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mercoledì 25 novembre 2015

Dal libro del profeta Daniele - Dn 6, 12-28 - Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni.



 Dn 6, 12-28

In quei giorni, alcuni uomini accorsero e trovarono Daniele che stava pregando e supplicando il suo Dio. Subito si recarono dal re e gli dissero riguardo al suo decreto: «Non hai approvato un decreto che chiunque, per la durata di trenta giorni, rivolga supplica a qualsiasi dio o uomo all’infuori di te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni?». Il re rispose: «Sì. Il decreto è irrevocabile come lo sono le leggi dei Medi e dei Persiani». «Ebbene – replicarono al re –, Daniele, quel deportato dalla Giudea, non ha alcun rispetto né di te, o re, né del tuo decreto: tre volte al giorno fa le sue preghiere».
Il re, all’udire queste parole, ne fu molto addolorato e si mise in animo di salvare Daniele e fino al tramonto del sole fece ogni sforzo per liberarlo. Ma quegli uomini si riunirono di nuovo presso il re e gli dissero: «Sappi, o re, che i Medi e i Persiani hanno per legge che qualunque decreto emanato dal re non può essere mutato».
Allora il re ordinò che si prendesse Daniele e lo si gettasse nella fossa dei leoni. Il re, rivolto a Daniele, gli disse: «Quel Dio, che tu servi con perseveranza, ti possa salvare!». Poi fu portata una pietra e fu posta sopra la bocca della fossa: il re la sigillò con il suo anello e con l’anello dei suoi dignitari, perché niente fosse mutato riguardo a Daniele. Quindi il re ritornò al suo palazzo, passò la notte digiuno, non gli fu introdotta nessuna concubina e anche il sonno lo abbandonò.
La mattina dopo il re si alzò di buon’ora e allo spuntare del giorno andò in fretta alla fossa dei leoni. Quando fu vicino, il re chiamò Daniele con voce mesta: «Daniele, servo del Dio vivente, il tuo Dio che tu servi con perseveranza ti ha potuto salvare dai leoni?». Daniele rispose: «O re, vivi in eterno! Il mio Dio ha mandato il suo angelo che ha chiuso le fauci dei leoni ed essi non mi hanno fatto alcun male, perché sono stato trovato innocente davanti a lui; ma neppure contro di te, o re, ho commesso alcun male».
Il re fu pieno di gioia e comandò che Daniele fosse tirato fuori dalla fossa. Appena uscito, non si riscontrò in lui lesione alcuna, poiché egli aveva confidato nel suo Dio. Quindi, per ordine del re, fatti venire quegli uomini che avevano accusato Daniele, furono gettati nella fossa dei leoni insieme con i figli e le mogli. Non erano ancora giunti al fondo della fossa, che i leoni si avventarono contro di loro e ne stritolarono tutte le ossa.
Allora il re Dario scrisse a tutti i popoli, nazioni e lingue, che abitano tutta la terra: «Abbondi la vostra pace. Per mio comando viene promulgato questo decreto: In tutto l’impero a me soggetto si tremi e si tema davanti al Dio di Daniele,
perché egli è il Dio vivente, che rimane in eterno;
il suo regno non sarà mai distrutto e il suo potere non avrà mai fine.
Egli salva e libera, fa prodigi e miracoli in cielo e in terra:
egli ha liberato Daniele dalle fauci dei leoni».

Parola di Dio

Riflessione

Ci troviamo in un momento di grande prova? Sentiamo che veniamo accusati ingiustamente? L'ostilità di tanti ci perseguita? Le porte chiuse si moltiplicano a vista d'occhio?...
Ecco la lettura giusta per noi!!! Una lettura che ci suggerisce il comportamento migliore da adottare in questi momenti duri e difficili.

Beato Giacomo Alberione - San Lorenzo di Fossano, Cuneo, 4 aprile 1884 - Roma, 26 novembre 1971 – Tema: Mezzi di comunicazione



La stampa, il cinematografo, la radio, la televisione costituiscono oggi le più urgenti, le più rapide e le più efficaci opere dell'apostolato cattolico. Può essere che i tempi ci riservino altri mezzi migliori. Ma nel presente pare che il cuore dell'apostolo non possa desiderare di meglio per donare Dio alle anime e le anime a Dio”. L'autore di queste righe, che risalgono all'aprile 1960, don Giacomo Alberione, si è molto impegnato in questo apostolato; è stato beatificato il 27 aprile 2003.
L'influenza di un'idea stampata
Giacomo Alberione nasce il 4 aprile 1884 a San  Lorenzo di Fossano (Piemonte, Italie) e riceve il battesimo il giorno dopo. Ha tre fratelli più grandi; una sorellina, che morirà nel suo primo anno, e un fratellino nasceranno dopo di lui. A casa degli Alberione, famiglia povera di contadini, la fede, il lavoro e la fiducia nella Provvidenza sono fondamentali. Fin dal suo primo anno di scuola elementare, interrogato riguardo al suo avvenire, Giacomo risponde con determinazione: «Mi farò prete!» Questo progetto illumina i suoi anni di gioventù. Don Montersino, parroco della parrocchia San Martino di Cherasco, nella diocesi di Alba dove si sono stabiliti gli Alberione, aiuta il giovane ad approfondire la chiamata del Signore e a rispondervi. Accolto al seminario minore di Bra per l'anno scolastico 1899-1900, Giacomo divora parecchi libri; uno di essi lo turba al punto che i suoi superiori credono di doverlo espellere. Questa dolorosa peripezia contribuisce a segnare la via nella quale compirà in seguito i suoi sforzi apostolici; in effetti, ormai, sa per esperienza quale influenza, nel bene o nel male, possa esercitare sugli spiriti un'idea stampata.

martedì 24 novembre 2015

AMORE E SANTA AMBIZIONE - Chi ama Gesù Cristo non cerca la propria stima




Caritas non est ambitiosa – La carità non è ambiziosa ( 1 Cor 13 , 5)
Chi ama Gesù Cristo non ambisce altro
che Gesù Cristo.
Dio si oppone agli orgogliosi
Chi ama Dio non va cercando di essere stimato ed amato dagli uomini: l'unico suo desiderio è di esser ben voluto da Dio ch'è l'unico oggetto del suo amore. — Scrive S. Ilario che ogni onore che si riceve dal mondo è negozio del demonio: Omnis saeculi honor diaboli negotium est (S. Hilar., in Matth. 6). E così è, perchè il nemico negozia per l'inferno quando ingerisce nell'anima desideri di essere stimata; poichè, perdendo ella l'umiltà, si mette in pericolo di precipitare in ogni male. Scrive S. Giacomo che siccome Iddio nelle grazie allarga la mano cogli umili, così la stringe e resiste a' superbi: Deus superbis resistit, humilibus autem dat gratiam (Iac. IV, 6). Dice superbis resistit, viene a dire che neppure ascolta le loro preghiere. E tra gli atti di superbia certamente uno è questo, l'ambire di essere stimato dagli uomini e l'invanirsi degli onori da essi ricevuti.