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sabato 8 aprile 2017

PARTECIPAZIONE ALLA MORTE DI CRISTO - don Divo Barsotti



PARTECIPAZIONE ALLA MORTE DI CRISTO - don Divo Barsotti

La partecipazione attiva alla Messa è, sì, rispondere al Sacerdote, alzarsi quando si legge il Vangelo, ma questa è una partecipazione attiva al rito, non ancora al mistero. Invece noi possiamo partecipare al mistero anche quando non siamo presenti alla Messa. La partecipazione al mistero si realizza in una morte che ci associa alla Morte del Cristo, in una morte che fa presente in noi la sua Morte come atto di amore, di offerta, di redenzione.
Nel rito orientale della Messa, viene posto sopra l'altare un pane benedetto – non consacrato – di cui si fanno nove parti; e queste parti rappresentano tutto il popolo fedele: i defunti, i santi del Cielo, tutti i cristiani, anche i peccatori. Il pane è un simbolo reale: ogni cristiano è una vittima posta sull'altare, e vi dimora come Gesù, per essere offerto, immolato a Dio per il bene di tutti. È questa la nostra Messa. Tutta la nostra vita è partecipazione al Sacrificio di Cristo.

mercoledì 5 aprile 2017

Fulton John Sheen, nato Peter John (El Paso, 8 maggio 1895 – New York, 9 dicembre 1979), è stato un arcivescovo cattolico e scrittore statunitense. Fu uno dei primi e più celebri telepredicatori cattolici, prima via radio e successivamente per televisione




Il 2 Ottobre 1979, nella cattedrale St. Patrick di New York,  davanti a un'immensa folla di fedeli venuti a salutare il Sovrano Pontefice, avanza faticosamente, tra i vescovi americani, un venerabile ottuagenario che inizia a inginocchiarsi. San Giovanni Paolo II lo rialza e lo abbraccia dicendo: « Ha scritto e parlato bene del Signore GESÙ CRISTO. Lei è un figlio leale della Chiesa. » La folla è toccata dal gesto, ma il prelato è commosso dalle parole del Papa: nulla poteva rallegrare di più mons. Fulton Sheen, al termine della sua vita tutta dedicata all'amore di GESÙ CRISTO e della sua Chiesa. Secondo le sue proprie parole: « La Chiesa è il Tempio della Vita e io ne sono una pietra viva; essa è l'Albero dal Frutto Eterno e io ne sono un ramo; è il Corpo mistico di Cristo sulla terra, di Cui io sono membro. La Chiesa è quindi per me più di quanto sono io per me stesso... Essa mi assorbe a tal punto che i suoi pensieri sono i miei pensieri, i suoi amori i miei amori, i suoi ideali i miei ideali. Considero il fatto di condividere la sua vita come il più grande dono che Dio mi abbia mai fatto, come considererei il fatto di perdere la sua vita come la più Mons. Fulton Sheen grande disgrazia che potesse accadermi... La mia vita è la sua vita, il mio essere è il suo essere, essa ha il mio amore, la mia dedizione. »
Mons. Sheen è venuto al mondo l'8 maggio 1895, a El Paso (Illinois, Stati Uniti), primogenito di quattro figli maschi. Il giorno del suo Battesimo, viene posto sull’altare della Vergine in segno di speciale consacrazione alla Regina del Cielo. Riceve allora i nomi di Peter John, ma verrà comunemente chiamato con il cognome da nubile di Sua madre, Fulton, ed è con questo nome che sarà Conosciuto. Per tutta la sua vita, sarà riconoscente di aver avuto genitori profondamente cattolici. « Le influenze più proficue, scriverà, sono quelle inconsapevoli, non intenzionali, quando nessuno sta guardando, o quando la reazione alla buona azione non è ricercata. Tale è l'influenza a lungo termine di una madre casalinga; adempiendo ai suoi doveri quotidiani con amore e spirito di sacrificio, lascia la sua traccia impressa nei figli, traccia che si approfondisce con gli anni. »
Fulton segue una formazione scolastica classica e si dimostra sotto tutti gli aspetti un allievo eccellente. Durante l'estate, aiuta suo padre nella fattoria, nonostante non sia attratto da questi lavori perché i suoi centri d'interesse sono piuttosto intellettuali. Un vicino dice un giorno a suo padre: «Il tuo figlio maggiore non varrà mai nulla: ha sempre il naso in un libro. » Dopo i suoi studi secondari, il giovane entra all'università, dove i suoi successi gli valgono una borsa di studio in vista del conseguimento di un dottorato. Egli ha tuttavia percepito la chiamata del Signore al sacerdozio. Chiede consiglio a un buon prete, padre Bergan, che gli risponde con chiarezza: « Rinuncia alla tua borsa di studi: ecco quello che il Signore vuole che tu faccia. E se riporrai in Lui la tua fiducia, riceverai, dopo la tua Ordinazione, una formazione universitaria ancora migliore. » Fulton decide allora di entrare in seminario; non lo rimpiangerà mai.
Un tempo notevole

martedì 4 aprile 2017

NEL FUOCO ETERNO – del cardinale Giacomo Biffi – Tratto da “Linee di escatologia cristiana”



Come già s’è detto, l'idea di un «giudizio» porta implicita l'idea di una discriminazione, anzi, poiché si tratta del giudizio ultimo e senza appello, l'idea di una discriminazione definitiva. La riflessione sulla glorificazione dell'uomo non può non coinvolgere dunque una riflessione simmetrica sulla dannazione dell'uomo.
Difatti la stessa Rivelazione che ci parla di un premio eterno ci parla anche di un castigo eterno: la proposta di Dio non può essere accolta con beneficio d'inventario; o l'accettiamo o la rifiutiamo in blocco. Perciò la terribile e insopportabile prospettiva di un destino di punizione e di sofferenza è necessaria per una visione non snaturata dell'escatologia cristiana.
Mai come per questo argomento è valido e indispensabile il principio metodologico di metterci prima di tutto alla scuola di Dio, senza voler interferire subito con le nostre difficoltà e le nostre ripugnanze, e solo in un secondo momento proporre a Dio i nostri interrogativi, per non rischiare di meditare, più che sulla realtà delle cose, su quello che noi vorremmo che le cose fossero.
Resta una condizione preliminare di necessità assoluta per ogni seria attività teologica la convinzione senza dubbi contrari che il nostro compito non è quello di creare il mondo, ma di conoscerlo così come è stato creato.

Il nostro destino è Cristo
L’idea biblica del castigo
L'Antico Testamento possiede da sempre la concezione di un castigo escatologico, che si sviluppa in perfetta consonanza con quella del premio. All'inizio è anch'essa inquadrata nella visione collettiva e terrestre dell'alleanza: chi osserva il patto con Dio sarà premiato con i beni della terra, chi lo viola sarà punito con le disgrazie della carestia, della sterilità, della sconfitta.
I profeti, soprattutto prima dell'esilio-intenti come sono a portare il popolo a una concezione meno automatica e più personalistica e interiore dell'alleanza- sono logicamente indotti a richiamare il castigo molto più frequentemente della ricompensa e ad accentuare a poco a poco la dimensione individuale.
A partire dal secondo secolo a.C. la letteratura apocalittica localizza il castigo escatologico mediante fuoco nel Wadi er-rababi, a sud-ovest di Gerusalemme. Era la «valle dei figli di Hinnon» o Geenna, dove al tempo di Achaz e Manasse erano stati compiuti sacrifici umani; un abominio agli occhi degli ebrei che aveva per sempre contaminato la località (Ger 7,32; 19,6). Il re Giosia l'aveva dichiarata immonda (2Re 23,10) e perciò era forse diventata deposito delle immondizie. Probabilmente la stessa presenza di un fuoco permanente per la distruzione dei rifiuti offrì l'immagine del fuoco eterno come punizione dei cattivi. Comunque le profezie del libro di Isaia, senza citare la Geenna, parlano di un «fuoco che non si spegne» e di «un verme che non muore», come destino riservato agli empi (Is 66,24).

lunedì 3 aprile 2017

Venerabile Marcello Candia - Laico missionario



Dove c'è gioia, fervore voglia di portare Cristo agli altri, scriveva papa Francesco, sorgono vocazioni genuine. Tra queste non vanno dimenticate le vocazioni laicali alla missione. Ormai è cresciuta la coscienza dell'identità e della missione dei fedeli laici nella Chiesa, come pure la consapevolezza che essi sono chiamati ad assumere un ruolo sempre più rilevante nella diffusione del Vangelo” (Messaggio per la Giornata Missionaria Mondiale 2014). Nel ventesimo secolo, la vita di Marcello Candia illustra queste parole, dopo aver vissuto nell'agiatezza di una famiglia dell'alta borghesia milanese, si è impegnato come laico nella missione e ha costruito, grazie alla vendita dei suoi beni, un Ospedale per i poveri in Brasile.
Marcello Candia è nato nel 1916 a Portici, nella regione della Campania, terzo di cinque figli. Camillo, Suo padre, è un industriale: ha fondato a Milano, poi a Napoli, Pisa e Aquileia, una serie di fabbriche di acido carbonico. Egli non pratica la sua religione, ma ha mantenuto della sua educazione cattolica un senso elevato della rettitudine, del rispetto per le persone e della giustizia professionale e sociale. È un dirigente tutto dedito alla sua famiglia e alla sua impresa, uomo del dovere e della responsabilità. Si oppone al fascismo fin dal suo inizio, e affida i figli a scuole private in modo che non siano raggiunti dall'ideologia totalitaria dominante.
Passione per i poveri
Marcello apprende da sua madre, Luigia Bice Mussato, i primi rudimenti della fede. Donna colta e dotata di grandi qualità umane, ella si dona completamente ai suoi nonché ai poveri attraverso opere caritative, in particolare l'associazione San Vincenzo de Paoli. Marcello accompagna volentieri sua madre: con lei, visita i poveri, non senza essere passato prima in una chiesa per incontrarvi Gesù Eucaristia. Nel suo cuore si sviluppa una vera passione per i diseredati e i sofferenti; sarà l'orientamento fondamentale della sua vita. Fin dall'età di dodici anni, aiuta i Padri Cappuccini della via Piave a Roma a distribuire la minestra ai poveri. Ma il 7 febbraio 1933, la signora Candia muore, all'età di quarantadue anni. Marcello, che ha diciassette anni, ne prova un dolore così profondo che si ammala. Da quel giorno, soffrirà di frequenti mal di testa e insonnia.
La profonda pietà di Marcello impressiona i suoi parenti, che lo accusano di condurre una "doppia vita": in effetti, da un lato si mostra giovane ricco, elegante e corteggiato, studente brillante e di buona compagnia, ma dall'altro, tutti constatano che è immerso in un dialogo incessante con Dio. Nel 1939, Marcello consegue la laurea in chimica. All'inizio della seconda guerra mondiale, occupa per qualche tempo un posto di chimico in una fabbrica di esplosivi, poi viene smobilitato. Prosegue allora i suoi studi, mentre lavora assistendo il padre nella sua professione. Nel 1943, consegue le lauree in biologia e in farmacia. In quei tempi di guerra, partecipa alla resistenza contro l'occupazione tedesca, rischiando più volte la libertà e anche la vita, e s'impegna, a fianco dei Padri Cappuccini, nell'aiuto agli ebrei minacciati di deportazione. Alla fine della guerra, assiste i deportati e prigionieri che tornano in patria. Con tre amici, organizza, in stazione, un'accoglienza sia medica che umanitaria, e fa installare, in gran parte a proprie spese, nel parco del palazzo Sormani, messo a disposizione, rifugi temporanei prefabbricati. Un giorno, un cappellano-capitano autoritario fa annunciare: « Inizia la Messa; quelli che non ci vengono non avranno da mangiare». Marcello afferra il microfono e rettifica: «No, tutti avranno da mangiare ! »

Conversione: un terremoto interiore (1968) – don Divo Barsotti




Siamo nella Quaresima: la Quaresima ci richiama alla penitenza. È con la penitenza che si è iniziato il ministero di Gesù.
Ma che cos’è precisamente la penitenza? Soltanto il pentimento di quello che possiamo aver fatto di male sarebbe ben poco per caratterizzare invece quello che con questo termine intende la Chiesa e intende il Signore. Il termine “penitenza” è una traduzione molto imperfetta di un termine greco che viene usato dagli evangelisti proprio per dire il contenuto della prima predicazione di Gesù, quando inizia il suo ministero.
Il termine greco è metánoia e voi potete capire già che cosa può voler dire. Nous è la mente, è lo spirito, anzi la psiche, l’anima, e meta vuol dire proprio un capovolgimento, un rovesciamento del nostro essere interiore.
Di qui voi capite che quando noi pensiamo che penitenza voglia dire soltanto pentimento dei peccati è troppo poco. Quando pensiamo alla penitenza come al complesso di azioni afflittive, mortificanti per la nostra natura, ugualmente si dice qualcosa ma non si dice quasi nulla, perché, quando si pensa appunto ad azioni afflittive, in generale si pensa a quelle azioni afflittive che non toccano affatto il nous, lo spirito, ma toccano il corpo.

domenica 2 aprile 2017

L’adultera – Gesù Cristo è la luce del mondo – Meditazioni del Sac. Dolindo Ruotolo – Tratto da “Nuovo Testamento – I Quattro Vangeli”




Le notti angosciose di Gesù che pregava conoscendo l'anima vile dei nemici e la debolezza e la mancanza di fede degli amici

Dopo la proclamazione della sua Divinità, Gesù, fattasi sera, se ne andò sul monte Oliveto per pregare. Egli spargeva così sul mondo quelle grazie che ardentemente desiderava donare ed effondeva nel Padre il suo Cuore addolorato.
È difficile formarsi un concetto anche pallido delle pene interne di Gesù dinanzi all'incomprensione del popolo e dei suoi medesimi Apostoli.
Egli era veramente Dio e sentiva nella sua santissima Umanità la gloria della sua divina maestà e l'infinita ricchezza delle misericordie che veniva a spargere sulla terra; stimava da Dio la luce della verità che donava agli uomini e li vedeva sempre incerti, sospettosi o addirittura ostili.
Vedeva nei suoi Apostoli la fede titubante, le aspirazioni ancora materiali, dopo tanta divina effusione di spiritualità, il carattere tuttora sospettoso, pronto a svalutare tutto, a vedere oscurità dov'era luce, a giudicare errato ciò che non intendevano o fallito ciò che secondo essi non rispondeva alle loro piccole vedute.
Considerava nella sua profondità la malizia dei suoi nemici, le insidie che gli tendevano, la doppiezza del loro spirito, la completa assenza, in loro, di ogni giustizia, la volontaria cecità, il rinnegamento dell'evidenza, il servilismo del loro animo ad ogni illusione diabolica e ad ogni sopraffazione dei perversi, purché non contrastasse i loro interessi materiali e il loro orgoglio, e gemeva nel suo Cuore.
Egli, poi, sapeva che essi ormai avevano deciso di sbarazzarsi di Lui ad ogni costo e che qualunque luce e qualunque manifestazione miracolosa potesse dare era perfettamente inutile. Questo li metteva nella necessità pratica o nell'inevitabilità di perdersi, ed Egli, che infinitamente li amava, ne era desolato, non potendo forzare la loro volontà, libera com'era, e non potendoli ridurre con manifestazioni di potenza che li avrebbe resi maggiormente colpevoli. Che cos'erano le angosciose notti della sua preghiera, agonia del suo Cuore divino! Che pena era poi, per Lui, vedere nell'ambiente che lo circondava la sintesi di tutti i secoli e di tutte le ingratitudini umane, che gravavano fin d'allora sul suo Cuore perché tutto gli era presente! L'anima nostra si smarrisce in questo profondo mistero di dolore e non sa misurarlo.
L'adultera

Dopo la sua orazione notturna, Gesù, di buon mattino, ritornò nuovamente al Tempio, ossia – come si esprime il testo greco - in uno dei fabbricati o dei portici che facevano una sola cosa col Tempio propriamente detto.
Il Cuore gli ardeva dal desiderio di comunicarsi alle anime perché voleva salvarle, e andò Egli stesso a trovarle per annunciare loro le parole dell'eterna Verità e della Vita eterna. Il popolo, che ancora numeroso affollava la Città Santa e dimorava nelle vicinanze del Tempio, notò la sua presenza e gli si accalcò d'intorno per ascoltarlo, nella speranza di assistere anche a qualche prodigio.