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venerdì 24 marzo 2017

La guarigione del cieco nato e l’inquisizione dei farisei – Commento del Sac. Dolindo Ruotolo – Tratto da “Nuovo Testamento - I quattro Vangeli”.


Dopo la discussione avuta con i farisei nel recinto del Tempio e dopo essersi eclissato dal loro sguardo quando erano già pronti a lapidarlo, Gesù Cristo si allontanò dal sacro luogo insieme ai suoi discepoli e passò per una delle porte dove ordinariamente sostavano i poveri e gli infelici per domandare l'elemosina.
L'essersi trovato là con i suoi discepoli e l'esservisi fermato conferma che Egli si eclissò miracolosamente da quelli che volevano lapidarlo.
Passando, vide un poverello, cieco dalla nascita, il quale, per essere portato là ogni giorno dall'infanzia a chiedere l'elemosina, era conosciuto da tutti ed era una di quelle figure che, nella loro medesima piccolezza, finiscono per interessare il pubblico e per essere quasi come un motivo insostituibile di certi ambienti.
Dal contesto del racconto si rileva l'indole di questo cieco: di facile parola, affettuoso, riflessivo e un po' psicologo o conoscitore dell'ambiente del Tempio. Abituato a raccogliere tanti discorsi che facevano i pellegrini e forse tante mormorazioni di quelli che erano addetti al sacro luogo, si era formato un concetto abbastanza chiaro di quelli che ne avevano il comando. I ciechi s'informano di tutto nel loro piccolo ambiente, proprio perché non vedono, e questo giovane doveva pur sapere che quasi mai i Sacerdoti, gli scribi e i farisei facevano scivolare nelle sue mani qualche elemosina, essendo sommamente venali. Questo doveva aver disposto l'anima sua a diffidenza e disistima per essi, perciò quando fu interrogato da loro si mostrò franco e non mancò di ribattere loro con una certa vivacità che rivela questo suo stato d'animo.
La sua vita era monotona: al mattino era accompagnato al Tempio e vi rimaneva a chiedere l'elemosina, a sera era riaccompagnato a casa. Raccoglieva spesso le espressioni pie dei pellegrini o gli insegnamenti dei dottori della Legge e aveva una certa cultura religiosa, per la quale gli doveva essere familiare il sentenziare e anche l'ammonire. Era di indole buona, di natura semplice, di carattere espansivo e timorato di Dio.
Passando vicino al cieco nato, i discepoli, considerandone l'infelicità e attribuendola a castigo di Dio, domandarono a Gesù: Rabbi, chi ha peccato, costui o i suoi genitori, da nascere cieco? Era infatti persuasione comune, tra i Giudei, che i mali fisici fossero mandati da Dio in punizione di peccati commessi o che fossero il castigo dei peccati dei genitori. I discepoli però facevano una domanda insulsa, chiedendo se avesse peccato il cieco prima di nascere, perché questo sarebbe stato impossibile. Essi forse si confusero e, nel domandare se quella cecità fosse stata effetto di colpa, coinvolsero anche il cieco nella responsabilità. Gesù rispose che né quel poveretto né i suoi genitori avevano peccato, ma che quella cecità era stata disposta e permessa da Dio per manifestare in quell'infelice la sua potenza, la sua gloria e la realtà del suo Figlio Incarnato; Gesù, infatti, soggiunse che Egli doveva compiere le opere di Colui che lo aveva mandato e, con questo, mostrò chiaramente l'intenzione di guarire quel cieco.

lunedì 20 marzo 2017

L’IGUMENO NIKON (1894-1963)



Ben poco si sapeva in occidente di questo starec sino a non molto tempo fa. Era nota soltanto la data della sua morte, ricavata da uno scarno necrologio del “Zurnal Moskovkoj Patriarchii”, il 7 settembre 1963 durante le persecuzioni antireligiose di Kruscev. In seguito sono giunte in Francia notizie più precise sulla sua vita, che sono state pubblicate nella prefazione al volumetto “Igumen Nikon, Pis’ma duhovnym djetjam” (Lettere ai figli spirituali). A questa prefazione attingiamo i dati biografici che riportiamo.
Al secolo si chiamava Nikolaj Nikolajevic Vorob’jev ed era nato nel 1894 da famiglia contadina del distretto di Bjezeck nel governatorato di Tvjer’. Ricevette la prima formazione al liceo scientifico, in cui diede prova delle sue notevoli capacità nell’ambito di tutte le discipline. Avendo deciso di dedicarsi alla psichiatria, s’iscrisse all’Istituto Neuropatologico di Pietroburgo, ma qui ben presto avvenne un decisivo mutamento nella sua concezione della vita. Si rese conto dell’impossibilità per la scienza di conoscere l’uomo e sentì nel suo intimo la voce di Dio.
Abbandonò gli studi di medicina alla fine del primo anno e si dedicò a vita ascetica e solitaria consacrandosi allo studio della Scrittura e dei Padri. Nel 1917 s’iscrisse all’Accademia teologica di Mosca, ma quando questa venne chiusa nel 1919, egli ritornò alla vita ascetica che condusse solitario per dieci anni nella cittadina di Suhivici. Fu tonsurato monaco a Minsk nel 1931 e l’anno successivo fu ordinato ieromonaco.
Nel 1933 fu arrestato e mandato per quattro anni nei campi di concentramento della Siberia. Dopo la liberazione visse a Vysnij Volock facendo l’inserviente di un medico. Quando alla fine della guerra Stalin concesse una certa libertà di culto, lo ieromonaco Nikon fu nominato parroco a Kozel’sk, donde dovette allontanarsi per l’invidia dei suoi confratelli e nel 1948, dopo aver esercitato l’attività pastorale a Bjelov, Iefremov ed a Smoljensk, fu mandato, praticamente in esilio, in una parrocchia abbandonata a Gzatsk.
Il successo che ottenne con la predicazione tra i fedeli fu tale che per un certo tempo gli fu vietato dalle autorità di polizia di ricevere visite. Come egli stesso riconosce, qui egli raggiunse l’umiltà fondamentale, cioè il fermo convincimento del cuore che noi non siamo nulla, ma solo creature di Dio, e che in noi non c’è alcunché di nostro, ma soltanto la misericordia di Dio.
Da questo convincimento deriva il leitmotiv delle sue lettere: l’uomo deve sopportare tutte le angosce e malattie, se vuole salvarsi, perché il Cristo stesso c’insegnò che chi voleva seguirlo, prendesse la propria croce. Con questa intima persuasione è strettamente connesso il suo consiglio di rivivere continuamente in noi stessi l’esperienza del pubblicano e del buon ladrone, il quale riconobbe sulla croce d’aver meritato la sua pena. Tra i Padri, egli si rifà particolarmente a san Giovanni Climaco ed a sant’Isacco Siro; per quanto riguarda gli asceti Russi il suo modello è il vescovo Ignatij Brjancianinov. A costui, forse deve, almeno in parte, la perspicuità del suo stile, che affascina il lettore e che è l’espressione della profondità della sua vita interiore.
Comunque l’igumeno Nikon è una chiara testimonianza della vitalità, sia pur in mezzo alle persecuzioni, della Chiesa Ortodossa nell’Unione Sovietica, che più d’uno in Occidente avrebbe voluto ridotta ad un mero “instrumentum regni” delle autorità al potere.
A. S.
Dalle “Lettere ai figli spirituali” dell’igumeno Nikon