Pagine statiche

sabato 27 maggio 2017

Giuseppe Cafasso, padre dei disperati… Tratto da “Trionfo del Cuore” - IL GIORNO PIÙ’ GRANDE DELLA MIA VITA - Famiglia di Maria - Settembre-Ottobre 2016 n° 39



Tutti conoscono Don Bosco, l'apostolo della gioventù, pochi però sanno qualcosa del suo padre Spirituale, Giuseppe Cafasso, di soli quattro anni più grande di lui. La sua vita fu una lode unica alla misericordia di Dio. Si adoperò soprattutto per la salvezza delle anime abbandonate da tutti.
Nel nome di Dio prometteva loro, e anche subito, il paradiso!


Nella metà del XIX secolo, don Cafasso, umile professore di morale e instancabile sacerdote, divenne un modello e l'educatore di una generazione di santi sacerdoti nella città di Torino e in Piemonte. Ma c'è un altro aspetto della sua vita: la sua speciale sollecitudine per i casi senza speranza, per i carcerati e i condannati a morte, abbandonati da tutti a causa dei loro vizi e dei loro peccati. Don Giuseppe non lasciava senza assistenza i “suoi condannati”
Tre volte a settimana visitava le quattro prigioni torinesi, nelle quali infuriavano terrificanti condizioni morali e sanitarie. Egli, “l'amico delle loro anime immortali”, chiamava gli assassini, i ladri, gli imbroglioni e tutti i carcerati, i suoi “prediletti, amici e beniamini” e non risparmiava nessuno sforzo per la loro conversione.
Diceva: "I miei carcerati e i condannati all'impiccagione sono il campo di lavoro del mio cuore ... tra loro mi trovo a mio agio: qui non ho più alcun fastidio, una sola cosa desidererei: avere qui una camera anche per me per stare giorno e notte con i miei amici”.
Di solito saliva lentamente e attentamente le scale, ma in carcere era “come un pesce nell'acqua, correva lungo i corridoi, saliva e scendeva lieto e felice i gradini umidi e bui”, che quasi si dimenticava di tornare a casa. Pensando sicuramente ai suoi prigionieri, don Cafasso disse in un'omelia: "Il Signore è sempre disposto ad usare misericordia, ed è tale questa sua volontà, che si tiene più offeso del disperare, che non del peccato stesso di cui si dispera”.
Conquistava i più induriti e contrari per mezzo di un amore costante ed una perseverante bontà. Nessuna bestemmia, nessuna parola cattiva, nessun insulto rivolto alla sua piccola statura e alla sua gobba impedivano a don Cafasso di portare ripetutamente regali ai suoi “prediletti”: tabacco, pane, vino, vestiti oppure frutta. Se alle volte veniva derubato, taceva e non esitava a dare del denaro alle guardie affinché trattassero meglio “i Suoi figli. Persino quando una volta i carcerati cominciarono a bombardarlo con i noccioli della frutta, da lui stesso appena ricevuta, tranquillizzò i secondini indignati: "Lasciateli un po fare, non hanno altri divertimenti, poveretti!”.

giovedì 25 maggio 2017

Dio abita in mezzo a noi... Tratto da “Trionfo del Cuore” - Sia Lodato e Ringraziato! - Famiglia di Maria - Novembre -Dicembre 2016 – n° 40.



Duemila anni fa un angelo annunziò ai pastori la buona novella della nascita del Bambino Gesù. Luca riferisce: “Appena gli angeli si furono allontanati da loro, verso il cielo, i pastori dicevano l'un l'altro: Andiamo dunque fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere.
Andarono, senza indugio ... '' e adorarono il Messia, il loro Salvatore. Anche noi possiamo vivere la stessa esperienza dei pastori perché nella Santa Eucaristia il Signore ci ha lasciato l'inconcepibile regalo della Sua presenza.

Quanto Dio ci rende facile incontrarlo personalmente! Dobbiamo solo entrare in una chiesa. “Egli, che ha creato tutto il mondo e con il suo Preziosissimo Sangue ha lavato i miei peccati, è presente qui nel tabernacolo. Non è un'immaginazione: il Dio vivente è veramente presente. Posso comprendere la maestà di Dio, ma non la Sua umiltà”: confessò la santa Madre Teresa riguardo al mistero della presenza di Dio in una piccola ostia. Non stupisce che i Santi siano innamorati del Santissimo Sacramento!
Quando il fondatore della Congregazione del Santissimo Sacramento, san Pierre Julien Eymard (1811-1868), giunse a Parigi, vi abitò in condizioni poverissime. Gli mancava quasi tutto, ma se qualcuno mostrava di avere compassione di lui, deciso rispondeva: "Il Santissimo è qui, è tutto ciò che mi serve”. E invitava tutti coloro che chiedevano il suo aiuto e la sua consolazione ad andare davanti al tabernacolo: "Troverete tutto nell'Eucaristia, la forza della parola, la saggezza e il miracolo, Si, anche i miracoli. L'Eucaristia è la più alta rivelazione dell'amore di Gesù. Essa può essere superata solo in Cielo”.
Santa Caterina da Genova (1447 – 1510), la grande teologa del purgatorio, disse: "Il tempo che passo davanti al tabernacolo è il meglio speso della mia vita”. È vero, lo comprendiamo perché quando preghiamo permettiamo a Dio di operare dentro di noi. Per noi cristiani, iperattivi nella società di oggi, non è facile credere che il tempo passato davanti all'Eucaristia sia davvero quello meglio usato. Anche Madre Teresa affrontò questa difficoltà. Il postulatore del suo processo di beatificazione e di canonizzazione, Padre Brian Kolodiejchuk MC, nel bestseller da lui curato: “Dove c'è amore, c'è Dio”, racconta che nel 1973, durante un capitolo, una suora chiese: "Madre, vorremmo avere un'ora di adorazione Ogni giorno". La prima reazione della madre fu: "Non è possibile, abbiamo troppo lavoro: i malati, i morenti, i lebbrosi, i bambini !”.
Le suore poi però fecero una prova: "Da allora abbiamo un amore più grande e profondo per Gesù e un affetto più grande e disponibile fra noi. Ancora di più: l'adorazione ha portato una maggiore comprensione verso i poveri. Capiamo meglio le loro sofferenze e ciò che potrebbe servire loro. Anzi ancora: abbiamo tante meravigliose vocazioni dico sempre: è il frutto dell'adorazione, viene dalla presenza di Cristo, dalla nostra adorazione”.
Il Santo Papa Giovanni Paolo II ci ha lasciato una testimonianza toccante. Il cardinale AndrZe Deskur (1924-2011), che aveva conosciuto Karol Wojtyla quando era studente, racconta: "Quando Karol era in cappella, lo si sentiva parlare come se si intrattenesse con un altra persona”.

mercoledì 24 maggio 2017

Tu sei sacerdote in eterno!... Tratto da "Trionfo del Cuore" - IL SACERDOTE E LA MATERNITÀ SPIRITUALE PER I SACERDOTI I - Famiglia di Maria



P. Paul Maria Sigl

In ogni Santa Messa si rende presente quella solenne ora del Giovedì Santo, in cui, la notte prima della Sua passione e morte, il Sommo Sacerdote divino celebrò nel Cenacolo il “primo Santo Sacrificio”. Egli prese il pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede ai suoi discepoli, pronunciando le parole: “Prendete e mangiatene tutti: questo è il mio Corpo offerto in sacrificio per voi”. Dopo la cena, allo stesso modo prese il calice, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli e disse: “Prendete e bevetene tutti: questo è il mio sangue, versato per voi e per tutti per la remissione dei peccati. Fate questo in memoria di me”. In questo modo così semplice e sublime il Signore istituì il sacramento dell’Eucaristia e fece dei Suoi apostoli i primi sacerdoti di quella nuova Alleanza, che Egli, poco più tardi, avrebbe stipulato eternamente nel Suo sangue come Servo sofferente ed umiliato e Redentore. Sì, sul Calvario vediamo il Sommo Sacerdote divino che, sull’altare del proprio Corpo, si offre morente al Padre come sacrificio infinitamente prezioso. Ma Egli non era solo! Sua Madre, la Corredentrice, come p. Pio e tanti altri santi l’hanno chiamata, stava sotto la croce. Fortificata dalla santa Eucaristia, attraverso un primo “per Ipsum mariano”, offrì suo Figlio come un’ostia. Ella era unita in modo particolarmente perfetto all’offerta del Figlio sacerdote, al punto che si può dire: il loro comune sacrificio di redenzione, la loro comune vittoria, da allora, attraversano tutti i tempi e abbracciano tutti gli uomini. Papa Giovanni Paolo II parlò più volte di questa realtà spirituale, come, ad esempio, il 12 febbraio 1984: “Maria è presso ogni altare” o in occasione della Festa del Corpus Domini del 5 giugno 1983: “... ogni Messa ci pone in comunione intima con lei, la Madre, il cui sacrificio ‘ritorna presente’ come ‘ritorna presente’ il sacrificio del Figlio alle parole della Consacrazione del pane e del vino pronunciate dal sacerdote”. In modo molto simile si espresse l’amabile mistica tedesca Barbara Pfister (1867-1909): “Quante volte ho visto come la Madre di Dio accompagna il sacerdote all’altare, lo porta e lo guida, veglia su di lui e lo protegge ... Lei è sempre con lui. Non la si può separare dal Salvatore. Come Lui non ha voluto celebrare il Suo Sacrificio senza sua Madre, così anche il sacerdote non dovrebbe andare all’altare senza la Madre addolorata”.

Ha preceduto suo Figlio

Madri spirituali... Tratto da “Trionfo del Cuore” - IL SACERDOTE E LA MATERNITÀ SPIRITUALE PER I SACERDOTI I - Famiglia di Maria




San Giovanni Eudes (1601 – 1680), chiamato da Papa Pio XI il “profeta del Cuore”, come missionario popolare in Francia si impegnò instancabilmente per 45 anni per diffondere la venerazione dei Cuori di Gesù e di Maria. Nella comprensione di questi due Cuori così uniti tra loro, il santo era consapevole anche dell’unione che lega i sacerdoti e le loro madri spirituali: “Il sacerdozio sacramentale è così grande, così divino, che sembra che non esista qualcosa di più grande e di più divino. E tuttavia c’è un sacerdozio che in un certo senso supera quello dei sacerdoti: è la vocazione di impegnarsi per la loro santificazione, salvando i salvatori e portando al pascolo i pastori; ottenendo la luce per coloro che sono la luce del mondo e santificando coloro che sono la santificazione della Chiesa”. Ogni vocazione sacerdotale è portata e sostenuta da madri spirituali, che in modo disinteressato aiutano il sacerdote affinché egli possa crescere nel suo amore per Dio e per le persone a lui affidate.
Questo essere “madri spirituali” per i sacerdoti può assumere forme più diverse. Può significare l’offerta di sofferenze fisiche, o il servire quotidiano, l’essere caritatevole, la preghiera fedele e il portare pesi spirituali, come anche l’affrontare “notti dello spirito”. Tutta la storia della Chiesa ci parla di queste “sante coppie”, iniziando dal Sommo ed Eterno Sacerdote stesso, il quale attingeva forza dall’intima e inesprimibile unione con Sua Madre. Pensiamo a Benedetto e alla sorella Scolastica, a Bonifacio e alla sua parente Lioba, a Francesco e Chiara di Assisi, a Francesco di Sales, il santo vescovo di Ginevra, e alla sua “figlia e madre” Giovanna Francesca di Chantal! Lo stesso fu per Brigida di Svezia, Caterina da Siena o Lidwina di Schidam, che divennero consigliere, guide e vittime di espiazione per diversi Papi. Anna Maria Taigi, madre di famiglia a Roma, fece da consigliera illuminata ad addirittura cinque Papi consecutivi!
Nel XX secolo molti di noi sono stati testimoni di quanto spesso Giovanni Paolo II abbia cercato la vicinanza di Madre Teresa di Calcutta prendendola per mano per esprimerle la sua riconoscenza ed il profondo rispetto. Dopo l’attentato, questo Papa si sentì profondamente riconoscente anche nei confronti di una bambina, la pastorella Giacinta, tanto che alla sua Beatificazione, celebrata il 13 maggio 2000 a Fatima, sottolineò: “E desidero una volta di più celebrare la bontà del Signore verso di me, quando, duramente colpito in quel 13 maggio 1981, fui salvato dalla morte. Esprimo la mia riconoscenza anche alla beata Giacinta per i sacrifici e le preghiere fatte per il Santo Padre, che ella aveva visto tanto soffrire”.

Arbusto di rose in fiore - radici nascoste

lunedì 22 maggio 2017

Dal Vangelo secondo Giovanni - Gv 16, 16-20 - Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia




In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli: «Un poco e non mi vedrete più; un poco ancora e mi vedrete».
Allora alcuni dei suoi discepoli dissero tra loro: «Che cos’è questo che ci dice: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”, e: “Io me ne vado al Padre”?». Dicevano perciò: «Che cos’è questo “un poco”, di cui parla? Non comprendiamo quello che vuol dire».
Gesù capì che volevano interrogarlo e disse loro: «State indagando tra voi perché ho detto: “Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”? In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia».

Parola del Signore
Riflessione

Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”
I discepoli non capirono... Ma noi, che invece siamo dei fenomeni, noi che ci crediamo migliori di loro, noi che siamo convinti di avere molta più fede di loro, comprendiamo subito quello che Gesù dice?...
Di primo acchito, le parole del Signore mi hanno lasciata un pochetto perplessa: "Un poco e non mi vedrete; un poco ancora e mi vedrete”... Gesù caro, se qualcuno mi dicesse una cosa del genere penserei subito che è fuori come un citofono!!! È vero che i tuoi pensieri non sono i nostri pensieri, ma, a volte, dai per scontato che tutto sia chiaro per noi. Gesù... Tu sai che siamo dei poveretti, che siamo un po' duri di cervice, e che, con tutto quello che abbiamo da purificare, non riusciamo a vedere chiaro nelle situazioni che ci fai attraversare, inoltre, facciamo fatica ad accettare la realtà che viviamo, le prove e i disagi che abbondano in varietà, intensità, durata... Poi, non dobbiamo fare i conti solo con le nostre miserie, ma anche quelle degli gli altri non le possiamo schivare, ci cadono addosso, ci opprimono, ci rattristano... 

domenica 21 maggio 2017

Credere attivamente, osservando la Legge di Dio, farsi vivificare dallo Spirito Santo… del Sac. Dolindo Ruotolo



Non bisogna supporre che per far vivere in noi Gesù Cristo basti uno sterile atto di fede o una più sterile invocazione fatta a fior di labbra. Per molte anime, infatti, la vera e profonda pietà potrebbe prendere l'aspetto di una poesia più o meno fantastica o rivestire il carattere di un idealismo più o meno vaporoso, La pietà vera è via, verità e vita; è via che ci conduce a Dio e all’eternità, è fondata saldamente sulla Verità divina ed è vita di Gesù Cristo.
La nostra vita dev'essere nascosta con Gesù Cristo in Dio, e dobbiamo vivere noi, ma non noi, bensì Gesù Cristo in noi, come dice in una sintesi mirabile san Paolo. Per far vivere in noi Gesù Cristo è necessario amarlo praticamente, osservando i suoi Comandamenti, e per far questo è necessaria la grazia. La grazia viene a noi dallo Spirito Santo, e perciò Gesù Cristo, dopo aver parlato del Padre e di Lui stesso, Figlio del Padre, accenna allo Spirito Santo, che realizza la nostra unione con Lui e ci rende glorificazione di Dio. Essendo poi Egli il nostro Mediatore presso Dio come Verbo Incarnato e potendoci Egli solo ottenere la grazia per amarlo e per osservare i suoi Comandamenti, soggiunge: Io pregherò il Padre, ed Egli vi darà un altro Paraclito, affinché rimanga sempre in voi lo Spirito di verità che il mondo non può ricevere, perché non lo vede né lo conosce, voi, però, lo conoscerete perché abiterà con voi e sarà in voi.
Paraclito significa difensore, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitatore, colui che dà l’impulso; ora, Gesù Cristo era per gli Apostoli e per le anime tutte il difensore perché le liberava dalle insidie di satana; l'avvocato, come dice san Paolo, perché loro Mediatore presso Dio; il consolatore, perché effondeva in loro il balsamo della sua carità; l'intercessore, perché sempre vivente in preghiera per loro; l' esortatore, come Maestro divino; l'incitatore e colui che dà l'impulso, come nostro aiuto, nostro esempio e nostra vita. Egli, quindi, primo Paraclito, dovendo andare via dal mondo e dovendo lasciare gli Apostoli, promette loro un altro Paraclito, un'altra Persona dalla Santissima Trinità, cioè lo Spirito Santo, che doveva essere per loro, intimamente e nella Chiesa che Egli fondava, difesa, avvocato, consolatore, intercessore, esortatore, incitamento al bene e impulso di vita nuova nelle debolezze della natura.
Gesù Cristo promette questo altro Paraclito perché rimanga nelle anime che lo riceveranno e nella Chiesa che Egli vivificherà, e perché sia conservato integro il patrimonio della Fede e la Chiesa viva nel perenne splendore dell'infallibile Verità.
Lo Spirito di verità che il mondo rifiuta