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mercoledì 26 aprile 2017
Pago Io... la risposta cristiana al problema della sofferenza - di padre Serafino Tognetti
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Film e video religiosi,
padre Serafino Tognetti
lunedì 13 febbraio 2017
PERDONARE LE OFFESE di padre Serafino Tognetti – Tratto dal libro “MISERICORDIA ULTIMO ATTO”
Le
offese, di per sé, sono un male, ma sappiamo bene che Dio sa trarre
il bene anche dal male; certamente il Signore non vuole le offese ma,
dato che ci sono, occorre avere la sapienza di saperle usare. Le
offese infatti sono occasioni d'oro date da Dio per distruggere
l'amor proprio.
Tutti,
più o meno, siamo Superbi e orgogliosi, e siccome Dio ci ama, per
portarci con Sé in Paradiso, fa di tutto per renderci umili. Se tu
dici di te stesso: io non Son capace di far niente, va bene, ma se
Sono io a dirti che tu sei un buono a nulla, subito ti offendi: ciò
significa che non credevi a quanto dichiaravi.
Quindi
le offese, se viste come “occasioni”, sono in ultima analisi un
bene. I Padri del deserto erano campioni nel trasformare le offese in
doni del Cielo.
Ascoltate
questo episodio:
«Raccontavano
che il padre Gelasio aveva un libro di pergamena che valeva 18
monete. Conteneva il Vecchio e il Nuovo Testamento. Lo lasciava in
chiesa, perché potessero leggerlo i fratelli che lo desideravano. Un
giorno venne un fratello forestiero a far visita all'anziano e, visto
il libro, bramò di possederlo; lo rubò e se ne andò. Benché
l'avesse notato, l'anziano non gli corse dietro per prenderlo. Giunto
quegli in città, cercò di venderlo e, trovato un acquirente, gli
chiese la somma di 16 monete. Colui che voleva comprarlo gli disse:
"Dammelo. Prima lo faccio stimare e poi ti darò quello che
vale”. Avutolo lo portò da padre Gelasio perché lo stimasse,
dicendogli il prezzo richiesto dall' offerente. Lanziano gli disse:
“Compralo. È bello e vale il prezzo che hai detto”. L’altro,
tornato dal offerente, riferì la cosa diversamente da quanto
l'anziano gli aveva detto egli disse: "Ecco, l'ho mostrato a
padre Gelasio ed egli mi ha detto che non vale 16 monete, vale molto
meno” Udito ciò, il fratello gli chiese: "Padre Gelasio non
ti ha detto nient'altro?” “No”. Gli disse allora: “Non voglio
più vendertelo. Restituiscimelo”. E preso da compunzione, ritornò
dall'anziano per esprimergli il suo pentimento e lo pregò di
riprendere il libro. Questi non voleva ma, alle parole del fratello:
“Se non lo prendi non avrò più pace disse: "Se non puoi aver
più pace, lo prendo”. Il fratello rimase quindi presso di lui fino
alla morte, molto edificato dallo zelo del vecchio».
Vedete
questo padre? Quando il commerciante gli porta il libro da far
valutare, anziché smascherare tutto, suggerisce di Comprarlo e
soprattutto, quando ritorna il ladro, trasforma l'offesa fatta – il
furto Subito – in una cosa buona. Il padre sa tramutare il
risentimento in atto di perdono, ed è tale l'edificazione di questo
episodio che il padre che aveva rubato il libro si pente e rimane con
l'anziano fino alla morte.
Le
offese, dunque, per quanto oggettivamente atti malvagi, possono avere
un duplice effetto positivo: fare bene a noi che riceviamo l'offesa e
fare bene all'offensore stesso.
A
noi perché, come si è detto, distruggono l'amor proprio. Esse si
presentano come delle cannonate improvvise, inaspettate... Si
comincia a discutere per delle futilità e si finisce con l'offendere
il prossimo. Qual e l'effetto delle cannonate contro una città
fortificata? Distruggono le mura. Allo stesso modo, siccome noi
passiamo molto tempo a costruire il piedistallo Sul quale ci mettiamo
per essere ammirati, apprezzati e applauditi dal prossimo, ecco che
la Provvidenza manda qualche cannonata per distruggere il
piedistallo. Se Dio avesse altri modi, li userebbe, ma evidentemente
l'orgoglio è così radicato in noi che occorrono i bombardamenti.
E
non pensate che la mancanza di reazioni violente sia sinonimo di
virtù; ci possono essere giudizi pesanti interiori anche se
esteriormente c'è il sorriso. E la cosiddetta “implosione
monastica”. Sapete la differenza fra implosione ed esplosione?
L'esplosione e una casa che salta per aria: si vede e si sente; i
monaci Invece implodono: fuori non si vede niente, rimangono
imperturbabili, ma dentro si irritano, giudicano e condannano.
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Letture Spirituali,
padre Serafino Tognetti
domenica 6 novembre 2016
Dalle omelie di San Giovanni Maria Vianney – Tratto da “Ho visto Dio in un uomo” di padre Serafino Tognetti CFD
Molti
sono i cristiani, figli miei, che non sanno assolutamente perché
sono al mondo... “Mio Dio, perché mi hai messo al mondo?”. “Per
salvarti”. “E perché vuoi salvarmi?”, “Perché ti amo”.
Com’è bello conoscere, amare e servire Dio! Non abbiamo
nient’altro da fare in questa vita. Tutto ciò che facciamo al di
fuori di questo è tempo perso. Bisogna agire soltanto per Dio,
mettere le nostre opere nelle sue mani... Svegliandosi al mattino
bisogna dire: “Oggi voglio lavorare per te, mio Dio! Accetterò
tutto quello che vorrai inviarmi in quanto tuo dono. Offro me stesso
in sacrificio. Tuttavia, mio Dio, io non posso nulla senza di te:
aiutami!”. Oh! Come rimpiangeremo, in punto di morte, tutto il
tempo che avremo dedicato ai piaceri, alle conversazioni inutili, al
riposo anziché dedicarlo alla mortificazione, alla preghiera, alle
buone opere, a pensare alla nostra miseria, a piangere sui nostri
peccati! Allora ci renderemo conto di non aver fatto nulla per il
cielo.
Che
triste, figli miei! La maggior parte dei cristiani non fa altro che
lavorare per soddisfare questo “cadavere” che presto marcirà
sotto terra, senza alcun riguardo per la povera anima, che è
destinata ad essere felice o infelice per l’eternità. La loro
mancanza di spirito e di buon senso fa accapponare la pelle!
Vedete,
figli miei, non bisogna dimenticare che abbiamo un’anima da salvare
ed un’eternità che ci aspetta. Il mondo, le ricchezze, i piaceri,
gli onori passeranno; il Cielo e l’Inferno non passeranno mai.
Stiamo quindi attenti!
I
santi non hanno cominciato tutti bene, ma hanno finito tutti bene.
Noi abbiamo cominciato male: finiamo bene, e potremo un giorno
congiungerci a loro in cielo.
mercoledì 2 novembre 2016
I “Vianney” del XX secolo – Tratto da “Ho visto Dio in un uomo” di padre Serafino Tognetti CFD
Primo
quadretto. Un prete a SanPietroburgo.
Silvano
del monte Athos è una delle grandi figure del monachesimo ortodosso
russo. È il santo della misericordia di Dio. Pochi sanno che egli fu
indirizzato al monte Athos da un parrocco padre Ivan, che esercitava
il suo ministero in una parrocchia della periferia di San
Pietroburgo. L’incontro che Silvano ebbe con quel santo sacerdote,
quando era ragazzo, lo segnò per tutta la vita. “Dopo san Serafino
di Sarov -scrive Silvano del monte Athos – ci è stato dato San
Giovanni (Ivan) di Cronstad. La suapreghiera, come una colonna, si
innalzava al cielo...L’abbiamo visto pregare con i nostri occhi. Mi
ricordo che quando lasciava la chiesa, al termine della liturgia, il
popolo lo circondava invocando la sua benedizione. Anche in mezzo ad
una folla così numerosa, la sua anima rimaneva sempre fissa in Dio e
non perdeva la pace. Padre Ivan amava gli uomini e non cessava di
pregare per loro”.
Gli
innumerevoli pellegrini, ricchi o poveri, giovani o ignoranti, che
accorrono verso di lui, cercano il prete, l’uomo
dell’intercessione, oltre che il profeta che scruta i cuori,
guarisce i corpi e provoca conversioni sconvolgenti.
Si
tratta di qualcosa di assolutamente inaudito nella storia della
Chiesa ortodossa russa: infatti il clero secolare,
spesso meschino e poco istruito, a volte
dedito al vino e brutale, con famiglia numerosa (il prete
nell’ortodossia può essere sposato), a volte addirittura
utilizzato dallo stato
per fini polizieschi,
è quasi sempre considerato appartenente ad una categoria spirituale
inferiore. Il popolo russo preferisce rivolgersi ai monaci, molti dei
quali vivono
nella solitudine di immense foreste o isole lontane, sognando la
santità,
e la santità assoluta. Ivan di Cronstad invece non è né un monaco
né un “folle in Cristo”: fa parte del clero secolare, sposato,
legato ad un povero gregge che non abbandonerà mai, nell’angolo
più povero della città di Cronstad, alla periferia di San
Pietroburgo. Nacque il 19 ottobre 1829, era figlio dell’archivista
della parrocchia. Faceva abbastanza fatica a scuola,
ma era affascinato dal mondo di Dio, soprattutto dalla liturgia così
ricca di segni, di incensi, di croci, di icone. Della vita scolastica
del collegio ricorda: “Dovevo fare tutto da solo, i miei compagni
di classe non mi aiutavano per niente. Erano tutti più dotati di
me”. Uscito dalla scuola, si orienta decisamente verso il
sacerdozio:
vuole essere prete. Ivan cerca soprattutto la preghiera, l’unione
con Dio. Essa è il “senso della vita, l’unico”. Nel frattempo
il padre muore, e Ivan diviene l’unico sostegno della famiglia:
deve aiutare la madre e le sorelle. Deve fare l’impiegato e tutto
quello che guadagna lo spedisce a casa. Ha anche un periodo
spiritualmente difficile, con tentazioni di fede. Ne esce con il gran
mezzo della preghiera. “La preghiera ardente, accompagnata dalle
lacrime, ha la forza non solo di purificare i peccati, ma anche di
guarire i malati, di rinnovare l’essenza dell’uomo e di
rigenerarlo. Lo dico per esperienza”.
Poco dopo sposa Elisabetta Nesvistsky, una donna eccezionale, figlia
dell’arciprete di Cronstad.
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