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sabato 17 dicembre 2016

Il peccato - Natura del peccato [...] di don Dolindo Ruotolo




Quale è la natura del peccato in generale

Ordinariamente quando si sente parlare del peccato, gli uomini rimangono indifferenti, e quasi ne ridono. Se invece sentissero parlare di un'epidemia, di un colera, di una peste di un terremoto, impallidirebbero, e cercherebbero subito di ricorrere ai mezzi opportuni per evitare una di queste sventure.
Eppure il peccato è precisamente una terribile sventura, anzi è la più funesta di tutte, perché equivale alla rovina dell'anima ed anche alla rovina del corpo. Se gli uomini potessero vedere con gli occhi del corpo il male che si procurano col peccato, se ne potessero valutare le conseguenze anche per questa vita vi assicuro che non ci sarebbe più un peccato sulla terra!
Come si fanno le leghe contro la malaria, contro la tubercolosi, contro le epidemie, così si farebbero le leghe contro del maledetto peccato. I governi si preoccuperebbero del peccato come si preoccupano delle più terribili sedizioni contro la sicurezza dello Stato; le madri vigilerebbero sui loro figlioli con un'accortezza scrupolosa, tutti metterebbero la prima cura della vita nel fuggire il peccato. --Intanto come succede che i peccatori sono tanti numerosi e sono tanto spensierati? Come succede che tanti dormono sui loro peccati, anzi arrivano fino alla pazzia di gloriarsene?
La ragione è evidente: Essi ignorano la vera natura di questo terribile male e lo riguardano come una semplice trasgressione, e si illudono che un disordine tanto funesto possa rimanere senza effetti o senza conseguenze. Possibile! Non si può nel mondo distruggere l'equilibrio di una bottiglia senza romperla, non si può essere negligenti sui propri affari senza avere dei rovesci di fortuna, e si potrebbe poi distruggere l’ordine spirituale, la vita di un'anima, senza produrre un danno?
E questo danno può essere solo spirituale, quando si sa bene che l'uomo vivendo su di questa terra, ha relazione con le leggi del mondo fisico, ed influisce sopra di esso? Stabiliamo dunque come fondamento che il peccato, essendo un disordine, è necessariamente un danno spirituale e corporale; essendo un disordine commesso da una creatura che domina la terra e che aspira al cielo è un danno nel mondo e nella eternità. Nell'universo tutto è mirabilmente ordinato; l'anima nostra è come la regina del mondo, e ne è la forza più nobile; non è possibile dunque che venga meno nell'ordine che Dio le ha dato, senza produrre un disastro per sé e per gli altri con i quali ha relazione.

giovedì 15 dicembre 2016

Il Paradiso... L'inferno... Il purgatorio... di don Dolindo Ruotolo





[...] Che cosa è il Paradiso : Potreste voi farvi una idea del sole guardando un cerino acceso? --No, perché il cerino è una debole fiamma che subito si consuma e si spegne. Così è tanto difficile formarsi una idea della grande felicità del Paradiso, perché come vi ho detto, sulla terra noi non abbiamo idea di vera felicità. Ad ogni modo, tanto per farvene capire qualche cosa io vi dico:

1°• Nel Paradiso noi siamo liberati da tutte le miserie della vita presente; quindi non sentiamo più il bisogno di mangiare e di bere; non avvertiamo più il freddo ed il caldo, non siamo più oppressi dal peso del corpo, dai dolori, dalle malattie, dalle amarezze, dai contrasti e da tutto ciò che nella vita presente ci cagiona dolore.
2°• Nel Paradiso si vede Dio faccia a faccia come è, nella sua luce Infinita, e Dio stesso ci aiuta a vederlo con una forza speciale che da all'intelletto nostro, col lume della gloria. Voi godete nel vedere una bella scena, nell’ammirare i fiori del campo ed una bella giornata... quanto, più non dovrete godere nel vedere Dio che è infinita bellezza?
3°• Dio conosce ogni verità, e le creature diventano dottissime in qualunque scienza. Voi non sareste più contenti ora se in un momento poteste arrivare alla Università e pigliarvi una laurea? L’uomo si appaga nella verità, e non può godere veramente che nella verità; ora in Dio conosce tutta la verità. Conosce l’armonia e la bellezza delle verità della Fede, e si consola assai di avervi creduto; conosce le verità naturali, e si appaga nel vederne la mirabile armonia! Conosce Dio e non trova più limiti nella sua soddisfazione immensa. In Dio che è infinita ricchezza, l'uomo trova ogni bene, tutto quello che può desiderare lo ottiene. L'anima sua si sente libera, serena, contenta, e nella Volontà di Dio, che è infinito bene, si appaga completamente.
4°• Qualunque felicità terrena, anche se fosse veramente tale, è sempre amareggiata del timore di perderla, perché tutto passa e tutto finisce nel mondo. Nel Paradiso invece il godimento è eterno, non può terminare mai, è sempre più nuovo, più bello, più completo e l'anima non se ne può annoiare giammai.
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Nessun timore quindi può affliggerci nel Paradiso, nessuna amarezza: Esso è come un campo sereno dove non penetrano mai le tempeste; è come una perenne Primavera spirituale, è una dolcezza senza turbamenti... è la pace eterna! Pregate Dio che vi dia la grazia di andare nel Paradiso e portatevi bene per meritarvelo, affinché possiate provarlo col fatto quanto sia bello. --Se io avessi qui un bel regalo e dicessi chi si sta più quieto l'avrà; non sarebbe stupido un fanciullo che per fare un momento di fracasso se ne rendesse indegno? Ora la vita passa presto e beato è colui che può fare il bene e che può rendersi degno di quella felicità che non termina mai e che è eterna! –
Sentite questo fatto: 

martedì 13 dicembre 2016

Ove si parla dei due principali danni, uno privativo e l’altro positivo, causati all’anima dagli appetiti - S. Giovanni della Croce: Salita del Monte Carmelo - Libro I - DAL CAPITOLO 6 AL CAPITOLO 10



1. A questo punto sembra utile fornire un’esposizione più chiara e dettagliata di quanto detto prima. Ho mostrato come i nostri appetiti provochino nell’anima due danni principali. Il primo lo priva dello spirito di Dio; l’altro la stanca, la tormenta, la oscura, la sporca, l’indebolisce e la ferisce, proprio come afferma Geremia: Duo mala fecit populus meus: dereliquerunt fontem aquae vivae, et foderunt sibi cisternas dissipatas, quae continere non valent aquas, cioè: Il mio popolo ha commesso due iniquità: essi hanno abbandonato me, sorgente di acqua viva, per scavarsi cisterne, cisterne screpolate che non tengono l’acqua (Ger 2,13). Questi due mali, privativo e positivo, sono provocati da qualsiasi atto disordinato dell’appetito. Parlando, in primo luogo, di quello privativo, è chiaro che, per lo stesso motivo per cui l’anima si affeziona a qualsiasi bene creato, quanto più quell’appetito è radicato in essa, tanto meno è capace di unirsi a Dio. Infatti, come dicono i filosofi e come ho già riferito nel capitolo 4, due contrari non possono coesistere in uno stesso soggetto. Ora, l’amore per Dio e quello per le creature sono contrari; quindi non possono coesistere in una stessa volontà l’affetto per le cose create e quello per Dio. Cosa ha a che vedere, infatti, la creatura con il Creatore, il sensibile con lo spirituale, il visibile con l’invisibile, il temporale con l’eterno, il cibo celestiale, puro e spirituale, con il nutrimento grossolano dei sensi, lo spogliamento del Cristo con l’attaccamento alle cose?

domenica 11 dicembre 2016

O Madre aiutaci!



Preghiera pronunciata il 23 gennaio 1999 da Giovanni Paolo II
nell'omelia della Santa Messa per la conclusione del Sinodo dei Vescovi per l'America. Con questa preghiera egli affida e offre il futuro del Continente a Maria Santissima, Madre di cristo e della Chiesa.

O Madre! Tu conosci le vie che seguirono i primi evangelizzatori del Nuovo Mondo, dalle isole Guanahani e La Española alle foreste dell'Amazzonia e alle vette andine, giungendo fino alla terra del Fuoco nel Sud e ai grandi laghi e alle montagne del Nord. Accompagna la Chiesa che svolge la sua opera nelle nazioni americane affinché sia sempre evangelizzatrice e rinnovi il suo spirito missionario. Incoraggia tutti coloro che dedicano la propria vita alla causa di Gesù e alla diffusione del suo Regno.
O dolce Signora del Tepeyac, Madre di Guadalupe! Ti presentiamo questa moltitudine incalcolabile di fedeli che pregano Dio in America. Tu che sei entrata nel loro cuore, visita e conforta i focolari domestici, le parrocchie e le Diocesi di tutto il Continente. Fa' sì che le famiglie cristiane educhino in modo esemplare i propri figli nella fede della Chiesa e nell'amore del Vangelo, affinché siano un vivaio di vocazioni apostoliche. Volgi oggi il tuo sguardo verso i giovani e incoraggiali a camminare con Gesù Cristo.

Tu sei quell’uomo... di padre Marie Dominique Moliniè o.p. - Tratto da “Prigionieri dell’infinito”




Quelli che pretendono di fare a meno dell'obbedienza in nome dell'amore non capiscono l'amore: i consigli evangelici Sono volti della follia dell'amore, insostituibili per esprimerne l’altezza, la larghezza e la profondità. Se li si perde di vista, si è in grave pericolo di cedere alle seduzioni del nemico. Diceva Angela da Foligno: "Quando si parla dell'amore e soprattutto dell'amore di Dio, diffido." Abbiamo bisogno del salvagente della castità, della povertà e dell'obbedienza, unica garanzia - se non assoluta almeno molto seria - che quell'amore quale lo desideriamo, lo vogliamo, lo viviamo, non è pericoloso perché è vero.
Invece sono obbligato a tremare, di quel tremore che provavo a proposito di Jaurès, davanti a quelli che dicono: "Non siamo nella libertà regale dei figli di Dio finché restiamo sottoposti al regime dell'obbedienza." Temo che l'amore, nel loro cuore e sulle loro labbra, sia quella cosa pericolosa di cui parla Angela da Foligno. Cos'è il vero amore? Cosa esige? Per capirlo un po' bisogna mettersi di fronte ai paralitici di cui parlavo prima, di tutti gli uomini che soffrono... e ricordarsi la parabola di Nathan.
A Davide, che aveva fatto uccidere Uria per approfittare tranquillamente della moglie Betsabea, Nathan dice: "Un uomo aveva duecento pecore e il suo vicino non ne aveva che una; si riscaldava vicino a lei, era la sua. Il proprietario delle duecento pecore, dovendo ricevere un amico, invece di far uccidere una delle sue, prese quella del vicino, l'unica..." Davide si indigna, ha un cuore generoso come quello di Pietro: non si indurisce che accidentalmente, quando la passione lo svia.
Dunque si indigna e quando Nathan gli chiede: "Quale trattamento pensi che meriti quell'uomo?" risponde: "Lo si metta a morte! E' una cosa abominevole!" Allora Nathan gli dice "Tu Sei quell'uomo!" Quando pensiamo agli infelici, accettiamo o no che davanti allo spettacolo di questa miseria, una voce in fondo al cuore ci dica: "Tu sei quest'uomo. Ciò che vedi, è un'immagine sensibile della tua condizione, della condizione umana…”
Se il popolo russo, dice Dostoevskij, dà prova di compassione verso i reclusi, non è perché li considera innocenti; sa bene che sono colpevoli. Ma qui prende tutta la sua forza la parola di Nathan a Davide: davanti alla colpevolezza evidente, stigmatizzata, marchiata col fuoco, dei detenuti, il popolo russo sente che gli si può sempre dire: "Tu sei quell'uomo." Dostoevskij lo fa parlare così: "Avete preso su di voi, come un parafulmine e come Gesù Cristo, tutta la colpa del mondo. Non che siate innocenti, come pretendono i liberali utopisti per i quali non siete responsabili di niente. Io dico al contrario, io popolo russo, che siete colpevoli, ma lo siamo quanto voi. In fondo non meritiamo nulla di meglio, siamo ciò che voi siete, e voi vi siete assunti il compito, assegnatovi dalla Provvidenza, di portare il peso dei nostri peccati assieme ai vostri. E' per questo che vi amiamo."