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sabato 12 settembre 2015

San Giovanni Crisostomo Vescovo e dottore della Chiesa - 13 settembre



Crisostomo”, vale a dire “bocca d'oro”, fu il soprannome dato a Giovanni a motivo del fascino suscitato dalla sua arte oratoria. Nato ad Antiochia in una data non precisabile tra il 344 e il 354, Giovanni si dedicò agli studi di retorica sotto la direzione del celebre Libanio; pare che questi lo stimasse a tal punto da rispondere a chi gli chiedeva chi volesse come suo successore: “Giovanni, se i cristiani non me lo avessero rubato!” Dopo aver ricevuto il battesimo, Giovanni frequentò la cerchia di Diodoro, il futuro Vescovo di Tarso: nel gruppo di discepoli che si radunavano attorno a costui imparò a leggere le Scritture secondo il metodo antiocheno, attento alla spiegazione letterale dei testi, e compì i primi passi lungo quel cammino spirituale che lo condurrà a lasciare la città e a vivere alcuni anni in solitudine sul monte Silpio, nei pressi di Antiochia.
Rientrato in città, fu ordinato diacono dal Vescovo Melezio nel 381 e, cinque anni più tardi, presbitero dal Vescovo Flaviano, che gli fu maestro non solo di eloquenza, ma anche di carità e saldezza nella fede. Furono anni di intensa predicazione: Giovanni commentava le Scritture secondo i principi esegetici della scuola antiochena, aliena da ogni allegorismo e sostanzialmente fedele alla lettera del testo biblico. La predicazione di Giovanni si traduceva sovente in esortazione morale: ora, veniva presa di mira la passione per gli spettacoli che eccitava i cristiani di Antiochia, ora la rilassatezza dei costumi. Con grande zelo esorta a radicare la propria vita di credenti nella conoscenza delle Scritture, a vivere un'intensa vita spirituale senza ritenere che essa sia riservata soltanto ai monaci, a praticare la carità nella cura sollecita per il “sacramento del fratello”. “È un errore mostruoso credere che il monaco debba condurre una vita più perfetta, mentre gli altri potrebbero fare a meno di preoccuparsene ... Laici e monaci devono giungere a un'identica perfezione” (Contro gli oppositori della vita monastica 3, 14).

Nel 397 Giovanni fu chiamato a Costantinopoli quale successore del Patriarca Nettario. Nella capitale dell'impero il nuovo Patriarca si dedicò con grande zelo alla riforma della Chiesa: depose i Vescovi simoniaci, combatté l'usanza della coabitazione di preti e diaconesse, predicò contro l'accumulo delle ricchezze nelle mani di pochi e contro l'arroganza dei potenti, e destinò gran parte dei beni ecclesiastici a opere di carità. Anche a Costantinopoli continua il suo ministero di predicatore della Parola e di operatore di pace. La sua opera di evangelizzazione si estende ai goti e ai fenici. Intransigente quando la fede è minacciata, predica l'amore per il peccatore e per il nemico. “Il popolo lo applaudiva per le sue omelie e lo amava”, afferma lo storico Socrate (Storia ecclesiastica 6, 4).
Tutto questo gli procurò molti amici e molti nemici: amato dai poveri come un padre, fu osteggiato dai potenti, che vedevano in lui una temibile minaccia per i loro privilegi. L'inimicizia nei suoi confronti crebbe con l'ascesa al potere dell'imperatrice Eudossia. Costei, nel 403, con l'appoggio del Patriarca di Alessandria, Teofilo, indisse un processo contro Giovanni e lo fece deportare e condannare all'esilio. Il decreto di condanna fu revocato dopo poco tempo e Giovanni poté rientrare in diocesi, ma solo per pochi mesi. Durante la celebrazione della Pasqua del 404 le guardie imperiali fecero irruzione nella cattedrale della città provocando uno spargimento di sangue; vi furono disordini per diversi giorni. Poco dopo la festa di Pentecoste, Giovanni fu arrestato e nuovamente condannato all'esilio. Per evitare mali ulteriori, il Patriarca lasciò la casa episcopale uscendo da una porta secondaria; si congedò dai Vescovi riuniti in sacrestia e fece chiamare la diaconessa Olimpia e le sue compagne, che conducevano una vita comunitaria a servizio della chiesa nella casa accanto a quella del Vescovo. “Venite, figlie, ascoltatemi. Per me è giunta la fine, lo vedo. Ho terminato la corsa e forse non vedrete più il mio volto” (Palladio, Dialogo sulla vita di Giovanni Crisostomo, 10). Con queste parole il padre si accomiata dalle sue figlie spirituali.
Giovanni fece appello al papa Innocenzo I, che ne riconobbe l’innocenza; ma ciò nonostante fu costretto a lasciare Costantinopoli. Alla sua partenza vi furono tumulti in città: venne appiccato fuoco a una chiesa adiacente al palazzo del senato e questo fornì un pretesto alle autorità imperiali per arrestare e perseguitare i seguaci di Giovanni. Questi fu confinato a Cucuso, una piccola città dell'Armenia, ma anche in questo luogo sperduto era raggiunto dalle manifestazioni di affetto dei suoi fedeli, e così i suoi nemici provvidero a farlo partire per una sede ancora più lontana. Avrebbe dovuto raggiungere Pizio, sul Ponto, ma morì lungo il viaggio, a Comana, stremato dalle marce forzate a cui era stato sottoposto. Era il 14 settembre 407.
Gloria a Dio in tutto: non smetterò di ripeterlo, sempre dinanzi a tutto quello che mi accade!” (Lettere a Olimpia, 4). In queste parole troviamo condensata la testimonianza di Giovanni; anche in mezzo alle molte tribolazioni che occorre attraversare per entrare nel regno dei cieli (cf. At 14, 22), Giovanni “Boccadoro” ci insegna a cogliere la luce della risurrezione che già si sprigiona dalla croce e a portare la croce nella luce del Cristo risorto. Allora ogni discepolo può proclamare con gioia: “Gloria a Dio in tutto!”.
Il Martirologio romano, come pure i sinassari orientali, hanno iscritto la festa di Giovanni al 27 gennaio, anniversario del ritorno del corpo a Costantinopoli. Attualmente nel calendario romano la sua festa è celebrata il 13 settembre. Nello stesso giorno la festa è celebrata presso i siri. La Chiesa bizantina lo festeggia anche il 30 gennaio, insieme a San Basilio e a San Gregorio di Nazianzo, e il 13 novembre, giorno del suo ritorno dall'esilio. In Oriente si incontrano molti monasteri a lui dedicati. Dottore della Chiesa, Giovanni circonda con i Santi Atanasio, Ambrogio e Agostino, la Cattedra del Bernini nell'abside della Basilica Vaticana. Papa Giovanni XXIII pose il Concilio Vaticano II sotto la sua protezione.


IL CRISTO NEI MISERI E NEI PICCOLI di San Giovanni Crisostomo

Allorché si disprezza il povero, è Cristo che si disprezza; perciò la colpa è enorme. Lo stesso Paolo ha perseguitato il Cristo perseguitando i suoi, ed è per questo ch'egli si sente dire: Perché mi perseguiti? (Atti, 9,4). Ogni qualvolta facciamo l'elemosina, studiamoci di aver le stesse disposizioni d'animo come se dessimo al Cristo stesso, poiché le sue parole sono più degne di fede dei nostri stessi occhi. Quando vedi un povero, ricordati dunque di quelle parole con cui il Cristo ti rivela che è lui che tu puoi soccorrere. Poiché anche se ciò che appare non è lui, tuttavia, sotto quella forma, è lui stesso che mendica e che riceve. Tu arrossisci, allorché senti che il Cristo è mendicante! Arrossisci piuttosto di non dar nulla allorché egli mendica. Lì è la vergogna, lì è la pena e il castigo. Se egli mendica, lo fa per amore, e dobbiamo commuoverci; ma il non dare, è una crudeltà da parte tua. Se tu non credi che trascurando un fratello in miseria, è il Cristo che tu trascuri, dovrai pur crederlo quando ti farà comparire in mezzo ai suoi e dirà: Qualunque cosa non avete fatto ad uno di questi piccoli, non l'avete fatta a me (Mt. 25,45).
* * *
A che serve ornare di vasi d'oro la mensa del Cristo. se proprio lui muore di fame? Comincia col rifocillarlo quand'è affamato, allora potrai decorar la sua tavola col superfluo. Dimmi: se, vedendo qualcuno privo del sostentamento indispensabile, tu lo lasciassi con la sua inedia e andassi ad abbellire la sua tavola con vasi d'oro, te ne sarebbe egli riconoscente? O non piuttosto indignato? O ancora, se vedendolo vestito di cenci e intirizzito per il freddo, tu lo lasciassi senza vesti per erigergli delle colonne d'oro, pretendendo in tal modo di onorario, non direbbe che ti prendi scherno di lui e con la più raffinata ironia?
Confessa a te stesso che così tu agisci verso il Cristo, allorché egli va pellegrino, straniero e senza riparo, e tu, senza riceverlo, decori i pavimenti, le pareti e i capitelli delle colonne. Tu appendi lampadari con catene d'argento, e quando egli è incatenato, tu non vuoi andare a consolarlo. Non dico questo per riprovare questi ornamenti, ma affermo che bisogna fare una cosa senza omettere l'altra; anzi, che bisogna iniziare da questa, dal soccorrere il povero.
Fra voi qualcuno forse dirà: se mi fosse dato di poter ospitare san Paolo, lo farei con grande premura. Ed ecco che ti è possibile accogliere in casa tua il Signore di san Paolo, e tu non lo vuoi! Chiunque accoglierà un piccolino come questo, in nome mio, accoglie me, dice Gesù (Mt. 18,5). Più il fratello è piccolo, più il Cristo è presente in lui. Chi riceve un personaggio lo fa spesso per vanagloria; ma chi riceve un povero lo fa unicamente per amor di Cristo.

Omelia 88 su Mt.: PG 58, 778-779. - Om. 50 su Mt.: PG 58, 509. - Om. 45 sugli Atti: PG 60, 318.

FESTEGGIAMO LA CROCE DI CRISTO di San Giovanni Crisostomo



Oggi il Signore Gesù è sulla croce e noi facciamo festa: impariamo così che la croce è festa e solennità dello spirito. Un tempo la croce era nome di condanna, ora è diventata oggetto di venerazione; un tempo era simbolo di morte, oggi è principio di salvezza. La croce è diventata per noi la causa di innumerevoli benefici: eravamo divenuti nemici e ci ha riconciliati con Dio; eravamo separati e lontani da lui, e ci ha riavvicinati con il dono della sua amicizia. Essa è per noi la distruzione dell'odio, la sicurezza della pace, il tesoro che supera ogni bene.
Grazie alla croce non andiamo più errando nel deserto, perché conosciamo il vero cammino; non restiamo più fuori della casa del re, perché ne abbiamo trovato la porta; non temiamo più le frecce infuocate del demonio, perché abbiamo scoperto una sorgente d'acqua. Per mezzo suo non siamo più nella solitudine, perché abbiamo ritrovato lo sposo; non abbiamo più paura del lupo, perché abbiamo ormai il buon pastore. Egli stesso infatti ci dice: lo sono il buon pastore (Gv. 10,11). Grazie alla croce non ci spaventa più l'iniquità dei potenti, perché sediamo a fianco del re.
Ecco perché facciamo festa celebrando la memoria della croce. Anche san Paolo invita ad essere nella gioia a motivo di essa: Celebriamo questa festa non con il vecchio lievito... ma con azzimi di sincerità e di verità (1 Cor. 5, 8). E, spiegandone la ragione, continua: Cristo infatti, nostra Pasqua, è stato immolato per noi (1 Cor 5, 7). Capite perché Paolo ci esorta a ,celebrare la croce? Perché su di essa è stato immolato Cristo. Dove c'è il sacrificio, là si trova la remissione dei peccati, la riconciliazione con il Signore, la festa e la gioia. Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato per noi. Immolato, ma dove? Su un patibolo elevato da terra. L'altare di questo sacrificio è nuovo, perché nuovo e straordinario è il sacrificio stesso. Uno solo è infatti vittima e sacerdote: vittima secondo la carne, sacerdote secondo lo spirito...
Questo sacrificio è stato offerto fuori dalle mura della città per indicare che si tratta di un sacrificio universale, perché l'offerta è stata fatta per tutta la terra. Si tratta di un sacrificio di espiazione generale, e non particolare come quello dei Giudei. Infatti ai Giudei Dio aveva ordinato di celebrare il culto non in tutta la terra, ma di offrire sacrifici e preghiere in un solo luogo: la terra era infatti contaminata per il fumo, l'odore e tutte le altre impurità dei sacrifici pagani. Ma per noi, dopo che Cristo è venuto a purificare tutto l'universo, ogni luogo è diventato un luogo di preghiera. Per questo Paolo ci esorta audacemente a pregare dappertutto senza timore: Voglio che gli uomini preghino in ogni luogo, levando al cielo mani pure (1 Tim. 2,8). Capite ora fino a che punto è stato purificato l'universo? Dappertutto infatti possiamo levare al cielo mani pure, perché tutta la terra è diventata santa, più santa ancora dell'interno del tempio. Là si offrivano animali privi di ragione, qui si sacrificano vittime spirituali. E quanto più grande è il sacrificio, tanto più abbondante è la grazia che santifica. Per questo la croce è per noi una festa.

Omelia 1: P.G. 49, 399-401.

venerdì 24 luglio 2015

IL SEME DELLA PAROLA E LA BUONA TERRA - San Giovanni Crisostomo


San Giovanni Crisostomo
Dopo studi brillanti e lunghi ritiri in solitudine, Giovanni Crisostomo (nato verso il 344) fu ordinato sacerdote in Antiochia, sua città natale, nel 386. Rivelò immediatamente una eloquenza di potenza eccezionale. Nominato vescovo di Costantinopoli nel 398, si impegnò a riformar gli abusi che in quella Chiesa si erano insinuati e a confermar la fede dei suoi fedeli. Il suo messaggio, eco di tutta la Bibbia - specie di San Paolo e del Vangelo - sembrò rivoluzionario a molti contemporanei. La fermezza con cui denunciò lo sfarzo della corte imperiale lo fece condannar due volte all'esilio. Relegato ai confini del Mar Nero, vi morì consumato nel 407.

Nella parabola del seminatore, il Cristo ci mostra che la sua parola si rivolge a tutti indistintamente. Come, infatti, il seminatore (del Vangelo) non fa distinzione tra i terreni, ma semina in tutte le direzioni, così il Signore non distingue tra il ricco e il povero, il saggio e lo sciocco, il negligente e l'impegnato, il coraggioso e il pavido, ma si indirizza a tutti e, nonostante che egli conosca l'avvenire, da parte sua pone in opera tutto, sì da poter dire: Che avrei dovuto far di più, e non l'ho fatto? (Is. 5, 4).
Il Signore racconta questa parabola per incoraggiare i suoi discepoli ed educarli a non lasciarsi deprimere, anche se coloro che accolgono la Parola sono meno numerosi di quelli che la sperperano. Così avveniva per il Maestro stesso che, nonostante la sua conoscenza del futuro, non desisteva dallo sparger la semente. Ma, si dirà, perché mai buttarla tra i rovi, tra le pietre o sulla strada? Se si trattasse di una semente e d'un terreno materiali, sarebbe insensato; ma allorché si tratta di anime e della dottrina, l'operato è degno di approvazione. Giustamente si riprenderebbe il coltivatore che si comportasse in tal modo: la pietra non saprebbe farsi terra, la strada non può esser che strada e le spine, spine. Ma nella sfera spirituale non avviene lo stesso: la pietra può divenir terra fertile, la strada può non esser più calpestata dai passanti e divenir campo fecondo, le spine possono esser divelte per consentire al seme di germogliare senza ostacoli. Se ciò non fosse possibile, il seminatore non avrebbe sparso la semente come ha fatto. Se la trasformazione benefica non si è sempre avverata, ciò non dipende dal seminatore, ma da coloro che non hanno voluto esser trasformati. Il seminato re ha adempiuto il suo dovere, ma se si è sprecato ciò ch'egli ha dato, il responsabile non è certo l'autore di tanto beneficio...
Non prendiamocela pertanto con le cose in sé, ma con la corruzione della nostra volontà. Si può esser ricchi e non lasciarsi sedurre dalle ricchezze, viver nel secolo e non lasciarsi soffocare dagli affanni. Il Signore non vuoi gettarci nella disperazione, bensì offrirci una speranza di conversione e dimostrarci che è possibile passare dalle condizioni precedenti a quella della buona terra.
Ma se la terra è buona, se il seminatore è il medesimo, se le sementi sono le stesse, perché uno ha dato cento, un altro sessanta e un altro trenta? La qualità del terreno è il principio della differenza. Non è né il coltivatore né la semente, bensì la terra in cui è accolta. Conseguentemente, la responsabile è la nostra volontà, non la nostra natura. Quanto immenso è l'amore di Dio per gli uomini! Invece di esigere identica misura di virtù, egli accoglie i primi, non respinge i secondi e offre un posto ai terzi. Il Signore dà questo esempio per evitare a coloro che lo seguono di creder che, per essere salvi, basti ascoltare le sue parole... No, ciò non è sufficiente per la nostra salvezza Bisogna anzitutto ascoltare con attenzione la parola e custodirla fedelmente nella memoria. Quindi occorre alienarsi con coraggio per metterla in pratica.

domenica 6 aprile 2014

La gioia dell’amicizia



Un amico fedele è un balsamo nella vita,
è la più sicura protezione.
Potrai raccogliere tesori d’ogni genere
ma nulla vale quanto un amico sincero.
Al solo vederlo, l’amico suscita nel cuore
una gioia che si diffonde in tutto l’essere.
Con lui si vive un’unione profonda
che dona all’animo gioia inesprimibile.
Il suo ricordo ridesta la nostra mente
e la libera da molte preoccupazioni.
Queste parole hanno senso solo per chi ha un vero amico;
per chi, pur incontrandolo tutti i giorni,
non ne avrebbe mai abbastanza.
San Giovanni Crisostomo

domenica 2 marzo 2014

La vita forse non vale più del cibo ?

San Giovanni Crisostomo (ca 345-407), sacerdote ad Antiochia poi vescovo di Costantinopoli, dottore della Chiesa
Catechesi battesimali, n° 8, 19-25 ; SC 50
 
"La vita forse non vale più del cibo?"
    Se veramente diamo il primo posto alle realtà spirituali, non avremo da preoccuparci dei beni materiali, poiché Dio, nella sua bontà, ce li procurerà in abbondanza. Se, al contrario, ci preoccupiamo solo dei nostri interessi materiali senza curare la vita spirituale, il pensiero costante alle cose della terra ci porterà a dimenticare l’anima… Rovesciamo l’ordine delle cose. Riconosciamo la bontà del Maestro, affidiamoci a lui per ogni cosa e non ci lasceremo travolgere dai pensieri di questa vita… “Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate”. (Mt 6,32.8).

    Gesù vuole che siamo liberi dai problemi del mondo e che ci consacriamo interamente alle opere spirituali. “Cercate i beni spirituali – ci dice – e provvederò io stesso a tutti i vostri bisogni materiali… Guardate gli uccelli del cielo, non seminano e non mietono, non raccolgono nei granai, e il Padre celeste li nutre”. In altre parole: “Se curo così gli uccelli che non hanno intelligenza e procuro loro ciò di cui hanno bisogno, senza semi né lavoro, tanto più veglierò su di voi, dotati di intelligenza, a patto che scegliate di preferire lo spirituale al materiale. Se prendo tanta cura di loro, come di tutte le creature, che ho creato per voi, di quale sollecitudine giudicherò degni voi per cui ho fatto tutto ciò?”

domenica 23 febbraio 2014

Adamo e Cristo, Eva e Maria - Dalle omelie di san Giovanni Crisostomo, vescovo.

 
Dalle omelie di san Giovanni Crisostomo, vescovo.

 

Il cimitero e la croce, 2; PG 49,396

Adamo e Cristo, Eva e Maria

Hai visto l'ammirabile vittoria? Hai visto la nobilissima impresa della croce? Potrò mai dirti qualcosa di meraviglioso? Considera il modo con cui hai vinto e resterai ancora più ammirato. Cristo infatti ha vinto il diavolo con gli stessi mezzi con cui aveva ottenuto vittoria il diavolo. Lo sbaragliò con le stesse armi usate da lui. Senti in che modo. Una vergine, un legno e la morte furono i simboli della nostra sconfitta. La vergine era Eva, non aveva infatti ancora coabitato col marito. Il legno era l'albero. La morte la pena di Adamo. Ma ecco ancora una vergine, un legno e la morte, già simboli della sconfitta, diventare ora simboli della sua vittoria. Infatti al posto di Eva c'è Maria, al posto dell'albero della scienza del bene e del male e è l'albero della croce, al posto della morte di Adamo la morte di Cristo. Vedi come colui che aveva vinto viene ora sconfitto con gli stessi suoi mezzi? Presso l'albero il diavolo abbatte Adamo, presso l'albero Cristo sconfisse il diavolo. E quell'albero mandava all'inferno, questo invece richiama dall'inferno anche coloro che vi erano già scesi. Inoltre un altro albero nascose l'uomo vinto e nudo, questo invece innalza agli occhi di tutti il vincitore spoglio. E quella morte colpì tutti coloro che erano nati dopo di essa, questa morte invece risuscita anche coloro che erano nati prima di essa. “Chi può narrare i prodigi del Signore?” (Sal 105,2). Siamo stati resi immortali da una morte: queste sono le gloriose imprese della croce. Hai compreso la vittoria? Hai capito il modo con cui ha vinto? Apprendi ora come questa vittoria fu riportata senza nostra fatica e sudore. Noi non abbiamo bagnato di sangue le armi, non siamo stati in battaglia, non siamo stati feriti, la battaglia non l'abbiamo nemmeno vista, eppure abbiamo riportato vittoria. Del Signore è stato il combattimento, nostra la corona. Poiché la vittoria è anche nostra, imitiamo i soldati e, con voci di gioia, cantiamo oggi le lodi e l'inno della vittoria. Diciamo, lodando il Signore. “La morte è stata ingoiata per la vittoria. Dov'è, o morte la tua vittoria? Dov'è, o morte, il tuo pungiglione? (1 Cor 15,54 55; cfr Is 25,8; Os 13,14). Tutto questo ci è stato procurato dalla croce gloriosa: la croce trofeo eretto contro il demonio, arma contro il peccato, spada con cui Cristo ha trafitto il serpente; la croce volontà del Padre gloria dell'Unigenito, gaudio dello Spirito Santo, onore degli angeli, presidio della Chiesa, vanto di Paolo, difesa dei santi, luce di tutto il mondo.


giovedì 13 febbraio 2014

San Giovanni Crisostomo (354-407) Superiorità della preghiera pubblica su quella privata

San Giovanni Crisostomo (354-407)


Superiorità della preghiera pubblica su quella privata




            Spesso in chiesa al momento più sacro, cerco indarno con gli occhi l’immensa folla che presti sì profonda attenzione alle omelie. È un fatto veramente doloroso! Quando parla un uomo, che non è un servo di Dio come voi, tutti sono pieni d’interesse e di zelo. Ma quando il Cristo sta per manifestarsi durante i Santi Misteri, la chiesa è vuota e deserta… Ma quale è la scusa della maggior parte? “Posso pregare – dicono – anche a casa, ma non mi è possibile ascoltarvi omelie e prediche”.

            T’inganni! È possibile pregare a casa, ma farlo come in chiesa non è possibile, dove così grande è il numero di padri spirituali, dove si leva unanime l’invocazione a Dio. Quando invochi il Signore nel tuo intimo, non sei ascoltato così come quando lo fai con i tuoi fratelli. In chiesa c’è qualcosa di più, la concordia degli spiriti e delle voci, il vincolo dell’amore e le preghiere dei sacerdoti. Questi presiedono l’assemblea dei fedeli poiché le preghiere dei fedeli essendo piuttosto deboli, rafforzate dalle loro che sono più robuste, possano assieme giungere al cielo. Del resto che vantaggio si può ricavare da un’omelia se la preghiera non si unisce ad essa? In primo luogo la preghiera e poi la parola. Così si esprimono anche gli Apostoli: Noi persevereremo nella preghiera e nel servizio della Parola”[3]. Così pure san Paolo eleva preghiere all’inizio delle Epistole, affinché la preghiera, come la luce di una lampada, preceda illuminando la parola. Se ti abituerai a pregare con fervore, non avrai bisogno delle prediche di coloro che sono servi come te, poiché Dio stesso, senza alcun intermediario, illuminerà la tua mente.

            Se la preghiera di uno solo ha tanta potenza, molto maggiore ne ha quella fatta assieme alla moltitudine dei fedeli. Maggiore ne è l’energia e la sicurezza che non quando si prega in casa o privatamente. Come lo sappiamo? Ascolta quel che dice san Paolo: Colui che ci salvò e ci salva da una così tremenda morte, speriamo che ancora ci salverà se anche voi collaborerete con la preghiera in nostro favore, affinché un gran numero di persone ringrazi Dio per noi a causa della grazia concessaci”[4]. Così anche Pietro riuscì a fuggire dal carcere: Si elevava a Dio una preghiera continua da parte della Chiesa per lui”[5]. Se la preghiera della Chiesa aiutò Pietro e liberò dalla prigione quella colonna, come puoi tu disprezzare la sua potenza, dimmelo, e come potrai giustificare il tuo atteggiamento? Ascolta anche il Signore stesso che afferma che si lascia piegare dalla moltitudine che lo invoca con amore. Infatti, giustificandosi di fronte ai lamenti di Giona per la pianta di zucca, dice: Tu ti sei affezionato alla zucca, per la quale non ti affaticasti né l’hai curata. Ed io non risparmierò Ninive, città così grande, in cui abitano più di dodici miriadi d’uomini?”[6]. Non a caso Egli fa presente il gran numero di persone, ma perché tu sappia che la preghiera, in cui si uniscono molte voci, ha una grande efficacia. E voglio dimostrarlo anche con esempi della storia profana.

            Dieci anni or sono furono arrestate alcune persone perché volevano impadronirsi del potere. Fu accusato anche un alto magistrato e, con la museruola alla bocca, veniva condotto a morte. Allora tutta la città corse all’ippodromo, uscirono gli operai dalle fabbriche e tutto il popolo in massa sottrasse all’ira del sovrano il condannato, sebbene non meritasse alcun perdono. Così, quando volete placare l’ira di un re terreno, accorrete tutti con i figli e le mogli, ma allorché volete muovere a pietà il Re dei Cieli e sottrarre alla sua ira non una persona, come allora, né due, né tre, né cento, ma tutti i peccatori della terra e liberare coloro che sono in preda alle insidie del demonio, ve ne state seduti fuori della chiesa e non accorrete in massa, affinché Dio, commosso dalle vostre voci unanimi, a quelli rimetta la pena ed a voi perdoni i peccati.

            Se infatti ti trovassi in quel momento in piazza, o a casa o occupato con impegni che non ammettono alcun rinvio, non dovresti accorrere in chiesa alla preghiera comune, lasciando tutto e spezzando ogni legame con maggiore energia di quanta dimostri un leone? Quale speranza di salvezza avrai in quel momento? Non solo gli uomini lanciano quel grido terribile, ma anche gli Angeli cadono dinnanzi al Signore e gli Arcangeli pregano. Anche il momento è loro alleato, l’offerta li aiuta. Come gli uomini, tagliati i rami di olivo, li agitano al passaggio dei re, rammentando loro con la pianta la pietà e la bontà verso i loro sudditi, così anche gli Angeli, anziché rami di olivo, presentano il Corpo del Signore e lo invocano per la natura umana, dicendo: “Ti preghiamo per costoro che tu, prevenendo, hai degnato di amare al punto di dare per loro la tua vita. Per costoro ti supplichiamo, per i quali hai versato il tuo sangue; ti invochiamo per costoro per i quali hai sacrificato questo tuo corpo”.

Sull’incomprensibilità di Dio”, Omelia III, 353-474.




domenica 12 gennaio 2014

Vuoi onorare il corpo di Cristo?






Vuoi onorare il corpo di Cristo?

Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra, cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità. Colui che ha detto: "Questo è il mio corpo", confermando il fatto con la parola, ha detto anche: "Mi avete visto affamato e non mi avete dato da mangiare" e "ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli fra questi, non l'avete fatto neppure a me".

Il corpo di Cristo che sta sull'altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura. Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. Infatti l'onore più gradito, che possiamo rendere a colui che vogliamo venerare, è quello che lui stesso vuole, non quello escogitato da noi.

Che vantaggio può avere Cristo se la mensa del sacrificio è piena di vasi d'oro, mentre poi muore di fame nella persona del povero? Prima sazia l'affamato, e solo in seguito orna l'altare con quello che rimane. Gli offrirai una calice d'oro e non gli darai in bicchiere d'acqua? che bisogno c'è di adornare con veli d'oro il suo altare, se poi non gli offri il vestito necessario? che guadagno ne ricava egli? Dimmi: se vedessi uno privo del cibo necessario e, senza curartene, adornassi d'oro solo la sua mensa, credi che ti ringrazierebbe, o piuttosto non s'infurierebbe contro di te? e se vedessi uno coperto di stracci e intirizzito dal freddo, e, trascurando di vestirlo, gli innalzassi colonne dorate, dicendo che lo fai in suo onore, non si riterrebbe forse di essere beffeggiato e insultato in modo atroce?

Pensa la stessa cosa di Cristo, quando va errante e pellegrino, bisognoso di un tetto. Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell'edificio sacro. Attacchi catene d'argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere. Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offre, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio, ma chi trascura il povero è destinato alla geenna, al fuoco inestinguibile e al supplizio con i demoni. Perciò, mentre adorni l'ambiente per il culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questo è il tempio vivo più prezioso di quello.

S. Giovanni Crisostomo Vescovo

martedì 12 novembre 2013

Vuoi onorare il corpo di Cristo ?

"Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. Non onorarlo qui in chiesa con stoffe di seta, mentre fuori lo trascuri quando soffre per il freddo e la nudità.. . Ogni volta che non avete fatto queste cose a uno dei più piccoli tra questi, dice il Signore, non l'avete fatto neppure a me(cfr Mt25,45)
S. Giovanni Crisostomo Vescovo