Pagine statiche

Visualizzazione post con etichetta SAN CAMILLO DE LELLIS. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta SAN CAMILLO DE LELLIS. Mostra tutti i post

giovedì 14 luglio 2016

SAN CAMILLO DE LELLIS - Bucchianico (Chieti), 25 maggio 1550 Roma, 14 luglio 1614 - UN UOMO CHE SAPEVA AMARE - (Patrono dei malati e degli operatori sanitari)



UN UOMO A TERRA


L'alba del 2 febbraio 1575 spuntò, come tutte le altre, fredda, pallida, sorniona illuminando di toni lividi il Gargano che si svegliava pigramente al nuovo giorno, rivestito del suo abito invernale. Nell'aria vibrava quel sacro silenzio che incute paura e rispetto verso gli strani misteri dei boschi e delle selve e induce l'uomo ad interrogarsi sui grandi perché della vita.
Se li poneva anche un giovane sui venticinque anni, male in arnese e congestionato in volto, che, alto e nerboruto com'era, troneggiava a cavalcioni di uno striminzito asinello, il quale, carico di qua e di là del basto di due otri di vino, ora arrancando ora annaspando, procedeva faticosamente per il sentiero che si snodava lungo la valle detta «dell'inferno».
Un uomo qualunque, ora, anche se le sue dimensioni lo avvicinavano a un gigante e il suo passato era stato abbastanza avventuroso. Camillo lo chiamavano gli amici e nessuno sembrava ricordarsi della famiglia «de Lellis» dalla quale pure discendeva e che vantava ancora un certo prestigio tra la nobiltà fedele alla Corte di Spagna.
Perché si era ridotto in quello stato? Che senso aveva avuto la sua vita? Valeva la pena ostinarsi a continuarla così, esposta all'incertezza del domani e soprattutto priva di valori e di interessi che non fossero la passione per le armi e per il gioco,? Gli interrogativi si accavallavano esasperanti nella sua mente già stanca per una notte insonne e tormentata e si esprimevano in brividi e in scossoni che l'asinello incassava pazientemente.

DIO E' TUTTO, IL RESTO E' NULLA

Glieli aveva messi in testa un frate cappuccino, Padre Angelo, la sera prima dopo la magra cena, seduti sotto un pergolato di viti nell'orto del Convento a S. Giovanni Rotondo dov'era giunto da Manfredonia per uno scambio di merci tra le due comunità francescane. Gli aveva parlato con semplicità ma anche con fervore: «Dio è tutto; il resto, tutto il resto, è nulla! Salvare l'anima che non muore è l'unico impegno per chi vive una vita breve e sospesa come quella dell'uomo sulla terra!». Le parole e il viso luminoso del frate che le diceva si erano infiltrate profondamente in lui ed erano scese lungo tutto il corpo per rimescolargli il sangue. E sì che ne aveva sentite di prediche!...
A dire il vero qualche cosa di nuovo, di strano aveva già avvertito dentro di sè in quegli ultimi tempi: un desiderio di pace interiore, un'aspirazione alla tranquillità, un più intenso interesse per le occupazioni che gli permettevano di guadagnarsi vitto e alloggio dai Cappuccini di Manfredonia, dov'era approdato stanco, povero e sfiduciato dopo aver passato un sacco di avventure e aver giocato l'ultima carta che gli rimaneva, quella dell'elemosina.
Anche la vecchia passione per il gioco d'azzardo e l'ansia di evadere da una vita di doveri precisi si erano un po' affievolite, lasciando il posto ad una più sensibile attenzione per l'amicizia e la cordialità dei suoi ospiti e a qualche timido segno di risveglio religioso. L'ultimo Natale poi era stato un po' diverso dal solito, e i frati se n'erano accorti, quasi per istinto, anche senza l'aiuto di particolari manifestazioni esteriori.
C'era dunque una certa disponibilità, ma questa volta Camillo sentiva che gli si chiedeva di cambiare non più soltanto qualcosa, ma tutto; e avvertiva un malessere strano, indefinibile, un senso d' angoscia e di paura che s'intrecciava misteriosamente e dolorosamente con la tensione verso un mutamento di rotta, verso Qualcuno che l'aspettava con le braccia aperte.