra, un gruppo di anime di Religiose e Sacerdoti, e un gruppo di Religiose separate, in gran luce. Gesù mi fece comprendere come le mie lotte e sofferenze avevano illuminate quelle anime. lo domandai perché il gruppo delle Religiose erano separate, e Gesù mi rispose: QUELLE RELIGIOSE MI HANNO FATTO TANTO SOFFRIRE, CON LE LORO RESISTENZE E DISUBBIDIENZE, E LA TUA UBBIDIENZA AL PADRE, MI PROCURAVA TANTA CONSOLAZIONE, E HA OTTENUTO LA LUCE A QUESTE ANIME. Dicendo io, come mai l'avessi tanto consolato, mentre tante volte mi parve di essere ribelle, Gesù mi assicuro che la mia volontà è sempre stata sottomessa. Quanto è buono Gesù, coideboli e miserabili! ed io che farò? La Volontà di Dio, costi quello che costi - Ubbidienza... usque ad mortem - Per la salvezza delle anime acconsentire a qualunque sacrificio.
2 Giugno - Sono passata dalla luce alle tenebre, dal riposo alla lotta. Benone! Alleluia! Questa notte ho avuto un vomito di sangue spaventoso! Gesù l'ha dato tutto, dunque, che gran cosa è anima mia! Coraggio.

Beata Maria Pierina (Giuseppa Maria) De Micheli Vergine - 26 luglio



Madre Pierina De Micheli nasce a Milano l'11 settembre 1890 in una famiglia profondamenta religiosa. Il papà Cesare e la mamma Luigina Radice con gioia la fanno battezzare nello stesso giorno della sua nascita nella parrocchia San Pietro in Sala con il nome di Giuseppina, in memoria del fratello Giuseppe morto a tredici anni.
Dopo due anni dalla sua nascita il papà Cesare verrà chamato da Dio. La mamma Luigina rimarrà sola a provvedere per i suoi sei figli ( Angelina, Maria; Giovannina, Riccardo, Piero e Giuseppina). La sua forza sarà la fede in Dio e nella Madonna.
Sarà Angelina, la sorella più grande, ad occuparsi di lei e ad insegnarle la preghiera. Nasce subito in lei un amore intenso verso Cristo e in questo suo primo sviluppo verso la fede guarda con ammirazione l'entrata al seminario del fratello Riccardo. A sei anni frequenta l'Istituto Sacro Cuore di Piazza Buonarrotti. Il 3 maggio
1898 riceve Gesù nella prima Comunione e a riguardo scriverà: "Anniversario della mia prima Comunione. Allora, vidi il piccolo Gesù nell'Ostia... Paradiso in terra. Oggi, solo per fede. Domani faccia a faccia. So che Lui mi ama".
Il 2 ottobre 1900 la sorella Angelina entra nel convento delle Sacramentine di Seregno e per lei sarà un grande piacere far visita alla sorella suora nel convento di clausura. Qui incontrerà Madre Parravicini che già sembra intuire i singolari favori divini che caratterizzano la ragazza.

IL SEME DELLA PAROLA E LA BUONA TERRA - San Giovanni Crisostomo


San Giovanni Crisostomo
Dopo studi brillanti e lunghi ritiri in solitudine, Giovanni Crisostomo (nato verso il 344) fu ordinato sacerdote in Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò immediatamente una eloquenza di potenza eccezionale. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si impegnò a riformar gli abusi che in quella Chiesa si erano insinuati e a confermar la fede dei suoi fedeli. Il suo messaggio, eco di tutta la Bibbia - specie di San Paolo e del Vangelo - sembrò rivoluzionario a molti contemporanei. La fermezza con cui denunciò lo sfarzo della corte imperiale lo fece condannar due volte all'esilio. Relegato ai confini del Mar Nero, vi morì consumato nel 407.

Nella parabola del seminatore, il Cristo ci mostra che la sua parola si rivolge a tutti indistintamente. Come, infatti, il seminatore (del Vangelo) non fa distinzione tra i terreni, ma semina in tutte le direzioni, così il Signore non distingue tra il ricco e il povero, il saggio e lo sciocco, il negligente e l'impegnato, il coraggioso e il pavido, ma si indirizza a tutti e, nonostante che egli conosca l'avvenire, da parte sua pone in opera tutto, sì da poter dire: Che avrei dovuto far di più, e non l'ho fatto? (Is. 5, 4).
Il Signore racconta questa parabola per incoraggiare i suoi discepoli ed educarli a non lasciarsi deprimere, anche se coloro che accolgono la Parola sono meno numerosi di quelli che la sperperano. Così avveniva per il Maestro stesso che, nonostante la sua conoscenza del futuro, non desisteva dallo sparger la semente. Ma, si dirà, perché mai buttarla tra i rovi, tra le pietre o sulla strada? Se si trattasse di una semente e d'un terreno materiali, sarebbe insensato; ma allorché si tratta di anime e della dottrina, l'operato è degno di approvazione. Giustamente si riprenderebbe il coltivatore che si comportasse in tal modo: la pietra non saprebbe farsi terra, la strada non può esser che strada e le spine, spine. Ma nella sfera spirituale non avviene lo stesso: la pietra può divenir terra fertile, la strada può non esser più calpestata dai passanti e divenir campo fecondo, le spine possono esser divelte per consentire al seme di germogliare senza ostacoli. Se ciò non fosse possibile, il seminatore non avrebbe sparso la semente come ha fatto. Se la trasformazione benefica non si è sempre avverata, ciò non dipende dal seminatore, ma da coloro che non hanno voluto esser trasformati. Il seminato re ha adempiuto il suo dovere, ma se si è sprecato ciò ch'egli ha dato, il responsabile non è certo l'autore di tanto beneficio...
Non prendiamocela pertanto con le cose in sé, ma con la corruzione della nostra volontà. Si può esser ricchi e non lasciarsi sedurre dalle ricchezze, viver nel secolo e non lasciarsi soffocare dagli affanni. Il Signore non vuoi gettarci nella disperazione, bensì offrirci una speranza di conversione e dimostrarci che è possibile passare dalle condizioni precedenti a quella della buona terra.
Ma se la terra è buona, se il seminatore è il medesimo, se le sementi sono le stesse, perché uno ha dato cento, un altro sessanta e un altro trenta? La qualità del terreno è il principio della differenza. Non è né il coltivatore né la semente, bensì la terra in cui è accolta. Conseguentemente, la responsabile è la nostra volontà, non la nostra natura. Quanto immenso è l'amore di Dio per gli uomini! Invece di esigere identica misura di virtù, egli accoglie i primi, non respinge i secondi e offre un posto ai terzi. Il Signore dà questo esempio per evitare a coloro che lo seguono di creder che, per essere salvi, basti ascoltare le sue parole... No, ciò non è sufficiente per la nostra salvezza Bisogna anzitutto ascoltare con attenzione la parola e custodirla fedelmente nella memoria. Quindi occorre alienarsi con coraggio per metterla in pratica.

San Charbel Makhlouf - Tema: Primato di Dio - Eremita


«Che cosa è il reale? chiedeva papa Benedetto XVI, il 13 maggio 2007. Sono «realtà» solo i beni materiali, i problemi sociali, economici e politici? Qui sta precisamente il grande errore delle tendenze dominanti nell'ultimo secolo, errore distruttivo, come dimostrano i risultati tanto dei sistemi marxisti quanto di quelli capitalisti. Falsificano il concetto di realtà con l'amputazione della realtà fondante, e per questo decisiva, che è Dio. Chi esclude Dio dal suo orizzonte falsifica il concetto di «realtà» e, in conseguenza, può finire solo in strade sbagliate e con ricette distruttive. La prima affermazione fondamentale è, dunque, la seguente: solo chi riconosce Dio, conosce la realtà e può rispondere ad essa in modo adeguato e realmente umano.»
La vita consacrata testimonia l'importanza di Dio. La vita in solitudine degli eremiti, in particolare, è «un invito per i propri simili e per la stessa comunità ecclesiale a non perdere mai di vista la suprema vocazione, che è di stare sempre con il Signore» (Giovanni Paolo II, Esortazione Vita consecrata, 25 marzo 1996, n. 7). Per illustrare questa verità, la Chiesa ci propone l'esempio di san Charbel Makhlouf.
A 140 chilometri a nord di Beirut, si trova Biqa-Kafra, il più alto villaggio del Libano, a 1600 metri di altitudine. Di fronte, si ammirano i famosi «Cedri di Dio». Gli abitanti di questi luoghi, dal carattere turbolento, sono buoni, ospitali e laboriosi. Come tutti i Maroniti (membri della Chiesa cattolica orientale fondata da san Marone, nei secoli IV-V), sono orgogliosi della loro fede e praticano la religione senza rispetto umano. Molto devoti alla Vergine Maria, recitano volentieri il suo Rosario. È in questo villaggio che nasce, l'8 maggio 1828, il quinto figlio di Antoun (Antonio) Makhlouf e Brigita (Brigida) Choudiac. Otto giorni dopo la nascita, riceve al santo Battesimo il nome di Youssef (Giuseppe). Animata da una pietà quasi monastica, Brigita Makhlouf è intransigente sulla preghiera in famiglia. La fervente partecipazione alla Messa e la recita quotidiana del rosario costituiscono gli elementi principali della sua devozione. Due suoi fratelli sono monaci nell'Ordine maronita libanese e vivono in un eremo a cinque miglia da Biqa-Kafra.

mercoledì 22 luglio 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 15,1-8 - Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto.



 Gv 15,1-8
In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».
Parola del Signore
Riflessione

Gesù, dicendoci nel Vangelo di oggi: “Io sono la vite vera...”, ci mette in guardia; ed è come se ci dicesse di stare lontani da tante piante di vite selvatiche che crescono dappertutto, ma che non daranno mai frutto. "Ogni pianta che non è stata piantata dal mio Padre celeste sarà sradicata” (Mt 15, 30). Quindi, se ci ostiniamo a rimanere attaccati alla pianta sbagliata finiremo nel caminetto!!!
Il cammino di fede è come una pianta di vite... ha necessità di cure continue e, a volte, drastiche. Dio, che è l'agricoltore, ha molta pazienza, ogni giorno lavora per la Sua vigna affinché nel giorno della vendemmia il Suo Regno sia colmo di ceste d'uva. Possiamo considerare inoltre come la vite sia un segno di comunione, infatti, dal suo frutto si ottiene il vino... e questo durante l'ultima cena viene trasformato: "...Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati (Mt 26, 28). Quindi, se Lui è la vite e noi i tralci, il raccolto è bello che assicurato. San Paolo, nella lettera ai Romani, ci dà un ottimo incoraggiamento: Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta la pasta; se è santa la radice, lo saranno anche i rami” (Rm 11, 16).
Il problema di tanti cristiani è che vogliono essere circondati da piante o erbacce per sentirsi più sicuri e non sentirsi soli. I soldi, le cene con amici, i viaggi, la bella automobile, le discoteche, i vestiti firmati, non sono altro che erbacce che coprono la pianta. Tutte cose stimolanti e piacevoli, ma che non durano, e una volta circondata la pianta soffoca e muore. Piano piano infatti, ci si renderà conto che tutte queste cose hanno una fine... e così, un bel giorno, ci si ritroverà veramente soli. Allora Gesù, oggi, ci dà la ricetta per evitare di soffrire inutilmente... “Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”. Dire di si a Dio e mettersi nelle Sue mani significa accettare di lasciarsi lavorare. Significa lasciarsi svestire completamente... e poi, Lui stesso confezionerà un bel vestitino fatto apposta per noi. Questo momento di spogliamento è per noi piuttosto doloroso. Con le Sue cesoie infatti, il Signore molto spesso sembra che non vada tanto per il sottile, è un po' pesante, addirittura insopportabile!!!... E così, sforbiciata dopo sforbiciata, ti ritrovi nuda. Non solo... ma guardandoti attorno vedi tanto verde e, per un momento, ti senti sconsolata e infreddolita... quasi, quasi, invidi la pianta selvatica piena di foglie. Ti ritrovi inoltre a combattere con le tue debolezze e a dover sopportare la derisione delle altre piante, apparentemente più rigogliose e prospere di te. Mi viene in mente un passo di Isaia (5, 20): “Guai a coloro che chiamano bene il male e male il bene, che cambiano le tenebre in luce e la luce in tenebre, che cambiano l'amaro in dolce e il dolce in amaro”. Questo passo dovremmo tenerlo a mente in certi momenti di tentazione...
Allora, una volta che abbiamo deciso di farci lavorare, cerchiamo di essere dei bravi pazienti e sopportiamo le medicine anche se, a volte, sono un po' amare. Gesù non ci molla un attimo e non ci nega mai la Sua tenerezza. Il Suo mantello infatti è sempre sulle nostre spalle. Lui non permetterà mai che i Suoi amici muoiano di freddo... e, anche nel post-operatorio si prende cura di noi, non ci farà mancare mai niente. La pace e la gioia sono i Suoi doni preferiti... La cosa singolare in questo cammino di fede, è che non siamo a posto con una sola potatura, essendo dei malati cronici e piuttosto complicati, abbiamo bisogno ogni giorno di essere ritoccati. Con me il buon Dio non rimarrà mai senza lavoro!!!
Con il Sacramento della Confessione, "frequente", abbiamo poi la possibilità di eliminare subito le piccole piantine selvatiche che stanno per spuntare attorno, in modo da essere sempre lindi. Essere spolverati è meno doloroso che essere potati... Quindi... E poi, accostandoci ogni giorno alla Sua Mensa, continueremo a rimanere con Lui e nessuno ci potrà più estirpare. Le Sue radici infatti, non sono di questo mondo...
Pace e bene

Monsignor Boleslaw Sloskans - Tema: Provvidenza - Eucaristia - Preghiera


Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?«Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati. Io sono infatti persuaso che né morte né vita« né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore (Rm 8,35-39). Queste parole di san Paolo si applicano in modo particolare alla vita di Mons. Sloskans, vescovo lettone che, dopo un anno di episcopato, ha sofferto per la fede; incarcerato in diciassette prigioni sovietiche, ha conosciuto la deportazione in Siberia e un esilio di più di trent'anni lontano dalla sua patria. La sua vita testimonia della presenza di Gesù Cristo nella sua Chiesa, e in ciascuno dei suoi discepoli: il Salvatore dà loro forza e luce, anche in condizioni umanamente insopportabili.
Boleslaw Sloskans è nato il 31 agosto 1893, a Tiltgals, in Lettonia. Questo paese baltico faceva allora parte dell'impero russo degli Zar. I genitori di Boleslao, che sono cattolici, hanno la gioia di mettere al mondo sei figli. La formazione religiosa si fa in seno alla famiglia. Alla conclusione dei suoi studi elementari, Boleslao informa suo padre della sua intenzione di diventare prete. Quest'ultimo esprime il suo consenso con un pugno sul tavolo, mettendo come unica condizione che suo figlio s'impegni a diventare un buon prete. Alla fine dei suoi studi effettuati a San Pietroburgo, in Russia, Boleslao viene ordinato prete il 21 gennaio 1917. Nell'autunno seguente scoppia la rivoluzione bolscevica; i comunisti s'impadroniscono del potere. Poco per volta, l'insegnamento religioso viene proibito, le chiese vengono chiuse, i vescovi e i preti imprigionati« Nel novembre 1918, la Lettonia riconquista la sua indipendenza dalla Russia, ma, rimanendo chiuse le frontiere, Boleslao è costretto a rimanere a Pietrogrado. Vi è incaricato della parrocchia di santa Caterina dove il suo zelo pastorale e la saggezza del suo giudizio sono molto apprezzati.
«Un uomo semplice ma santo»

Giacomo Lebreton - Tema : Sofferenza



La sofferenza rimane uno dei più oscuri enigmi dell'esistenza umana. La sua realtà colpisce tutti gli uomini: nessuno vi sfugge. Se lo spettacolo del creato apre lo sguardo dell'anima sull'esistenza di Dio, la sua sapienza, la sua bontà e la sua provvidenza, la sofferenza che popola il mondo sembra offuscare quest'immagine. Certuni possono addirittura esser tentati di negare l'esistenza di Dio: «Se Dio esiste, perchè tanto male nel mondo?» Infatti, come mai la nostra vita sulla terra è talmente piena di dolori e di conflitti? Conflitti fra l'anima che è immortale, ed il corpo, straziato dalla malattia e dalla morte; fra la ragione e le passioni, che ci trascinano in direzioni contrarie; conflitti fra l'uomo e l'universo, l'uomo che lavora tutti i giorni per trarre di che nutrirsi da quella terra, che, troppo spesso, lo contraccambia con carestie e catastrofi. Perchè tante pene?
«Al centro di ogni dolore che colpisce l'uomo, ed altresì alla base del mondo delle sofferenze, appare inevitabilmente la domanda: Perchè?» (Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, dell'11 febbraio 1984, sul «Senso cristiano della sofferenza», 9).
Armonia meravigliosa
La Rivelazione ci insegna che Dio, all'origine, non ha creato l'uomo in tale stato drammatico. Non gli ha dato soltanto la qualità di uomo, di «animale ragionevole», lo ha, subito, fissato in uno stato di santità, l'ha rivestito della propria grazia, è andato ad «abitare in lui». Questo esprime il versetto della Genesi: Dio ha creato l'uomo a sua immagine e somiglianza (Gen. 1, 26). I Padri della Chiesa hanno visto nell'espressione a sua somiglianza un'allusione alla grazia santificante che rendeva l'uomo partecipe della natura divina, «simile a Dio». La grazia conferita ad Adamo aveva la particolarità di estendere la propria influenza sulla totalità dell'essere umano, corpo ed anima, attraverso effetti di potenza che ci sono ormai ignoti. L'anima dominava pienamente il corpo, premunendolo contro la sofferenza e la morte; la ragione, scevra di concupiscenza, governava perfettamente le passioni; infine, l'uomo regnava veramente sul mondo, la terra era per lui un giardino di delizie, un paradiso, senza fatica penosa nè lotta contro la natura.

martedì 21 luglio 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 20, 1-2.11-18 - Ho visto il Signore e mi ha detto queste cose.



Gv 20, 1-2.11-18



Il primo giorno della settimana, Maria di Màgdala si recò al sepolcro di mattino, quando era ancora buio, e vide che la pietra era stata tolta dal sepolcro. Corse allora e andò da Simon Pietro e dall’altro discepolo, quello che Gesù amava, e disse loro: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro e non sappiamo dove l’hanno posto!».
Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. Ed essi le dissero: «Donna, perché piangi?». Rispose loro: «Hanno portato via il mio Signore e non so dove l’hanno posto».
Detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». Ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» - che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere, perché non sono ancora salito al Padre; ma va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”».
Maria di Màgdala andò ad annunciare ai discepoli: «Ho visto il Signore!» e ciò che le aveva detto.

Parola del Signore


Riflessione


Maria, come tutti i discepoli, è ancora smarrita per quello che è accaduto nei giorni precedenti. Il dolore è grande ma, nonostante tutto, si butta giù dal letto mentre ancora è buio e va a trovare il suo Signore... la sua Aurora. E' bellissima questa immagine!!!... Dovremmo imparare da lei quando nei momenti di dolore, di buio, di sofferenza, di disagio... ci lasciamo andare, ci angustiamo, ci disperiamo, non vogliamo reagire, ci rinchiudiamo in noi stessi, non vogliamo fare più nulla né per noi, né per gli altri... Maria si trova davanti al sepolcro di Gesù e piange... pensa che il Suo corpo sia stato rubato. Certo fa un po' sorridere il fatto che scambia Gesù per un giardiniere, un ladro di salme, e in più anche poco furbo... Si è mai visto un ladro che dopo aver rubato se ne sta tranquillo ad aspettare le forze dell'ordine?... L'inquietudine e l'affanno la tormentano finché il “giardiniere” pronuncia il suo nome: "Maria"!!!... Adesso i dubbi, le inquietudini e le angosce svaniscono... solo il suo Maestro la poteva chiamare in quel modo così dolce, così tenero... Allora la nostra bocca si aprì al sorriso, la nostra lingua si sciolse in canti di gioia (Salmo 126, 2).
Come Maria però, anche noi, molto spesso, specialmente nei momenti di dolore, abbiamo delle difficoltà a riconoscere il Signore, a riconoscere la Sua voce... Nella nostra quotidianità ci sono momenti in cui tutto sembra finito, tutto si sgretola: tanti dolori, tante delusioni, tanti tradimenti... è come se il terreno ti venisse a mancare sotto i piedi. Il pianto che sgorga da queste sofferenze ci annebbia la vista e ci impedisce di vedere chi ci sta accanto. Siamo così concentrati su noi stessi e su quello che ci sta accadendo che non vediamo chi al nostro fianco soffre più di noi. Ma le nostre orecchie funzionano meglio dei nostri occhi (a volte)... infatti Maria riconosce Gesù dalla Sua voce... Una voce non menzoniera, che si distingue da quella di un brigante perché è la voce del buon Pastore... "Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono" (Gv 10, 27). Certo che ascoltare la voce di Dio, parlare con Lui,  obbedirGli... oggi è considerato da tanti una follia... e forse lo è anche!!!
Non è facile infatti riconoscere la voce di Gesù in mezzo alla confusione che ci circonda; confusione fuori e dentro di noi... in mezzo alla vita frenetica di questo mondo, in mezzo ai problemi e alle sofferenze di ogni genere... come riconoscere la voce di Gesù? Abbiamo bisogno di un aiuto perché non è facile discernere la voce di Dio dalla nostra. A volte siamo convinti che sia Lui a parlare, invece sono solo i nostri desideri. Ecco perché abbiamo bisogno di una buona guida spirituale che ci accompagni lungo il cammino. Non è facile da trovare neanche quella... ma una volta trovata, non pensiamo di aver risolto i nostri problemi o i nostri turbamenti... i timori li avremmo sempre; diceva giustamente Sant'Alfonso Maria de Liguori in Solitudine e aridità spirituale - “La Pace vera e totale Dio ce l'assicura solo in cielo. In questa vita vuole che avvertiamo qualche timore, altrimenti ci dimentichiamo di chiedergli il suo aiuto divino e non confidiamo più nella sua misericordia. Proprio per questo Dio permette che siamo turbati da timori, per non lasciare di ricorrere a lui”.
Con la Risurrezione Gesù ci dimostra che è un uomo di parola come pochi... mantiene la Sua promessa: “Si dimentica forse una donna del suo bambino così da non commuoversi per il figlio del suo seno? Anche se ci fosse una donna che si dimenticasse, io invece non ti dimenticherò mai” (Is 49, 15).
Gesù ci ridà la speranza e ci fa capire che il Suo amore è più forte della morte e che niente può distruggerlo... "E se anche doveste soffrire per la giustizia, beati voi! Non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate, ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi..." (1Pt 3, 14-15).
Gesù è stato e sarà il Signore dei vivi e non dei morti. Dobbiamo quindi cercare Lui non nel sepolcro ma dentro il nostro cuore... nel nostro intimo. Lui infatti continua ancora oggi a essere presente e vivo come non mai nell'Eucaristia. Lui vive in noi ogni Santo giorno e possiamo così esclamare come San Paolo: "Sono stato crocifisso con Cristo e non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2, 20).
Nel momento della Comunione entriamo in intimità con Gesù come se fosse un amico vero e vivo... perché Gesù è Risorto e quindi vive. E' un balsamo per le nostre ferite... è un fuoco che non brucia e che rimane acceso in noi anche quando rientriamo a casa o siamo presi dalle nostre occupazioni.
E' un amico che riempie le nostre giornate e ci fa desiderare di stare sempre con Lui, ci fa desiderare di non mollarlo un solo istante.
E quando nei momenti di sconforto i nostri occhi si appannano dal pianto, proviamo ad aggrapparci a Lui... Lui non aspetta altro che asciugare le nostre lacrime. E poi... possiamo domandarGli di aiutarci ad annunciare al mondo, con la nostra vita, la gioia di averLo incontrato... un incontro che cambia la vita, che cambia il cuore riempiendolo di speranza, di fede e di amore. La nostra vita finalmente diventerà un capolavoro! Allora, forza e coraggio... non perdiamo la speranza perché, come ha detto Papa Francesco: "Quando un cristiano dimentica la speranza, o peggio perde la speranza, la sua vita non ha senso. È come se la sua vita fosse davanti ad un muro: niente. Ma il Signore ci consola e ci rifà, con la speranza, andare avanti".
Pace e bene

lunedì 20 luglio 2015

PENSACI BENE



QUESTA TUA INUTILE VITA
Quante volte, dopo una scorsa al giornale, una sosta al televisore o alla radio, con la bocca amara, ti sarai buttato a sedere dicendo: "Tutto va male! Sempre di male in peggio! Più niente da fare!" E avrai ricominciato il tuo rosario d'imprecazioni contro le magagne del governo, la rivalità dei partiti, l'impotenza delle forze dell'or­dine, gli scioperi a catena, la contestazione dei giovani, le scuole occupate da rivoltosi, gli scassi per rapina, gli assalti alle banche, i sequestri di persone, il traffico della droga, la tratta delle bianche e altre belle cose.
Proprio più nulla da fare! E ti rinchiudi avvili­to in te stesso, immerso in una egoistica solitu­dine. Pensi che la tua sia la protesta di un galan­tuomo, mentre è la vigliaccheria di un rinuncia­tario. Sei il soldato che si rifiuta di combattere. La sentinella che abbandona il posto. Il male c'è, ma non bisogna abbandonarsi alla deriva. Esso va combattuto col contributo di quanti seriamente lo detestano. Tu invece contribuisci ad aggra­varlo.
La tua è una visione troppo unilaterale. Nel mondo ci sono anche i buoni. C'è anche del bene. Unisciti con quelli. Spargi tu pure semi ed opere di bontà: non tutti saranno insensibili alla loro presa. Sii uomo di carattere. Sii cristiano autentico: come tale tu disponi di risorse incal­colabili. Sappi metterle a frutto. Sappi sentire ed abbracciare le tue responsabilità di uomo e di credente. Il tuo lavoro sarà meno vistoso; ma frutterà, e nella misura che saprai credere nella forza dinamica e sotterranea del bene. C'è Dio con te. Non lo dimenticare!
RICORDA: "L'uomo è stato creato per lodare, riverire e servire Dio nostro Signore, e ciò facendo, salvare la sua anima" (S. Ignazio, Es. spir.).

domenica 19 luglio 2015

Dal libro dell’Èsodo - Es 14, 5-18 - Sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone



 
 Es 14, 5-18

In quei giorni, quando fu riferito al re d’Egitto che il popolo era fuggito, il cuore del faraone e dei suoi ministri si rivolse contro il popolo. Dissero: «Che cosa abbiamo fatto, lasciando che Israele si sottraesse al nostro servizio?». Attaccò allora il cocchio e prese con sé i suoi soldati. Prese seicento carri scelti e tutti i carri d’Egitto con i combattenti sopra ciascuno di essi.
Il Signore rese ostinato il cuore del faraone, re d’Egitto, il quale inseguì gli Israeliti mentre gli Israeliti uscivano a mano alzata. Gli Egiziani li inseguirono e li raggiunsero, mentre essi stavano accampati presso il mare; tutti i cavalli e i carri del faraone, i suoi cavalieri e il suo esercito erano presso Pi Achiròt, davanti a Baal Sefòn.
Quando il faraone fu vicino, gli Israeliti alzarono gli occhi: ecco, gli Egiziani marciavano dietro di loro! Allora gli Israeliti ebbero grande paura e gridarono al Signore. E dissero a Mosè: «È forse perché non c’erano sepolcri in Egitto che ci hai portati a morire nel deserto? Che cosa ci hai fatto, portandoci fuori dall’Egitto? Non ti dicevamo in Egitto: “Lasciaci stare e serviremo gli Egiziani, perché è meglio per noi servire l’Egitto che morire nel deserto”?». Mosè rispose: «Non abbiate paura! Siate forti e vedrete la salvezza del Signore, il quale oggi agirà per voi; perché gli Egiziani che voi oggi vedete, non li rivedrete mai più! Il Signore combatterà per voi, e voi starete tranquilli».
Il Signore disse a Mosè: «Perché gridi verso di me? Ordina agli Israeliti di riprendere il cammino. Tu intanto alza il bastone, stendi la mano sul mare e dividilo, perché gli Israeliti entrino nel mare all’asciutto. Ecco, io rendo ostinato il cuore degli Egiziani, così che entrino dietro di loro e io dimostri la mia gloria sul faraone e tutto il suo esercito, sui suoi carri e sui suoi cavalieri. Gli Egiziani sapranno che io sono il Signore, quando dimostrerò la mia gloria contro il faraone, i suoi carri e i suoi cavalieri».

Parola di Dio

Riflessione

Gli Egiziani che inseguono Israele è la storia di ognuno di noi. Se da una parte il testo di oggi ci mostra la potenza di Dio, dall'altra, dimostra il nostro nulla. Senza di Lui siamo spacciati!!!
Dobbiamo metterci l'animo in pace... Dio interviene sempre quando ci troviamo a un piede dalla fossa!!! "Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza, nell'abbandono confidente sta la vostra forza" (Is 30, 15).
Ma perché Dio rende il cuore del Faraone così duro?... Se vuole salvare il suo popolo, come poi farà, perché farlo arrivare a provare paura, angoscia, tormenti?... E' il solito discorso: per dimostrare che non siamo noi a vincere, ma Lui. E' Dio che fa tutto e, se aspetta fino alla fine, è per farci rendere conto della nostra impotenza, dei nostri limiti, di quanto grave è per l'uomo abbandonare il suo Dio, per non farci insuperbire, per demolire ogni rimasuglio di orgoglio, per tastare la nostra fede, per darci una bella ricompensa...
Il cuore duro del faraone è una figura dell'ostinazione del demonio che non accetta di essere vinto, non sopporta di essere preso in giro, non vuole che da schiavi diventiamo liberi e allora cerca in tutti i modi di recuperare l'anima che gli sta scappando di mano. La nostra anima è in una lotta continua fra il bene e il male, il che non è molto riposante!!!...
Quando un cristiano diventa un vero amico del Signore, il proprietario del piano di sotto trema... e così scatena una lotta su tutti i fronti e con tutti i mezzi. Minacce esterne, minacce interne, tribolazioni morali, spirituali, fisiche, economiche, incomprensioni, solitudini, abbandono da parte degli amici... le parole poi non riescono a rendere bene la realtà!!! In questi momenti se non si prega molto si rischia di venire sopraffatti, si rischia il naufragio...  "Quando lo spirito immondo esce dall'uomo, si aggira per luoghi aridi in cerca di riposo e, non trovandone, dice: Ritornerò nella mia casa da cui sono uscito. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende con sé altri sette spiriti peggiori di lui ed essi entrano e vi alloggiano e la condizione finale di quell'uomo diventa peggiore della prima" (Lc 11, 24-26).
In questi momenti si ha l'impressione di essere soli e di essere abbandonati anche da Dio; la fede viene messa a dura prova e la paura diventa una alleata potente del faraone. Questo è un momento critico... come sappiamo la paura gioca brutta scherzi, e il demonio con la paura cerca di mettere in discussione tutto il nostro credo, tutta la nostra esperienza di fede, non ci fidiamo più di nessuno, pensiamo che l'amore sia solo un'illusione, tutti gli uomini deludono... E' in questi momenti che il nemico vorrebbe offrirci lui una via di salvezza, sorge allora il pensiero che forse sarebbe meglio tornare in Egitto... Ma il Signore ci dice: "Nessuno che ha messo mano all'aratro e poi si volge indietro, è adatto per il regno di Dio" (Lc 9, 62).
Dobbiamo allora credere che il buon Dio combatte con noi al nostro fianco... che è Lui ad avere tutto sotto controllo. Così "tutto sotto controllo" che può permettersi il lusso di dormire mentre la barca affonda... Se accettiamo di aspettare i tempi di Dio senza farci prendere dai nostri ragionamenti umani, ci uniformeremo ai Suoi pensieri e verremmo tratti in salvo. Come Mosè, ogni cristiano è tratto in salvo dalle acque del Nilo e tratto in salvo dalle acque del mar Rosso. Con il battesimo Dio ci ha resi suoi figli... passano gli anni ed è come se percorressimo il deserto: momenti sereni, momenti di fatica, momenti gioiosi, momenti di dolore, momenti di ribellione, momenti di ceffoni, momenti di carezze... ma se perseveriamo, se vogliamo aver fede, se continueremo a mettere Dio al primo posto, Lui ci libererà e ci darà la vita proprio come a Mosè.
Spesso vorremmo che ci fosse risparmiata un pochetto di angoscia... ma chi ha deciso di seguire Dio deve sapere che non è esonerato dalla fatica; se Lui ci lascia con il fiato sospeso fino alla fine rallegriamoci... vorrà dire che ha deciso di  rendere forti i nostri polmoni!!!
Personalmente la storia dell'Esodo mi ha sempre affascinata... E' la mia storia. Se penso al popolo eletto (meno male che era eletto!!!) quarant'anni a girovagare a vuoto nel deserto... e pensare che la terra promessa si sarebbe potuta raggiungere in pochi mesi... invece Dio fa percorrere al "suo popolo" un lungo cammino, con mille fatiche, disagi, fame, pericoli e chi più ne ha più ne metta... mi viene quasi da sorridere: l'Esodo è la storia del nostro viaggio ed è la storia di un'attesa... il deserto non è la nostra patria, la nostra destinazione è un'altra. E' la storia di un fidanzamento... un pochetto tormentato da tensioni, da fatiche, da disagi, ma anche da tanti sogni, desideri, speranze... si cammina insieme, si barcolla insieme, si cade insieme... ma con un fine: "Il matrimonio!!!"...
Ma nel cammino verso la conoscenza di Dio, come di solito accade, ci sono anche momenti di ribellione... quasi tutti poi prendiamo il virus della mormorazione... brontoliamo per ogni cosa... non ci va mai bene niente... io desidero questo, perché fai così?... perché mi fai soffrire inutilmente?... non mi piace come cucini... non mi piace come ti vesti... non mi ascolti mai... ti dimentichi dell'anniversario... non mi compri mai dei fiori... non mi porti mai a fare un viaggio... pensi solo a te... Che incubo!!!... Quando si tira troppo, alla fine l'elastico si rompe... è la fine di un fidanzamento... Noi vogliamo che il nostro futuro sposo si adegui a noi!!!... Nel mondo di oggi qualche volta succede anche... ma con Dio le cose vanno diversamente. Quando infatti iniziamo a rompere le scatole commettiamo un peccato... perché è come se non ci fidassimo di Lui... perché vogliamo vivere come piace a noi e non come piace a Lui... insomma, ci viene il mal d'Egitto e iniziamo a tirare la corda... Allora Dio che fa?... Ci fa vagare, vagare, vagare... prima o poi ci stancheremo e, come si dice: “torneremo a bordo a mangiare gallette!!!”...
Chiediamo al buon Dio di aumentare la nostra fede in modo da porre saldamente in Lui la nostra forza e speranza della nostra salvezza. Quando poi dovremo affrontare difficoltà e tribolazioni, chiediamogli di darci la lucidità per continuare a cercare in Lui la luce, il conforto e la pace; chiediamogli inoltre di togliere dal nostro cuore il rimpianto per il passato e la paura per il futuro...
Però Gesù mio... scusa se ardisco... ma metti caso... se io mi innamoro di una persona e inizio a frequentarla... e in questo periodo in cui inizio a conoscerla questa mi massacra di botte... capisci che avrei qualche problemino a desiderare un futuro in sua compagnia? Quindi... se Tu, magari, fossi un pochetto più soave... forse avresti qualche amico in più, non credi?... Pensaci un pochetto... e poi ne parliamo!... Ti ricordi? Lo hai detto Tu per bocca del profeta Isaia: "Su, venite e discutiamo" (Is 1, 18)… e come sempre io ti prendo in parola!!!
Pace e bene

IL PROFETA ELIA PADRE DEL CARMELO - 20 luglio



Elia è il profeta del Dio vivente: il suo nome stesso, che significa: “JHWH è Dio”, è il vero programma della sua vita. E’ davvero uno dei più grandi uomini dell’Antico Testamento: l’uomo che sta alla Presenza del suo Dio. Lo zelo è il tratto essenziale della sua fisionomia e il suo simbolo il fuoco (Sir 48,1). Porta un messaggio molto rivoluzionario e originale, che si comprenderà meglio però alla conclusione della sua stessa vicenda. Il racconto biblico lo fa apparire, più di una volta, quasi all’improvviso, come una folgore, per trasmettere la parola di Dio.
L’empietà di Acab e Jezabele
Nativo di Tisbe, Dio lo aveva mandato al re di Samaria, Acab, che si era reso gravemente colpevole, istigato dalla perversa moglie Jezabele, per aver servito l’idolo Baal, e per essersi prostrato dinanzi a lui. Gli aveva eretto anche un altare e un palo sacro, irritando così il Signore Dio d’Israele, più di tutti i suoi predecessori. Per questo l’ira del Signore si era scatenata su di lui facendo risuonare la parola punitrice del profeta: “Per la vita di Jhwh, Dio d’Israele, alla cui presenza io sto: in questi anni non ci sarà né rugiada, né pioggia, fino a quando io lo dirò” (I Re, 17,1 ss). Perseguitato per questo da Acab, Elia, sempre per volere di Dio, rimane nascosto presso il torrente Cherit, nel folto verdeggiante e nelle grotte che si trovavano sul pendio, mentre i corvi gli portavano da mangiare. Egli beveva al torrente, che presto però si prosciugò; seguendo sempre la voce del Signore Elia cercò rifugio a Sarepta, a sud di Sidone, recandosi da una vedova, per avere un po’ di cibo. Così questa donna, che praticava la grande virtù orientale dell’ospitalità, gli offrì il poco cibo che le rimaneva, vedendo con gioia la moltiplicazione della farina e dell’olio nella giara; vide anche con stupore che il suo unico figlioletto morto, per la preghiera di intercessione del profeta, era ritornato in vita. Jezabele, la malvagia moglie di Acab, aveva meditato la sua vendetta contro Elia. Ella che era figlia del re di Tiro e sacerdote di Astarte, vedeva nella sua religione un mezzo per civilizzare tutta la Samaria. Ordinò dunque un giorno un massacro generale dei profeti di Jhwh, a cui poterono sfuggire solo un centinaio di persone, per la protezione di Abdia, maestro di palazzo, che seguiva il vero Dio, Jhwh. Elia trascorse a Sarepta tre lunghi anni, quando Dio stesso gli si rivolse ancora, per mandarlo ad Acab e far cessare la tremenda siccità.