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sabato 6 maggio 2017

LE OPERE DI MISERICORDIA SPIRITUALE - Istruire gli ignoranti, consigliare i dubbiosi, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti - del card. Giacomo Biffi



Vorrei confidare qualche mio sparso pensiero sull'elenco delle così dette "opere di misericordia spirituale", che mi pare oggi il più sbiadito nella coscienza comune. Come giacciono nei vecchi catechismi, scritti quando ancora si chiamavano ingenuamente le cose con il loro nome, ci appaiono un po' ruvide e spigolose. Forse perché la nostra anima, per così dire, si è fatta più delicata e irritabile.
Rileggiamole (ci permettiamo di invertire l'ordine tradizionale delle prime due opere, sulla scorta del Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2447, per facilitare la logica del discorso):
1. Istruire gli ignoranti
2. Consigliare i dubbiosi
3. Ammonire i peccatori
4. Consolare gli afflitti
5. Perdonare le offese
6. Sopportare pazientemente le persone moleste
7. Pregare Dio per i vivi e per i morti

TUTTI DESTINATARI
A differenza delle opere di misericordia corporale, dove (di solito, se non sempre) chi dà da mangiare non è affamato e chi patisce la fame non è in condizioni di dar da mangiare, qui il benefattore e il beneficiario non sono adeguatamente distinti. Anzi è buona regola non distinguerli affatto: di queste "opere" siamo tutti destinatari. E' bene quindi che ciascuno di noi si consideri al tempo stesso "istruttore" e "ignorante", saggio consigliere e dubbioso, paladino della giustizia e peccatore, capace di consolare e desideroso di consolazione, chiamato a perdonare le offese e offensore, deciso ad aver pazienza e sempre sul punto di farla perdere agli altri, intercessore a favore di tutti presso Dio e bisognoso della preghiera fraterna di tutti. Solo mantenendoci in quest'ottica possiamo sperare di intraprendere un esame fruttuoso delle "opere" che ci vengono raccomandate.


I NOSTRI COMPITI PROPRI


Il discorso sulle "opere di misericordia spirituale" assume poi una rilevanza e un'attualità eccezionale, se è volto a chiarire quale sia l'indole propria della solidarietà che la Chiesa come tale deve esercitare nei confronti dell'umanità. Nessun dubbio che l'amore cristiano, suscitato e sorretto dall'Eucaristia, debba esprimersi anche nell'offrire ai più sfortunati, per quel che è possibile, un apporto valido perché risolvano positivamente i loro problemi esistenziali primari e possono godere di uno stato conforme alla loro dignità di persone. Guai se la Chiesa lo dimenticasse. Ma guai se riducesse a questo la sua azione nel mondo. Guai a noi se a poco a poco finissimo col pensare alla Sposa di Cristo come a una sorta di ente assistenziale o come a un surrogato e a un coadiuvante della Croce Rossa Internazionale. Il pericolo di questo inconscio travisamento non è oggi irreale, favorito com'è dagli interessi delle potenze mondane e anche dalla nostra preoccupazione di essere un poco accettati dalla cultura dominante. Certamente la comunità cristiana va continuamente spronata alla generosità anche in questi settori: è la parola stessa di Gesù ad ammonirci in tal senso (cfr. Mt 25,31-46). Ma di fronte alla sempre soverchiante miseria umana, non deve nutrire complessi di colpa non pertinenti. Va detto con molta chiarezza che direttamente e per sé non tocca a noi risolvere alla radice i problemi sociali: sarebbe integralismo pensarlo, sarebbe addirittura il tentativo illegittimo di affiancarsi alla società civile, pretendendone gli stessi compiti statutari e le stesse responsabilità. Alla comunità cristiana tocca - ed è dovere amplissimo ed esigentissimo - l'impegno di tradurre ogni giorno la sua fede, secondo quanto in concreto le è dato, in un'azione di carità che raggiunge i fratelli in ogni loro situazione e in ogni loro effettiva necessità. Sotto questo profilo, l'indugiare un poco sulle così dette "opere di misericordia spirituale" sarà forse di qualche utilità a mantenere nel giusto equilibrio la nostra visione della presenza operativa dei cristiani e anzi ricordare ciò che è in maniera più immediata, inerente alla missione della Chiesa nel mondo.


1) ISTRUIRE GLI IGNORANTI


Ignorante non vuol dire senza cultura e senza erudizione. Ignorante è chi non conosce proprio le cose che più dovrebbe conoscere, e può essere anche un professore universitario o un famoso scrittore. Si evoca qui la strana condizione dell'uomo, e specialmente dell'uomo di oggi, che sa tutto tranne le cose che contano, che conduce a termine le indagini più complicate ed è muto davanti alle domande fondamentali e più semplici, che è in grado di andare a raccogliere i sassi della luna e non può dirsi che cosa è venuto a fare sulla terra. Ignorare quale sia il significato del nostro stesso vivere; ignorare quale sia il destino che alla fine ci aspetta; ignorare se la nostra venuta all'esistenza abbia come premessa e come ragione un disegno d'amore oppure una casualità cieca: questa è la notte assurda che implora oggettivamente di essere rischiarata. Il primo e più grande atto di carità che possa essere compiuto verso l'uomo è quello di dirgli le cose come stanno. Che vuol dire anche svelargli la sua autentica identità. Questa è la prima misericordia che la Chiesa esercita - deve esercitare - nei confronti della famiglia umana: l'annuncio instancabile della verità. La salvezza dei nostri fratelli direttamente e per sè non sarà tanto il frutto della nostra affabile capacità di ascolto e di dialogo (cosa importante però e da non trascurare), ma della verità divina proclamata senza scolorimenti e senza mutilazioni. Gesù ha connesso il dono della sua carne e del suo sangue con l'accoglienza della sua parola, anche di quella più difficile da accettare. Il discorso eucaristico di Cafarnao provoca, più di ogni altro nel Vangelo, il rifiuto di molti: "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?" (Gv 6,60). Ma il Signore non ritiene che in questo campo si possano dare sconti agevolanti: "Forse anche voi volete andarvene? Gli rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio" (Gv 6, 67-69).

Sant' Antonio di Padova Sacerdote e dottore della Chiesa - Lisbona, Portogallo, c. 1195 - Padova, 13 giugno 1231


 
Statua di Sant'Antonio di Padova - Chiesa Sant'Antonio Abate Sassari

SANT'ANTONIO di Padova, noto anche come Antonio da Lisbona, con riferimento alla sua città natale, è «uno dei santi più popolari in
tutta la Chiesa cattolica, venerato non solo a Padova, dove è stata innalzata una splendida Basilica che raccoglie le sue spoglie mortali, ma in tutto il mondo. Sono care ai fedeli le immagini e le statue che lo rappresentano con il giglio, simbolo della sua purezza, o con il Bambino Gesù tra le braccia, a ricordo di una miracolosa apparizione menzionata da alcune fonti letterarie. Antonio ha contribuito in modo significativo allo Sviluppo della spiritualità francescana, con le sue spiccate doti di intelligenza, di equilibrio, di zelo apostolico e, principalmente, di fervore mistico» (Benedetto XVI, Udienza generale del 10 febbraio 2010).
Il futuro sant'Antonio nasce il 15 agosto 1195, a Lisbona. Al Battesimo, riceve il nome di Fernando. Suo padre, Don Martin de Bulhoés, che discende da Goffredo di Buglione, lo destina al mestiere delle armi. Fernando trascorre la sua infanzia presso la madre, Dona Teresa, la cui tenerezza si manifesta attraverso un profondo affetto verso i suoi e una costante attenzione a far loro piacere. Ella gli comunica una tenera devozione nei confronti della Santa Vergine. Così si formano nella sua anima le virtù di mitezza, di umiltà, di amore nel sacrificio, che lo faranno amare da tutti.
Egli scriverà in seguito: «Mite è colui il cui animo non è affetto da irritazione e che, nella semplicità della sua fede, è in grado di sopportare con pazienza ogni offesa. Quelli di fuori si agitano contro di me, ma io, nel mio cuore, mantengo la pace.» Fino all'età di quindici anni, segue degli studi presso la scuola capitolare di Lisbona. Un giorno in cui si trova inginocchiato sui gradini dell'altare, gli appare il demonio sotto una forma spaventosa. Pieno di una fede intrepida, il ragazzo traccia sul pavimento una Croce, il Cui marchio s'imprime nel marmo che si ammorbidisce a contatto con questa carne così debole ma così pura. L'effetto è immediato: il demonio scompare subito. Questa croce è visibile ancora oggi nella cattedrale.
Le tre armi

venerdì 5 maggio 2017

Dalla prima lettera di san Pietro apostolo - 1Pt 2, 20-25 - Siete tornati al pastore delle vostre anime.



1Pt 2, 20-25

Carissimi, se, facendo il bene, sopporterete con pazienza la sofferenza, ciò sarà gradito davanti a Dio. A questo infatti siete stati chiamati, perché
anche Cristo patì per voi,
lasciandovi un esempio,
perché ne seguiate le orme:
egli non commise peccato
e non si trovò inganno sulla sua bocca;
insultato, non rispondeva con insulti,
maltrattato, non minacciava vendetta,
ma si affidava a colui che giudica con giustizia.
Egli portò i nostri peccati nel suo corpo
sul legno della croce, perché,
non vivendo più per il peccato,
vivessimo per la giustizia;
dalle sue piaghe siete stati guariti.
Eravate erranti come pecore,
ma ora siete stati ricondotti al pastore
e custode delle vostre anime.

Parola di Dio
Riflessione personale

Gesù oggi ci chiama ad affrontare le sofferenze ingiuste con pazienza e a non stupirci se, pur comportandoci bene, soffriamo ingiustamente.
A volte mi viene da chiedere a Gesù il senso della sofferenza, ma poi guardando Lui sulla Croce penso: "Invece di fare domande a una persona morta per me, forse dovrei cercare di partecipare alle Sue sofferenze". Lui infatti ha voluto morire per salvare me, ecco la risposta alle mie sofferenze ingiuste! L’unica via della mia salvezza è nel seguire le Sue orme.
Sopportando con pazienza e serenità le sofferenze che di tanto in tanto bussano alla mia porta, partecipo alla passione di Gesù, sia per il mio bene sia per la salvezza di tante anime disperate. Soffrendo con amore mi faccio in qualche modo carico del mio peccato e di quello del mondo, naturalmente nella misura che posso e che Dio permette.
In questo tempo così difficile in cui Dio sembra quasi non esistere o è ignorato e offeso, c’è bisogno di persone che soffrano per amore di Cristo. La Croce, portata in modo silenzioso, porta più anime in Cielo di tante belle parole dette con troppa facilità da molti che di Cristo hanno solo l’abito; la fede si trasmette soprattutto con la vita di chi, seguendo Gesù, diventa un Vangelo vivente!
Soffrire!!!… sembra che i cristiani per essere considerati amici di Gesù debbano per forza soffrire; diciamo pure che più o meno è proprio cosi… Lo dicono i Santi: "Soffri per la povertà? Soffri per malattia? Soffri per le calunnie? Soffri per le maldicenze?… Perfetto! Allora sei sulla strada che porta al Paradiso."! Certo che con queste prospettive molti se la danno a gambe levate, ma io dico che non sanno quello che si perdono!
Attenzione… non ha nessun senso annunciare un Gesù diverso, un Gesù tutto “miele”, ignorando il Vangelo della sofferenza solo per incontrare il favore del mondo o solo per avere qualche amico in più e qualche sofferenza in meno. Un giorno dovremo rendere conto al Signore delle anime che, per il nostro comportamento, per il nostro buonismo, sono rimaste scandalizzate e forse si sono dannate.
Quindi, le sofferenze ingiuste accettate con amore sono delle opportunità che il buon Dio ci da per amare di più e per amare come Lui ha amato. Padre Serafino, un monaco a me tanto caro, un giorno mi ha scritto queste parole: Le contraddizioni possono servire per amare di più e meglio. Occorre viverle con grande fede e prenderle dalle mani di Dio. Allora si sperimenta davvero che “tutto è grazia”… “l’imperfezione degli altri ci fa esercitare la pazienza, la misericordia, la pietà. In fondo noi cresciamo veramente solo a causa delle imperfezioni degli altri, perché dovendo esercitare la carità siamo costretti ad uscire da noi stessi. Coloro che ci fanno soffrire sono, in ultima “ratio” coloro che ci fanno crescere nella dimensione della carità. Se andassimo d'accordo alla perfezione con tutti e se tutti ci lodassero e stimassero al cento per cento, forse resteremmo chiusi nel nostro senso di perfezione e rimarremmo ingannati da noi stessi”. Stupendo!!!

Dagli Atti degli Apostoli - At 9, 1-20 - Egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni.



At 9, 1-20
In quei giorni, Sàulo, spirando ancora minacce e stragi contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damàsco, al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme tutti quelli che avesse trovato, uomini e donne, appartenenti a questa Via.
E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damàsco, all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: «Sàulo, Sàulo, perché mi perséguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». Ed egli: «Io sono Gesù, che tu perséguiti! Ma tu àlzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».
Gli uomini che facevano il cammino con lui si erano fermati ammutoliti, sentendo la voce, ma non vedendo nessuno. Sàulo allora si alzò da terra, ma, aperti gli occhi, non vedeva nulla. Così, guidandolo per mano, lo condussero a Damàsco. Per tre giorni rimase cieco e non prese né cibo né bevanda.
C’era a Damàsco un discepolo di nome Ananìa. Il Signore in una visione gli disse: «Ananìa!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, va’ nella strada chiamata Diritta e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Sàulo, di Tarso; ecco, sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Ananìa, venire a imporgli le mani perché recuperasse la vista». Rispose Ananìa: «Signore, riguardo a quest’uomo ho udito da molti quanto male ha fatto ai tuoi fedeli a Gerusalemme. Inoltre, qui egli ha l’autorizzazione dei capi dei sacerdoti di arrestare tutti quelli che invocano il tuo nome». Ma il Signore gli disse: «Va’, perché egli è lo strumento che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni, ai re e ai figli d’Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».
Allora Ananìa andò, entrò nella casa, gli impose le mani e disse: «Sàulo, fratello, mi ha mandato a te il Signore, quel Gesù che ti è apparso sulla strada che percorrevi, perché tu riacquisti la vista e sia colmato di Spirito Santo». E subito gli caddero dagli occhi come delle squame e recuperò la vista. Si alzò e venne battezzato, poi prese cibo e le forze gli ritornarono.
Rimase alcuni giorni insieme ai discepoli che erano a Damàsco, e subito nelle sinagoghe annunciava che Gesù è il Figlio di Dio.

Parola di Dio

Riflessione

Chi come Paolo ha incontrato Gesù non sarà mai più la persona di prima e, come Geremia, può dire ad alta voce: Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre; mi hai fatto forza e hai prevalso. Sono diventato oggetto di scherno ogni giorno; ognuno si fa beffe di me” (Ger 20, 7).
Saulo, ora Paolo, era il nemico peggiore e più agguerrito della Chiesa di allora; perseguitava accanitamente i cristiani e il suo viaggio a Damasco aveva appunto in fine di fermare e arrestare tutte le persone che seguivano il Signore. Ma proprio mentre si recava in quella città fu avvolto all'improvviso da una grande luce e udì una voce che gli diceva: Saulo, Saulo, perché mi perseguiti!”. Attenzione... “all'improvviso” per Paolo, ma non per Dio che aveva programmato ogni cosa. Questo per dire che ogni avvenimento fa parte di un meraviglioso disegno che Dio vuole attuare per il nostro bene. Non esiste il caso dal punto di vista di Dio.
Paolo, dunque, che fino ad allora aveva creduto di essere giusto perché osservava le leggi e le tradizioni dei padri, dovrà rendersi conto che la salvezza si ottiene in un altro modo. Per Paolo l'incontro con Cristo è devastante: cade a terra... come cade a terra e va a pezzi tutto ciò che fino ad allora aveva vissuto. La sua vita viene completamente capovolta; da nemico diventa così amico di Gesù che a Lui dedicherà tutta la vita. Diventerà un vero ciclone che nessuno riuscirà mai a fermare.

Perchè ci perseguitano?… del card. Giacomo Biffi



Il Dio dei cristiani esige di essere l'unico da adorare, perché è l'unico che davvero esiste. Così, quando ci vien detto che tutte le religioni sono uguali, pensiamo seriamente al sangue dei martiri, che è stato versato per asserire e difendere la verità del contrario.

Premessa
Oggi è in atto una continua e sistematica aggressione al fatto cristiano, al magistero trascendente di Gesù di Nazaret, all'insegnamento e alla stessa libertà di esistere della Chiesa. Troppi cattolici neppure se ne avvedono, condizionati come sono dalla retorica delle "aperture" e del buonismo.
Da noi, per ora, è un'ostilità "culturale" e "politica". Ma in altre parti della terra la violenza è anche fisica: ogni anno a migliaia i nostri fratelli di fede pagano con la vita la loro appartenenza ecclesiale. E il mondo occidentale (così sensibile a tutti gli attentati ai "diritti umani") di solito resta impassibile: le uccisioni dei cristiani in quanto cristiani non fanno notizia.
Gesù del resto ci aveva avvisati: non ci ha mai detto che la condizione del suoi discepoli nella vicenda umana sarebbe stata una passeggiata sotto i mandorli in fiore. «Sarete odiati da tutti i popoli a causa del mio nome» (Mt 24,9), aveva promesso.
È il "mistero del martirio", e appartiene al disegno che il Padre ha pensato e deciso prima di tutti i secoli per la nostra salvezza e la nostra soprannaturale ed eterna elevazione.
Ma perché il "mondo" - questa forza permanente di opposizione all'iniziativa divina di redenzione, di cui parla per esempio Gesù nell'ultima cena (cfr. Gv 17,9.14) - è indotto tanto spesso a soffocare la verità rivelata addirittura nel sangue e tenta di annientare senza mai riuscirci il popolo dei redenti? Su questo "mistero del martirio" è necessario che di questi tempi abbiamo a riflettere seriamente.

QUAL’ E’ LA VERA CHIESA, LA VERA RELIGIONE? di Fra Crispino Lanzi



1. TUTTE LE RELIGIONI SONO UGUALI?
No! Se fossero tutte uguali ci sarebbe una sola religione.

2. TUTTE LE RELIGIONI SONO VERE?
No! Sarebbe lo stesso che voler sostenere che 2+2 fa e 4 e 5 e 6 e 80 e così all'infinito: sono tante le risposte possibili, ma una sola è la risposta vera: 2+2 fa 4. Così si dica delle religioni: sono tante, ma una sola è la religione vera (cioè che ha la pienezza della verità). In altre parole: ogni religione ha un certo numero di verità, ma una sola può avere tutte le verità, poiché come dice S. Paolo uno solo è il Signore, quindi una sola è la Fede ossia la vera religione: "Un solo corpo, un solo spirito, come una sola è la speranza alla quale siete stati chiamati; un solo Signore, una sola Fede, un solo battesimo. Un solo Dio Padre dì tutti ".

3. QUAL è LA RELIGIONE VERA? QUELLA CRISTIANA!
Soltanto Dio ha la possibilità di non insegnare alcun errore e di rivelarci solo delle verità. Quindi l'unica religione vera è quella istituita da Dio ossia la religione Cristiana, istituita da Cristo Dio. Perciò, con rispettosa ammirazione mettiamo da parte tutte le religioni istituite da uomini: il buddismo, l'induismo, il maomettanesimo e ogni altra religione non cristiana. Mettiamo pure da parte, con devota stima, l'ebraismo istituito da Dio, ma come preparazione alla venuta di Cristo, e perciò destinato a sfociare nel Cristianesimo.

4. TRA LE MOLTE CHIESE O RELIGIONI CRISTIANE QUAL’ E’ QUELLA VERA? E’ LA CHIESA O RELIGIONE CATTOLICA.
Sono tante Chiese che si dicono cristiane; ecco le principali:

giovedì 4 maggio 2017

L'INDIRIZZO DI DIO...



Un uomo buono, credente, aveva una bella famiglia, ma il Suo ultimo figlio era nato con una pesante menomazione. Da quel momento era cresciuta dentro di lui una rabbia sorda e incontrollabile.
Nascondeva il suo bambino, non la sua amarezza. Proprio non riusciva a capire.
Un giorno, gli dissero che Dio si trovava su una montagna impervia.
Decise cosi di andargli a parlare. Arrivò ai piedi della montagna e iniziò a salire. Non si era portato nulla da mangiare e si nutrì di bacche selvatiche e piccoli frutti. Pregava senza sosta. Più si avvicinava alla sommità del monte, più il suo cuore batteva forte. Provava un sacro timore. Quando infine arrivò sulla cima, trovò soltanto una capannuccia. Aprì la porta esitando. Si accorse subito che l'abitante della capanna non era Dio. Forse era un domestico o un angelo.
«Non è qui», gli disse l'angelo e aggiunse con semplicità questa frase sorprendente: «Lo troverai giù nella valle, nelle braccia di una donna».
L'uomo iniziò subito la discesa. Lenta e penosa. La stanchezza e la delusione rendevano esitanti i suoi passi. Il cuore era ancora più pesante per l'ansia. Cadde più volte.
Con gli occhi annebbiati dallo sfinimento, nella valle vide una casa, aprì la porta e trovò il figlio nelle braccia di sua moglie.
Una fiamma calda e palpitante si accese nel suo cuore.
E comprese. Si inginocchiò e adorò a lungo, piangendo, Gesù presente nel suo piccolo sofferente. Come ha detto Lui nel Vangelo: «Tutto quello che farai al più piccolo di questi miei fratelli, lo farai a me» (Mt 25,40).


Una Volta, un uomo chiese a Rabbi Joshua Ben Karechah: «Perché Dio ha scelto di parlare a Mosè da un cespuglio spinoso?».
Il rabbino rispose: «Se avesse scelto un ulivo o una poderosa quercia, ci faremmo la stessa domanda. Penso che Dio abbia scelto un cespuglio spinoso, brutto e inutile, per dirci che non vi è nessun posto sulla terra dove Lui non è presente».

Tratto da “La cena in Paradiso” - Piccole storie per l’anima – di Bruno Ferrero

mercoledì 3 maggio 2017

Dagli Atti degli Apostoli - At 8,26-40 - Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?



 At 8,26-40

In quei giorni, un angelo del Signore parlò a Filippo e disse: «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta». Egli si alzò e si mise in cammino, quand’ecco un Etíope, eunùco, funzionario di Candàce, regina di Etiòpia, amministratore di tutti i suoi tesori, che era venuto per il culto a Gerusalemme, stava ritornando, seduto sul suo carro, e leggeva il profeta Isaìa.
Disse allora lo Spirito a Filippo: «Va’ avanti e accòstati a quel carro». Filippo corse innanzi e, udito che leggeva il profeta Isaìa, gli disse: «Capisci quello che stai leggendo?». Egli rispose: «E come potrei capire, se nessuno mi guida?». E invitò Filippo a salire e a sedere accanto a lui.
Il passo della Scrittura che stava leggendo era questo:“Come una pecora egli fu condotto al macello e come un agnello senza voce innanzi a chi lo tosa, così egli non apre la sua bocca. Nella sua umiliazione il giudizio gli è stato negato, la sua discendenza chi potrà descriverla? Poiché è stata recisa dalla terra la sua vita”.
Rivolgendosi a Filippo, l’eunùco disse: «Ti prego, di quale persona il profeta dice questo? Di se stesso o di qualcun altro?». Filippo, prendendo la parola e partendo da quel passo della Scrittura, annunciò a lui Gesù.
Proseguendo lungo la strada, giunsero dove c’era dell’acqua e l’eunùco disse: «Ecco, qui c’è dell’acqua; che cosa impedisce che io sia battezzato?». Fece fermare il carro e scesero tutti e due nell’acqua, Filippo e l’eunùco, ed egli lo battezzò.
Quando risalirono dall’acqua, lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunùco non lo vide più; e, pieno di gioia, proseguiva la sua strada. Filippo invece si trovò ad Azoto ed evangelizzava tutte le città che attraversava, finché giunse a Cesarèa.

Parola di Dio
Riflessione

Pietro e Giovanni, dopo aver predicato in Samaria con successo, rientrano a Gerusalemme, mentre Filippo rimane in Samaria a disposizione del Signore. Attende insomma Sue istruzioni...
Penso allora alle domande che Filippo si sarà fatto nel frattempo: Chissà in quale città Dio mi invierà? ...Sarò in grado? ...Accoglieranno la mia predicazione?”. Ed ecco che la risposta non si fa attendere e, forse in una visione durante la notte, gli appare un angelo del Signore che gli dice: «Àlzati e va’ verso il mezzogiorno, sulla strada che scende da Gerusalemme a Gaza; essa è deserta».
Forse molti di noi, me compresa, avrebbero pensato: Come?... dopo aver atteso in questa città, solo come un cane... mi dici di andare in un posto desolato... a far che?... A evangelizzare chi  se è deserto?!!! Insomma, vorremmo sempre dettare le nostre condizioni prima di lanciarci nell'impresa.
Ma Filippo è meno contestatore e così, senza obbiettare, si alza e si mette in cammino senza sapere altro, senza porre condizioni. Insomma, si fida ciecamente di Dio e non fa il piagnone. Si alza e basta!!! In questo dovremmo imitarlo tutti.

IL SEGRETO PER UN MATRIMONIO FELICE



«Figlio mio, ci si sposa per tante ragioni. La più frequente è anche la più pericolosa: per essere felici. Sposarsi per essere felici è la strada più sicura per il divorzio. I matrimoni riusciti esistono, ma non lo diventano perché si cerca la felicità. Lo diventano quando si cerca qualche cosa d'altro. I matrimoni diventano belli quando due persone accettano il sacrificio quotidiano del loro ego.
L'ego. Forse senti questa parola per la prima volta. Ti sembra un po' confusa o strana. Ecco che cosa significa per me: il tuo ego è quella parte di te che mantiene il tuo cuore. Sei nato con un cuore bello e buono e non potrai mai perderlo. Ma quando io ero un po' duro con te o quando i tuoi amici ti prendevano in giro hai sofferto e la tua mente, per difendersi, ha iniziato a costruire un muro intorno al tuo cuore. Questo accade a tutti noi.