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giovedì 22 ottobre 2015

Seguito alla guarigione del cieco Bartimeo. Una domanda imbarazzante: come mai molti ammalati vorrebbero guarire, chiedono di guarire, ma non vengono guariti?


 Una domanda imbarazzante

Dopo aver riflettuto sulla guarigione di Bartimeo qualcuno potrebbe porsi la domanda: come mai molti ammalati vorrebbero guarire, chiedono di guarire, ma non vengono guariti?
Rispondere ad una simile domanda non è semplice. La difficoltà deriva dal fatto che noi non sappiamo qual è il vero bene di una persona, quale percorso è richiesto per la purificazione della sua anima, quanto matura è la sua fede, qual è il disegno di Dio su di lei e su quanti stanno attorno a lei. Proviamo tuttavia a cercare alcune ragioni di carattere generale, anche se, per domande come questa, è inevitabile procedere a tentoni.
Un caso possibile è quello in cui il nostro vero bene deve passare attraverso la malattia; non è raro infatti il caso in cui la malattia del corpo diventa uno strumento per vere e proprie guarigioni dell'anima; lo vediamo in certe persone la cui natura orgogliosa, autoritaria, inquieta... dopo lunghe e penose malattie diventa umile, dolce, serena, sottomessa alla volontà di Dio, attenta alle necessità del prossimo.

La guarigione del cieco Bartimeo - Mc 10, 46-52 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton



Mc 10, 46-52
Gesù scende nelle profondità della terra
Gesù è in cammino con i suoi discepoli verso Gerusalemme; Gerusalemme è la città regale e la città santa dove gli Israeliti devono salire tre volte l'anno per la celebrazione delle feste che il Signore aveva loro ordinato. In questa occasione vanno per la Pasqua, festa che celebra la liberazione degli Israeliti dalla schiavitù dell'Egitto e l'inizio del loro cammino verso la Terra Promessa.
Prima di salire a Gerusalemme, Gesù ed i suoi scendono fino a Gerico, scendono cioè nelle profondità della terra. Gerico è infatti una città che si trova a circa 250 metri sotto il livello del mare, non molto distante dalle rive del Mar Morto. Se Gesù scende fino a queste profondità non è per rimanervi, ma per condurre verso l’alto coloro che si sarebbero dimostrati sensibili al suo richiamo e al suo fascino. Lo vediamo infatti ripartire insieme ai suoi discepoli e a molta folla. È a questo punto che l’evangelista racconta l’episodio della guarigione del cieco Bartimeo.
Il grido di Bartimeo
Bartimeo, oltre ad essere cieco, era anche povero, sedeva infatti lungo la strada a mendicare; non era tuttavia un cieco nato, un tempo ci vedeva bene, infatti, quando Gesù gli chiede: Che vuoi che io ti faccia? Non dice che io veda, ma che io riabbia la vista. Se era cieco e povero, non era tuttavia sordo ed i polmoni li aveva buoni, dice infatti l’evangelista che Al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire 'Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me'.
Il primo risultato di questi appelli è di dar fastidio a molti che in quel momento si erano messi in cammino con Gesù. Evidentemente, è difficile che quanti iniziano a seguire Gesù possano già avere di Lui una conoscenza intima e profonda, allora, quando la miseria e la disgrazia fanno sentire la loro voce la vorrebbero fare tacere o ignorare, perché non disturbi il tranquillo andamento del loro cammino. Ma quando si segue Gesù il cammino non sempre ha un andamento tranquillo, eventi imprevedibili sono sempre possibili; seguire Gesù è infatti seguire un mistero di sapienza, di amore e di vita, sempre in grado di riservare sorprese. Una prima sorpresa è la constatazione della costanza e della forza con le quali chi è nel dolore fa sentire il suo grido. Vediamo infatti Bartimeo gridare più forte: Figlio di Davide, abbi pietà di me! È a seguito di questa insistenza che l'evangelista annota: Allora Gesù si fermò.

martedì 20 ottobre 2015

Quando domandi perdono per te, allora è proprio quello il momento di ricordarti che devi concederlo agli altri. (Sant'Ambrogio)




LA PREGHIERA DI PERDONO di padre Robert de Grandis

Signore Gesù, ricorro a te, oggi, per chiederti la grazia di perdonare tutti coloro che mi hanno offeso durante la mia vita. So che tu mi darai la forza di perdonare.
Ti ringrazio, perché tu mi ami più di quanto io ami me stesso e vuoi la mia felicità più di quanto io possa desiderarla.
Signore Gesù, voglio essere liberato dai risentimenti, dalle angosce e dalle inflessibilità che ho avuto nei tuoi confronti.
Ti chiedo perdono per tutte le volte che ho pensato che tu mandavi la morte, le sofferenze, le difficoltà economiche, i castighi, le malattie nella mia famiglia…
Purifica oggi la mia mente ed il mio cuore.
Signore, adesso voglio perdonare me stesso per i miei peccati, le mancanze ed i fallimenti. Voglio perdonarmi per tutto ciò che davvero è male dentro di me o che io penso sia male…

GRAZIE MIO SIGNORE PER LA GRAZIA CHE MI DAI IN QUESTO MOMENTO.

Signore, voglio estendere il mio perdono ai miei FRATELLI e SORELLE

Perdono quelli che mi hanno rifiutato… che hanno detto bugie sul mio conto… che mi hanno odiato… che mi hanno serbato rancore… che sono stati miei rivali nel carpire l’amore dei miei genitori.
Perdono coloro che mi hanno danneggiato nel fisico o nello spirito… coloro che sono stati particolarmente severi con me imponendomi castighi o rendendomi la vita difficile, in qualsiasi modo lo abbiano fatto…
LI PERDONO.

Nessun peccatore che, ricorrendo a questa buona madre, possa disperare della sua misericordia e del suo amore....


Secondo un racconto del Belluacense (Vincenzo di Beauvais), nella città di Ridolfo in Inghilterra, nell'anno 1430, viveva un giovane nobile chiamato Ernesto. Dopo aver distribuito tutto il suo patrimonio ai poveri, entrò in un monastero in cui conduceva una vita così perfetta, che i superiori lo stimavano grandemente, soprattutto per la sua speciale devozione alla santa Vergine. In quella città scoppiò la peste e gli abitanti ricorsero al monastero chiedendo preghiere. L'abate ordinò a Ernesto di andare a pregare davanti all'altare di Maria e di non allontanarsi finché la Madonna non gli avesse risposto. Il giovane rimase li tre giorni e finalmente Maria gli rispose indicando alcune preghiere che si dovevano recitare. Così fu fatto e la peste cessò. Ma in seguito il giovane cominciò a trascurare sempre piu la devozione a Maria. Il demonio lo assalì con mille tentazioni, specialmente contro la purezza e contro la sua vocazione.

lunedì 19 ottobre 2015

Siate pronti con la cintura ai fianchi...Lc 12, 35-40 - Meditazioni sul Vangelo di Eugenio Pramotton



Lc 12, 35-40


Essere pronti o non esserlo, svegli o addormentati...
Siate pronti con la cintura ai fianchi e le lucerne accese; siate simili a coloro che aspettano il padrone quando torna dalle nozze, per aprirgli subito, appena arriva e bussa...Con questa similitudine, e quello che segue, il Signore tenta di dirci qualcosa sia sul significato della nostra vita, sia sulle follie che è disposto a compiere un cuore che ama. Ci dice inoltre che, se saremo svegli, riceveremo una ricompensa inaudita ed inimmaginabile. Se non lo saremo, ci capiterà quello che capita ad un padrone di casa che, pur sapendo che nei dintorni si aggira un ladro, dorme tranquillo, e si ritrova al mattino con la casa scassinata.
Che le cose siano proprio come descritte nella parabola a prima vista non è così chiaro e scontato, di qui la necessità di fare qualche sforzo per tentare di capire un po' meglio le cose. Proviamo allora a riflettere sulla scena che ci viene proposta. I protagonisti della vicenda sono un padrone ed i suoi servi, il padrone però è assente perché si è recato ad una festa di nozze, non si sa bene se come semplice invitato o come sposo. Durante la sua assenza, l'unico compito che affida ai servi è quello di attendere il suo ritorno. È poi chiaramente detto che questa attesa, anche se è presumibile che inizi di giorno, sicuramente prosegue nella notte, quindi, la difficoltà o la tentazione che minaccia i servi sarà quella di lasciarsi vincere dalla stanchezza e dal sonno. Se questo accadesse, il padrone al suo ritorno troverebbe la casa buia e nessuno pronto ad aprirgli. Se al contrario troverà le luci accese ed i servi pronti ad accoglierlo, ci viene detta una cosa che a prima vista sembra eccessiva o folle o stravagante.

La potenza del Rosario....



Il padre Eusebio Nieremberg racconta che nella città di Aragona viveva una fanciulla chiamata Alessandra, nobile e bellissima, che era amata da due giovani. Un giorno, trasportati dalla gelosia, essi si affrontarono in uno scontro e morirono tutti e due. I loro parenti, pieni di collera, uccisero la povera ragazza ritenendola causa di così grave sventura; le tagliarono la testa e la buttarono in un pozzo. Alcuni giorni dopo passa di lì san Domenico che, ispirato dal Signore, si china sul pozzo e dice: "Alessandra, esci fuori!". Ed ecco la testa dell'uccisa esce, si mette sull'orlo del pozzo e chiede a san Domenico di confessarla. Il santo la confessa e poi le dà la comunione, alla presenza di un'immensa folla accorsa stupita. Poi san Domenico ordinò ad Alessandra di dire perché aveva ricevuto quella grazia. La giovane rispose che, quando le era stata tagliata la testa, era in peccato mortale, ma che la santa Vergine per ricompensarla della sua devozione nel recitare il rosario, l'aveva conservata in vita. Per due giorni la testa rimase viva sull'orlo del pozzo a vista di tutti, e dopo l'anima andò in purgatorio. Ma quindici giorni dopo a san Domenico apparve l'anima di Alessandra, bella e risplendente come una stella e gli disse che uno dei principali suffragi che ricevono le anime nelle pene del purgatorio è il rosario che si recita per loro. Quando poi queste anime giungono in paradiso, pregano per quelli che hanno applicato ad esse questa potente preghiera. Dopo di che, san Domenico vide quell'anima fortunata salire giubilante al regno dei beati.
Tratto da “ LE GLORIE DI MARIA “ di Sant'Alfonso Maria de Liguori

domenica 18 ottobre 2015

San Paolo della Croce - Ovada (Alessandria), 3 gennaio 1694 - Roma, 18 ottobre 1775




San Paolo della Croce fondatore dei Passionisti, fu uno di quei grandi uomini, potenti in opere e parole che, nel secolo dell'enciclopedismo e della rivoluzione, Dio inviò alla sua Chiesa, perché con la virtù e la santità servissero di argine al vizio, e con la predicazione assidua del Vangelo richiamassero le anime dei traviati alla divina scuola delle verità rivelate. Per oltre quarant‘anni egli percorse ogni regione d'Italia, e con la luce della parola e degli esempi, sostenuta e corroborata dalla forza dei prodigi, convertì innumerevoli peccatori, ridusse gli erranti alla fede, e fu guida e sostegno alle anime chiamate a servire Dio nella più alta e più perfetta via dei consigli evangelici. Con ragione perciò la Chiesa, in un'antifona, lo saluta come cacciatore di anime, araldo del Vangelo e lucerna risplendente: animarum venator, Evangelii praeco et lucerna fulgeiis. Ma dove Paolo apprese la sapienza di cui fu ripieno? Da quale ricca sorgente attinse la forza e lo spirito che rese la sua parola di tanta efficacia per la conversione delle anime? Principalmente dalle Piaghe di Cristo: in Vulneribus Christi. Se Paolo infatti non trascurò di studiare sui libri degli uomini, più di tutto studiò sul Crocifisso, libro scritto intus et foris, che egli ebbe sempre sotto gli occhi, sempre meditò e portò nel cuore e prese a soggetto principale della sua predicazione, facendo suo, in tal modo, il programma del grande Apostolo delle genti: Nos autem praedicamus Christum Crucifixum (I Cor. I, 23).Croce, Il motto paolino “noi predichiamo Cristo Crocifisso” fu alla base della spiritualità del nostro Santo e costituisce anche il segreto del suo apostolato, caratterizzato da un ardente desiderio di vedere distrutto il regno di Satana e riconquistare le anime a Dio, anche a costo della vita. Un giorno rapitolo in estasi, Gesù lo nascose nelle sue piaghe adorabili e dopo averlo investito della Sua luce celeste, gli svelò l'orribile trama dei peccati del genere umano e fu allora che il cuore di S. Paolo si infiammò al punto che quando predicava la passione di Gesù, sembrava che da un momento all'altro la sua anima dovesse staccarsi dal corpo. Nessuno sapeva parlare della Passione di Cristo come il padre Paolo. Spesso diceva: “Vorrei, se mi fosse possibile, attaccar fuoco di carità per bruciare non solo chi ci passa vicino, ma anche i popoli lontani, perché tutti amino e conoscano il Sommo Bene” .