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venerdì 31 luglio 2015

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 6,24-35 - Chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!



Gv 6,24-35

In quel tempo, quando la folla vide che Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?».
Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo».
Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato».
Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo».
Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!».

Parola del Signore
 
Riflessione

Dopo il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, il popolo, non contento, chiede a Gesù una prova che dimostri che sia Lui il vero Messia. E così gli domandano: “Scusa... ma se Mosè ha sfamato il popolo con il pane dal cielo... Tu, che cosa ci dai?”. Che pianto!!!... Hanno preso Gesù per un candidato alle politiche... Forse si aspettavano come risposta: Mosè ha dato il pane, mentre io vi do un milione di posti di lavoro!!!
Immaginiamo la scena... fra la gente che segue Gesù, molti lavoravano duramente per avere il pane quotidiano. Trovano per incanto qualcuno che moltiplica pane e pesci... è normale che vogliano farlo Re!!!
Pensiamo se tutto questo succedesse oggi... Arriva, di punto in bianco, una persona che compie questo genere di miracoli. Cosa succederebbe?... Sono sicura che non ci sarebbe bisogno di fare le “primarie”, costui diventerebbe all'istante Presidente del Consiglio!!!
Quindi, come allora, oggi più che mai, gli uomini sono orientati a seguire chi gli promette qualcosa per riempire momentaneamente lo stomaco, e Gesù, siccome vuole dare un pane diverso, che a tanti non pare molto “sostanzioso”... viene subito scartato e, come dicono i ragazzi di oggi: "HAI PERSO!!!! Prima lo stomaco... e poi lo spirito".
La realtà è invece che il cibo che ci dà Gesù, non solo ci sostiene ora, ma è il biglietto d'ingresso per la vita eterna. Diceva bene Ignazio di Antiochia riferendosi al pane: “è il farmaco dell’immortalità e l’antidoto contro la morte”.
Ancora oggi però, Gesù è visto come una "slot machine" che al posto di gettoni sputa fuori miracoli... Non tutti infatti, riescono a vederlo come una persona viva, presente nella nostra vita, non solo nel nostro quotidiano, ma nei Sacramenti, dove Lui è più presente che mai. Ma non basta avvicinarsi alla Sua mensa per essere suoi discepoli, bisogna vivere questa esperienza con il batticuore. Ogni giorno infatti, è un incontro amoroso con Lui e ogni giorno deve essere diverso, mai uguale. E' come un rapporto tra sposi... nel momento in cui si arriva a fare tutto per abitudine, senza meravigliarsi, in cui ogni giorno è uguale all'altro, prima o poi si arriva alla rottura.
Torniamo al Vangelo... La cosa che mi fa sorridere è che Gesù, spiega bene che la manna del deserto, data da Dio e non da Mosè, era un sostentamento momentaneo e non adatto per l'eternità..., il Padre suo darà il pane vero..., ma i suoi ascoltatori continuano a vedere solo cibo... Sembra di sfogliare il fumetto di Poldo, che molti ricorderanno... il quale vedeva solo ed esclusivamente panini dappertutto...
E così, gli domandano una bella provvista: «Signore, dacci sempre questo pane». ...paro paro la samaritana al pozzo, che gli domanda un'acqua per la sua brocca così da non dover andare troppo spesso ad attingerla al pozzo... Povero Gesù... scambiato anche per un Supermercato all'ingrosso di pane, pesce e acqua !!!
Ma nel momento in cui iniziano a comprendere che Gesù, parlando del pane sta parlando di Se stesso, iniziano a mollarlo... e così, uno alla volta, piano piano, i più si dileguano.
Gesù assomiglia a una bella torta (non fatta da me...), che sta al centro di un tavolo... tutti i commensali la guardano con meraviglia, ma tra di loro ci sono gli ingordi che esagerano e ne mangiano più del necessario, altri.. quanto basta, altri... la sprecano spargendo pezzi su tutta la tavola, e altri infine la disprezzano senza neanche assaggiarla.
E allora, se non vogliamo essere come la folla che non comprende Gesù, dobbiamo impegnarci e rimanere in fila... per nutrirci di questo cibo che Lui ci mette a disposizione. Dobbiamo cercare, insomma, di prendere sul serio il Suo invito, fidandoci di Lui e avvicinandoci alla Sua mensa con cuore sincero. E quando ci dice: chi viene a me, non avrà più fame”, attenzione... non significa che siccome ho fatto la comunione sono a posto... perché si potrebbe morire di fame ugualmente se non ci avviciniamo a Gesù con sincerità. Con l'Eucaristia noi entriamo infatti in comunione con Lui già in questa vita, anche perché lassù, mi sa che non avremo bisogno di fare la comunione... Gesù sarà davanti a noi e potremo vederlo e toccarlo.
Proviamo a non ricercare sempre segni eclatanti, più evidenti o più sicuri, perché, liberandoci da questa ossessione, riusciremo a dare il giusto valore a quello che abbiamo già ogni giorno sotto il nostro naso e ci è offerto come dono. Un dono che nutre il corpo e guarisce l'anima.
Pace e bene

Sant' Alfonso Maria de' Liguori Vescovo e dottore della Chiesa - 1 agosto - Tema: La salvezza - La preghiera - Maria - Gesù



Il 22 settembre 1774: papa Clemente XIV è morente. Dopo aver ceduto alle pressioni che gli sono state fatte  per sopprimere l'ordine dei Gesuiti, non è riuscito a ritrovare la pace del cuore. Dio, nella sua misericordia, gli invia per assisterlo nei suoi ultimi istanti un santo, Alfonso de' Liguori, allora vescovo di Sant'Agata dei Goti. Ora, nel momento in cui egli assiste il Papa a Roma, il santo vescovo è presente nel suo vescovado a 200 km di distanza. Si tratta di un fenomeno di bilocazione, miracolo veramente straordinario, ma chiaramente attestato dai testimoni oculari.
Alfonso Maria de' Liguori nasce a Napoli, il 27 settembre 1696, primogenito di una famiglia che conterà sette figli. Sua madre li istruisce sulle verità della fede fin dalla più tenera età e insegna loro a pregare. Questo ragazzo è dotato di un'intelligenza vivace, di una memoria pronta, di una ragione retta, di un cuore aperto a tutti i nobili sentimenti, di una volontà ferma ed energica. Suo padre vuole fare di lui un avvocato. I suoi progressi sono così rapidi nello studio della giurisprudenza che, all'età di sedici anni, supera con successo l'esame del dottorato in diritto civile ed ecclesiastico. I giudici sono stupiti della saggezza delle sue risposte e della precisione delle sue repliche.
Avvocato, Alfonso riporta un successo dopo l'altro, il che non manca di dargli il gusto della riuscita e della gloria del mondo. Tuttavia, è tentato di abbandonare questa strada: l'inganno e la menzogna troppo spesso snaturano le cause più giuste, e questo spettacolo rivolta la sua natura retta. Assiduo nella preghiera e in varie opere di carità, mantiene pura la sua anima. Una volta all'anno, si reca in una casa religiosa per dedicarsi agli esercizi spirituali. Riconoscerà in seguito che questi ritiri avevano significativamente contribuito a distaccarlo dai beni temporali per orientarlo verso Dio. Durante la Quaresima 1722, in particolare, il predicatore ricorda i motivi che devono portare l'anima a darsi interamente a Dio; ritrae in modo vivido la caducità delle cose di questo mondo, e non teme di mettere sotto gli occhi dei partecipanti al ritiro i tormenti eterni dell'inferno, così come li ha rivelati Gesù. Si fa allora luce nello spirito del giovane Alfonso: le vanità del mondo si dileguano come altrettante nuvole! Egli si consacra senza riserve alla volontà divina e, qualche tempo dopo, decide di rimanere celibe.

La fede: fondamento di ciò che speriamo (Eb 11,1) - Lettera n° 8 – Tratta da “Lettere agli amici” su come vivere la fede cristiana di padre Basilio Martin



Caro Walter, un giorno sei venuto a trovarmi e hai voluto parlarmi delle tue difficoltà nel continuare a vivere la fede in Cristo, quel dono che avevi sperimentato essere prezioso e testimoniato negli anni della tua gioventù, quando non eri ancora entrato nel mondo del lavoro. Il lavoro, con le sue leggi e i suoi ritmi, ha un po' affievolito quella grinta che ti aveva sempre caratterizzato nel professare le tue convinzioni e i principi cristiani saldamente ancorati nella tua anima, grazie alla testimonianza dei tuoi genitori, alle giornate condivise con gli amici nella tua parrocchia ancora ricca di tradizioni religiose e non intaccata dall'agnosticismo presente nelle grandi città, come quella di Torino in cui ora vivi. L'ambiente di lavoro che ti assorbe per tutta la giornata non ti permette di soffermarti a pensare serenamente al senso della vita, non favorisce il pensare all'esistenza di un Dio amorevole e buono, che si è fatto presentare come Padre dell'umanità. La facilità con cui Dio viene bestemmiato lavorando, il martellamento continuo con la tematica sessuale in certi ambienti di lavoro, l'ansia per essere competitivi con le altre aziende concorrenti, facilitano ancor più il rischio di svuotare l'uomo dei valori cristiani acquisiti durante l'infanzia, mandando in oblio il motivo della sua presenza nel mondo, che altro non è che quello di scoprire Dio, conoscerlo, conformarsi alla Sua immagine e viverlo. Da dove nasce la fede? E' la domanda che spesse volte mi Sento fare. La fede è un dono di Dio, caro Walter, la sua ricerca proviene dall'interrogativo che ognuno si pone dal momento che prende coscienza della propria esistenza: perché sono nato, perché la sofferenza, perché la morte? E dopo la morte cosa ne sarà di tutto quello che l'uomo ha vissuto? Soprattutto quest'ultimo interrogativo provoca l'uomo e lo spinge alla ricerca di Dio. E siccome Dio, come affermava san Giovanni, “nessuno lo ha mai visto” (Gv. 1,18), non resta all'essere umano che dare fiducia e credere alle parole pronunciate da Gesù circa la Sua esistenza, la sua Paternità, la sua volontà di volerci tutti portare a vivere con Lui nell'eternità. Credere. Tale concetto in ebraico si esprime con he'emin, che è la stessa radice della parola che noi utilizziamo alla fine delle nostre preghiere, lasciata non tradotta: Amen. Questo termine in ebraico, non significa solamente “così sia” ma esprime anche il gesto di conficcare nel terreno i pioli di una tenda, affinché essa possa mantenersi in piedi. Avere fede in Dio vuol dire piantare i pioli della tenda della nostra vita in Lui. Il verbo “credere” nella Bibbia suppone quindi un atteggiamento di fiducia perché si poggia su qualcosa di stabile, di solido. “Abramo credette al Signore” (Gn. 15,6), vuol dire che era pieno di fiducia, radicato saldamente in Yahweh, e Dio glielo accreditò come giustizia (Gn. 15,6), cioè dichiarò che quell'uomo credente era “giusto” e capace di entrare in relazione con il Creatore. Credere, secondo la Bibbia, allora, è prima di tutto un credere in Dio, fidarsi ciecamente nel Padre, perché Egli è la roccia dell'umana esistenza. Sai come qualcuno ha definito la fede del credente? “Un buttarsi nel vuoto sapendo di trovare due braccia pronte ad accoglierti”. Il cardinale Joseph Ratzinger diceva che “nel suo nucleo di fondo, la fede consiste nell'accettare di essere amati da Dio”. Qualcuno mi ha chiesto: come nasce la fede?

DOMANDIAMO A DIO COSE GRANDI di S. Alfonso Maria 'De Liguori – Tratto da " Del gran mezzo della preghiera"






E’ meglio pregare che meditare
Noi siamo poveri di tutto, ma se domandiamo non siamo più poveri. Se noi siamo poveri, Dio è ricco, e Dio è tutto liberale, dice l’Apostolo, con chi lo chiama in aiuto (Rm 12). Giacché dunque, ci esorta S. Agostino, abbiamo a che fare con un Signore d’infinita potenza, e d’infinita ricchezza; non gli cerchiamo cose piccole e vili, ma domandiamogli qualche cosa di grande (In Ps. 62). Se uno cercasse al re una vile moneta, un quattrino, mi pare che costui farebbe al re un disonore. All’incontro noi onoriamo Dio, onoriamo la sua misericordia e la sua liberalità, allorché vedendoci miseri come siamo, ed indegni di ogni beneficio, gli cerchiamo nondimeno grazie grandi, affidati alla bontà di Dio, ed alla sua fedeltà per la promessa fatta di concedere a chi lo prega qualunque grazia che gli domanda: qualunque cosa vorrete, la chiederete e vi sarà concessa (Gv 15,7). Diceva S. Maria Maddalena de’ Pazzi, che il Signore si sente così onorato, e tanto si consola quando gli cerchiamo le grazie, che in certo modo egli ci ringrazia, poiché così allora par che noi gli apriamo la via a beneficarci ed a contentare il suo genio, ch’è di fare bene a tutti. E persuadiamoci, che quando noi cerchiamo le grazie a Dio, egli ci dà sempre più dì quello che domandiamo: Che se alcuno di voi è bisognoso di sapienza, la chieda a Dio, che dà a tutti abbondantemente e non lo rimprovera (Gc 1,5). Così dice S. Giacomo, per dimostrarci che Dio non è come gli uomini, avaro dei suoi beni. Gli uomini ancorché ricchi, ancorché pii e liberali, quando dispensano elemosine, sono sempre stretti di mano, e per lo più donano meno di ciò che loro si domanda, perché la loro ricchezza, per quanto sia grande, è sempre ricchezza finita, onde quanto più danno, tanto più loro viene a mancare. Ma Dio dona i suoi beni, quando è pregato, abbondantemente, cioè, con la mano larga, dando sempre più di quello che gli si cerca, perché la sua ricchezza è infinita; quanto più dà, più gli resta da dare. Perché soave sei tu, o Signore, e benigno e di molta misericordia per quei che t’invocano (Sal 85,4). Voi, mio Dio, diceva Davide, siete troppo liberale e cortese con chi v’invoca. Le misericordie che voi gli usate sono tanto abbondanti, che superano le sue domande.

giovedì 30 luglio 2015

La testimonianza: irradiare Cristo – Lettera n° 5 – Tratta da “Lettere agli amici” su come vivere la fede cristiana di padre Basilio Martin



Caro Alessio, spesso con gli amici che frequentano la tua comunità parrocchiale, sei invitato ad andare ad annunciare la fede che vivi in Cristo. Sei contento di farlo ma a volte ti scoraggi quando alcuni sacerdoti, religiosi e vescovi di tua conoscenza non rendono testimonianza a Gesù. Conosci Sacerdoti che amano parlare poco di Lui, ma preferiscono parlare molto più di politica, anche durante l'omelia domenicale; religiosi che, pur avendo fatto il voto di povertà, vivono spensierati, senza restrizioni e nella comodità, da far sorgere il sospetto che il voto di povertà porti benessere a quanti lo facciano; vescovi rintanati nei loro uffici ad amministrare i beni della diocesi e a organizzare piani pastorali per riempire le chiese e far occupare posti in Seminario, tempo prezioso che Gesù preferiva consumare andando tra la gente a difendere i diritti di Dio, rischiando più volte violente scariche di sassi (cf. Gv.8,59; 10,31), oltre che insulti, come quello di essere un indemoniato (cf Mt. 9,34; Gv. 7,20). A proposito voglio raccontarti una confidenza fatta dall'ex arcivescovo di Parigi, il cardinale Marty, al suo clero: “Ero stato appena nominato parroco di una piccola borgata. Mentre camminavo per una strada incontrai un contadino che Se ne ritornava alla sua fattoria. Non lo conoscevo e mi presentai. Parlammo insieme per un buon tratto di strada della pioggia e delle stagioni, del raccolto, degli animali, della famiglia e del paese. Qualche tempo dopo ho saputo del contadino che, ritornato a casa, aveva raccontato alla figlia di aver incontrato il nuovo parroco e le aveva confidato: 'Abbiamo parlato di tutto a lungo. Non mi ha detto nulla di Dio'. E' un fatto che per me è rimasto una parabola. Il contadino cristiano si aspettava che un sacerdote non potesse non parlare di Dio anche per istrada. E rimase deluso”. Sai cosa disse l'arcivescovo di Firenze, il cardinale Giovanni Benelli a un gruppo di seminaristi tanti anni addietro? (era l'8 settembre del 1982): “Non bastano i bei discorsi per evangelizzare, non bastano le tecniche pastorali, non bastano gli schemi metodologici per arrivare in maniera più comprensibile alla gente di oggi... Chi sono i più grandi oppositori di Gesù? Sono gli uomini di religione, coloro che maggiormente osservano la parola di Dio. Uomini che si Sono accomodati nella Chiesa, hanno trovato nella Chiesa la loro maniera di realizzazione, siano vescovi, siano sacerdoti, siano battezzati. Si sono accomodati e sono coloro che si opporranno nella maniera più forte e più efficace alla novità del Vangelo, quella novità che deve ritornare a galla e deve per forza urtare la sensibilità di coloro che ormai si sono seduti, si son ben sistemati nella Chiesa... E' gente che osserva, pretende di osservare, crede di fare ciò che è comandato da Dio, ma in fondo non serve la Chiesa, serve se stessa. Si serve della Chiesa e protegge la propria pigrizia, protegge gli interessi di cui, magari, non ha chiara coscienza, ma protegge comunque se stessa, il proprio modo di vedere... Non gli oppositori, non le ideologie avverse al cristianesimo, non quelli che stanno sull'altra sponda, non sono loro i più grandi nemici. I maggiori nemici sono i cristiani che si sono seduti, che si son fatti una religione a modo loro” (cf. “30 giorni”, agosto-settembre 1992, pag. 56). Anch'io Sono rimasto deluso e scandalizzato più volte dalla contro-testimonianza di alcuni miei confratelli che, nella loro debolezza, mi hanno accusato ingiustamente e calunniato, e tutto questo l'hanno fatto nel nome del Vangelo, mentre in verità il loro agire nasceva da invidia e pusillanimità. Sono rimasto Scandalizzato ad esempio dalle giustificazioni che il cardinale C. M. Martini dava al rilassamento morale di tanti cristiani, non più propensi ad avere come modello di Vita morale Gesù Cristo, giustificando così i rapporti Omosessuali che San Paolo ha condannato in modo inequivocabile (cf. Rm. 1,24-32); la libertà sessuale che sempre San Paolo condannava ammonendo i cristiani di Corinto: “Il corpo non è per la fornicazione in quanto esso è il tempio dello Spirito Santo” (cf. 1Cor. 6,13-20); l'eutanasia.

mercoledì 29 luglio 2015

Dai «Discorsi» di san Pietro Crisologo, vescovo (Disc. 43; PL 52, 320 e 322)





    Tre sono le cose, tre, o fratelli, per cui sta salda la fede, perdura la devozione, resta la virtù: la preghiera, il digiuno, la misericordia. Ciò per cui la preghiera bussa, lo ottiene il digiuno, lo riceve la misericordia. Queste tre cose, preghiera, digiuno, misericordia, sono una cosa sola, e ricevono vita l'una dall'altra.
    Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del digiuno. Nessuno le divida, perché non riescono a stare separate. Colui che ne ha solamente una o non le ha tutte e tre insieme, non ha niente. Perciò chi prega, digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo supplica.
    Chi digiuna comprenda bene cosa significhi per gli altri non aver da mangiare. Ascolti chi ha fame, se vuole che Dio gradisca il suo digiuno. Abbia compassione, chi spera compassione. Chi domanda pietà, la eserciti. Chi vuole che gli sia concesso un dono, apra la sua mano agli altri. È un cattivo richiedente colui che nega agli altri quello che domanda per sé.
    O uomo, sii tu stesso per te la regola della misericordia. Il modo con cui vuoi che si usi misericordia a te, usalo tu con gli altri. La larghezza di misericordia che vuoi per te, abbila per gli altri. Offri agli altri quella stessa pronta misericordia, che desideri per te.
    Perciò preghiera, digiuno, misericordia siano per noi un'unica forza mediatrice presso Dio, siano per noi un'unica difesa, un'unica preghiera sotto tre aspetti.
    Quanto col disprezzo abbiamo perduto, conquistiamolo con il digiuno. Immoliamo le nostre anime col digiuno perché non c'è nulla di più gradito che possiamo offrire a Dio, come dimostra il profeta quando dice: «Uno spirito contrito è sacrificio a Dio, un cuore affranto e umiliato, tu, o Dio, non disprezzi» (Sal 50, 19).
    O uomo, offri a Dio la tua anima ed offri l'oblazione del digiuno, perché sia pura l'ostia, santo il sacrificio, vivente la vittima, che a te rimanga e a Dio sia data. Chi non dà questo a Dio non sarà scusato, perché non può non avere se stesso da offrire. Ma perché tutto ciò sia accetto, sia accompagnato dalla misericordia. Il digiuno non germoglia se non è innaffiato dalla misericordia. Il digiuno inaridisce, se inaridisce la misericordia. Ciò che è la pioggia per la terra, è la misericordia per il digiuno. Quantunque ingentilisca il cuore, purifichi la carne, sràdichi i vizi, semini le virtù, il digiunatore non coglie frutti se non farà scorrere fiumi di misericordia.
    O tu che digiuni, sappi che il tuo campo resterà digiuno se resterà digiuna la misericordia. Quello invece che tu avrai donato nella misericordia, ritornerà abbondantemente nel tuo granaio. Pertanto, o uomo, perché tu non abbia a perdere col voler tenere per te, elargisci agli altri e allora raccoglierai. Dà a te stesso, dando al povero, perché ciò che avrai lasciato in eredità ad un altro, tu non lo avrai.

L'amore, desiderio di vedere Dio - Dai «Discorsi» di san Pietro Crisòlogo, vescovo (Disc. 147; PL 52, 594-595)




       

    Dio, vedendo il mondo sconvolto dalla paura, interviene sollecitamente per richiamarlo con l'amore, invitarlo con la grazia, trattenerlo con la carità, stringerlo a sé con l'affetto.
    Lava con il diluvio vendicatore la terra invecchiata nel male, chiama Noè padre del mondo rinnovato e lo esorta con parole amorevoli, gli accorda la sua confidenza e la sua amicizia, lo informa con benevolenza sul presente, lo conforta con la sua grazia per il futuro. Egli non si limita a dar ordini, ma offre la sua collaborazione e accomuna la sua opera a quella delle realtà create. Con un patto di amore toglie il timore che rendeva schiavi gli uomini. Così Dio e l'umanità, associati nell'amore, conservano insieme ciò che avevano acquistato con azione comune.
    Per questo egli chiama Abramo di mezzo ai pagani, lo nobilita con un nome nuovo, lo costituisce padre della fede, lo accompagna nel cammino, lo protegge fra gli stranieri, lo arricchisce di beni, lo onora con successi, lo impegna con promesse, lo sottrae alle offese, lo blandisce con l'ospitalità, lo esalta con un erede insperato, perché colmato di tanti beni, avvinto da tanta soavità di divino amore, imparasse ad amare Dio, non ad averne timore, lo servisse con amore, non con paura. Per questo conforta in sogno Giacobbe nella fuga, lo provoca alla lotta nel ritorno, lo serra nell'amplesso del lottatore, perché ami il Padre con cui aveva lottato e non ne abbia timore. Per questo chiama Mosè con la lingua dei padri, gli parla con paterno amore, l'invita ad essere il liberatore del suo popolo.
    Per i fatti ricordati, la fiamma della divina carità accese i cuori umani e tutta l'ebbrezza dell'amore di Dio si effuse nei sensi dell'uomo. Feriti nell'anima, gli uomini cominciarono a volere vedere Dio con gli occhi del corpo. Ma se Dio non può essere contenuto dal mondo intero, come poteva venir percepito dall'angusto sguardo umano? Si deve rispondere che l'esigenza dell'amore non bada a quel che sarà, che cosa debba, che cosa gli sia possibile. L'amore non si arresta davanti all'impossibile, non si attenua di fronte alle difficoltà.
    L'amore, se non raggiunge quel che brama, uccide l'amante; e perciò va dove è attratto, non dove dovrebbe. L'amore genera il desiderio, aumenta d'ardore e l'ardore tende al vietato. E che più? L'amore non può trattenersi dal vedere ciò che ama; per questo tutti i santi stimarono ben poco ciò che avevano ottenuto, se non arrivavano a vedere Dio. Perciò l'amore che brama vedere Dio, benché non abbia discrezione, ha tuttavia ardore di pietà. Perciò Mosè arriva a dire: Se ho trovato grazia ai tuoi occhi, fammi vedere il tuo volto (cfr. Es 33, 13). Per questo anche il salmista dice: Mostrami il tuo volto (cfr. Sal 79, 4). Gli stessi pagani infatti hanno plasmato gli idoli, per poter vedere con gli occhi, nelle loro stesse aberrazioni, quel che adoravano.