Vorrei
confidare qualche mio sparso pensiero sull'elenco delle così dette
"opere di misericordia spirituale", che mi pare oggi il più
sbiadito nella coscienza comune. Come giacciono nei vecchi
catechismi, scritti quando ancora si chiamavano ingenuamente le cose
con il loro nome, ci appaiono un po' ruvide e spigolose. Forse perché
la nostra anima, per così dire, si è fatta più delicata e
irritabile.
Rileggiamole (ci permettiamo di invertire l'ordine tradizionale delle prime due opere, sulla scorta del Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2447, per facilitare la logica del discorso):
Rileggiamole (ci permettiamo di invertire l'ordine tradizionale delle prime due opere, sulla scorta del Catechismo della Chiesa Cattolica n. 2447, per facilitare la logica del discorso):
1.
Istruire gli ignoranti
2. Consigliare i dubbiosi
3. Ammonire i peccatori
4. Consolare gli afflitti
5. Perdonare le offese
6. Sopportare pazientemente le persone moleste
7. Pregare Dio per i vivi e per i morti
TUTTI DESTINATARI
2. Consigliare i dubbiosi
3. Ammonire i peccatori
4. Consolare gli afflitti
5. Perdonare le offese
6. Sopportare pazientemente le persone moleste
7. Pregare Dio per i vivi e per i morti
TUTTI DESTINATARI
A
differenza delle opere di misericordia corporale, dove (di solito, se
non sempre) chi dà da mangiare non è affamato e chi patisce la fame
non è in condizioni di dar da mangiare, qui il benefattore e il
beneficiario non sono adeguatamente distinti. Anzi è buona regola
non distinguerli affatto: di queste "opere" siamo tutti
destinatari. E' bene quindi che ciascuno di noi si consideri al tempo
stesso "istruttore" e "ignorante", saggio
consigliere e dubbioso, paladino della giustizia e peccatore, capace
di consolare e desideroso di consolazione, chiamato a perdonare le
offese e offensore, deciso ad aver pazienza e sempre sul punto di
farla perdere agli altri, intercessore a favore di tutti presso Dio e
bisognoso della preghiera fraterna di tutti. Solo mantenendoci in
quest'ottica possiamo sperare di intraprendere un esame fruttuoso
delle "opere" che ci vengono raccomandate.
I
NOSTRI COMPITI PROPRI
Il
discorso sulle "opere di misericordia spirituale" assume
poi una rilevanza e un'attualità eccezionale, se è volto a chiarire
quale sia l'indole propria della solidarietà che la Chiesa come tale
deve esercitare nei confronti dell'umanità. Nessun dubbio che
l'amore cristiano, suscitato e sorretto dall'Eucaristia, debba
esprimersi anche nell'offrire ai più sfortunati, per quel che è
possibile, un apporto valido perché risolvano positivamente i loro
problemi esistenziali primari e possono godere di uno stato conforme
alla loro dignità di persone. Guai se la Chiesa lo dimenticasse. Ma
guai se riducesse a questo la sua azione nel mondo. Guai a noi se a
poco a poco finissimo col pensare alla Sposa di Cristo come a una
sorta di ente assistenziale o come a un surrogato e a un coadiuvante
della Croce Rossa Internazionale. Il pericolo di questo inconscio
travisamento non è oggi irreale, favorito com'è dagli interessi
delle potenze mondane e anche dalla nostra preoccupazione di essere
un poco accettati dalla cultura dominante. Certamente la comunità
cristiana va continuamente spronata alla generosità anche in questi
settori: è la parola stessa di Gesù ad ammonirci in tal senso (cfr.
Mt 25,31-46). Ma di fronte alla sempre soverchiante miseria umana,
non deve nutrire complessi di colpa non pertinenti. Va detto con
molta chiarezza che direttamente e per sé non tocca a noi risolvere
alla radice i problemi sociali: sarebbe integralismo pensarlo,
sarebbe addirittura il tentativo illegittimo di affiancarsi alla
società civile, pretendendone gli stessi compiti statutari e le
stesse responsabilità. Alla comunità cristiana tocca - ed è dovere
amplissimo ed esigentissimo - l'impegno di tradurre ogni giorno la
sua fede, secondo quanto in concreto le è dato, in un'azione di
carità che raggiunge i fratelli in ogni loro situazione e in ogni
loro effettiva necessità. Sotto questo profilo, l'indugiare un poco
sulle così dette "opere di misericordia spirituale" sarà
forse di qualche utilità a mantenere nel giusto equilibrio la nostra
visione della presenza operativa dei cristiani e anzi ricordare ciò
che è in maniera più immediata, inerente alla missione della Chiesa
nel mondo.
1)
ISTRUIRE GLI IGNORANTI
Ignorante
non vuol dire senza cultura e senza erudizione. Ignorante è chi non
conosce proprio le cose che più dovrebbe conoscere, e può essere
anche un professore universitario o un famoso scrittore. Si evoca qui
la strana condizione dell'uomo, e specialmente dell'uomo di oggi, che
sa tutto tranne le cose che contano, che conduce a termine le
indagini più complicate ed è muto davanti alle domande fondamentali
e più semplici, che è in grado di andare a raccogliere i sassi
della luna e non può dirsi che cosa è venuto a fare sulla terra.
Ignorare quale sia il significato del nostro stesso vivere; ignorare
quale sia il destino che alla fine ci aspetta; ignorare se la nostra
venuta all'esistenza abbia come premessa e come ragione un disegno
d'amore oppure una casualità cieca: questa è la notte assurda che
implora oggettivamente di essere rischiarata. Il primo e più grande
atto di carità che possa essere compiuto verso l'uomo è quello di
dirgli le cose come stanno. Che vuol dire anche svelargli la sua
autentica identità. Questa è la prima misericordia che la Chiesa
esercita - deve esercitare - nei confronti della famiglia umana:
l'annuncio instancabile della verità. La salvezza dei nostri
fratelli direttamente e per sè non sarà tanto il frutto della
nostra affabile capacità di ascolto e di dialogo (cosa importante
però e da non trascurare), ma della verità divina proclamata senza
scolorimenti e senza mutilazioni. Gesù ha connesso il dono della sua
carne e del suo sangue con l'accoglienza della sua parola, anche di
quella più difficile da accettare. Il discorso eucaristico di
Cafarnao provoca, più di ogni altro nel Vangelo, il rifiuto di
molti: "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?"
(Gv 6,60). Ma il Signore non ritiene che in questo campo si possano
dare sconti agevolanti: "Forse anche voi volete andarvene? Gli
rispose Simon Pietro: Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di
vita eterna, e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo
di Dio" (Gv 6, 67-69).









