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giovedì 8 ottobre 2015

Dal Vangelo secondo Luca Lc 11, 15-26 - Se io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.




Lc 11, 15-26
In quel tempo, [dopo che Gesù ebbe scacciato un demonio,] alcuni dissero: «È per mezzo di Beelzebùl, capo dei demòni, che egli scaccia i demòni». Altri poi, per metterlo alla prova, gli domandavano un segno dal cielo.
Egli, conoscendo le loro intenzioni, disse: «Ogni regno diviso in se stesso va in rovina e una casa cade sull’altra. Ora, se anche Satana è diviso in se stesso, come potrà stare in piedi il suo regno? Voi dite che io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl. Ma se io scaccio i demòni per mezzo di Beelzebùl, i vostri figli per mezzo di chi li scacciano? Per questo saranno loro i vostri giudici. Se invece io scaccio i demòni con il dito di Dio, allora è giunto a voi il regno di Dio.
Quando un uomo forte, bene armato, fa la guardia al suo palazzo, ciò che possiede è al sicuro. Ma se arriva uno più forte di lui e lo vince, gli strappa via le armi nelle quali confidava e ne spartisce il bottino.
Chi non è con me, è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde.
Quando lo spirito impuro esce dall’uomo, si aggira per luoghi deserti cercando sollievo e, non trovandone, dice: “Ritornerò nella mia casa, da cui sono uscito”. Venuto, la trova spazzata e adorna. Allora va, prende altri sette spiriti peggiori di lui, vi entrano e vi prendono dimora. E l’ultima condizione di quell’uomo diventa peggiore della prima».

Parola del Signore


Riflessione

Povero Gesù, oggi viene accusato da alcuni di essere un dipendente di Beelzebùl... e altri, per metterlo alla prova, gli chiedono un segno. Meno male che non ha dato loro retta, altrimenti penso che li avrebbe fulminati all'istante!!!... Il sospetto e la maldicenza annebbiano la vista di tante persone che vedono il male dappertutto e lo amplificano pure; così non sono attente e non vedono i tanti segni meravigliosi che Dio sparge ovunque, fuori e dentro di noi. Ma noi, come al solito, vogliamo sempre qualcosaltro... e Dio, come al solito, ci dà cose diverse da quelle che vorremmo, perché?... Gesù non è un “bastian contrario”, ma semplicemente vede meglio di noi, e sa qual è il nostro vero bene.
Quindi, di segni, Gesù ce ne da in abbondanza, ma siamo noi che non vogliamo capire, siamo noi che non vogliamo vedere, siamo noi che ci accontentiamo di poco, troppo poco... Gesù vuole darci ben altro... Gesù vuole darci qualcosa che non passa con la moda del momento, vuole darci qualcosa che sazia la nostra fame di felicità, vuole darci qualcosa che dura in eterno, vuole salvarci dall'inquinamento che abbiamo dentro e che ci porterebbe inesorabilmente alla morte.
Gesù oggi ci da un consiglio e anche un avvertimento. Dobbiamo stare prima di tutto dalla parte del più forte, che non è il mondo con le sue gioie momentanee, ma è Lui... E' solo con Lui che potremo diventare delle belle persone, è solo con Lui che potremo vincere il male, è solo con Lui che potremo spargere il profumo dell'altra vita, è solo stando con Gesù che potremo raccogliere i doni riservati ai Suoi fedeli amici... il vero amore, la vera pace, la vera gioia, la vita eterna.
L'avvertimento di Gesù poi è molto duro... E' come se ci dicesse: "State attenti a non confidare troppo in voi stessi, perché quando siete convinti di aver allontanato le tenebre da voi, è allora che il demonio si scatena"...
Chiediamo allora al buon Dio di aumentare la nostra fede, perché possiamo abbandonarci senza paura e senza riserve alla Sua Provvidenza e alla Sua Misericordia. Chiediamogli di aiutarci nelle tentazioni, che non diminuiscono, anzi crescono man mano che aumenta il nostro amore verso di Lui. Ma sopratutto chiediamo alla Santa Vergine, nostra Madre, Lei che è abilissima a schiacciare la testa del serpente, di proteggere la porta del nostro cuore e di far scattare l'allarme quando cerca di insinuarsi qualche brutto pensiero, perché il Tesoro che abbiamo nel cuore è talmente prezioso!!!... Dobbiamo perciò molto vigilare se non vogliamo che ci venga portato via dal Nemico. Chi meglio della Madonna può proteggere questo Tesoro, Lei che lo ha custodito per nove mesi nel grembo e ora stà accanto a Lui nella gloria? Se noi portiamo Gesù nel cuore, Lei ci proteggerà sempre, vedrà subito se siamo in pericolo e abbiamo bisogno di Lei. Avere Gesù nel cuore, insieme a sua Madre, è come avere un gps collegato, non a un navigatore della terra, ma a un navigatore che conduce al Cielo, non c'è pericolo di sbagliare strada, tutto è sotto controllo, non credete?...
Pace e bene

La mia unica speranza è Gesù e dopo Gesù la Vergine Maria



Madre del santo amore, vita, rifugio e speranza nostra, tu ben sai che al tuo Figlio Gesù Cristo non è bastato farsi nostro perpetuo avvocato presso l'eterno Padre, ma ha voluto che anche tu t'impegni presso di lui per impetrarci le divine misericordie.
Egli ha disposto che le tue preghiere contribuiscano alla nostra salvezza e ha dato loro tanta potenza che ottengono tutto ciò che domandano.
Perciò mi rivolgo a te, speranza dei miseri, io misero peccatore. Io spero, Signora, di potermi salvare per i meriti di Gesù Cristo e poi per la tua intercessione.
Io ho questa fiducia, la ho talmente che se la mia salvezza eterna stesse nelle mie mani, la metterei nelle tue, poiché mi fido più della tua misericordia e protezione che di tutte le mie opere.
Madre e speranza mia, non mi abbandonare, come meriterei. Guarda le mie miserie, muoviti a pietà, soccorrimi e salvami.
Tante volte, lo confesso, con i miei peccati ho chiuso la porta ai lumi e agli aiuti che tu mi hai procurato dal Signore.
Ma la pietà che tu hai verso i poveri peccatori e la potenza che hai presso Dio superano il numero e la gravità di tutti i miei demeriti.
Il cielo e la terra sanno che chi è protetto da te certamente non si perde. Si dimentichino dunque tutti di me, purché non te ne dimentichi tu, Madre di Dio onnipotente.
Dì a Dio che io sono tuo servo, digli che tu mi difendi e sarò salvo.
O Maria, io mi fido di te; in questa speranza vivo e in questa voglio e spero morire dicendo sempre: " La mia unica speranza è Gesù e dopo Gesù la Vergine Maria ".

S. Alfonso Maria de' Liguori

Beato Giovanni Enrico Newman Cardinale - Londra, Regno Unito, 21 febbraio 1801 – Birmingham, Regno Unito, 11 agosto 1890 - Tema: Anglicanesimo - Conversione - Chiesa cattolica




U n Pastore presbiteriano americano, convertito al cattolicesimo nel 1990, si sentì un giorno obiettare: «Lei si è fatto cattolico per il denaro. – No, non per il denaro, rispose, ma per le ricchezze!» Un altro Pastore, convertito poco più tardi, precisa quest'affermazione: «Noi convertiti siamo stati arricchiti al di là delle nostre speranze!... L'angoscia patita non è degna di paragone con le ricchezze acquisite: la Santa Eucaristia, il Papa, il Magistero, i sacramenti, Maria, i santi – lo splendore di Cristo riflesso nella sua Chiesa. Tutto ormai io reputo una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo, mio Signore (Fil. 3, 8)». Nel corso della storia, sono numerosi coloro che, nati fuori della vera Chiesa di Cristo, sono riusciti, con l'aiuto della grazia, a trovare la via della verità totale. Fra di essi, Giovanni Enrico Newman occupa un posto eminente.
Nato il 21 febbraio 1801, il giovane Giovanni Enrico, figlio di un banchiere londinese, riceve dalla madre, discendente da protestanti francesi, un'educazione religiosa totalmente impregnata di calvinismo. Pieno di prevenzioni contro il cattolicesimo, crede fermamente che il Papa sia l'Anticristo. Tuttavia, a quindici anni, mentre inizia gli studi presso la scuola superiore di Ealing, vicino a Londra, avviene nel suo spirito un serio mutamento, grazie ad una luce venuta dall'alto. «Per la prima volta, scrive, risentii l'influenza di un credo determinato, e fui conscio di quel che è un dogma, impressione che, grazie a Dio, non si è mai cancellata nè offuscata». Inoltre, un'idea di divergenza con il protestantesimo s'insinua in lui: si sente chiamato da Dio a vivere nel celibato. Pertanto, scartando qualsiasi pensiero di matrimonio, si risolve a vivere celibe e ad abbracciare la carriera ecclesiastica nella Chiesa anglicana.
Primo vicario di Cristo

SENTIRE IN PROFONDITÀ QUELLO CHE CRISTO HA SOFFERTO PER NOI - Beato John-Henry Newman




Se non abbiamo un vero amore per Cristo, non siamo suoi veri discepoli; non possiamo amarlo senza nutrire una profonda e sentita gratitudine nei suoi confronti; ma non potremmo provare una vera gratitudine se non sentissimo in profondità quello che lui ha sofferto per noi. Dico che ci sembra impossibile, considerando attentamente le cose, che qualcuno possa giungere all'amore di Cristo senza provare nessuna pena, nessuna angoscia, al pensiero dei crudeli dolori che lui ha sofferto, senza sentire nessun rimorso per aver contribuito a causarli con i propri peccati.
So benissimo  e vorrei che voi, fratelli, non lo dimenticaste mai - che il sentimento non basta; che non basta semplicemente sentire senza far altro; che provare dolore per le sofferenze di Cristo, e tuttavia non giungere fino a obbedirgli, non significa amarlo veramente, ma farsi beffa di lui. Il vero amore sente rettamente e agisce rettamente; ma come l'ardore dei sentimenti non accompagnato da una condotta religiosa è una sorta di ipocrisia, così un onesto comportamento privo di sentimenti profondi è, sì, una forma di religione, ma molto imperfetta...
Nell'Apocalisse si dice: Ecco, viene con le nubi; e ogni occhio lo vedrà, anche quelli che l'hanno trafitto; e su di lui faranno lamento tutte le tribù della terra (1, 7). Un giorno, fratelli miei, noi risorgeremo: ciascuno di noi sorgerà dalla sua tomba e vedrà Gesù Cristo. Vedremo colui che fu appeso alla croce, vedremo le sue ferite, vedremo 'le piaghe delle sue mani, dei suoi piedi, del suo costato. Vogliamo essere tra quelli che, allora, piangeranno e si lamenteranno, o tra quelli che proveranno gioia? Se non vogliamo piangere quando lo vedremo, dobbiamo rattristarci ora al pensiero di lui. Prepariamoci a incontrare il nostro Dio; tutte le volte che possiamo farlo, mettiamoci alla sua presenza; cerchiamo con l'immaginazione di vedere la croce, di vedere lui appeso alla croce. Avviciniamoci, supplichiamolo di guardarci come ha guardato il ladrone pentito; diciamogli: Signore, ricordati di me, quando sarai giunto nel tuo regno (Lc. 23,42)..., cioè: «Ricordati di me, Signore, nella tua misericordia. Non ricordare i miei peccati, ma la tua croce: ricordati delle tue sofferenze, ricordati che hai sofferto per me, peccatore. Nell'ultimo giorno ricordati che io, durante la mia vita, ho sentito le tue sofferenze, che ho sofferto sulla mia croce accanto a te. Ricordati di me allora, e fa' che adesso io mi ricordi di te».

VEGLIARE CON CRISTO del Beato John-Henry Newman




La parola vegliare va studiata da vicino; occorre studiarla perché il significato non è tanto ovvio quanto si direbbe a prima vista, ed anche perché la Scrittura la usa con insistenza. Noi non dobbiamo solo credere, ma anche essere vigilanti; non solo amare, ma vegliare; non basta ubbidire, ma occorre vigilare. Ma perché dunque vegliare? Per questo grande avvenimento: la venuta di Cristo...
Ma che significa allora vegliare?
Mi pare ,di poterlo spiegare così. Sapete quale sia, umanamente parlando, il sentimento di chi aspetta un amico, ne spia la venuta mentre quello ritarda? Sapete cosa significhi trovarsi in una compagnia poco piacevole, desiderare vivamente che il tempo voli e che scocchi l'ora in cui sarete libero? Avete mai provato cosa sia l'ansia per qualcosa che dovrebbe accadere e che può verificarsi o no, oppure l'essere in attesa di qualche avvenimento importante che vi fa venire il batticuore appena ve lo ricordano e che è la prima cosa a cui pensate nello svegliarvi? Sapete cosa voglia dire avere un amico lontano, aspettare sue notizie, 'Chiedersi un giorno dopo l'altro cosa stia facendo in quel dato momento e se sta bene in salute? Sapete che cosa sia vivere per qualcuno che vi è vicino al punto che i vostri occhi seguono i suoi, che voi gli leggete in viso e nell'anima, seguendo tutti i mutamenti d'espressione, qualcuno di cui prevenite i desideri, al cui sorriso sorridete anche voi, per cui siete tristi quando egli ha delle noie e vi rallegrate quando le cose gli riescono bene? Vegliare nell'attesa di Cristo è un sentimento analogo a tutti questi, nella misura in cui i sentimenti di questo mondo possono raffigurare quelli di un altro mondo...
Veglia con Cristo chi, pur guardando verso il futuro, sa volgersi anche al passato e non contempla quel che il Salvatore ha acquistato per lui in modo da dimenticare quello che egli ha sofferto. Veglia con Cristo chi ricorda sempre e rivive nella sua propria persona la Croce e l'agonia di Cristo e si ricopre con gioia di quella veste di afflizione che Cristo indossò quaggiù e che si lasciò dietro le spalle nell'ascendere al Cielo. Per questo, nelle epistole, gli autori ispirati manifestano così spesso il desiderio della sua seconda venuta come, altrettanto spesso, mostrano di ricordarsi della prima: né perdono mai di vista la crocifissione quando parlano della risurrezione. Quindi S. Paolo, quando ricordava ai Romani di attendere la redenzione del corpo all'ultimo giorno, aggiungeva: Affinché, avendo sofferto con lui, siamo anche glorificati con lui. Se dice ai Corinti di aspettare la venuta di nostro Signore Gesù Cristo, dice anche di portare sempre e dappertutto nel nostro corpo la morte di Gesù, in modo che la vita di Gesù si manifesti anche nel nostro corpo. Se parla ai Filippesi della potenza della risurrezione aggiunge subito: e la partecipazione alle sue sofferenze nella conformazione alla morte di lui. Se consola i Colossesi dando loro la speranza che quando il Cristo apparirà anch'essi appariranno nella gloria, egli ha già dichiarato loro che compie quel che manca alle sofferenze di Cristo nella sua carne per il corpo di lui che è la Chiesa (cfr. Rm. 8, 23. 17; I Cor. 1, 7; 2 Cor. 4, 10; Fil. 3, 10; Col. 3, 4 e 1, 24).

mercoledì 7 ottobre 2015

Quando Dio resiste alla preghiera ...Lc 11, 5-13 - Meditazione sul Vangelo di Eugenio Pramotton

 
Lc 11, 5-13


Non ho nulla da offrirgli

Poi disse loro. Loro erano i discepoli che seguivano Gesù; uno gli aveva chiesto: Signore, insegnaci a pregare. Gesù risponde insegnando il Padre nostro, ma poi prosegue con un discorso molto profondo che mostra ciò che accade a un discepolo che prega. Una prima cosa inattesa e sorprendente è che quanti seguono Gesù sono condotti prima o poi a scoprire la loro assoluta povertà, la loro assoluta incapacità di rispondere all'amore. Un amico si presenta e io scopro che non ho nulla da offrirgli. Mi scopro incapace di rispondere alle esigenze dell'amicizia perché non ho nulla da dare.
Il desiderio di rimediare in qualche modo a questa povertà ci mette in moto, ci spinge a cercare aiuto, ci spinge a pregare. Ma è mezzanotte ed è difficile trovare aiuto anche da un "amico" per un altro "amico". Anche se Dio è Padre, anche se è nostro amico, chi prega avrà inevitabilmente l'impressione che Dio resista e non risponda alle preghiere: Non posso alzarmi per darti i pani. E per colui che chiede, che prega perché in uno stato di assoluta necessità è la crocifissione.
Da un lato è inchiodato dall'impossibilità di rispondere all'amore; all'amico che è giunto da un viaggio non ha nulla da offrire. Dall'altro è inchiodato dall'opposizione dell'amico a cui si rivolge per avere aiuto: Non mi importunare… non posso alzarmi per darti i pani. Quindi, se nemmeno un amico lo aiuta, tanto meno potrà trovare aiuto da altri che amici non sono. E così sono inchiodati anche i piedi perché non si sa più dove andare, non si sa più a chi rivolgersi. La tentazione a questo punto potrebbe essere quella di lasciarsi andare, di scoraggiarsi, di cedere alla depressione, di rinunciare a lottare; ma rinunciare a lottare è rinunciare all'amore, è rinunciare alla vita. L'invito del Signore è senz'altro di insistere nonostante le difficoltà e l'apparente rifiuto.
Ma le parole del Signore dicono anche che per chi prega è normale sperimentare in un primo tempo un'impressione di ostilità e di resistenza da parte di Dio. Vediamo infatti elencate una serie impressionante di pretesti o motivazioni per non esaudire colui che supplica: 1 - non mi importunare. 2 - la porta è già chiusa. 3 - io e i miei bambini siamo a letto. 4 - non posso alzarmi per darti i pani.
Perché non può alzarsi? Un amico non dovrebbe essere pronto ad affrontare qualsiasi disagio e contento di sopportare qualsiasi cosa per aiutare senza indugi un amico in difficoltà? Si se l'amicizia avesse raggiunto lo stato di perfezione. Evidentemente, nella maggior parte dei casi, l'amicizia dell'uomo con Dio non ha ancora raggiunto lo stato di perfezione perché è in via di formazione. E allora sorgono spesso difficoltà, incomprensioni, tensioni, delusioni… È inutile far finta o illudersi che le cose stiano diversamente, perché si è smentiti sia dai fatti sia dalle parole del Signore che mette in scena un uomo, in assoluto stato di necessità, che non ha nulla per rimediare a tale stato e che incontra l'opposizione di colui a cui si rivolge per avere aiuto.
Un singolare amico

Prima di andare oltre conviene soffermarsi a riflettere su chi è questo amico che improvvisamente arriva di notte e chi è colui che lo ospita. Una possibile lettura della scena è: l'amico che un bel giorno, senza preavviso arriva intorno a mezzanotte, rappresenta quelle circostanze, quegli eventi, quelle situazioni esteriori ed interiori che lungo il corso della vita vengono a manifestare la nostra assoluta povertà, la nostra assoluta incapacità di rispondere adeguatamente sia alle esigenze più profonde e vitali del nostro cuore, sia alle sorprese che certi eventi ci riservano.
Arriva per tutti il giorno in cui ci scopriamo incapaci di fronteggiare gli eventi e i giorni che ci attendono, ci scopriamo incapaci di comprendere il senso di ciò che ci capita, oppure non sappiamo come rimediare agli errori commessi e ci vediamo sprofondare sempre più in un abisso senza fondo. Tutti poi siamo assolutamente incapaci di saziare la fame di amore e la sete di luce a cui, in modo più o meno consapevole, il nostro cuore aspira. Allora anche noi dobbiamo confessare: Non ho nulla da offrire a questo cuore inquieto e infelice. Non ho risorse di nessun tipo per reagire positivamente a quanto mi sta capitando.

lunedì 5 ottobre 2015

Beato Bartolo Longo - Latiano, Brindisi, 10 febbraio 1841 - Valle di Pompei, Napoli, 5 ottobre 1926 - Tema: Rosario - Escatologia - Demonologia - Satanismo - Spiritismo - Esoterismo



" Quali sono oggi i bisogni più importanti della Chiesa? Che la nostra risposta, che potreste trovare semplicistica, se non addirittura superstiziosa o irreale, non vi stupisca: uno dei suoi più grandi bisogni è quello di difendersi contro quel male che chiamiamo il demonio" (Paolo VI, 15 novembre 1972). Infatti, il diavolo non è un'invenzione del Medioevo, ma un «essere vivo, spirituale, pervertito e pervertitore... Coloro che rifiutano di riconoscere la sua esistenza, si allontanano dall'insegnamento della Bibbia e della Chiesa» (Ibid.). Fra i numerosi interventi diabolici narrati nelle vite dei Santi, eccone uno riferito da Sulpicio Severo, discepolo di San Martino (IV secolo).
«Sono Cristo»
Un giorno, il diavolo, splendido d'aspetto, vestito regalmente, con il volto sereno, sorridente, in modo tale che nulla lascia trasparire la sua identità, sta in piedi, accanto a San Martino in preghiera. Il santo, come stordito dal di lui aspetto, mantiene un profondo silenzio. «Apri gli occhi, Martino, dice il demonio, sono Cristo; avendo deciso di venire sulla terra, mi son voluto manifestare a te». Il santo non risponde. Allora il diavolo continua: «Martino, perchè esiti a credere ciò che vedi? Sono Cristo». Il santo, illuminato dall'alto, gli risponde: «Gesù non ha affatto detto che sarebbe venuto vestito di porpora e cinto di un diadema. Per quanto mi riguarda, crederò a Cristo soltanto se Egli mi si mostrerà tale quale ha sofferto per me e con le stimmate della sua Passione». A queste parole, il diavolo sparisce come fumo e riempie la cella di un odore insostenibile. «Ho saputo questo fatto da San Martino medesimo», aggiunge il narratore.

Chi è il mio prossimo? ... Tratto da "Stilli come rugiada il mio dire: Omelie Anno C" di Biffi Giacomo




Deuteronomio 30,10-14; Salmo 18; Colossesi 1,15-20; Luca 10,25-37
Un dottore della legge si alzò per mettere alla prova Gesù; dunque non per conoscere la verità. La domanda (Che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?), che pure è la più importante che possa essere posta da un uomo, non proveniva da un animo retto. Sia però benedetto quell’ignoto malevolo interlocutore di Cristo, che ha provocato in risposta uno degli insegnamenti più alti del Signore, e ci consente di riflettere oggi ancora una volta sulla legge dell’amore, cuore e sostanza di tutto l'Evangelo.
La legge cristiana dell'amore riassume in sé tutti i comandamenti ricevuti da Mosè
1. A questo mondo non c’è fascino di bellezza che non venga deturpato dall’uomo, né splendore di verità che non venga travisato. Anche la legge dell’amore corre questo rischio, per esempio quando viene presentata come un superamento o addirittura un’abrogazione dei comandamenti di Dio. La legge dell'amore non è l'abrogazione, ma piuttosto è il cuore e il compendio dei comandamenti, che Mosè ha ricevuto su tavole di pietra, ma che sono indelebilmente iscritti nell'animo umano.
Chi infatti ama Dio con tutto il cuore, adora lui solo, rispetta il suo nome e trova un’ora di tempo alla settimana da dedicargli in esclusiva. Se no, che amore è?
E questi sono i primi tre comandamenti. E chi ama sul serio il prossimo, cioè ha a cuore tutti i valori dell’uomo, rispetta e onora i vincoli familiari, considera sacra la vita e non manipolabile al servizio dell'egoismo la capacità di trasmettere la vita, rispetta e onora gli altri nella loro dignità, nella loro proprietà, nel loro diritto a non essere ingannati. E questi sono gli altri comandamenti. Sicché la legge dell’amore non è il modo astuto insegnatoci da Gesù per fare i nostri comodi, ma è l’aiuto e l'ispirazione a osservare integralmente e con piena coscienza la volontà di Colui che ci ha creati.