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martedì 21 giugno 2016

San Tommaso Moro - Martire - 22 giugno -



«La considerazione della vita dei santi – con le loro lotte ed il loro eroismo – ha prodotto in ogni tempo abbondanti frutti nelle anime dei cristiani. Ancor oggi... i credenti hanno un bisogno particolare dell'esempio di tali vite eroicamente consacrate all'amore di Dio e, per Dio, agli altri uomini» (Documento della Congregazione per il Clero sul Prete, 19 marzo 1999). L'esempio dei martiri è particolarmente illuminante, come ricordava papa Pio XI in occasione della canonizzazione di san Tommaso Moro: «Se non tutti siamo chiamati a versare il nostro sangue per la difesa delle leggi divine, tutti dobbiamo, tuttavia, attraverso l'esercizio dell'abnegazione evangelica, la mortificazione cristiana dei sensi e la ricerca laboriosa della virtù «avere il desiderio di essere martiri, per poter partecipare con essi alla celeste ricompensa», secondo le espressive parole di san Basilio» (19 maggio 1935).
Tommaso Moro nasce a Londra, il 6 febbraio 1477. Riceve dai suoi genitori un'educazione severa ed attenta, cui corrisponde docilmente, dimostrandosi ubbidiente e gentile. Viene iscritto molto presto alla scuola Sant'Antonio di Londra. Appena adolescente, è accolto, su richiesta di suo padre, nella casa del Cardinale Morton, arcivescovo di Canterbury e Cancelliere del Regno d'Inghilterra (primo dignitario dello Stato, dopo il Re). Incanta il prelato ed i suoi ospiti, in occasione delle sedute ricreative, grazie ad un dono d'improvvisazione che denota un grande senso dell'osservazione.

Dal Vangelo secondo Luca Lc 1, 5-25 - La nascita di Giovanni Battista è annunziata dall' angelo.



Luca 1, 5-25


Al tempo di Erode, re della Giudea, c'era un sacerdote chiamato Zaccaria, della classe di Abia, e aveva in moglie una discendente di Aronne chiamata Elisabetta. Erano giusti davanti a Dio, osservavano irreprensibili tutte le leggi e le prescrizioni del Signore. Ma non avevano figli, perché Elisabetta era sterile e tutti e due erano avanti negli anni.
Mentre Zaccaria officiava davanti al Signore nel turno della sua classe, secondo l'usanza del servizio sacerdotale, gli toccò in sorte di entrare nel tempio per fare l'offerta dell'incenso. Tutta l'assemblea del popolo pregava fuori nell'ora dell'incenso. Allora gli apparve un angelo del Signore, ritto alla destra dell'altare dell'incenso. Quando lo vide, Zaccaria si turbò e fu preso da timore. Ma l'angelo gli disse: "Non temere, Zaccaria, la tua preghiera è stata esaudita e tua moglie Elisabetta ti darà un figlio, che chiamerai Giovanni. Avrai gioia ed esultanza e molti si rallegreranno della sua nascita, poiché egli sarà grande davanti al Signore; non berrà vino né bevande inebrianti, sarà pieno di Spirito Santo fin dal seno di sua madre e ricondurrà molti figli d'Israele al Signore loro Dio. Gli camminerà innanzi con lo spirito e la forza di Elia, per ricondurre i cuori dei padri verso i figli e i ribelli alla saggezza dei giusti e preparare al Signore un popolo ben disposto". Zaccaria disse all'angelo: "Come posso conoscere questo? Io sono vecchio e mia moglie è avanzata negli anni". L'angelo gli rispose: "Io sono Gabriele che sto al cospetto di Dio e sono stato mandato a parlarti e a portarti questo lieto annunzio. Ed ecco, sarai muto e non potrai parlare fino al giorno in cui queste cose avverranno, perché non hai creduto alle mie parole, le quali si adempiranno a loro tempo".
Intanto il popolo stava in attesa di Zaccaria, e si meravigliava per il suo indugiare nel tempio. Quando poi uscì e non poteva parlare loro, capirono che nel tempio aveva avuto una visione. Faceva loro dei cenni e restava muto.
Compiuti i giorni del suo servizio, tornò a casa. Dopo quei giorni Elisabetta, sua moglie, concepì e si tenne nascosta per cinque mesi e diceva: "Ecco che cosa ha fatto per me il Signore, nei giorni in cui si è degnato di togliere la mia vergogna tra gli uomini".


Parola del Signore.


Riflessione

Il brano del Vangelo di oggi ci parla di una coppia avanti negli anni e senza figli... Una coppia che, nonostante la sofferenza per l'umiliazione della sterilità, non ha abbandonato il Signore, ma ha osservato in tutto le Sue leggi... Una coppia amata dal buon Dio e ritenuta da Lui “giusta”.
Ecco il primo insegnamento…. Se le cose non vanno come abbiamo sognato, se le cose prendono un'altra piega, se ci troviamo ad affrontare delle situazioni precarie di salute o di lavoro, non dobbiamo mai e poi mai abbandonare il Signore, non dobbiamo mai pensare che Lui ce l'abbia con noi, non dobbiamo mai farci prendere dallo sconforto, non dobbiamo credere che Lui ci abbia abbandonato, non dobbiamo pensare che quello che ci sta capitando sia un castigo di Dio... ma dobbiamo continuare a pregare ed essere sempre Suoi amici, non dobbiamo smettere di credere in Lui anche gemendo, dobbiamo essere convinti che ogni cosa che ci succede è perchè Lui lo permette, e, se lo permette, è per il nostro bene... e se sul momento non ci sconfinfera molto... un bel giorno capiremo. Lasciamoci fare... Lui ha tutto sotto controllo. Proviamo allora ad imitare il comportamento di Zaccaria ed Elisabetta, impariamo a non pretendere ogni cosa che desideriamo: un figlio, un lavoro, un'amicizia, un'amore, viaggi, soldi, divertimenti... se Dio ce li concede, bene, altrimenti dobbiamo ringraziare ugualmente, perché se Dio decide di non darceli, evidentemente non sono un bene per noi.

domenica 19 giugno 2016

Élisabeth e Félix Leseur Tema: Vita interiore Sofferenza Conversione



«Si potrebbe avere una conoscenza «intellettuale» molto completa del cristianesimo e tuttavia non vivere della sua vita.  Quello che bisogna raggiungere è la pienezza di vita interiore, la fede intima che trasforma l'anima, ed è questo dono che bisogna chiedere continuamente a Dio che è il solo a concederlo.» Queste parole profonde di Elisabetta Leseur a un'amica ci rivelano la sua anima; spiegano e illuminano il suo proprio itinerario spirituale.
Élisabeth Leseur è nata il 16 Ottobre 1866 a Parigi, primogenita di Antoine e Marie-Laure Arrighi. Dopo di lei nasceranno tre figli maschi e una femmina. Suo padre, di origine corsa, è Dottore in legge; grazie alla sua serietà, si crea una posizione invidiabile al Palazzo di Giustizia. Sua madre insegna la preghiera ai suoi figli e li apre all'amore di Dio. Elisabetta scrive un primo Diario dove annota, il 14 novembre 1877: «Ieri sono stata al catechismo per la terza volta. Oh! questo è ciò che mi interessa!... Sono proprio contenta, perché questa settimana andrò a confessarmi; ne ho un gran bisogno.» Fissa un programma di vita e s'impegna ogni giorno nella meditazione secondo le capacità della sua età. Vi attinge il desiderio di correggere i propri difetti, ma non è facile: «Ebbene! no, non sono più brava, al contrario, scrive... Quando mi si dice una cosa, dico il contrario, soprattutto con Pierre (suo fratello)... Non voglio ammettere di avere torto.» Nel maggio 1879, fa la sua prima Comunione e riceve il sacramento della Cresima. Il suo gusto marcato per tutto ciò che è intellettuale e artistico non le fa perdere di vista quello che è serio nella vita: «Il predicatore ci ha parlato della missione della ragazza e della donna cristiana, annota durante un ritiro. Ci ha detto che questa missione è divina. Che noi possiamo, passando sulla terra, fare molto bene o molto male... Ci ha anche detto che dobbiamo temere l'egoismo, che pensa solo a sé.» Elisabetta ha circa vent'anni quando fa la conoscenza di Félix Leseur.

Non giudicate, affinché non siate giudicati di San GIOVANNI CRISOSTOMO - Discorso ventitreesimo – Mt. 7, 1-20


Mt. 7, 1-20

1. – Ma come? Non dovremo, dunque, rimproverare chi pecca? Anche Paolo ci vieta di farlo, o meglio ce lo vieta Gesù Cristo per mezzo di Paolo, con queste parole: «Tu poi perché giudichi il tuo fratello?» {600}. «E chi sei tu che ti fai giudice del servo di un altro?» {601}. E ancora: «Perciò non giudicate di nulla prima del tempo, finché non venga il Signore» {602}. Ma perché, poi, in un’altra circostanza lo stesso Apostolo aggiunge: «Riprendi, correggi, esorta»? {603} E altrove ripete: «Quelli che peccano, riprendili alla presenza di tutti» {604}. E Cristo dice a Pietro: «Se il fratello tuo ha peccato contro di te, va’ e ammoniscilo fra te e lui solo. Se poi non ascolta, prendi con te un’altra persona; se neppure così dà ascolto, dillo alla Chiesa» {605}. Perché Cristo invita tante persone, non soltanto a rimproverare, ma anche a punire coloro che peccano? Egli ordina, infatti, di considerare il peccatore ostinato, che non dà ascolto a nessuno, come il gentile e il pubblicano {606}. E perché ha dato anche le chiavi del cielo ai suoi apostoli? Se essi non possono giudicare, non hanno nessuna autorità su alcuno e, perciò, invano hanno ricevuto il potere di legare e di sciogliere. E d’altra parte se ciò prevalesse, la libertà cioè di peccare senza che nessuno ci rimproveri, tutto precipiterebbe in rovina, sia nella Chiesa, come nelle città e nelle famiglie. Se il padrone non giudicasse il suo servo, e la padrona la sua domestica, il padre il proprio figlio e l’amico il suo amico, la malvagità di certo aumenterebbe. E non soltanto l’amico deve giudicare l’amico, ma noi dobbiamo giudicare anche i nemici, poiché non facendolo non potremo mai sciogliere ed eliminare l’inimicizia esistente fra loro e noi, e tutto sarebbe sconvolto.
Qual è dunque il senso preciso di queste parole del Vangelo? Esaminiamole con cura, in modo che nessuno sia tentato di vedere in questo comando, che costituisce un rimedio di salvezza e di pace, uno strumento di sovversione e di turbamento. Soprattutto attraverso le parole che seguono, Cristo dimostra la forza e l’efficacia di questo precetto: «Perché – egli chiede – osservi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non badi alla trave che è nell’occhio tuo?». Può darsi che questa spiegazione appaia ancora oscura a molti spiriti pigri: io cercherò per questo di chiarirla, prendendo in esame il discorso. Mi sembra dunque che Cristo non vieti in senso assoluto di giudicare qualsiasi peccato, che non neghi questo diritto genericamente a tutti, ma a coloro che, pieni di un’infinità di vizi, condannano insolentemente gli altri per lievi colpe. E a me pare che qui egli voglia riferirsi anche ai giudei, che erano severi censori delle più piccole colpe del prossimo, mentre essi non si accorgevano di essere colpevoli di peccati ben più gravi. Questa stessa cosa, infatti, Cristo ripete verso la fine del Vangelo, rimproverando i giudei: «Affastellano carichi gravi e difficili a portarsi, e li impongono sulle spalle degli altri; ma essi non vogliono smuoverli con un dito» {607}. E ancora: «Voi pagate la decima della menta, dell’aneto e del comino, e avete tralasciato le cose più gravi della legge: la giustizia, la misericordia, la fedeltà» {608}. Contro questi stessi giudei – mi sembra – Cristo parla ora con forza, reprimendo in anticipo le accuse che essi lanceranno contro i suoi discepoli. I farisei, infatti, li accusarono di peccato per delle cose che non erano affatto peccati, come il non osservare il sabato, mangiare senza lavarsi le mani e sedersi alla stessa mensa con i pubblicani; il che fu stigmatizzato altrove: «Col filtro togliete il moscerino e ingoiate il cammello» {609}. Ma Cristo stabilisce qui, contro tali giudizi, una legge comune e valida per tutti.

Preghiera davanti a un biglietto da dieci euro.




Signore, ecco questo biglietto. Mi fa paura.
Tu conosci il suo segreto, Tu conosci la sua storia.
Quant’è pesante! Mi impressiona perché non parla.
Non dirà mai tutto quello che si nasconde nelle sue pieghe.
Non rivelerà mai tutti gli sforzi e le lotte che rappresenta.
Porta su di sé il sudore umano.
E’ sporco di sangue, di delusione, di dignità infangata.
E’ ricco di tutto il peso del lavoro umano che contiene
e che forma il suo valore.
E’ pesante, pesante Signore.
Mi impressiona e mi fa paura.
Perché ha dei morti sulla coscienza.
Tutti i poveracci che si sono ammazzati sul lavoro, per lui...
Per averlo, per possederlo qualche ora.
Per ottenere da lui un po’ di piacere, di gioia, di vita...
In quante mani è passato, Signore?
E che ha fatto in questi lunghi viaggi silenziosi?
Ha offerto delle rose bianche alla fidanzata raggiante,
ha pagato i confetti del battesimo, nutrito il pupo roseo,
Ha messo il pane sulla tavola del focolare,
Ha permesso le risate dei giovani e la gioia degli anziani,
Ha pagato il consulto di un medico.
Ha dato il libro che istruisce il bambino,
Ha vestito la sposa.
Ma ha inviato la lettera dello sfratto,
ha pagato l’assassinio del bimbo, nel seno della madre,
Ha distribuito l’alcool e fatto l’ubriaco,
Ha proiettato il film vietato ai ragazzi, e registrato il disco nauseante,
Ha sedotto l’adolescente e fatto dell’adulto un ladro,
ha comprato per qualche ora il corpo d’una donna,
Ha pagato l’arma del delitto e le assi di una bara.
O Signore,
Ti offro questo biglietto da 10 euro,
Nei suoi misteri gaudiosi, nei suoi misteri dolorosi.
Ti ringrazio per tutta la vita e la gioia che ha donato,
Ti chiedo perdono per il male che ha fatto.
Ma soprattutto, o Signore,
Te lo offro per tutto il lavoro e per tutta la sofferenza umana di cui è simbolo,
e che domani, finalmente, moneta incorruttibile, sarà mutato nella Tua vita
eterna.
Amen

Michel Quoist