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sabato 15 ottobre 2016

Dal Vangelo secondo Luca - Lc 12, 13-21 - Quello che hai preparato, di chi sarà?



 Lc 12, 13-21
In quel tempo, uno della folla disse a Gesù: «Maestro, di’ a mio fratello che divida con me l’eredità». Ma egli rispose: «O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?».
E disse loro: «Fate attenzione e tenetevi lontani da ogni cupidigia perché, anche se uno è nell’abbondanza, la sua vita non dipende da ciò che egli possiede».
Poi disse loro una parabola: «La campagna di un uomo ricco aveva dato un raccolto abbondante. Egli ragionava tra sé: “Che farò, poiché non ho dove mettere i miei raccolti? Farò così – disse –: demolirò i miei magazzini e ne costruirò altri più grandi e vi raccoglierò tutto il grano e i miei beni. Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; ripòsati, mangia, bevi e divèrtiti!”. Ma Dio gli disse: “Stolto, questa notte stessa ti sarà richiesta la tua vita. E quello che hai preparato, di chi sarà?”. Così è di chi accumula tesori per sé e non si arricchisce presso Dio».

Parola del Signore

Riflessione

Il Vangelo di oggi inizia con la storia di due fratelli che litigano per un'eredità non condivisa. Che incivili, dico io!!! Meno male che oggi non abbiamo questi problemi!? Infatti, non si litiga, ci si ammazza!!!... Quante liti per questo motivo, famiglie intere che si sfasciano per colpa dell'ingordigia.
Gesù dunque è interpellato da uno dei fratelli perché faccia da giudice nella loro causa. Ma mi sa che si è rivolto alla persona sbagliata!!! Gesù non sgrida il fratello, come forse si sarebbe aspettato l'altro: “Ei tu... brutto mascalzone, dai a tuo fratello quanto gli spetta!!!...”. No, niente del genere, ma Gesù, dopo aver dato una risposta da lasciare stecchito chiunque: "O uomo, chi mi ha costituito giudice o mediatore sopra di voi?"... fà una bella raccomandazione e poi racconta una parabola.
La raccomandazione di Gesù

L’AVARIZIA – Tratto dal libro “ I 7 vizi capitali di Dag Tessore



La parola «avarizia» ha assunto in italiano il significato di «tirchieria», ma nel contesto dei sette vizi capitali mantiene il suo significato originario, equivalente al latino avaritia, che significa «avidità», e più precisamente «avidità di denaro» (in greco filargyría). Questa, dice san Paolo, «è la radice di tutti i mali» (1 Tm 6, 10). L'avarizia dunque è la brama di possedere e accumulare denaro.
Il denaro, al pari di qualunque altro oggetto di scambio, è in sé utile come strumento per procurarsi cibo, vestiario e ciò che serve per vivere. Ma di fatto l'uso del denaro è ormai degenerato al punto di considerarlo principalmente il modo per soddisfare i propri desideri e capricci. Ne consegue che, quanto più l’uomo è schiavo dell’attaccamento e del desiderio, tanto più ha bisogno di denaro e ne diventa dipendente. Quanto più, ad esempio, sono presenti le passioni della gola e della lussuria, sunto più cresce quella dell’avarizia, poiché il denaro promette (illusoriamente) di soddisfare le altre due, passioni. «Ognuno [dei sette vizi] infatti — dice san Gregorio – è tanto intimamente collegato agli altri, che davvero l’uno è prodotto dall’altro» (Commento morale a Giobbe, XXXI, 45, 89). D'altro canto, l’abitudine ad accumulare denaro, nata dalla brama di acquistare beni materiali e di appagare i propri desideri e piaceri, finisce con il diventare un vizio a sé stante, per cui anche chi è ricchissimo continua a correre dietro ai soldi (cf. Qo 5, 9), ormai semplicemente per abitudine radicata, per ripetizione meccanica, per assuefazione. È divenuta una malattia.