Dopo
la discussione avuta con i farisei nel recinto del Tempio e dopo
essersi eclissato dal loro sguardo quando erano già pronti a
lapidarlo, Gesù Cristo si allontanò dal sacro luogo insieme ai suoi
discepoli e passò per una delle porte dove ordinariamente sostavano
i poveri e gli infelici per domandare l'elemosina.
L'essersi
trovato là con i suoi discepoli e l'esservisi fermato conferma che
Egli si eclissò miracolosamente da quelli che volevano lapidarlo.
Passando,
vide un poverello, cieco dalla nascita, il quale, per essere portato
là ogni giorno dall'infanzia a chiedere l'elemosina, era conosciuto
da tutti ed era una di quelle figure che, nella loro medesima
piccolezza, finiscono per interessare il pubblico e per essere quasi
come un motivo insostituibile di certi ambienti.
Dal
contesto del racconto si rileva l'indole di questo cieco: di facile
parola, affettuoso, riflessivo e un po' psicologo o conoscitore
dell'ambiente del Tempio. Abituato a raccogliere tanti discorsi che
facevano i pellegrini e forse tante mormorazioni di quelli che erano
addetti al sacro luogo, si era formato un concetto abbastanza chiaro
di quelli che ne avevano il comando. I ciechi s'informano di tutto
nel loro piccolo ambiente, proprio perché non vedono, e questo
giovane doveva pur sapere che quasi mai i Sacerdoti, gli scribi e i
farisei facevano scivolare nelle sue mani qualche elemosina, essendo
sommamente venali. Questo doveva aver disposto l'anima sua a
diffidenza e disistima per essi, perciò quando fu interrogato da
loro si mostrò franco e non mancò di ribattere loro con una certa
vivacità che rivela questo suo stato d'animo.
La
sua vita era monotona: al mattino era accompagnato al Tempio e vi
rimaneva a chiedere l'elemosina, a sera era riaccompagnato a casa.
Raccoglieva spesso le espressioni pie dei pellegrini o gli
insegnamenti dei dottori della Legge e aveva una certa cultura
religiosa, per la quale gli doveva essere familiare il sentenziare e
anche l'ammonire. Era di indole buona, di natura semplice, di
carattere espansivo e timorato di Dio.
Passando
vicino al cieco nato, i discepoli, considerandone l'infelicità e
attribuendola a castigo di Dio, domandarono a Gesù: Rabbi, chi ha
peccato, costui o i suoi genitori, da nascere cieco? Era infatti
persuasione comune, tra i Giudei, che i mali fisici fossero mandati
da Dio in punizione di peccati commessi o che fossero il castigo dei
peccati dei genitori. I discepoli però facevano una domanda insulsa,
chiedendo se avesse peccato il cieco prima di nascere, perché questo
sarebbe stato impossibile. Essi forse si confusero e, nel domandare
se quella cecità fosse stata effetto di colpa, coinvolsero anche il
cieco nella responsabilità. Gesù rispose che né quel poveretto né
i suoi genitori avevano peccato, ma che quella cecità era stata
disposta e permessa da Dio per manifestare in quell'infelice la sua
potenza, la sua gloria e la realtà del suo Figlio Incarnato; Gesù,
infatti, soggiunse che Egli doveva compiere le opere di Colui che lo
aveva mandato e, con questo, mostrò chiaramente l'intenzione di
guarire quel cieco.

