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sabato 12 settembre 2015

San Giovanni Crisostomo Vescovo e dottore della Chiesa - 13 settembre



Crisostomo”, vale a dire “bocca d'oro”, fu il soprannome dato a Giovanni a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria. Nato ad Antiochia in una data non precisabile tra il 344 e il 354, Giovanni si dedicò agli studi di retorica sotto la direzione del celebre Libanio; pare che questi lo stimasse a tal punto da rispondere a chi gli chiedeva chi volesse come suo successore: “Giovanni, se i cristiani non me lo avessero rubato!” Dopo aver ricevuto il battesimo, Giovanni frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro Vescovo di Tarso: nel gruppo di discepoli che si radunavano attorno a costui imparò a leggere le Scritture secondo il metodo antiocheno, attento alla spiegazione letterale dei testi, e compì i primi passi lungo quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia.
Rientrato in città, fu ordinato diacono dal Vescovo Melezio nel 381 e, cinque anni più tardi, presbitero dal Vescovo Flaviano, che gli fu maestro non solo di eloquenza, ma anche di carità e saldezza nella fede. Furono anni di intensa predicazione: Giovanni commentava le Scritture secondo i principi esegetici della scuola antiochena, aliena da ogni allegorismo e sostanzialmente fedele alla lettera del testo biblico. La predicazione di Giovanni si traduceva sovente in esortazione morale: ora, veniva presa di mira la passione per gli spettacoli che eccitava i cristiani di Antiochia, ora la rilassatezza dei costumi. Con grande zelo esorta a radicare la propria vita di credenti nella conoscenza delle Scritture, a vivere un'intensa vita spirituale senza ritenere che essa sia riservata soltanto ai monaci, a praticare la carità nella cura sollecita per il “sacramento del fratello”. “È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene ... Laici e monaci devono giungere a un'identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).

Nel 397 Giovanni fu chiamato a Costantinopoli quale successore del Patriarca Nettario. Nella capitale dell'impero il nuovo Patriarca si dedicò con grande zelo alla riforma della Chiesa: depose i Vescovi simoniaci, combatté l'usanza della coabitazione di preti e diaconesse, predicò contro l'accumulo delle ricchezze nelle mani di pochi e contro l'arroganza dei potenti, e destinò gran parte dei beni ecclesiastici a opere di carità. Anche a Costantinopoli continua il suo ministero di predicatore della Parola e di operatore di pace. La sua opera di evangelizzazione si estende ai goti e ai fenici. Intransigente quando la fede è minacciata, predica l'amore per il peccatore e per il nemico. “Il popolo lo applaudiva per le sue omelie e lo amava”, afferma lo storico Socrate (Storia ecclesiastica 6, 4).
Tutto questo gli procurò molti amici e molti nemici: amato dai poveri come un padre, fu osteggiato dai potenti, che vedevano in lui una temibile minaccia per i loro privilegi. L'inimicizia nei suoi confronti crebbe con l'ascesa al potere dell'imperatrice Eudossia. Costei, nel 403, con l'appoggio del Patriarca di Alessandria, Teofilo, indisse un processo contro Giovanni e lo fece deportare e condannare all'esilio. Il decreto di condanna fu revocato dopo poco tempo e Giovanni poté rientrare in diocesi, ma solo per pochi mesi. Durante la celebrazione della Pasqua del 404 le guardie imperiali fecero irruzione nella cattedrale della città provocando uno spargimento di sangue; vi furono disordini per diversi giorni. Poco dopo la festa di Pentecoste, Giovanni fu arrestato e nuovamente condannato all'esilio. Per evitare mali ulteriori, il Patriarca lasciò la casa episcopale uscendo da una porta secondaria; si congedò dai Vescovi riuniti in sacrestia e fece chiamare la diaconessa Olimpia e le sue compagne, che conducevano una vita comunitaria a servizio della chiesa nella casa accanto a quella del Vescovo. “Venite, figlie, ascoltatemi. Per me è giunta la fine, lo vedo. Ho terminato la corsa e forse non vedrete più il mio volto” (Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, 10). Con queste parole il padre si accomiata dalle sue figlie spirituali.
Giovanni fece appello al papa Innocenzo I, che ne riconobbe l’innocenza; ma ciò nonostante fu costretto a lasciare Costantinopoli. Alla sua partenza vi furono tumulti in città: venne appiccato fuoco a una chiesa adiacente al palazzo del senato e questo fornì un pretesto alle autorità imperiali per arrestare e perseguitare i seguaci di Giovanni. Questi fu confinato a Cucuso, una piccola città dell'Armenia, ma anche in questo luogo sperduto era raggiunto dalle manifestazioni di affetto dei suoi fedeli, e così i suoi nemici provvidero a farlo partire per una sede ancora più lontana. Avrebbe dovuto raggiungere Pizio, sul Ponto, ma morì lungo il viaggio, a Comana, stremato dalle marce forzate a cui era stato sottoposto. Era il 14 settembre 407.
Gloria a Dio in tutto: non smetterò di ripeterlo, sempre dinanzi a tutto quello che mi accade!” (Lettere a Olimpia, 4). In queste parole troviamo condensata la testimonianza di Giovanni; anche in mezzo alle molte tribolazioni che occorre attraversare per entrare nel regno dei cieli (cf. At 14, 22), Giovanni “Boccadoro” ci insegna a cogliere la luce della risurrezione che già si sprigiona dalla croce e a portare la croce nella luce del Cristo risorto. Allora ogni discepolo può proclamare con gioia: “Gloria a Dio in tutto!”.
Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall'esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell'abside della Basilica Vaticana. Papa Giovanni XXIII pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.


IL CRISTO NEI MISERI E NEI PICCOLI di San Giovanni Crisostomo

Allorché si disprezza il povero, è Cristo che si disprezza; perciò la colpa è enorme. Lo stesso Paolo ha perseguitato il Cristo perseguitando i suoi, ed è per questo ch'egli si sente dire: Perché mi perseguiti? (Atti, 9,4). Ogni qualvolta facciamo l'elemosina, studiamoci di aver le stesse disposizioni d'animo come se dessimo al Cristo stesso, poiché le sue parole sono più degne di fede dei nostri stessi occhi. Quando vedi un povero, ricordati dunque di quelle parole con cui il Cristo ti rivela che è lui che tu puoi soccorrere. Poiché anche se ciò che appare non è lui, tuttavia, sotto quella forma, è lui stesso che mendica e che riceve. Tu arrossisci, allorché senti che il Cristo è mendicante! Arrossisci piuttosto di non dar nulla allorché egli mendica. Lì è la vergogna, lì è la pena e il castigo. Se egli mendica, lo fa per amore, e dobbiamo commuoverci; ma il non dare, è una crudeltà da parte tua. Se tu non credi che trascurando un fratello in miseria, è il Cristo che tu trascuri, dovrai pur crederlo quando ti farà comparire in mezzo ai suoi e dirà: Qualunque cosa non avete fatto ad uno di questi piccoli, non l'avete fatta a me (Mt. 25,45).
* * *
A che serve ornare di vasi d'oro la mensa del Cristo. se proprio lui muore di fame? Comincia col rifocillarlo quand'è affamato, allora potrai decorar la sua tavola col superfluo. Dimmi: se, vedendo qualcuno privo del sostentamento indispensabile, tu lo lasciassi con la sua inedia e andassi ad abbellire la sua tavola con vasi d'oro, te ne sarebbe egli riconoscente? O non piuttosto indignato? O ancora, se vedendolo vestito di cenci e intirizzito per il freddo, tu lo lasciassi senza vesti per erigergli delle colonne d'oro, pretendendo in tal modo di onorario, non direbbe che ti prendi scherno di lui e con la più raffinata ironia?
Confessa a te stesso che così tu agisci verso il Cristo, allorché egli va pellegrino, straniero e senza riparo, e tu, senza riceverlo, decori i pavimenti, le pareti e i capitelli delle colonne. Tu appendi lampadari con catene d'argento, e quando egli è incatenato, tu non vuoi andare a consolarlo. Non dico questo per riprovare questi ornamenti, ma affermo che bisogna fare una cosa senza omettere l'altra; anzi, che bisogna iniziare da questa, dal soccorrere il povero.
Fra voi qualcuno forse dirà: se mi fosse dato di poter ospitare san Paolo, lo farei con grande premura. Ed ecco che ti è possibile accogliere in casa tua il Signore di san Paolo, e tu non lo vuoi! Chiunque accoglierà un piccolino come questo, in nome mio, accoglie me, dice Gesù (Mt. 18,5). Più il fratello è piccolo, più il Cristo è presente in lui. Chi riceve un personaggio lo fa spesso per vanagloria; ma chi riceve un povero lo fa unicamente per amor di Cristo.

Omelia 88 su Mt.: PG 58, 778-779. - Om. 50 su Mt.: PG 58, 509. - Om. 45 sugli Atti: PG 60, 318.

FESTEGGIAMO LA CROCE DI CRISTO di San Giovanni Crisostomo



Oggi il Signore Gesù è sulla croce e noi facciamo festa: impariamo così che la croce è festa e solennità dello spirito. Un tempo la croce era nome di condanna, ora è diventata oggetto di venerazione; un tempo era simbolo di morte, oggi è principio di salvezza. La croce è diventata per noi la causa di innumerevoli benefici: eravamo divenuti nemici e ci ha riconciliati con Dio; eravamo separati e lontani da lui, e ci ha riavvicinati con il dono della sua amicizia. Essa è per noi la distruzione dell'odio, la sicurezza della pace, il tesoro che supera ogni bene.
Grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori della casa del re, perché ne abbiamo trovato la porta; non temiamo più le frecce infuocate del demonio, perché abbiamo scoperto una sorgente d'acqua. Per mezzo suo non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Egli stesso infatti ci dice: lo sono il buon pastore (Gv. 10,11). Grazie alla croce non ci spaventa più l'iniquità dei potenti, perché sediamo a fianco del re.
Ecco perché facciamo festa celebrando la memoria della croce. Anche san Paolo invita ad essere nella gioia a motivo di essa: Celebriamo questa festa non con il vecchio lievito... ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5, 8). E, spiegandone la ragione, continua: Cristo infatti, nostra Pasqua, è stato immolato per noi (1 Cor 5, 7). Capite perché Paolo ci esorta a ,celebrare la croce? Perché su di essa è stato immolato Cristo. Dove c'è il sacrificio, là si trova la remissione dei peccati, la riconciliazione con il Signore, la festa e la gioia. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato per noi. Immolato, ma dove? Su un patibolo elevato da terra. L'altare di questo sacrificio è nuovo, perché nuovo e straordinario è il sacrificio stesso. Uno solo è infatti vittima e sacerdote: vittima secondo la carne, sacerdote secondo lo spirito...
Questo sacrificio è stato offerto fuori dalle mura della città per indicare che si tratta di un sacrificio universale, perché l'offerta è stata fatta per tutta la terra. Si tratta di un sacrificio di espiazione generale, e non particolare come quello dei Giudei. Infatti ai Giudei Dio aveva ordinato di celebrare il culto non in tutta la terra, ma di offrire sacrifici e preghiere in un solo luogo: la terra era infatti contaminata per il fumo, l'odore e tutte le altre impurità dei sacrifici pagani. Ma per noi, dopo che Cristo è venuto a purificare tutto l'universo, ogni luogo è diventato un luogo di preghiera. Per questo Paolo ci esorta audacemente a pregare dappertutto senza timore: Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo, levando al cielo mani pure (1 Tim. 2,8). Capite ora fino a che punto è stato purificato l'universo? Dappertutto infatti possiamo levare al cielo mani pure, perché tutta la terra è diventata santa, più santa ancora dell'interno del tempio. Là si offrivano animali privi di ragione, qui si sacrificano vittime spirituali. E quanto più grande è il sacrificio, tanto più abbondante è la grazia che santifica. Per questo la croce è per noi una festa.

Omelia 1: P.G. 49, 399-401.

PORTATE I PESI GLI UNI DEGLI ALTRI E COSÌ ADEMPIRETE LA LEGGE DI CRISTO di Sant'Agostino



Poiché l’osservanza dell’Antico Testamento si basava sul timore, non si poteva dire più chiaramente che il dono del Nuovo Testamento è la carità come in questo testo, dove l’Apostolo dice: Portate i pesi gli uni degli altri e così adempirete la legge di Cristo. Si capisce bene perché egli parla di questa legge di Cristo: il Signore stesso ci ha comandato di amarci a vicenda, attribuendo così grande importanza a questa sentenza da affermare: Da questo sapranno che siete miei discepoli se vi amate gli uni gli altri. Questo amore impone di portare vicendevolmente i nostri pesi. Ma questo dovere, che non è eterno, condurrà certamente alla beatitudine eterna, dove non ci saranno più quei pesi che ci è comandato di portare scambievolmente. Ma attualmente, durante questa vita, mentre cioè siamo in via, portiamo a vicenda i nostri pesi per poter arrivare a quella vita priva di ogni peso. Come hanno scritto alcuni studiosi di tali materie riguardo ai cervi : quando [questi animali] guadano un corso d’acqua verso un’isola alla ricerca di pascoli, si allineano in modo da porre gli uni sugli altri il peso delle loro teste, appesantite dalle corna, cosicché quello che segue, allungando il collo, posa la testa sul precedente. E poiché è necessario che uno preceda gli altri, senza avere nessuno davanti a sé su cui appoggiare la testa, si dice che facciano a turno: chi precede, affaticato dal peso della testa, retrocede all’ultimo posto e gli succede quello di cui sosteneva la testa, quando esso guidava [il branco]. E così, portando a vicenda i loro pesi, passano il guado fino a raggiungere la terraferma. Salomone alludeva forse alla natura dei cervi, quando diceva: L’amabile cervo e la gazzella graziosa s’intrattengano con te . Niente dimostra tanto bene l’amicizia quanto il portare il peso dell’amico.

venerdì 11 settembre 2015

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 6,43-49 - Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?


 

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo.
L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda.
Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?
Chiunque viene a me e ascolta le mie parole e le mette in pratica, vi mostrerò a chi è simile: è simile a un uomo che, costruendo una casa, ha scavato molto profondo e ha posto le fondamenta sulla roccia. Venuta la piena, il fiume investì quella casa, ma non riuscì a smuoverla perché era costruita bene.
Chi invece ascolta e non mette in pratica, è simile a un uomo che ha costruito una casa sulla terra, senza fondamenta. Il fiume la investì e subito crollò; e la distruzione di quella casa fu grande».

Parola del Signore
Riflessione

Quante volte ci è capitato di entrare in una casa o in un ufficio e trovare delle piante bellissime... ti avvicini... tocchi le foglie e ti accorgi che sono di plastica... che delusione!!!
Immaginiamo allora la scenetta: Gesù che da lassù guarda i Suoi amici ai quali ha donato tutto il Suo amore... e come ringraziamento che cosa ottiene?... persone che si ostinano a rimanere di plastica!!! Belle da vedere... ma alla fine non danno frutti.
A parole siamo dei fenomeni... ma se consideriamo i fatti siamo un po' scarsucci...."...Ma vuoi sapere, o insensato, come la fede senza le opere è senza calore?" (Gc 2, 20).
La vera fede infatti, non si mostra solo in Chiesa... ma in tutti gli aspetti della vita quotidiana. Se decidiamo di stare attaccati alla Croce veramente, i frutti saranno buoni per forza... "Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti i santi quale sia l'ampiezza, la lunghezza, l'altezza e la profondità, e di conoscere l'amore di Cristo che supera ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3, 17-19).
Paolo è molto chiaro: Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, pazienza, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé (Gal 5, 22), ...quindi non abbiamo scuse. Chi ha fiducia in Dio, chi ha deciso di farsi potare dal Signore, chi ha deciso di essere di Cristo, produrrà sempre questi buoni frutti... non solo, prima o poi diventerà una roccia anche per gli altri. E se tante persone ci vedono come degli alberi rinsecchiti non lasciamoci condizionare... Quante volte infatti abbiamo visto un alberello piccoletto e storto con tanti frutti che sta di fianco a un albero enorme ma che ha solo foglie? Tante volte... e ci siamo pure stupiti... questa è l'ironia di Dio!!!
Però ci sono anche alberi belli frondosi che hanno dei frutti megagalattici, ma dentro hanno solo il verme. Queste piante sono forse quelle persone che fanno... fanno... fanno... e non finiscono mai di fartelo notare, e così le opere apparentemente buone vengono rosicchiate dal verme della vana gloria del proprio "IO". Questa non è l'ironia di Dio... ma del diavolo!!! Infatti, come dice San Paolo: "la carità non si gonfia e non si vanta".
Il rimprovero di Gesù: "Perché mi invocate: “Signore, Signore!” e non fate quello che dico?"... Io lo trovo terribile!!! Ma, come al solito, Lui ha ragione... Sappiamo ogni cosa ma, chissà perché, facciamo sempre il contrario!!!
Prendiamo dalle Sue parole solo quello che ci garba e quello che ci disturba lo accantoniamo, come se fosse un surplus. Invece sono proprio le parole che ci scocciano che ci devono far riflettere. E se le Parole di Dio non entrano nel nostro cuore e non ci dicono niente, significa che stiamo perdendo tempo. Insomma, siamo di plastica!!! Il frutto dimostra come è coltivato l'albero, così la parola rivela il sentimento dell'uomo” (Sir 27, 6).
Meditare la Parola di Dio, metterla in pratica, non è facile e richiede tanto tempo e sacrifici da parte nostra. Ma una volta fatto un po' di allenamento viene quasi spontaneo abbandonarsi a Lui e crederGli. Credere che Cristo vuole solo il nostro bene, credere che Lui desidera essere nostro amico, credere che solo Lui può guarirci dalle nostre sozzure... "...e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli" (Mt 16 , 19). Cosa aspettiamo allora per una vera conversione del cuore? La vita può essere breve, noi non lo sappiamo... Mi viene in mente un passo della dolcissima Teresina di Lisieux in Storia di un'anima al n° 125: «La vita è la tua nave e non la tua dimora». Già da piccolissima ritrovavo coraggio in questo verso; ancora oggi, nonostante gli anni che cancellano tante impressioni di pietà infantile, l’immagine della nave affascina l’anima mia e l’aiuta a sopportare l’esilio. Anche la Sapienza dice che: «La vita è come la nave che rompe le acque agitate e non lascia dietro sé traccia del proprio passaggio». Quando penso a queste cose, l’anima mia s’immerge nell’infinito, mi sembra già di toccare la riva eterna”.
Lasciamoci amare da Gesù e, una volta afferrati da Lui, tutto quello che succederà: tribolazioni, inconvenienti, derisioni, sofferenze anche fisiche, avranno un peso diverso e, come dice p. Livio Fanzaga in “Gesù ci insegna a vivere”: “La salvezza che Gesù ci offre non è l'esenzione delle bufere della vita, che non vengono risparmiate a nessuno, ma è la forza che Egli dà per affrontarle. Lo stolto, che respinge l'unica mano che può sorregerla, non può che piangere sulle rovine della sua esistenza”.
Chiediamo allora al buon Dio di rafforzare la nostra piccola fede... e proviamo a dimostrarGli che il sacrificio di Suo figlio non è stato inutile.
Pace e bene

mercoledì 9 settembre 2015

Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Colossési -Col 3, 12-17 - Rivestitevi della carità.





Col 3, 12-17
 Fratelli, scelti da Dio, santi e amati, rivestitevi di sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, sopportandovi a vicenda e perdonandovi gli uni gli altri, se qualcuno avesse di che lamentarsi nei riguardi di un altro. Come il Signore vi ha perdonato, così fate anche voi.
Ma sopra tutte queste cose rivestitevi della carità, che le unisce in modo perfetto. E la pace di Cristo regni nei vostri cuori, perché ad essa siete stati chiamati in un solo corpo. E rendete grazie!
La parola di Cristo abiti tra voi nella sua ricchezza. Con ogni sapienza istruitevi e ammonitevi a vicenda con salmi, inni e canti ispirati, con gratitudine, cantando a Dio nei vostri cuori. E qualunque cosa facciate, in parole e in opere, tutto avvenga nel nome del Signore Gesù, rendendo grazie per mezzo di lui a Dio Padre.

Parola di Dio

Riflessione

In un cuore dove abita la pace ci stanno solo sentimenti di tenerezza, di bontà, di umiltà, di mansuetudine, di magnanimità, di sopportazione, di riconoscenza, ma sopratutto di carità che, come ottimo bostik, unisce tutti questi sentimenti in modo praticamente perfetto... e noi siamo molto fortunati, perché abbiamo un modello magnifico da imitare... il nostro Gesù.
Paolo oggi ci aiuta a capire come dovremmo comportarci con i fratelli che Dio ci ha messo e ci mette continuamente vicino. Noi, che siamo stati scelti da Dio, siamo responsabili di ogni fratello e il nostro modo di comportarci influisce in modo positivo o negativo sulla loro vita...Chi invece scandalizza anche uno solo di questi piccoli che credono in me, sarebbe meglio per lui che gli fosse appesa al collo una macina girata da asino, e fosse gettato negli abissi del mare”  (Mt 18, 6).
Se il nostro cuore è colmo di carità, quello che trasmetteremo sarà il frutto di questo amore... trasmetteremo l'amore di Gesù, trasmetteremo Gesù...
Certo, nella nostra società non è facile portare pazienza con chi non fa altro che crearci problemi... non è facile sopportare le persone moleste... non è facile perdonare chi continua a farci del male, chi continua a pugnalarci alle spalle, chi continua a essere con noi una persona “double”...
Ma quando tutto questo ci sembra difficile proviamo a pensare al nostro Gesù e riflettiamo su quanto Lui ci sopporta... quante volte Lui perdona le nostre continue infedeltà, se dovesse usare lo stesso nostro metro saremmo spacciati... tutti!!! In questo mondo, Gesù sarebbe un pessimo sarto!!!
Parlate e agite come persone che devono essere giudicate secondo una legge di libertà, perché il giudizio sarà senza misericordia contro chi non avrà usato misericordia” (Gc 2, 12-13)... E' un'affermazione da brivido!!! E a dire il vero mi inquieta un pochetto... Dunque, non abbiamo scuse... siamo avvisati!
Certo che la condizione del nostro cuore è un vero disastro, siamo dei malati cronici!!!...
Non ci rendiamo inoltre conto che il nostro modo di comportarci e di parlare rileva lo stato di salute della nostra anima... Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano” (Ef 4, 29).
Ma noi siamo talmente presuntuosi e stolti che siamo convinti di cavarcela in barba a tutti, anche a Dio... come se non vedesse e non conoscesse il nostro cuore...
Ci sono poi molte persone capaci di dire tante belle parole, ma in realtà il loro cuore è lontano anni luce da Gesù e dal suo amore: "Questo popolo mi onora con le labbra ma il suo cuore è lontano da me" (Mt 15, 8)... Dobbiamo imparare a discernere... dobbiamo chiedere a Dio di darci più fede e più luce… perché solo la luce di Dio può farci distinguere il vero dal falso. E se non sappiamo dire niente di edificante è meglio metterci un cerotto sulla bocca...
Chiediamo al buon Dio di aiutarci perché il nostro parlare esprima solo le cose Sue... ma sopratutto, rendiamogli grazie in ogni circostanza...Sia dunque che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio” (1 Cor 10, 31)... Questo però lo possiamo fare solo se riconosciamo di essere piccoli, se riconosciamo che ogni cosa la dobbiamo solo ed esclusivamente a Lui. Vogliamo poi parlare della riconoscenza? Paolo oggi ci dice: Siate riconoscenti!... La cosa triste è vedere invece che la parola “grazie” è oramai fuori moda... non si dice più grazie a Dio, non si dice più grazie a nessuno... e questo non è altro che una mancanza nei confronti dell'Amore... Sembra quasi che tutto ci sia dovuto e dire “grazie” una volta, basta e avanza...
Ma che bello invece ringraziare!!! Quando si dice grazie a un fratello si dice grazie a Gesù... è grazie a Lui se quel fratello ci ama, se quel fratello ha compassione di noi, se quel fratello ha misericordia di noi, se quel fratello ci sorride, se quel fratello ci aiuta, se quel fratello è buono con noi... E' Gesù che permette tutto questo e quindi non ci si deve mai stancare di dire grazie. Ma attenzione... non bisogna ringraziare soltanto per le cose belle che ci succedono, ma anche per le situazioni che noi pensiamo ingiuste o brutte... Allora, io dico grazie al mio Gesù non solo per le tante grazie che continua a darmi ogni giorno, ma anche per tutte le avversità che sto attraversando... grazie anche per le persone antipatiche, grazie per i tanti disturbatori, grazie a chi mi mette i bastoni tra i piedi e grazie per le persone poco caritatevoli che incontro ogni giorno... Grazie a loro, le virtù della pazienza, della forza e della misericordia crescono a vista d'occhio. Come non ringraziare allora per queste persone o per questi momenti di disagio? Forse molti pensano di annientarmi e di farmi del male, ma non hanno capito niente... Il buon Dio mi sta facendo diventare una Santa... la Santa delle porte chiuse, ma sempre una Santa!!!...
Poniamoci allora la domanda: "Ma noi che diciamo di essere cristiani praticanti, abbiamo un vero rapporto con Gesù?". La risposta ci è data se, quando guardiamo un fratello di fede, contempliamo il Signore nostro. Se non vediamo Lui, mi sa che il nostro cristianesimo è solo “buccia”...
Mi viene in mente una storiella che ho sentito raccontare da padre Marko Rupnik, mi ha fatto morire dal ridere... forse a qualcuno un po' meno... Comunque: una suora era andata dall'oculista con gli occhi così stanchi, ma così stanchi, che il medico non ne aveva mai visti di così stanchi; allora, meravigliato, le ha chiesto che lavoro facesse... La suora rispose: cerco ogni giorno di vedere nella madre superiora Gesù Cristo... Poveretta... si era quasi accecata!!!
Questa storiella ci deve far riflettere... e spingerci ad avere dei sentimenti non contrari al bell'elenco che Paolo fa nella lettera di oggi. Teniamolo sempre a mente: le parole che escono dalla nostra bocca devono essere in sintonia con il ritmo del corpo; comportamenti e parole devono danzare in armonia perfetta. Solo allora sprigioneranno il profumo di Cristo. Se una persona infatti dice delle belle parole, ma i suoi gesti non sono dolci e soavi, trasmettono solo nervosismo, e ciò significa che non sono parole buone, che non sono parole vere, che nel cuore non c'è veramente Dio.
Anche una semplice carezza, un semplice sorriso, un semplice abbraccio... a seconda di come sono fatti, rivelano se il cuore è limpido o no... Ha ragione come sempre Gesù... tutto quello che è brutto viene da dentro e contamina tutto il corpo. Fariseo cieco, pulisci prima l'interno del bicchiere, perché anche l'esterno diventi netto!(Mt 23, 26).

Pace e bene

BEATO PIETRO BONHOMME (1803 – 1861) SACERDOTE E FONDATORE DELLA CONGREGAZIONE DELLE SUORE DI NOSTRA SIGNORA DEL CALVARIO - Beatificazione: 23 marzo 2003 - Festa: 9 settembre



Dubbi sulla propria vocazione? Incertezze sul proprio futuro? Profonde titubanze sulla propria chiamata al sacerdozio? Chiedetelo a Pierre Bonhomme, beatificato da Giovanni Paolo II° il 23 marzo 2003, lui che di incertezze ne ha avute più di una, combattuto com’era tra l’indiscutibile chiamata al sacerdozio e l’inclinazione notevole al gioco, allo svago ed al divertimento.
PIETRO BONHOMME nacque a Gramat, nella diocesi di Cahors, Francia, il 4 luglio 1803, da Giuseppe Bonhomme e Antonietta Darnis. Al battesimo, nello stesso giorno, ricevette il nome di Pietro. Trascorse l'infanzia in una famiglia di tradizione perfettamente cristiana. Negli anni 1807-1812 venne educato ed istruito dall'istitutrice Rosa Laval di Gramat, dimostrando facilità nello studio ed un certo amore alla semplicità di vita. Negli anni 1812-1815 studiava sotto la direzione del rettore di Notre-Dame, Abbé Pru­niéres, che lo preparò anche alla Prima Comunione che ricevette il 25 dicembre 1813. Già in questi anni dimostrò un profondo sentimento religioso, indiriz­zando anche la sorella Elisabetta, nata nel 1807, verso un elevato spirito di pietà, tanto che ambedue durante le passeggiate volentieri recitavano il rosario.

Dal 1815 al 1818 Bonhomme frequentava la scuola presbiterale di Reilhac, quindi nel novembre 1818 fu accolto nel Seminario Minore di Montfaucon, dove rimase fino al giugno 1823, attirandosi la stima dei maestri come dei discepoli. All'età di 20 anni entrò nel collegio reale di Cahors per studiare lettere, dove nel 1824 conseguì il diploma di Baccelliere. I1 2 novembre di quello stesso anno passò al Seminario Maggiore di Cahors, dove rimase fino al suddiaconato che ricevette il 2 febbraio 1827.

Non potendo ricevere il diaconato subito, per non aver raggiunto l'età canonica, chiese col permesso del vescovo al Ministero dell'Istruzione Pubblica il titolo di «Maître de pension » per poter aprire una scuola a Gramat. Ricevuto il diaconato, il 22 settembre 1827, a Montauban, aprì in ottobre a Gramat una scuola per gli studi primari e secondari. Ordinato sacerdote, il 23 dicembre a Cahors, continuò per 10 anni la direzione della sua scuola, preoccupandosi di avere ottimi docenti, sia religiosi che laici, e di formare non soltanto buoni cittadini, ma anche di suscitare una chiara predisposizione tra i giovani verso il sacerdozio. Per questo, nel 1831, diede vita a Praysac ad una scuola prepara­toria per inviare gli allievi al seminario minore di Montfaucon.

martedì 8 settembre 2015

IL CAMMINO SPIRITUALE DELLE BEATITUDINI ( Lc 6, 17.20-26 ) di don Fernando Maria Cornet




Il discorso che abbiamo ascoltato dal Vangelo di Luca (6, 17.2026), non deve essere confuso con l’altro discorso di Cristo sulla montagna che riporta il Vangelo di Matteo (5, 1-12). Per due volte, infatti, ha pronunciato il Signore questo discorso, e tra i due ci sono delle differenze. Quello di Matteo, accade sulla montagna, è rivolto alla folla che ascoltava, è composto di nove beatitudini ed è seguito da una lunga spiegazione della Nuova Legge, non avendo ancora il Signore scelto i Dodici (Mt 10, 1-4). Questo invece di Luca, accade alla discesa della montagna, dopo aver scelto i Dodici (Lc 6, 12-16), e in luogo pianeggiante dove aveva guarito molti ammalati e posseduti dagli spiriti immondi (Lc 6, 18-19). Non è un discorso alla folla che era lì, ma ai suoi discepoli, ed è composto di quattro beatitudini e quattro maledizioni in perfetto parallelo. Che ci siano delle somiglianze con il famoso discorso della montagna di Matteo non ci deve portare a considerare questo di Luca come un riassunto dell’altro, No. Sono due discorsi diversi.
Il primo punto che possiamo considerare è il destinatario del discorso. Il testo del Vangelo distingue tre classi di personaggi presenti accanto a Cristo: i Dodici, a cui aveva chiamato poco prima con il nome di Apostoli (Lc 6, 13), poi c'era anche una gran folla dei suoi discepoli (Lc 6, 17), e poi una moltitudine di gente venuta da diverse regioni (Lc 6, 17).
Alzati gli occhi verso i suoi discepoli, Gesù diceva... (Lc 6, 20). Questi sono i destinatari delle sue parole: i discepoli. Non sono i Dodici Apostoli, né la moltitudine del popolo, ma proprio i discepoli. Gli Apostoli furono scelti tra i discepoli (Lc 6, 13); non lasciarono di essere discepoli, ma cominciarono a essere Apostoli. La loro condizione apostolica non nega la loro condizione di discepoli di Cristo. Tutti gli Apostoli sono discepoli, ma non tutti i discepoli sono Apostoli: soltanto quei dodici che scelse il Signore. La moltitudine di gente era chiamata, secondo il disegno divino, a diventare poi anch'essa discepolo di Cristo. Ancora non sono discepoli, ma poi dovranno esserlo.

SERMONE PER LA NATIVITÀ DI MARIA SANTISSIMA di Bernardo di Chiaravalle





Nel Cielo si gode per la presenza della Vergine Madre, la terra ne venera la memoria. Lassù visione di tutta la sua grandezza, qui il ricordo di lei; là vi è la sazietà, quaggiù come una piccola pregustazione di primizie; lassù la realtà, quaggiù il nome. Signore, dice, il tuo Nome è per sempre, e il tuo ricordo di generazione in generazione (Sal 134, 13). Generazione e generazione, di uomini, s’intende, non di angeli. Vuoi sapere che il suo nome e la sua memoria è tra noi, e la sua presenza è in cielo? Così pregherete, dice il Signore: Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo Nome (Mt 6, 9). Preghiera fedele, che fin dall’inizio ci fa sapere che noi siamo figli adottivi di Dio, ancora pellegrini sulla terra, affinché sapendo che fino a quando non saremo in cielo, e saremo pellegrini lontani dal Signore, gemiamo interiormente, aspettando l’adozione a figli, cioè la presenza del Padre. Ben a proposito il Profeta, parlando di Cristo, dice: Spirito è davanti alla nostra faccia il Cristo Signore. All’ombra di lui vivremo tra le genti (Lam 4, 20). Tra i beati del cielo invece non si vive all’ ombra, ma piuttosto nello splendore. Tra i santi splendori, dice il Salmo, dal seno dell’aurora, come rugiada, io ti ho generato (Sal 109, 3). Questo dice il Padre.

Ma la Madre ha generato quel medesimo splendore, però nell’ombra, quella stessa ombra con cui l’Altissimo l’adombrò. A ragione canta la Chiesa, non la Chiesa dei Santi che è lassù nello splendore, ma quella che nel frattempo è pellegrina sulla terra: All’ombra di colui che ho bramato, mi sono seduta, e dolce è il suo frutto al mio palato (Ct 2, 3). Aveva chiesto che le fosse indicata la luce meridiana dove pasce lo sposo; ma dovette contentarsi dell’ombra in luogo della luce piena, e ricevere per il momento un assaggio invece della sazietà. Infine non dice: «Sotto l’ombra di lui che (l’ombra) avevo desiderata, ma mi sono seduta all’ombra di lui (lo sposo) che avevo desiderato. Non aveva cercato l’ombra di lui, ma lui stesso, il vero meriggio, luce piena da luce piena: È il suo frutto, continua, è dolce al mio palato, come dicesse: al mio gusto. Fino a quando da me non toglierai lo sguardo e non mi permetterai di inghiottire la mia saliva? (Gb 7, 19) Fino a quando si continuerà a dire: Gustate e vedere come è soave il Signore? (Sal 33, 9) Certamente è soave al gusto e dolce al palato, per cui ben a ragione anche (solo) per questo prorompe in parole di ringraziamento e di lode.

domenica 6 settembre 2015

IL SEGRETO DEL VANGELO di Marie Dominique Molinié o.p.



Qualcuno ha un grande interesse a vederci perseverare nei nostri errori e nelle nostre tenebre, quindi ci permette tutto quello che vogliamo (in una certa misura perfino la virtù) purché perseveriamo, cioè purché induriamo il nostro cuore. Questo indurimento, di cui la Scrittura parla di continuo, è qualcosa di anormale, di misterioso e di temibile che non siamo in grado di fronteggiare. Dovrebbe essere facile convertirsi, lasciarsi fare, lasciarsi invadere dalla luce dello Spirito Santo, ma... qualcuno si aggira attorno a noi, e specialmente attorno a noi cristiani! Una cosa lo attira: Dio. A modo suo, è assetato di Dio. L'incontro con Gesù Cristo lo scatena, perciò si aggira soprattutto attorno a coloro che vivono per questo incontro. Il suo unico desiderio è che noi rifiutiamo di capire, che i nostri occhi non si aprano alla luce della Salvezza. Anche coloro che hanno già intravisto ed accolto tante luci, non sono al riparo da questo pericolo: corrono il rischio di non sospettare che tutto resta da scoprire.
Il demonio ci permetterà molti risultati in ogni campo, favorirà addirittura alcune delle nostre qualità, purché i nostri occhi non si aprano; invece è solo quando i nostri occhi si aprono che ci viene dato tutto senza limiti.
Non dobbiamo credere troppo presto di aver capito. Sarebbe probabilmente il segno che abbiamo sostituito al Vangelo una nostra religione. Presentiamoci alla Parola come bambini ignari di tutto, i quali sentono che i propri sforzi sono insufficienti a far aprire loro gli occhi. Gli sforzi umani sono necessari (non bisogna tentare Dio) ma, dopo, tutto resta da fare. Gli sforzi umani sono fruttuosi solo se capiamo e accettiamo questo fatto.
Dovremmo leggere il Vangelo in modo totalmente disteso, come si legge un romanzo, lasciandoci impressionare da questa luce come una lastra sensibile.
Oggi si parla molto di kerigma, parola dotta per designare una cosa essenziale ma anche semplicissima che Cristo, con molta insistenza, ha detto inaccessibile ai sapienti e agli intelligenti; la troviamo nel Vangelo dove aleggia un certo segreto, un qualcosa che gli uomini non conoscono e che Gesù Cristo cerca di farci intuire: le Beatitudini, il Regno dei Cieli, la porta stretta...
Ed è a questo punto che ritroviamo il demonio, perché questo segreto lo scatena; egli fa di tutto perché non lo capiamo, anche se ne parliamo sapientemente. Siamo suoi complici perché le nostre opere sono malvagie: colui le cui opere sono malvagie, non ama la luce (cf. Gv 3, 19).
La lotta tra Cristo e i farisei è grave perché sono due religioni che si affrontano, e non vi è pietà per il vinto. Non vi è pietà per Cristo: i farisei hanno riconosciuto che era un uomo grande, forse un profeta, ma non hanno potuto accettare la sua dottrina. Colui che condanna il pensiero di Dio finisce col condannare Dio stesso. Quando il pensiero di Dio gli si presenta troppo chiaramente, condanna le sue opere e il suo pensiero; allora, messo con le spalle al muro, egli è costretto a condannare Dio per non cedere: è il peccato contro lo Spirito Santo.
L’aristocrazia dei peccatori