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sabato 8 agosto 2015

Dal primo libro dei Re - 1Re 19, 4-8 - Con la forza di quel cibo camminò fino al monte di Dio.




1Re 19, 4-8
In quei giorni, Elia s’inoltrò nel deserto una giornata di cammino e andò a sedersi sotto una ginestra. Desideroso di morire, disse: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri». Si coricò e si addormentò sotto la ginestra.
Ma ecco che un angelo lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia!». Egli guardò e vide vicino alla sua testa una focaccia, cotta su pietre roventi, e un orcio d’acqua. Mangiò e bevve, quindi di nuovo si coricò.
Tornò per la seconda volta l’angelo del Signore, lo toccò e gli disse: «Àlzati, mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Si alzò, mangiò e bevve.
Con la forza di quel cibo camminò per quaranta giorni e quaranta notti fino al monte di Dio, l’Oreb.

Parola di Dio
Riflessione

Elia scappa da Gezabele, che vuole la sua morte, per desiderare poi di morire sotto una ginestra... ma che senso ha?... Tanto valeva farsi ammazzare da Gezabele!!!
Quanti di noi si riconoscono nella situazione che sta vivendo Elia?... Un uomo un po' particolare che sta vivendo quanto può capitare anche nel nostro tempo. Come lui, anche noi davanti alle ingiustizie di questa società, davanti alle persecuzioni - sopratutto dei più vicini -, davanti alla tiepidezza e al cuore duro dei nostri fratelli, davanti alle miserie che incalzano nella Chiesa, quando ci sentiamo perseguitati dalla sfortuna... ci sentiamo smarriti, disorientati... vorremmo scappare, isolarci... arriviamo anche a preferire la morte...
Ci sentiamo così soli... e nessuno che ci consoli!!!... Ci prende allora una sorta di torpore spirituale proprio come a Elia... Un torpore così profondo che per eliminarlo abbiamo bisogno di un cibo molto nutriente: il pane... E' l'eucarestia infatti che rinfranca la nostra anima in questi momenti... ci dà la forza necessaria per rialzarci e riprendere il cammino verso il monte. E' un cammino faticoso, pieno di ostacoli, di tentazioni, ma sopratutto pieno di obiezioni da parte nostra, cerchiamo sempre tante scuse per non seguire la volontà di Dio... Però, questo Elia mi è proprio simpatico!!!
Mi ritrovo infatti nel suo sconforto, ma mi prendo anche le consolazioni che Dio riserva a questo fuggitivo... E' come una speranza per me... Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio” (2Cor 1, 3-4).
In certi momenti, quando a noi sembra che Dio taccia, che non si interessi più di noi e di ciò che stiamo vivendo, siamo propensi a rinchiuderci nel nostro deserto e questo non tanto come un isolamento, ma come un grido di aiuto verso Dio; desideriamo che Lui venga a salvarci, che ritorni insomma a manifestarsi nuovamente. In questi momenti mi piace leggere questo salmo: “Fino a quando, Signore, continuerai a dimenticarmi? Fino a quando mi nasconderai il tuo volto? Fino a quando nell'anima mia proverò affanni, tristezza nel cuore ogni momento? Fino a quando su di me trionferà il nemico? Guarda, rispondimi, Signore mio Dio, conserva la luce ai miei occhi, perché non mi sorprenda il sonno della morte, perché il mio nemico non dica: "L'ho vinto!" e non esultino i miei avversari quando vacillo” (Sal 13, 2-5). Proprio come tanti personaggi della Bibbia anche a noi viene da dire: "Scusami... se hai intenzione di trattarmi in questo modo, allora fammi morire... che senso ha combattere se poi anche tu mi abbandoni?"... Elia grida al Signore proprio come fece Mosè quando si sentiva impotente davanti alle mormorazioni del popolo che si lamentava per la fame. Per Elia, per Mosè e per tutti noi, a volte il peso è troppo pesante, troppo grande... e così preferiamo non voler vedere la nostra sventura... (Cfr. Nm 11, 14). Per non parlare di Tobi... Agisci pure ora come meglio ti piace; dà ordine che venga presa la mia vita, in modo che io sia tolto dalla terra e divenga terra, poiché per me è preferibile la morte alla vita. I rimproveri che mi tocca sentire destano in me grande dolore. Signore, comanda che sia tolto da questa prova; fa che io parta verso l'eterno soggiorno; Signore, non distogliere da me il volto. Per me infatti è meglio morire che vedermi davanti questa grande angoscia e così non sentirmi più insultare!" (Tb 3, 6), o il mio amato Giobbe: Preferirei essere soffocato, la morte piuttosto che questi miei dolori! (Gb 7, 15).
Ma Dio conosce le nostre paure, sa quando le nostre forze si stanno esaurendo e quando disperati ci sentiamo sconfitti e abbandonati...
Dobbiamo però imparare che i metodi e i tempi di Dio non sono i nostri... Lui infatti interviene solo all'ultimo minuto... "Ho inteso la mormorazione degli Israeliti. Parla loro così: Al tramonto mangerete carne e alla mattina vi sazierete di pane; saprete che io sono il Signore vostro Dio" (Es 16, 12)... oppure: "Perché avete condotto la comunità del Signore in questo deserto per far morire noi e il nostro bestiame? (Nm 20 , 4)Mosè alzò la mano, percosse la roccia con il bastone due volte e ne uscì acqua in abbondanza; ne bevvero la comunità e tutto il bestiame" (Nm 20, 11). Pensiamo anche ai momenti di disperazione di fronte al mar Rosso o ad Agar nel deserto. Insomma, situazioni umanamente disperate nelle quali Dio è sempre intervenuto. Dio quindi viene in nostro soccorso e ci dona tutto quello di cui abbiamo bisogno. Ma attenzione... Dio non ci dà le consolazioni e chi si è visto si è visto... il Suo cibo ci serve per affrontare il lungo cammino verso il Santo Monte dove finalmente potremo vedere Dio faccia a faccia. Le consolazioni del Signore dobbiamo metterle in magazzino e, proprio nei momenti che ci sentiamo invincibili e pieni di fervore, dobbiamo crescere in virtù per superare gli ostacoli che si presenteranno alla prossima curva. Dopo una consolazione dobbiamo aspettarci dei momenti di desolazione. Come diceva San Francesco di Sales e tantissimi Santi: Voi dovete cercare il Dio delle consolazioni, e non le consolazioni di Dio”.
Dopo aver sofferto un pochetto con questo nuovo amico, adesso mi gusto con lui un po' di refrigerio...
Ad un certo punto mi sono domandata: "Ma guarda un po'... una ginestra proprio nel deserto, come è possibile?"... Ecco la prima consolazione del buon Dio, ma come Elia siamo così concentrati sulle nostre disgrazie che non vediamo e non riconosciamo i suoi doni... Un'attenzione molto bella di Dio Padre nei confronti di Elia e di tutti noi, se vogliamo accogliere questa ginestra come un primo riparo che Dio ci dona per poi nutrirci ancora e farci crescere...
Però, mi sono detta: "Dio caro, ho capito che dobbiamo prendere i doni che ci mandi senza lamentarci... ma una ginestra!!!... una pianta con poche foglie, bassa e pure spinosa!!!"... Vediamola allora come un simbolo... A volte la ginestra che Dio ci manda, è un fratello che ci accoglie, che ci aiuta, che ci dà sollievo nei momenti tristi. Con questa prima consolazione è come se Dio ci dicesse: "Sono qui... non temere... non morirai...". Il più delle volte non capiamo il motivo di così tante tante prove... ma Dio vuole far crescere in Elia e in noi la virtù della pazienza... in questa infatti noi umani siamo un po' scarsucci...
Quante volte preferiremmo abbandonare il campo vedendo che la nostra testimonianza, i nostri rimproveri, il nostro zelo... sono vani. L'impazienza ci fa desistere dal continuare a perseverare come Dio comanda e ci fa dire le solite parole: "Adesso basta... non ce la posso fare!!!"...
La seconda consolazione che mi sono gustata?... Il comportamento di Dio verso Elia... E' stato un papà meraviglioso!!! Dio infatti non si arrabbia con Elia e non lo rimprovera. Mi viene da pensare ai genitori di oggi che vogliono essere a tutti i costi considerati come amici (io penso che non vada bene) e che spesso urlano come dannati: "Perché ti sei comportato così? Perché hai fatto questo?... Non ti vergogni?... E' questo il tuo modo di ringraziarci?"... I risultati sappiamo quali sono!!!... Dio è il papà che ognuno di noi vorrebbe avere: amore e ceffoni... Le bastonate che Lui ci dà non fanno altro che fortificarci. Come si dice... a prova di diavolo!!! Non che le prove o le tentazioni spariranno... anzi... ma cambierà il nostro atteggiamento nell'affrontarle; con un po' di allenamento le affronteremo con molta più determinazione e meno agitazione. Insomma, Dio è il nostro personal trainer... ci allena ogni giorno per le olimpiadi del Paradiso!!!
Pace e bene

Dagli scritti di Edith Stein - STORIA DI UNA FAMIGLIA EBREA



Crocerossina in Austria


Infuria la prima guerra mondiale e molti giovani tedeschi rischiano la vita o muoiono sui vari fronti del conflitto. Edith, che sta preparando la tesi di laurea, decide di sospendere le ricerche e si offre come volontaria nelle file delle crocerossine. La sua domanda è accolta e viene inviata in Austria, nell’ospedale militare di Mährisch-Weisskirchen per le malattie infettive, dove trascorre nove mesi. È un’esperienza forte, che Edith racconterà poi in Storia di una famiglia ebrea. Lineamenti autobiografici: l’infanzia e gli anni giovanili, un libro sulla sua infanzia e giovinezza, scritto con l’intento dichiarato di far conoscere «l’umanità ebraica, dal momento che quanti non vi appartengono conoscono così poco di essa». Lo scrive in gran parte nel 1933, dopo che i nazional-socialisti di Adolf Hitler hanno preso il potere (gennaio 1933), cioè in un momento in cui a causa delle prime leggi razziali gli «ebrei tedeschi sono stati strappati alla tranquilla ovvietà dell’esistenza e costretti a riflettere su se stessi, sulla loro natura e sul loro destino». Edith, sospesa dall’insegnamento, torna a Breslavia e si dedica alla stesura del libro, che rimane però incompleto, perché nel maggio del 1935, poco dopo aver professato i primi voti, Edith interrompe il lavoro per portare a termine lo studio filosofico Essere finito ed Essere eterno, e non lo riprenderà più. Ecco alcuni brani che descrivono l’esperienza umana e spirituale di Edith nell’ospedale militare austriaco. Ma la cosa che preferivo era il contatto con i pazienti, anche se presentava qualche difficoltà. Nel nostro ospedale erano rappresentate tutte le nazioni della monarchia austro-ungarica: tedeschi, cechi, slovacchi, sloveni, polacchi, ruteni, ungheresi, rumeni, italiani. Anche gli zingari non erano rari. A questi si aggiungeva talvolta un russo o un turco. Per la comunicazione tra il medico e i pazienti c’era un libriccino contenente le domande e le risposte che ricorrevano quotidianamente, in nove lingue, che divenne familiare anche per me. Un giorno, mentre stavo andando alla piccola cucina, udii ad una certa distanza il dottor Pick che, accanto al letto di un ammalato, diceva a sorella Emma: «Stia attenta, lei lo sa di certo!». Poi parlando da una parte all’altra della stanza mi chiese: «Sorella Edith, come si dice “sudare” in ungherese?». Io gli dissi di rimando il vocabolo che non sapeva, senza fermarmi. Ci si aiutava con queste quattro parole e con il linguaggio dei segni.

venerdì 7 agosto 2015

Nel cammino verso la santita' l'uomo realizza la sua vera identita' - NATA PER TE – MOSTRA ITINERANTE ALLA SCOPERTA DI TERESA DI GESU'




NADA TE TURBE – NULLA TI TURBI" : L'INIZIATIVA DI DIO.
"Nubi di morte avvolgevano la mia anima... ma Tu, Dio fedele, hai riscattato la mia vita e hai fatto di me una Creatura nuova"
Dio opera nella nostra vita ancor prima che ce ne rendiamo conto. L'uomo, a volte, con le proprie scelte e con la propria condotta, arriva addirittura a contrastare, a ostacolare, l'azione salvifica di Dio. Teresa ne fa esperienza diretta nella sua stessa vita, durante un periodo di crisi che ella stessa narra. Nel ripercorrere la propria Vicenda umana e spirituale, ella vede ora chiaramente la presenza di quella Mano che l'ha sempre prevenuta, guidata, accompagnata. Ma questo è ciò che avviene anche nella mia e nella tua storia! Questo, però, non impedisce a Dio di continuare a cercare la risposta dell'uomo, nonostante le sue resistenze, persino dandosi a lui ancor di più. Così scrive Teresa rivolgendosi a Dio: “ Come si dimostra Vero che Voi mi amavate assai di più di quanto mi amassi io" (V 32,5). L'uomo vecchio, offuscato dal peccato e dalle passioni (parte di figura Scura), e l'uomo rinato a vita nuova grazie all'opera salvifica di Dio (parte di figura chiara), però, non sono mai scissi, in quanto la parte oscura rimane comunque presente a livello latente come condizione di fragilità ereditata dal peccato. Dio non si impone all'uomo, lo lascia libero di scegliere anche vie sbagliate, lo lascia libero di allontanarsi da Lui, per poi manifestarsi come Colui che solo può salvare. Ciò che dà la spinta a Teresa per uscire dalla sua condizione critica è l'acquisizione della consapevolezza di "lottare con un'ombra di morte" (V 8,12) che non le consente di vivere in pienezza.


"NADA TE ESPANTE – NULLA TI SPAVENTI". LA DETERMINATA DETERMINAZIONE
Con la Tua Luce hai dissolto le tenebre che CircOndavano la mia Vita"
Dio è alla ricerca di chi lo voglia accogliere e quando trova risposta nell'uomo lo rigenera, ne fa creatura nuova, capace di corrispondere al suo Amore incondizionato mediante il dono gratuito di sé. Si fa Luce nella Vita dell'uomo, che ora coglie chiaramente la premurosa e operosa presenza di Dio nella propria storia e nella propria anima. La consapevolezza di essere un salvato dà all'uomo nuovo il desiderio e la forza di corrispondere alla grazia di Dio e resistere agli assalti del nemico delle nostre anime. Teresa si rivolge all'uomo di oggi come a quello del suo tempo e lo incoraggia, lo incita a gettarsi Senza paura, anima e corpo, nel servizio a Dio con "determinata determinazione" (C 21,2), ad operare con fermezza e decisione, a puntare in alto determinandosi a "grandi cose" per il Signore. Senza questa determinazione, ci insegna Teresa, il dono di sé a Dio rischia di Venire Soffocato tanto da interferenze interne quanto da quelle esterne. Se noi non ci diamo a Dio con la stessa determinazione con cui Lui si dà a noi, Egli non può agire in noi e per noi come desidererebbe.Questa tappa offre un'immagine comunitaria (le mani che ricevono luce dalla lucerna del Cristo) per voler sottolineare come l'uomo non può salvarsi da Solo, ma unicamente in un cammino con Dio e con i fratelli. L'uomo Vecchio vive ripiegato su se stesso, nel proprio egoismo, nel proprio piccolo mondo. L'uomo nuovo, Con il cuore dilatato dall'amore di Dio, non può più fare a meno di condividere il cammino con i fratelli e di darsi a loro.

giovedì 6 agosto 2015

Un cuore che comprenda - di Marie-Dominique Moliniè o.p. - Tratto da “ Prigionieri dell'infinito”



Il problema dell'obbedienza sarebbe esattamente lo stesso se avessimo a comando, chiudendoci nella nostra camera per pregare nel segreto, una apparizione di Cristo: parleremmo con Lui e Gli chiederemmo cosa dobbiamo fare. La difficoltà di obbedire sarebbe in fondo esattamente la stessa di quella dell'obbedienza alla Chiesa. Può sembrare strano ma è così, e ve lo spiego.
Prima di tutto ci sarebbe la difficoltà di sapere se abbiamo veramente a che fare con Cristo. Problema di fede che fu quello degli Apostoli davanti alle apparizioni pasquali. Alla base c’è una percezione sensibile, sottile e quasi proustiana: uno stile, un'intonazione della voce... Maria Maddalena non riconosce colui che le sembra essere il custode del giardino ma lo riconosce quando le dice: "Maria!..." Non è un puro e semplice atto di fede: è il tono della voce che ha scatenato tutto. Giovanni riconosce Gesù vedendo la pesca miracolosa, aiutato dallo Spirito Santo, certo e ciò si conclude con un atto di fede, certo, ma ha visto e riconosciuto. Tommaso esige dei segni per vincere i suoi dubbi: ciò evidentemente non lo dispensa da un atto di fede.
Supponiamo allora il problema risolto e che l'apparizione ci porti alla fede. Se questa esperienza si ripetesse a volontà, lo stesso problema ritornerebbe sotto un'altra forma: "Io sono l’unico a vedere uno che nessun'altro vede." Tocco questo tavolo, ma non sono il solo: se passassi la vita a vedere un tavolo che nessun'altro vede, comincerei a preoccuparmi.
Allora se passo la mia vita a vedere un Cristo che nessun'altro vede c'è lo stesso di che preoccuparsi. Questo Cristo avrebbe un bel da dirmi: "Sta tranquillo, sono Io, sta in pace", ebbene! talvolta lo sarei... ma altre volte avrei dei dubbi!

Vivere l'amicizia di Dio – Tratto da “ Danzando nel deserto” di Padre Elias Vella o.f.m. conv.



Questa amicizia con Gesù normalmente inizia attraverso un’esperienza avuta con lui.
Il Battesimo e gli altri Sacramenti che riceviamo non per forza ci avvicinano automaticamente o necessariamente a Cristo.
Infatti, ci sono tantissime persone che ricevono la Comunione tutti i giorni, vanno a Messa tutti i giorni, ma nella loro vita non cambia niente. Non vivono una vera esperienza di Gesù. Poi arriva un momento in cui veniamo svegliati!
Ricordate i discepoli di Emmaus: mentre camminavano lungo la strada, Gesù iniziò a camminare con loro.
Fu come se qualcosa stesse impedendo ai loro Occhi di riconoscerlo.
Lo videro e lo riconobbero solo quando spezzò il pane; come dice Luca : “Allora si aprirono loro gli occhi” (Lc 24,31).
Qualsiasi cosa stesse impedendo ai loro occhi di Vederlo era stata abbattuta.
Ora potevano rendersi conto che quello straniero che Stava con loro era in realtà Gesù che entrava nelle loro vite.
Era il momento dell’illuminazione. È per noi il momento in cui accade qualcosa che genera un cambiamento interiore.
Questo è ciò che molto probabilmente è accaduto a molti di noi.

Le ultime stazioni della Via Crucis: “ Dare la vita per i fratelli” - Tratto da “ L'innamorato di Maria – di San Massimiliano Maria Kolbe



(Pawiak-Auschwitz, febbraio-15 agosto 1941)
Polacco in vita e in morte!
Massimiliano Sa di essere nel mirino della Gestapo, prevede lucidamente la sua fine: in molti gli avevano fatto presente che si stava tramando alle sue spalle, per il suo arresto, chiedendogli di essere prudente. Padre Massimiliano, anche durante l’occupazione tedesca, rivela dunque talento e capacità non comuni, tanto da riuscire ad attirare su di sé l’attenzione e l’affetto di ogni genere di persona. Anche la polizia tedesca intuisce queste doti capaci d’influire, specie attraverso la Stampa, Sul popolo polacco. La Gestapo, infatti, al fine di catturarne il potere mediatico, arriverà addirittura a offrirgli di assumere la cittadinanza tedesca, equivocando sul fatto che il suo cognome, Kolbe, sia un cognome assai diffuso in Germania.
Fiero delle sue origini polacche, onesto fino al martirio, egli rifiuta la proposta, affermando di essere stato e di Voler rimanere polacco, peggiorando così la sua situazione, già pesantemente condizionata dalla sua appartenenza al popolo polacco e dallo stato di religioso cattolico. Per questo ai polacchi è doppiamente caro: perché santo e perché volle morire da polacco!
«Addio cari figli, non sopravvivrò a questa guerra»
La sera del 16 febbraio, Massimiliano sembra inquieto e più affettuoso che mai con i suoi figlioli, tanto che questi, ripercorrendo in seguito col pensiero quelle ultime ore con il padre, comprenderanno solo dopo le sue parole e il perché di quel suo inconsueto, accorato trasporto.
Tra mezzanotte e le due del mattino, padre Kolbe telefona a fra Pelagio, svegliandolo, per riprendere la conversazione spirituale che avevano avuto durante il giorno, sprona il confratello alla fedeltà verso il Signore e alla devozione all’Immacolata. Dopo un po', i due recitano insieme la seguente preghiera: «Immacolata Concezione, Immacolata Concezione, Immacolata di Dio, Immacolata di Dio, mia Immacolata, mia Immacolata, Immacolata nostra, Immacolata nostra». Padre Massimiliano torna poi nella sua stanza. Siamo alle prime ore del 17 febbraio: il frate, allo stremo della fatica, non volendo però rinunciare all’urgenza di lasciare sulla carta le sue meditazioni, chiede a fra Arnaldo di scrivere sotto dettatura quelle che saranno le ultime appassionate parole che illumineranno il mistero dell’Immacolata, consegnandoci pagine di altissima mistica sulla Santissima Trinità e sulla figura dell’Immacolata Concezione in seno a essa.
«Fratelli, non dimenticate l’amore!».

MI LAVO - di don Divo Barsotti – Tratto da “ La mia giornata con Cristo”




Svegliàti dal sonno, abbiamo rotto col torpore che ci incatenava le membra, che ci paralizzava nell'agire; ci siamo gettati fuori chiamati dalla voce del Cristo che ci donava nuova energia per metterci in cammino, per riprendere il peso dei nostri doveri, per applicarci al compimento di quelle che sono le nostre responsabilità in casa, in ufficio, nei campi, nella scuola.
Il primo atto che si impone, una volta usciti dal letto, è di lavarci. È il primo atto della giornata dopo esserci svegliati, così come è il primo atto di tutta la vita cristiana. Di fatto il lavarci ha un rapporto col Battesimo. È la medesima acqua che un giorno, segno della grazia divina che lavava la nostra anima e la rivestiva di sé, ci fu versata sul capo ed ora serve a purificarci, a liberarci da quello che ci ha insudiciato e che ancora ci insudicia, e serve a darci un nuovo vigore nel risvegliarci e nel rinfrescarci. L’atto di lavarci ricorda il nostro Battesimo, e noi dobbiamo vivere quest’atto così come lo vissero un giorno i discepoli quando furono lavati da Cristo.
Prima di entrare nel sacro mistero della sua passione, Gesù si cinse di un grembiule, prese il catino e la brocca dell’acqua e si inginocchiò a lavare i piedi dei discepoli (cfr. Gv 13,1-20). Ogni qualvolta ci laviamo, dobbiamo rivivere quell’atto, dobbiamo sentire che in qualche modo è il Cristo stesso che ci lava. Non è soltanto un lavarci esteriormente: il viso, le mani, tutto il corpo. Attraverso quest’atto, è una nuova purificazione che invochiamo da Cristo. Coscienti della nostra impotenza, consapevoli della nostra miseria, nel sentimento dello stato di peccato in cui viviamo — non perché commettiamo peccato, ma perché portiamo le conseguenze di tanti peccati commessi e che ci hanno in qualche modo legato, appesantito, paralizzato le membra, resi più tardi al servizio di Dio –, consapevoli di tutto questo, noi invochiamo un nuovo Battesimo che ci rinnovi: lo imploriamo ogni qualvolta ci laviamo. Che il Signore stesso operi questo lavacro, ci purifichi e ci rinnovi.

MI ALZO – di don Divo Barsotti – Tratto da “ La mia giornata con Cristo”




Gesù ha vissuto esattamente la nostra vita. Vi è un rapporto tra quello che egli ha compiuto e quello che noi compiamo, fra quello che ha sofferto e quello che noi soffriamo, fra quello che è stato il suo vivere fra gli uomini e quello che è il nostro vivere: un rapporto non soltanto fondato sulla comune natura umana che agisce abitualmente nel medesimo modo (infatti tutti gli uomini agiscono conformemente a natura: e questo vuol dire che tutti gli uomini mangiano, dormono, possono amare o possono odiare, conoscono la sofferenza e conoscono la gioia), ma un rapporto più profondo: egli è l’uomo che in sé, in qualche modo, tutti ci contiene.
La vita nostra di oggi non può dunque non avere un legame intimo e profondo con la sua vita di allora. La vita di Gesù, purcosì breve, è veramente una vita che abbraccia tutta la storia, che contiene tutti. Non soltanto siamo contenuti nel suo cuore perché Egli ci ama, e nella sua intelligenza perché ci conosce: siamo contenuti nella sua vita.
Si capisce bene allora come sia naturale, facile, il vivere con Gesù. Sarebbe stata una cosa impossibile, un'assurdità, pensare che noi potessimo vivere con Dio: quale rapporto vi è mai fra Dio e l’uomo, perché noi potessimo pensare alla possibilità di una comunione con la pura Divinità? La Divinità non mangia, non dorme, non ha i nostri sentimenti, non agisce come noi;  che cosa   vi è di comune perché noi potessimo vivere in una comunione con Dio? E pur tuttavia siamo stati chiamati a vivere una comunione con  Dio:  questo avviene attraverso la mediazione del Cristo,  "per ipsum", per la grazia che Lui ci ha meritato; «cum Ipso», in compagnia di Gesù, vivendo in una comunione intima con Lui fatto uomo, perché in Lui veramente anche l’uomo vive una comunione con Dio; in un’unione ineffabile, in una identificazione con Cristo, «in Ipso». «Et societas nostra sit cum Patre et cum Fílio eius»: «La nostra comunione sia con il Padre e con il Figlio suo» (1Gv 1,3). Così è possibile per noi vivere una comunione con Dio. Altrimenti l'abisso infinito che separa la creatura dal Creatore non può essere valicato: l’uomo rimane nella sua solitudine e Dio nella sua. Non c’è possibilità di contatto. Solo per Cristo, solo col Cristo. E noi dobbiamo vivere con Lui, con Gesù.

LA TRASFIGURAZIONE DEL SIGNORE - OMELIA DI PAOLO VI - 14 marzo 1965

    

Figli del nostro tempo, con i suoi ausilii di progresso visivo e tecnico, possiamo quasi ricostruire, davanti a noi, l’impressionante scena. Il Vangelo è sobrio; ma, soffermandoci sulle circostanze, notiamo subito che si tratta di un avvenimento pieno di interesse e di stupore.
San Marco, il quale, come San Matteo, ci narra la Trasfigurazione, precisa che essa avvenne a soli sei giorni dopo la professione di fede compiuta da Pietro, quando, nella regione di Cesarea di Filippo, alla richiesta del Divino Maestro di manifestare che pensassero di Lui gli Apostoli, rispose, come folgorato da improvvisa illuminazione: Tu sei il Cristo, il Figlio di Dio vivo!
Ed ora Gesù chiama in disparte i tre Discepoli preferiti: Pietro, Giacomo e Giovanni, e con loro sale su di un alto monte. Qualche esegeta pensa che si tratti del monte Hermon, ma la tradizione più diffusa indica il monte Tabor, ove esiste una grande basilica, e dove il Santo Padre si è recato con viva emozione, a lungo contemplando il sacro Luogo e il paesaggio, in una stupenda sera invernale dello scorso anno.
Andarono, dunque, per rimanere soli e pregare. Giunti sulla vetta, gli Apostoli, stanchi, si distesero sull’erba. Probabilmente - benché qualcuno lo contesti - era sopravvenuta la notte, e i discepoli presero sonno. Gesù pregava - ciò Egli soleva fare durante le ore di riposo e a lungo - sempre dimostrando di quale personale vita interiore vibrasse il suo Divin Cuore.

mercoledì 5 agosto 2015

VIVO CON GLI ALTRI - di don Divo Barsotti – Tratto da “ La mia giornata con Cristo”



Nostro Signore non è vissuto mai in casa tranne che nei trent’anni della sua vita nascosta. Anche allora tuttavia aveva dei rapporti con l'esterno, se gli uomini poi lo riconobbero come il «figlio del fabbro» (Mt 13,55). Ma certo, dal momento che egli ha iniziato la vita pubblica non ha più conosciuto una casa: è vissuto sempre fuori, nelle strade, nelle piazze, lungo le vie, nei campi, nelle città. Non ha potuto mai più sottrarsi al rapporto col mondo, con gli uomini; e gli uomini sembravano aver ricevuto ogni diritto nella sua vita.
Anche se vi sono alcuni per i quali il rapporto con l’esterno è ridotto al minimo, si può comunque dire che la massima parte di noi vive costantemente un certo rapporto col mondo, con gli uomini, al di fuori della propria casa. Dobbiamo allora imparare come vivere questo rapporto con l’esterno, come vivere la novità dei continui rapporti con gli uomini e con le cose.
Vi è un elemento di continua novità nella nostra vita, che è assente nella vita monastica ma che era invece preponderante nella vita di nostro Signore: Egli andava di villaggio in villaggio; dov’era vissuto un giorno non viveva il giorno successivo; quello che aveva fatto il giorno prima non si ripeteva il giorno dopo.

La fede della donna cananea e altre conquiste. Arrivo ad Aczib. Tratto da ‘L’Evangelo come mi è stato rivelato’ di Maria Valtorta. Libro n°5 – Capitolo 331



«Il Maestro è con te?», chiede il vecchio contadino Giona a Giuda Taddeo che entra nella cucina, dove il fuoco già splende per scaldare del latte e per scaldare l'ambiente, che è freddino in queste prime ore di una bellissima mattina di fine gennaio, credo, o di primi di febbraio, bellissima ma alquanto pungente. «Sarà uscito a pregare. Esce sovente all'alba, mentre sa di poter stare solo. Fra poco verrà. Perché lo chiedi?». «L'ho chiesto anche agli altri, che ora si sono sparsi a cercarlo, perché c'è una donna di là, con mia moglie. È una del paese d'oltre confine, e proprio non so dire come possa aver saputo che qui è il Maestro. Ma lo sa. E vuole parlargli». «Va bene. Gli parlerà. Forse è quella che Egli attende, con una figlioletta malata. L'avrà guidata qui lo spirito suo». «No. È sola. Non ha figli con sé. La conosco perché i paesi sono così vicini... e la valle è di tutti. Io, poi, penso che non occorre essere crudeli coi vicini, se fenici, per servire il Signore. Sbaglierò, ma...». «Lo dice sempre anche il Maestro che bisogna essere pietosi con tutti». «Lui lo è, non è vero?». «Lo è». «Mi ha detto Anna che anche ora è stato trattato male. Male, sempre male!... In Giudea, come in Galilea, in ogni luogo. Perché mai Israele è così cattivo col suo Messia? Voglio dire, i più grandi fra noi d'Israele. Perché il popolo lo ama». «Tu come sai queste cose?». «Oh! vivo qui, lontano. Ma sono un fedele israelita. Basta andare per le feste di precetto al Tempio per sapere tutto il bene e tutto il male! E il bene si sa meno del male. Perché il bene è umile e da sé non si loda. Dovrebbero essere i beneficati che lo proclamano. Ma pochi sono quelli che sono grati dopo avere avuto grazia. L'uomo accetta il beneficio e lo dimentica... Il male invece suona forte le sue trombe e fa sentire le sue parole anche a chi non le vuole sentire. Voi, che siete i suoi discepoli, non sapete quanto si sparli e si accusi nel Tempio contro il Messia! Non si tengono più lezioni dagli scribi altro che su questo. Io credo che si sono fatti un libro di lezioni sul come accusare il Maestro e di fatti che presentano come credibili oggetti di accusa. E occorre avere la coscienza molto retta, e ferma, e libera, per sapere resistere e giudicare con sapienza. Lui le sa queste manovre?». «Tutte le sa. E anche noi, più o meno, le sappiamo. Ma Lui non si scuote. Continua la sua opera e i discepoli o i credenti in Lui crescono ogni giorno». «Dio voglia che tali restino sino alla fine. Ma l'uomo è mutevole nel suo pensiero. E debole... Ecco, il Maestro viene verso la casa con tre discepoli».

martedì 4 agosto 2015

Dal Vangelo secondo Matteo - Mt 15, 21-28 - Donna, grande è la tua fede!




 Mt 15, 21-28

In quel tempo, Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidòne. Ed ecco una donna Cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio». Ma egli non le rivolse neppure una parola.
Allora i suoi discepoli gli si avvicinarono e lo implorarono: «Esaudiscila, perché ci viene dietro gridando!». Egli rispose: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele».
Ma quella si avvicinò e si prostrò dinanzi a lui, dicendo: «Signore, aiutami!». Ed egli rispose: «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». «È vero, Signore, – disse la donna – eppure i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni».
Allora Gesù le replicò: «Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri». E da quell’istante sua figlia fu guarita.

Parola del Signore
Riflessione

Ma quanto è bello il Vangelo di oggi!!! Ancora una volta una fede profonda viene trovata al di fuori di “casa nostra”... Quanta rabbia suscita in chi si crede giusto davanti a Dio!!!
Ecco una donna "pagana", considerata dai "figli di Israele" come una persona esclusa, lontana da Dio e quindi dalla salvezza, che si trova a vivere un grande dolore perché sua figlia è tormentata da un demonio, è disperata: che fare?... Ha sentito parlare di Gesù e un bel giorno, sapendo che si trovava vicino al suo villaggio, decide di andare da Lui perché sente che può sperare dalla sua bontà e dalla sua potenza  la liberazione di sua figlia. Appena vede Gesù inizia a strillare, ma Gesù sembra insensibile al dolore di questa povera madre; i discepoli invece sono infastiditi dalle sue urla... questo atteggiamento non ci dovrebbe stupire così tanto… quante volte vediamo il disappunto, il fastidio, la distanza, la paura di tanti fratelli di fede... Sempre scontrosi e invidiosi di chi cerca con animo puro il Signore. Sembra quasi che solo loro siano il pesce buono nella rete... Attenzione però…. il giudizio di Dio è diverso da quello di un pescatore... Il pescatore infatti guarda la grandezza del pesce, ma a Dio piacciono di più i “mangiatutto”… come dargli torto, sono più stuzzicanti e poi si lasciano mangiare completamente... spine comprese!!!
E' dunque il silenzio di Gesù che ci lascia di primo acchitto un pochetto perplessi e ci verebbe da dire: "Scusa... ma la misericordia e la compassione dove sono? Pronto... ci sei?"... Sono i nostri pensieri quando, in momenti di difficoltà, ci sentiamo ignorati da Gesù e ci sentiamo rifiutati, è come se all'improvviso diventassimo trasparanti, invisibili... Quando ci succedono spiacevoli imprevisti, quando soffriamo nel corpo e nello spirito, quando tutti ci allontanano e ci sentiamo soli, soli, soli... allora sembra che anche Dio si sia dimenticato di noi... sembra che non ci fili di striscio… anche se lo supplichiamo… anche se lo preghiamo… anche se piangiamo... Lui niente… come è possibile? Come è possibile che Gesù sia tanto insensibile al grido del povero? Gesù risponde ai discepoli e non alla donna: «Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele». Come a dire: prima il pane ai credenti… La risposta di Gesù è scioccante!!!... Ma come… non sei il Signore di tutti? Cosa mi sono persa?... Adesso ci mettiamo a fare delle preferenze? E bravo Gesù... Ecco, in questi momenti, io mi rendo conto che non sono un bell'esempio di fede a differenza della donna Cananea... Mi è successo recentemente di essere talmente sconfortata che ho iniziato a litigare con Lui peggio di una moglie col marito… Gli ho detto che mi aveva veramente stancata… che ero stanca di vedere gli iniqui tranquilli e senza problemi, ero stanca di vedere le persone (i figli di Israele come li chiama Lui) venire quasi premiati, ero stanca perché mi sentivo tradita da Lui... Bene, gli ho detto… tieniti pure questi figli… io non voglio piu vederti e sentirti… quindi, ho continuato, evita di parlarmi altrimenti ti metto in uno scatolone con tutta la tua famiglia... Oh Signore!… mancava solo che gli chiedessi gli alimenti…
La cosa che mi ha lasciata basita a questo punto, è stato il silenzio che ho sentito dentro di me... non era il solito silenzio, ma era un silenzio spaventoso: il silenzio dell'assenza di Dio... La mia poca umiltà, le mie pretese nel volere che le cose vadano come voglio io, mi avevano indurito il cuore; Gesù infatti non ama questo atteggiamento rigido e polemico verso gli altri... Ho capito solo dopo che Gesù, anche se non lo sentivo, era sempre con me... Io penso che tanti, in certe situazioni, hanno purtroppo il mio stesso atteggiamento... ma, proprio per questo, dobbiamo prendere come esempio la Cananea, che non ha interpretato il silenzio e la durezza di Gesù come la sua ultima parola... lo ha quasi sfidato, è vero, ma in un modo stupendo... Si è prostrata ai Suoi piedi!!!... Anche Lei voleva far parte dei Suoi amici... Se Gesù non avesse mostrato questa durezza momentanea e avesse esaudito all'istante la sua preghiera, questa donna non avrebbe fatto quel passo in più che consiste nel credere alla bontà di Dio nonostante le apparenze. Chiediamo anche noi al Signore di avere il cuore e la fiducia della donna Cananea; un cuore spezzato, umile, un cuore che riconosce le sue colpe, un cuore che ama... un cuore che ama sa rivolgersi a Gesù con le parole e il tono giusto: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio»
La donna dunque si umilia davanti all'atteggiamento di Gesù che la umilia... «Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini»... Pensiamo a una cosa: se qualcuno a cui andiamo chiedere un aiuto ci chiamasse “pezzente”, come reagiremmo?... Oh Signore... apriti cielo!!! Diciamo anche che oggi i cani sono trattati meglio degli uomini e non sarebbe poi così offensivo, al limite si offenderebbero i cani!!!... Quando subiamo delle umiliazioni possiamo reagire in due modi: con l'umiltà o con l'orgoglio, possiano quindi dire che le umiliazioni rivelano se il nostro cuore è abitato dall'umiltà o dall'orgoglio. Potremmo allora anche pensare che Gesù ha umiliato la Cananea per mostrare a noi quello che Lui già sapeva, ossia quanto grande fosse l'umiltà del suo cuore; Gesù ha umiliato la Cananea perché noi imparassimo da lei a diventare umili...
Cosa abbiamo imparato dalla lettura di oggi? O almeno... abbiamo imparato qualcosa? Saremo in grado di superare l'esame della fiducia e dell'umiltà? Si è trasformato davvero qualcosa dentro di noi o tutto è rimasto come prima? Proveremo a essere meno rigidi accettando la croce?... Proveremo ad abbandonarci fiduciosi nelle mani di Gesù?... Se vogliamo essere amici di Gesù dobbiamo lavorare sodo, rispettare i Suoi tempi e le Sue correzioni... Mi viene in mente quando andavo in palestra; io facevo gli esercizi in modo "soft", ma vedevo certi maschietti che sollevavano dei pesi da far paura, per non parlare delle boccacce e dei gemiti da brivido... e tutto perché? Per sfoggiare poi al mare gli addominali da tartaruga. Mesi e mesi di fatica, di sudore, di strappi muscolari e di diete rigide... I risultati non erano immediati, ma ci voleva del tempo, determinazione, perseveranza con gli allenamenti. Anche noi, che desideriamo essere belli davanti a Dio, non dobbiamo fermarci davanti alle difficoltà, davanti al Suo momentaneo silenzio, alla sua apparente durezza, ma ci conviene avere pazienza e aspettare i Suoi tempi. La pazienza infatti, con la fede e l'umiltà commuovono il cuore di Dio e, quando Lui si commuove, il gioco è fatto, il premio arriva... non ci darà gli addominali da tartaruga (al limite ci darà i “lardoaddominali”)... e il premio per noi sarà la salvezza. Chiediamo anche la grazia di saper gioire in quello che il Signore fa per noi, perché l'alternativa sono le tenebre. Chiediamo di darci la pace nelle prove e diciamo: "Gesù... io mi fido di te, perché Tu non puoi sbagliare. Signore, io non merito niente, ma ti chiedo di continuare a starmi vicino, ti chiedo di darmi anche una sola briciola del tuo amore; una briciola che vale la mia salvezza. Io so di non meritare niente, ma mi prostro ai tuoi piedi e ti dico: Perdonami Signore... Salvami Signore...".
Pace e bene

Madonna della Neve - 5 agosto - Il santuario di Notre-Dame-des-Neiges


Madonna della Neve è uno degli appellativi con cui la Chiesa, in seguito ad una tradizione di adorazione del popolo cristiano, venera Maria secondo il cosiddetto culto di iperdulia.
La leggenda
Un nobile patrizio romano di nome Giovanni, assieme alla moglie, non avendo figli, decise di dedicare una chiesa alla Vergine Maria.
Una leggenda devozionale narra che la Madonna apparve loro in sogno nella notte tra lunedì 4 e martedì 5 agosto del 352 d.C., informandoli che un miracolo avrebbe indicato loro il luogo su cui costruire la chiesa. Anche Papa Liberio fece lo stesso sogno e il giorno seguente, recatosi sul colle Esquilino, lo trovò coperto di neve.
Il papa stesso tracciò il perimetro dell'edificio e la chiesa fu costruita a spese dei due coniugi, divenendo nota come chiesa di Santa Maria "Liberiana" o popolarmente "ad Nives".
Culto

La Madonna della Neve si festeggia il 5 agosto.
 
Santuario della Madonna della Neve di Machaby 
 


Il santuario di Notre-Dame-des-Neiges sorge in località Machaby a 696 m s.l.m. nel comune di Arnad e fa parte degli antichi santuari valdostani posti in località isolate e meta di processioni devozionali.
Il Santuario
In un vallone profondo e fitto di castagni, abbandonata la carrozzabile che parte da Arnad, una strada sterrata, l'antica mulattiera Pavià du Bioley, conduce al suggestivo santuario dedicato alla Madonna delle Nevi posto a mezza costa, prima di arrivare al villaggio di Machaby e al forte recentemente restrutturato.
All'inizio del sentiero un cartello di informazione per i turisti ci fornisce le seguenti notizie:Si sa per certo che il santuario esisteva già nel 1503, ma era di dimensioni molto ridotte rispetto a quelle attuali. Nel 1687 l’edificio fu ricostruito mantenendo intatto il vecchio presbiterio; nel 1689 vennero aggiunte le navate laterali e la sacrestia. L'architrave della porta d'ingresso è datato 1687 ed il portico 1735; il campanile fu costruito nel 1723. Il presbiterio presenta una volta a cupola affrescato dai pittori Artari e sorretta da tamburo ottagonale. L'edificio è a tre navate suddivise da colonne in pietra e da due pilastri in prossimità dell'altare maggiore. Le pareti interne sono ricoperte da ex voto, tra cui un gran numero di stampelle. L'altare maggiore, con quattro colonne lisce a base tortile e architrave ad arco spezzato, risale al XVII secolo. Nella nicchia centrale era posta la statua in legno scolpito e dipinto della Madonna, ora conservata nella chiesa parrocchiale di Arnad. Nelle navate laterali si trovano due altari databili al XVIII secolo. Degno di nota è il pulpito in pietra sorretto da colonnine, forse del XVII secolo. In un corpo separato, dietro il santuario, sono affrescati, all'interno delle nicchie, i Misteri del Rosario. Nel piazzale antistante vi sono una croce in pietra e le statue litiche di San Grato e di San Girolamo. In prossimità del sagrato si trovano due grandi edifici costruiti nel XIX secolo per ospitare i pellegrini.
Ogni anno, il 5 agosto vi si celebra la festa della Madonna delle Nevi.
Un'antica leggenda vuole che il Santuario sia stato costruito sul luogo in cui fu rinvenuta la statua lignea della Madonna: secondo tale leggenda, i pastori che l'avevano trovata in un cespuglio la sistemarono subito nell'oratorio del villaggio sovrastante; ma, miracolosamente, il giorno dopo, la statua era di nuovo nel medesimo cespuglio, come ad indicare il luogo prescelto per il sacro edificio
Curiosità
La famiglia di pittori Artari era originaria di Campione d'Italia ed attiva già nel XVII secolo; troviamo discendenti di tale famiglia in molti paesi europei (Svizzera, Germania, Paesi Bassi, Inghilterra). Un suo rappresentante, Maria Luigi Artari, si stabilì in Valle d'Aosta (1832); i suoi tre figli, Alessandro, Augusto ed Antonio, ebbero modo di formarsi alla Accademia Albertina di Torino e di affermarsi poi tra i protagonisti dell'arte sacra in Valle d'Aosta nella seconda metà del XIX secolo. Sono loro gli autori degli affreschi della cupola del santuario (1856).
Guide turistiche non aggiornate[senza fonte] parlano della presenza di altre statue litiche - coeve di quelle, tuttora presenti, di San Grato (patrono della Valle d'Aosta) e di San Girolamo - poste prima dell'arrivo al santuario: esse avrebbero costituito il gruppo mutilo di un Calvario scolpito in pietra nera. Tale gruppo scultoreo, assieme alle nicchie con i Misteri del Rosario, qualifica il santuario di Machaby come abbozzo di Sacro Monte.

Dal sito http://it.wikipedia.org/

PREGHIERA ALLA MADONNA DELLA NEVE

O Maria, donna delle altezze più sublimi,
insegnaci a scalare la santa montagna che è Cristo.
Guidaci sulla strada di Dio,
segnata dalle orme dei Tuoi passi materni.
Insegnaci la strada dell’amore,
per essere capaci di amare sempre.
Insegnaci la strada della gioia,
per poter rendere felici gli altri.
Insegnaci la strada della pazienza,
per poter accogliere tutti con generosità.
Insegnaci la strada della bontà,
per servire i fratelli che sono nel bisogno.
Insegnaci la strada della semplicità,
per godere delle bellezze del creato.
Insegnaci la strada della mitezza,
per portare nel mondo la pace.
Insegnaci la strada della fedeltà,
per non stancarci mai nel fare il bene.
Insegnaci a guardare in alto,
per non perdere di vista il traguardo finale della nostra vita:
la comunione eterna con il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.
Amen!


Educare: far scoprire ai figli la propria vocazione - Lettera n° 7 – Tratta da “Lettere agli amici” su come vivere la fede cristiana di padre Basilio Martin



Cara Chiara, tutte le volte che sei venuta a cena da me con la tua famiglia, mi hai sempre posto degli interrogativi su come educare i tuoi figli alla fede cristiana, su come far - amare loro Gesù e come far apprendere e vivere i suoi insegnamenti, per aiutarli a realizzarsi pienamente. Questa tua preoccupazione, sappi, la trovo in tanti genitori che oggi si trovano a lottare contro una cultura permissiva che non solo ignora, ma cerca in tutti i modi di sradicare dalla famiglia quei valori cristiani che, per secoli, hanno formato - generazioni di giovani dando loro stabilità morale e garantendo la serena convivenza nella società civile. In questa mia lettera cercherò, con il contributo di vari autori, di descriverti alcune regole-base per educare i figli e di evidenziarti i pericoli in cui essi potrebbero incorrere se - esentati da una formazione morale. Prima di tutto ti ricordo che i figli -ho presente in questo momento la creazione di Adamo: “E il Signore Dio formò l'uomo dalla polvere e alitò nelle sue narici un soffio di vita e l'uomo divenne anima vivente” (Gn. 2,27)- sono come una | massa di argilla da modellare: plasmabili da parte dell'educatore”, secondo l'ideale che si è prefisso. Questo dovrebbe essere abbastanza chiaro per ogni genitore. E a questo proposito, ti racconto un piccolo episodio che ho trovato scritto su una rivista missionaria a cui da anni sono abbonato. “Sull'albero della foresta c'era un nido con due piccoli pappagalli. Un giorno, mentre la madre era fuori in cerca di cibo per nutrirli, un cacciatore di passaggio si arrampicò sull'albero per rapire i due pappagalli. Riuscì a prenderne uno solo perché l'altro riuscì a fuggire. Quello catturato fu messo in gabbia e imparò a parlare e a ripetere le frasi del cacciatore; l'altro, starnazzando come poteva qua e là per la foresta, capitò pressò la capanna di un vecchio asceta, il quale lo raccolse, lo portò nel suo eremitaggio e lo allevò con cura. Anche lui, ascoltando quanto diceva l'eremita durante la preghiera, imparò a ripetere le sue lodi e anche le parole d'amore che l'eremita esprimeva nei riguardi dei suoi visitatori. Ora avvenne che un giorno il re, attraversando a cavallo la foresta, si smarri. Capitò vicino all'abitazione del cacciatore; e il pappagallo nello scorgerlo cominciò a gridare: –Prendilo! Dai! Ammazzalo! Il re, impaurito, diede di volta, spronò il cavallo e fuggi da quel luogo. Si trovò per caso davanti all'abitazione dell'asceta. Anche lì c'era un altro pappagallo che nello scorgere si mise a dire: -Oh, poveretto. Entra nella mia cella e ristorati. Meravigliato, il re si accostò alla capanna dell'eremita,lo salutò cortesemente e gli disse: -Non lontano di qui ho trovato un altro pappagallo che mi ha riempito di ingiurie e minacce, mentre questo ha usato verso di me solo parole di cortesia. -Eppure sono fratelli -disse l'eremita. -Come mai dunque tanta differenza di linguaggio? Perché l'uno è buono e l'altro è cattivo? -chiese il re. -I pappagalli non sono né buoni né cattivi -disse l'eremita. - Imparano a ripetere le parole che sentono più spesso. E... non crede Vostra Maestà che sia così anche nel mondo degli uomini?”. Scriveva il vescovo C. M. Martini: “Educare significa talora anche contrariare. Permettere o, peggio, favorire la crescita incontrastata degli istinti negativi della persona, non frenare i capricci, l'aggressività distruttiva e i vizi che la disumanizzano, non correggere i difetti e le pulsioni egoistiche, significa rinunciare alla sua educazione”. “Un bambino è come lo educhi. Se lo abbandoni , nella giungla, diventerà Tarzan”, affermava il giornalista Ferdinando Camon.

LA PREGHIERA È IL NOSTRO TESORO - San Giovanni Maria Vianney



Dal «Catechismo» di san Giovanni Maria Vianney, sacerdote

L'opera più bella dell'uomo è quella di pregare e amare

    Fate bene attenzione, miei figliuoli: il tesoro del cristiano non è sulla terra, ma in cielo. Il nostro pensiero perciò deve volgersi dov'è il nostro tesoro. Questo è il bel compito dell'uomo: pregare ed amare. Se voi pregate ed amate, ecco, questa è la felicità dell'uomo sulla terra.
    La preghiera nient'altro è che l'unione con Dio. Quando qualcuno ha il cuore puro e unito a Dio, è preso da una certa soavità e dolcezza che inebria, è purificato da una luce che si diffonde attorno a lui misteriosamente. In questa unione intima, Dio e l'anima sono come due pezzi di cera fusi insieme, che nessuno può più separare.
    Come è bella questa unione di Dio con la sua piccola creatura! È una felicità questa che non si può comprendere. Noi eravamo diventati indegni di pregare. Dio però, nella sua bontà, ci ha permesso di parlare con lui. La nostra preghiera è incenso a lui quanto mai gradito.
    Figliuoli miei, il vostro cuore è piccolo, ma la preghiera lo dilata e lo rende capace di amare Dio. La preghiera ci fa pregustare il cielo, come qualcosa che discende a noi dal paradiso. Non ci lascia mai senza dolcezza. Infatti è miele che stilla nell'anima e fa che tutto sia dolce.
    Nella preghiera ben fatta i dolori si sciolgono come neve al sole. Anche questo ci dà la preghiera: che il tempo scorra con tanta velocità e tanta felicità dell'uomo che non si avverte più la sua lunghezza. Ascoltate: quando ero parroco di Bresse, dovendo per un certo tempo sostituire i miei confratelli, quasi tutti malati, mi trovavo spesso a percorrere lunghi tratti di strada; allora pregavo il buon Dio, e il tempo, siatene certi, non mi pareva mai lungo.
    Ci sono alcune persone che si sprofondano completamente nella preghiera come un pesce nell'onda, perché sono tutte dedite al buon Dio. Non c'è divisione alcuna nel loro cuore. O quanto amo queste anime generose! San Francesco d'Assisi e santa Coletta vedevano nostro Signore e parlavano con lui a quel modo che noi ci parliamo gli uni agli altri.
    Noi invece quante volte veniamo in chiesa senza sapere cosa dobbiamo fare o domandare! Tuttavia, ogni qual volta ci rechiamo da qualcuno, sappiamo bene perché ci andiamo. Anzi vi sono alcuni che sembrano dire così al buon Dio: «Ho soltanto due parole da dirti, così mi sbrigherò presto e me ne andrò via da te». Io penso sempre che, quando veniamo ad adorare il Signore, otterremmo tutto quello che domandiamo, se pregassimo con fede proprio viva e con cuore totalmente puro.