lunedì 17 novembre 2014

GESU’ MIO! Chi sei tu? – Chi sono io?...... di Don Tomaselli Giuseppe




INTRODUZIONE

Un'insegnante di quarta elementare diede a svolgere alle alunne il tema: " Dite chi è la mamma ».

Lo svolgimento doveva farsi in classe. Le bambinette fecero del loro meglio per esporre i sentimenti verso la propria mamma. Tutte alla fine presentarono il compito, con una o due paginette di svol­gimento.

Il migliore voto fu dato ad una bam­bina, che ridusse il compito ad una sola proposizione: " La mamma... è... la mam­ma! ..."

L'insegnante, madre di famiglia, vide in questa proposizione l'animo dell'alun­na, l'effluvio dei suoi sentimenti filiali e l'incapacità di esprimere ciò che sentiva in cuore, e, quando scorse sul foglio in bianco l'impronta di due lacrimoni, si commosse e diede un bel dieci di svolgi­mento.

Scrivere un libro per svolgere il tema: « Gesù mio, chi sei Tu? Chi sono io? » non è cosa facile. Per quanto di bello, di grande e di santo si possa dire, si dice sempre poco. Lo svolgimento potrebbe ridursi ad una sola espressione: « Gesù mio, Tu sei il tutto! Io sono il nulla! ».

Tuttavia tenterò di esprimere i miei sentimenti di amore e di riconoscenza verso Gesù, facendo miei i sentimenti di molte anime. Che queste pagine diven­tino fuoco ed infiammino i cuori di amo­re verso Gesù, Figlio di Dio, Verbo In­carnato!

PROEMIO

Un uomo viveva della sua figliuola; la vedeva crescere buona e giudiziosa e faceva sogni d'oro sul suo avvenire; ave­va posato gli occhi sopra un bravo gio­vane, fiducioso di darlo ad essa come com­pagno della vita.

Niente mancava in casa alla signorina; avrebbe potuto dirsi felice, a preferenza di cento altre coetanee.

Un pomeriggio, nella solitudine della camera, si svolse un colloquio tra figlia e padre:

- Tu sai, babbo mio, quanto ti ami. Ho fatto di tutto per risparmiarti i di­spiaceri. Eppure, devo dirti una cosa che ferirà il tuo cuore.

- Parla pure, figlia mia!

- Devo lasciarti, per seguire la mia vocazione religiosa; da anni coltivo l'a­spirazione di divenire Suora; è Gesù che mi chiama e m'invita dolcemente; Gesù mi ha fatto comprendere che nel mondo è tutto vanità, felicità falsa. Sono risoluta di seguire Gesù molto da vicino e di ser­virlo fra le mura di un convento. -

Il padre, tanto affettuoso verso la figlia, ma ateo, rimase impietrito e poi esclamò:

- E tu avresti il coraggio di lasciare me, tuo padre?... E tu dici di amarmi?... Se mi ami, non devi staccarti da me!

- Ti amo, ma più di te amo Gesù. Egli ha detto: Chi ama il padre o la madre più di me, non è degno di me!

- Ma, dunque, tu sei innamorata di questo Gesù?

- Sì, e sono disposta a seguirlo ove Egli mi vuole! -

Il padre invitò la figlia a lasciarlo solo un momento; passeggiando concitatamente nella camera, livido per la rab­bia, sembrava un orso ferito. Il suo sguardo si posò sopra un'immagine di Gesù, davanti alla quale spesso la figlia si raccoglieva in preghiera.

I due sguardi s'incontrarono e subito l'uomo esclamò: Chi sei tu, o Gesù, che hai la forza di strapparmi la figlia? –

Gesù

Gli uomini mi chiedono chi sia io! Me lo chiesero anche gli Ebrei, meravi­gliati della mia dottrina e dei miei prodigi; e la risposta fu: Sono il Principio, che vi parlo! - Nessuno mi conosce appieno, tranne il Padre mio Celeste. Mi conob­be Simon Pietro, quando disse: Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente. - Ed io gli soggiunsi: Beato te, Simone, figlio di Giona! Non é stata la carne nè il san­gue a rivelarti ciò, ma il Padre mio che è nei Cieli. - Tanti altri mi conoscono, perchè il Padre lo rivela loro.


Io sono l'alfa e l'omega; il principio e la fine; sono il primo e l'ultimo. Io sono il Vivente; fui morto, ma ecco che io vivo nei secoli dei secoli. Ho in mano le chiavi della morte e dell'Inferno.

Sono la Seconda Persona della San­tissima Trinità, uguale al Padre nella po­tenza e nella gloria. Sono lo splendore e l'immagine vivente del Padre!

Sono la felicità della Corte Celeste. Gli Angeli lodano eternamente la mia ma­està; mi adorano le Dominazioni e tre­mano dinanzi a me le Potestà celesti. Le Potenze dei Cieli ed i Cori dei Serafini esultano, cantando le mie lodi.

Sono il Padrone degli abissi infernali. L'onnipotente mia giustizia trattiene nel luogo dei tormenti Satana ed i suoi se­guaci.

Sono il Creatore dell'universo, delle cose visibili ed invisibili. Tutto esiste per me, perchè tutto per me è stato tratto dal nulla. I cieli cantano la mia gloria ed il firmamento manifesta le opere delle mie mani.

Sono il Padrone assoluto di tutto, il Re dei re, il Dominatore dei dominanti; a me è dovuto ogni onore e gloria.

Sono il Redentore dell'umanità, es­sendomi degnato farmi uomo per salvare gli uomini.

Sono il Giudice supremo; ogni crea­tura deve ricevere da me la sentenza di eterna ricompensa o di eterna riprova­zione.

Al mio nome piega le ginocchia tutto ciò che esiste in Cielo, in terra e nel­l'Inferno!

Signore Gesù, piego anch'io le ginoc­chia e ti adoro, riconoscendoti per mio Creatore e Redentore!

Se l'universo è nulla davanti a te, cosa sono io, piccolo atomo, che esisto per tua misericordia?

La tua luce divina, infinitamente mag­giore di quella del sole, mi abbaglia e mi fa esclamare: Ti adoro e ti benedico, o Gesù, Re d'infinita maestà! -

Ma chi sono io, che ardisco parlare al mio Dio?

Un giorno non esistevo; tu, o Gesù, mi hai dato la vita. Aperti gli occhi alla luce, cominciai a piangere; questo fu il primo saluto che diedi al mondo.

Cosa è la mia vita? È un fiore che sboccia e secca; è un'ombra che fugge senza fermarsi. I miei giorni sono brevi ed il numero dei miei mesi è presso di te. Tu mi hai fissato un termine di tempo, che non può essere oltrepassato.

La mia vita è breve, ma ripiena di molte miserie.

Passano i miei giorni nella fatica e nel combattimento; il mio sentiero è co­sparso di spine e presto giungerò alla fine. Come si disse un giorno: E’ nato un uomo! - così anche si dirà: E' morto un uomo! -

Sarò in una fossa a marcire ed il mio corpo si ridurrà in cenere.

Passerò presto nel numero dei più ed il mio nome sarà dimenticato.

Tu invece, o Gesù, che sei il tutto, infinito nelle tue perfezioni, resti immu­tabile. Tu solo sei il Santo, tu solo il Signore, tu solo l'Altissimo, o Gesù Cri­sto, nella gloria di Dio Padre!

L'ERA ATOMICA

All'ora stabilita si sono raccolti nu­merosissimi spettatori, per assistere al lan­cio dell'« Echo », del pianeta artificiale. L'ordigno misura trenta metri di diame­tro e deve girare attorno alla terra, com­pletando in cento minuti il percorso del globo.

Parte il piccolo pianeta; può vedersi nelle ore buie; sembra una stella e si di­stingue dagli astri per la celerità, essendo vicinissimo alla terra, perchè nell'orbita terrestre.

Qualcuno esclama: Con il progresso della scienza l'uomo ha dato lo sgambetto a Dio! -

Con frase esaltata Quasimodo scrive: Non sei tu soltanto, o Dio, a mettere i pianeti nel cielo! Anche l'uomo lancia i suoi pianeti! -

Gesù

Chi sei tu, o uomo, che pensi di dare lo sgambetto a me, Creatore dell'universo? Vuoi dare la scalata all'Onnipotente? Vuoi uguagliarti a me, imitando la condotta di Lucifero, che subito fu rigettato da me e piombò nel profondo degli abissi?

Come puoi stimarti grande, o uomo, se neppure conosci il numero dei capelli del tuo capo e se non puoi dare al tuo corpo un centimetro in più di statura?

Se hai intelligenza, rispondi al tuo Dio! Conosci il numero dei tuoi giorni di vita?... E prima di nascere, dov'eri?... Sapevi di dover nascere? lo ti ho tratto dal nulla; io ti ho dato quanto oggi hai ed in quella misura che ho voluto.

Ti senti orgoglioso, perché oggi hai raccolto il frutto dello studio di milioni d'intelligenze, le quali nel corso dei secoli hanno sudato per sfiorare qualche cosa delle leggi, che io stesso ho messo nell'u­niverso.

Potresti tu, o uomo, toccare un monte e renderlo un vulcano? Prova a spegnere un cratere in eruzione! Hai il potere di camminare sulle acque come sulla terrafer­ma, siccome ho fatto io sul mare di Tibe­riade? Potresti con una parola asciugare un mare, per farvi passare un intero popolo a piede asciutto, come feci io con gli Ebrei al passaggio del Mar Rosso?

Anche tu lanci i pianeti nel firmamen­to ... come me Creatore; e già ti uguagli a me! Un ordigno lanciato attorno alla ter­ra, è meno che un giocattolo in rapporto agli astri!

Il pianeta artificiale tu non l'hai creato; tanti tuoi simili hanno elaborata la materia, che io ho creato, e con l'appli­cazione di alcune leggi di natura, esso per un dato periodo conserva il suo movi­mento e poi... cade.

Ma contempla il firmamento! La terra che tu abiti è grande; il sole, attorno al quale essa gira, è un milione e settecento mila volte più grande del globo terre­stre; il sistema solare con i suoi pianeti maestosi è ben piccola cosa a confronto delle centinaia di galassie che ornano i cieli. Tutti questi astri io li ho creati in un attimo, con una sola parola onnipo­tente; ho dato loro delle leggi, alle quali sottostanno irrevocabilmente; ad un atto della mia volontà potrebbero cessare di esistere.

E tu, o uomo, vorresti metterti a con­fronto di Dio Creatore, mentre neppure conosci il numero degli astri, di cui io conosco il nome, ciò che contengono ed il tempo della loro durata?

L'era atomica dà lo sgambetto a Dio!... Se vuoi essere sapiente, o povero mor­tale, non contentarti di studiare l'univer­so, ma attraverso le opere create, contem­pla il Creatore ed adoralo!

Gesù, mio Signore e mio Dio, ti ado­ro per quelli che non ti adorano!

Tu sei il Figlio Unigenito di Dio, generato dal Padre prima di tutti i secoli. Tu sei Dio da Dio, Luce dalla Luce, Dio vero da Dio vero. Tu, Gesù, sei conso­stanziale al Padre e per te sono state create tutte le cose!

Vorrei che tutti ti conoscessero e ti amassero; invece sei poco conosciuto e poco amato.

Gli scienziati dovrebbero conoscerti meglio degli altri; al contrario, taluni non si danno premura di conoscerti. Oh, se tanti impiegassero una minima parte del tempo che impiegano a conoscere i mi­steri della natura, a conoscere te, Crea­tore di tutto, quanta gloria tu ne avresti!

Tu hai detto che non ti riveli ai sa­pienti del mondo, bensì ai piccoli ed ai semplici, poiché ami l'umiltà e la sem­plicità.

Io, Gesù mio, non invidio i grandi della terra e non mi preoccupo di sa­pere come sia formato il creato; a me basta conoscere ed amare te, che sei il Creatore.

Nella mia piccolezza vedo con gli occhi della fede la tua maestosa grandezza e go­do che un giorno verrò a contemplarti in Paradiso, faccia a faccia.

Ho compreso, o Signore, che più l'a­nima è umile e più viene illuminata dal­la tua luce divina.

Abbi pietà, o Gesù, di coloro che il mondo chiama grandi, ma che in realtà sono miseri, perché superbi!

IL CHIRURGO

Un improvviso malore aveva colpito un contadino mentre lavorava; fra dolori atroci fu trasportato a casa. Era urgente il caso e si dovette portare all'ospedale, ove fu sottoposto a un'operazione chi­rurgica.

Intanto la sposa ed i figli pregavano Gesù, affinché tutto riuscisse bene. Quan­ti Rosari e quante promesse!

Il paziente, buon cristiano, in mezzo ai dolori non cessava di raccomandarsi a Dio.

L'indomani dell'operazione il chirur­go fece una visita nelle corsie dell'ospe­dale. Chiese al contadino:

- Lei come sta oggi?

- Sto meglio di ieri e ringrazio Gesù.

- Ma che Gesù! - esclamò il chi­rurgo. Deve ringraziare me, che le ho dato la vita con quell'operazione! – E si allontanò borbottando: Gesù... Gesù... Che gente ignorante! -

Gesù

Misero uomo, ascolta quel Gesù che tu non conosci e che ti rendi sempre più indegno di conoscere!

Nella tua superbia e nella tua igno­ranza hai detto ad un mio umile seguace: Io ti ho dato la vita! - Se hai questo potere, va' in un cimitero e da' la vita ai cadaveri che marciscono sotto terra, come ho dato io la vita a Lazzaro che giaceva nel sepolcro!

E tu, da medico, non ti sei trovato le tante volte presso agonizzanti ed hai esclamato: Non c'è più cosa fare per salvare quest'uomo!...?

E non ti troverai anche tu sul letto di morte, un giorno non lontano ed ina­spettato? Tu che dici di dare la vita agli altri, potresti prolungarti la vita di un giorno, di un'ora?...

L'unica cosa che puoi fare è di aiutare la natura (la quale dipende da me). Per mezzo delle risorse della scienza, l'uomo può soltanto aiutare a prolungare la vita, quando questa c'è!

Io invece sono la Vita per essenza e dò la vita agli esseri. Tutto ciò che vive, vive per me. Richiamare alla vita un mor­to, è un nulla per me, che sono Dio. Nel­la mia vita terrena ad un semplice mio cenno i morti risorgevano ed alla fine del mondo ridarò la vita a tutti coloro che dormono il sonno di morte.

La scienza progredisce sempre più, perché così io ho stabilito, ma non giun­gerà mai a dare la vita al minimo essere.

Oggi gli uomini moltiplicano i fiori, che sono artificiali; danno i colori; ma nessuno è così pazzo da dire: Dò la vita e la fecondità al fiore! -

Io, Gesù, Creatore degli esseri visi­bili ed invisibili, dò la vita a chi voglio ed alla fine di essa a ciascuno doman­derò conto di come si è impiegata!

O Gesù, tu sei la Vita e da te ha origine la mia vita. Ti ringrazio di aver­mi data l'esistenza. Per te, per farti co­noscere ed amare, per la tua gloria, voglio spendere tutti i giorni della mia dimo­ra sulla terra.

La vita che dài, è una grande re­sponsabilità per chi la riceve.

Ti chiedo perdono del mio passato, poichè parte della mia vita è trascorsa lontana da te, offendendoti o curandomi poco di amarti.

Aiutami ad impiegare bene il tempo della vita terrena, per meritare la vita eterna!

DACHAU

La guerra del 1939-45 fu un vero flagello, che ebbe ripercussioni in tutto il mondo: odio, uccisioni, distruzioni.

La Germania, che iniziò la guerra, aveva tanti campi di concentramento, ove raccoglieva i prigionieri; il campo di Da­chau, poco distante dalla città di Monaco, è tra i più rinomati.

Centinaia di migliaia di giovani mi­litari vi trascorsero lunghi anni, ammas­sati nelle baracche, maltrattati ed affa­mati.

Due volte al giorno nel grande via­le di centro c'era l'appello; saltuariamen­te c'era un appello... straordinario. Una buona schiera di militari, i più deperiti dalla fame, usciva dal campo di concen­tramento ed andava in un altro recinto. In un grande camerone si ordinava a que­gli infelici di disporsi alla doccia.

Chiuse ermeticamente le porte, in po­chi secondi tutti quei giovani erano ca­daveri, poiché dai tubi non veniva acqua... ma gas micidiale.

Di poi quei corpi, per mezzo di for­celle, erano trascinati nella camera dei forni crematori; i cadaveri in breve di­venivano cenere.

Dal vicino campo di concentramento si vedeva uscire la colonna di fumo dal­l'alto camino e nessuno dei prigionieri poteva immaginare quello che era avve­nuto.

La cenere veniva gettata in un vi­cino torrente o si spargeva sull'estesa cam­pagna per ingrassare i campi.

Il grande Congresso Eucaristico In­ternazionale, svoltosi nell'Agosto del 1960 a Monaco di Baviera, destinò un giorno di espiazione al campo di concentramento di Dachau.

Si scelse il venerdì. Circa settanta­mila congressisti, tra cui centinaia di gior­nalisti (a dire dell'Osservatore Romano) si recarono in pellegrinaggio al campo della morte.

Il Cardinale Legata, verso mezzogior­no, inaugurò l'austera Cappella, eretta là, ove due volte al giorno si faceva l'appel­lo dei prigionieri. Una corona di spine, in acciaio, larga parecchi metri, era so­spesa in alto, all'ingresso; nell'interno una grande Croce.

Tre ore durò la sacra funzione, tra preghiere e commemorazioni. Era edifi­cante vedere tremila giovani, in ginocchio davanti alla Cappella dell'Agonia di Gesù; avevano fatto a piedi sedici chilometri, portando una schiera di essi un pesante Crocifisso di ferro. Il loro grido: Sia lo­dato Gesù Cristo! - era una professione di fede ed un contrappeso all'odio ch'era regnato in quel luogo.

Fu notato un giovane, raccolto in preghiera, con una croce in mano. Richiesto chi fosse, rispose: Ero ebreo; ora sono cattolico. Qui mio padre, perché ebreo, fu messo nel forno crematorio; qui vengo a pregare per colui che lo uccise! -

Delicato il pensiero di quella donna, che aveva perduto il figlio, di comprare un poco di frumento di quella campa­gna vicina, per farne ostie e così comu­nicarsi con esse, pregando per gli ucci­sori del figlio.

Solenne fu l'inaugurazione, che po­trebbe dirsi profonda meditazione. Quando i congressisti visitarono le camere a gas e si trovarono davanti a quei forni crematori... quante lacrime, sospiri e preghiere!

Sulla parete di una di quelle camere è scritto in diverse lingue: « Dio è amo­re ».

Tra gli oratori di quella giornata me­moranda è da ricordarsi l'Arcivescovo del­la Rodesia, che era stato da semplice Sa­cerdote in quel campo. Fra l'altro disse: Il minimo dei maltrattamenti che io po­tevo avere, quasi tutti i giorni, era il ricevere parecchi schiaffi. - Una volta mi permisi dire a chi mi batteva: Perché trattate così i Cattolici e specialmente i Sacerdoti? - Mi fu risposto: Perché a noi non piace la dottrina del vostro Cristo. È contraria a quanto noi vogliamo fare! –

Gesù

Chi è quel Cristo, la cui dottrina è tanto odiata da voi? Non è forse il vostro più grande benefattore, il vostro Reden­tore?

Se mi conosceste, non trattereste così me e la mia dottrina!

Sono venuto al mondo per riparare le vostre colpe, pagando per voi col dare la mia vita; eravate, figli dell'ira divina ed io, con la mia Incarnazione, vi ho nobilitati, rendendovi consorti della Di­vina Natura, figli adottivi di Dio, miei fratelli, eredi del Paradiso.

Il mondo brancolava nelle tenebre del­l'errore e della morte e sono apparso nel mondo io, Figlio Eterno di Dio Padre. Io sono la Luce ed ho sparso nel mondo lo splendore della mia dottrina, che è divina, perfettissima. Ma gli uomini pre­feriscono le tenebre, perché le loro opere sono malvage.

Sono venuto a portare la vita; ma gli uomini, privi della mia luce, danno la morte. La mia dottrina è amore, com­passione, perdono; ma quelli che non so­no del mio gregge e non ascoltano la mia voce, vivono odiando, facendo versare la­crime di sangue ai miei seguaci.

Però il Redentore trionfa su tutto e su tutti! Sono la pietra angolare e chiun­que cadrà su questa pietra, si sfracellerà.

Un campo di concentramento per pri­gionieri di guerra: prima vi regnava l'odio; ora vi regna l'amore, la fratellanza, per cui uomini di ogni nazione si sentono fratelli e si accomunano nella preghiera ai piedi della mia Croce. Prima il combat­tuto ero io per la mia dottrina; ora in quel campo, in una semplice frase, c'è tutta la mia dottrina, in sintesi: « Dio è amore ».

Come sarebbe differente il mondo, se si conoscesse il Redentore e la sua dottrina!

Gesù, mio Salvatore e mio Redento­re, per tua misericordia io faccio parte del tuo mistico gregge. Tu hai detto che le tue pecorelle conoscono la tua voce e ti seguono.

Ti ringrazio di avermi fatto cono­scere te e la tua dottrina, sin dai miei primi anni.

Cosa sarebbe stato di me, se la mia nascita fosse avvenuta in una nazione pagana o in seno a famiglia priva della tua luce? Come tanti altri, io non ti conoscerei, o Gesù, ed a quest'ora vi­vrei nel buio delle passioni.

Ti ringrazio, o Signore; voglio prega­re molto per quelli che vivono lonta­no da te. Con la preghiera assidua pos­so ottenere la tua luce a tante anime.

NOBILE GESTO

Nella Chiesa del Sacro Cuore, a Ro­ma, in via Marsala, si vedeva la mat­tina un giovane in ginocchio; vi trascorreva circa un'ora, per ascoltare la Messa, ricevere la S. Comunione e fare la me­ditazione.

Era un giovane dottore, che presta­va l'opera sua in un ospedale di Roma. Pieno di fede e zelante, amante di Ge­sù, desiderava portare anime a Dio.

Si accorse che nell'ospedale era sta­to ricoverato un povero uomo; povero perché privo di salute, più povero per­ché privo di fede. Dal parlare il dotto­re comprese che prima l'infermo si ac­costava ai Sacramenti e che da anni ormai li aveva abbandonati.

Un giorno gli disse: Lei potrebbe ri­mettersi in salute con la trasfusione di sangue; si richiede però un sangue buono, ricco di globuli rossi.

- Son venuto qui per curarmi; mi sobbarcherò a qualunque spesa, purché la cura sia efficace.

- Le darò il mio sangue; sono gio­vane, ho ottima salute e con piacere oggi stesso farò la trasfusione.

- Dottore, non credevo di trovare tanta bontà in questo ospedale! -

Nella giornata si fece la trasfusione; il sangue del dottore passò nel corpo dell'ammalato.

Diceva poi il dottore a chi scrive queste pagine: Quando mi alzai, sen­tivo la debolezza e provavo dei capogiri; l'infermo invece cominciò a sentire il be­nessere ed esclamò: Come posso disobbli­garmi con lei?

- In una maniera semplicissima! - Cioè?

- È vicina la Pasqua. In qualcuno di questi giorni riceva la Santa Comu­nione e preghi per me.

- Ma la mia riconoscenza dev'essere duratura! Lei si è privato della cosa più preziosa, del suo sangue, per darlo a me! Come posso io dimenticare il suo nobile gesto? -­

Gesù

Un uomo dà un po' di sangue ad un altro uomo; il beneficato esclama: La mia riconoscenza dev'essere duratura! - Il Figlio di Dio, splendore della Corte Celeste, si fa uomo per salvare l'uo­mo, impiega tutta la sua vita nel be­neficarlo ed in fine per lui dà il suo San­gue, sino all'ultima goccia.

Come risponde l'uomo a tanta gene­rosità?... Quanti sono quelli che real­mente apprezzano il gran dono?... Cosa avrei potuto fare di più, per spingere tutti i cuori alla riconoscenza?

Mi sono fatto uomo!... Sublime mi­stero!... Lucifero ed i suoi seguaci non vollero approvare il disegno del mio Eter­no Padre e si ribellarono davanti al mi­stero della mia Incarnazione.

Ma ciò che Dio decreta, si attua; ed io, pur restando vero Dio, cominciai ad essere vero uomo. Alla mia comparsa nel mondo gioirono gli Angeli.

Ma gli uomini rimasero indifferenti; anzi uno di loro, un re, fece di tutto per troncarmi la vita mentre ero an­cora in fasce.

Come può l'umanità ricordare il gior­no della mia nascita, senza sciogliersi in lacrime di adorazione e di riconoscenza? Per opera della mia Chiesa il fausto giorno, il mio Natale, è ufficialmente ri­cordato nel mondo.

Ma per molti cosa è il Natale? Soltanto un'occasione per darsi con più vee­menza ai piaceri ed agli spassi.

Tanti, che secondo loro festeggiano il Natale, neppure sanno chi sia nato, né importa loro saperlo. Altri, pur sa­pendo vagamente chi sia il Bambino del presepio, restano freddi, come le pareti della grotta di Betlem.

Un piccolo numero di fedeli, piccolo davanti alla massa, degli uomini, sente il dovere della gratitudine e cerca di ono­rarmi.

Ma io mi son fatto uomo per tutti e mi si fa un torto da coloro che non mi ringraziano.

Comprendo, o Signore, che il tuo amore per me non ha limiti. Da Re Immortale ti sei fatto Figlio dell'uomo, cioè umile servo. È ben giusto che io ti ringrazi, e per me e per coloro che non lo fanno.

Il tuo Cuore Divino é delicatissimo e non resta indifferente davanti all'ingra­titudine.

Voglio prendere una buona risolu­zione e farò di tutto per metterla in pratica e farla attuare da altri. Ogni anno all'avvicinarsi del Santo Natale, quando comincia la novena, metterò questa in­tenzione: Santificare l'intera novena con una vita più santa, col ricevere spesso te Sacramentato e col compiere molte opere buone, per dimostrarti la mia riconoscenza e per ringraziarti a nome dell'umanità in­grata! Desidero darti io ciò che altri non ti danno.

EROINA

Una giovanetta di quattordici anni, nobile per il casato e più nobile per le virtù, era un fiore di bellezza.

Da bambina aveva conosciuto Gesù e voleva essere sua per sempre. Non amava le vanità del mondo e rifuggiva dai pericoli morali.

Il suo aspetto, bello, modesto e di­gnitoso, colpì gli occhi di Quinziano, ch'era il Pretore Romano di quella re­gione. Questi sospettò che la giovanet­ta fosse Cristiana; valendosi della sua au­torità, essendo già in corso l'editto del­l'Imperatore Diocleziano contro i Cri­stiani, era sicuro di avere la mano di essa, o per amore o per forza.

Il Pretore manifestò il suo deside­rio: Voglio averti per compagna della mia vita.

- Questo non sarà mai! Ho offerta a Gesù la mia verginità.

- Ma lascia il Nazareno Crocifisso! Prendi tutti i piaceri della vita!

- Sarò irremovibile! - Quinziano, deluso, la fece rinchiude­re nella prigione, col pretesto di essere Cristiana e le mise a fianco una certa Afrodisia, donna di pessimi costumi, af­finché la distogliesse dal proposito della verginità. Ogni tentativo fu inutile.

Il Pretore diede ordine che la giova­netta gli fosse condotta innanzi e poi le disse: Non ti vergogni tu, di nobile famiglia, di vivere la vita umile e ser­vile dei Cristiani?

- Non mi vergogno! L'umiltà e la servitù dei seguaci di Gesù Cristo, so­no tesori più eccellenti della ricchezza e della superbia dei re. -

Quinziano, furente di rabbia, escla­mò: O rinunzi a Gesù ed adori le no­stre divinità, o subirai la forza dei tor­menti! -

La fanciulla perseverava nella fede e nel suo cuore pregava Gesù che la so­stenesse nella lotta. Fu presa a schiaffi e poi rinchiusa nella prigione.

Dopo due giorni fu condotta al luogo dei tormenti, alla presenza del popolo. Fu tormentava con uncini infuocati e con piastre roventi; con una grossa te­naglia infuocata le fu squarciato il petto. Allora la verginella esclamò: Quin­ziano crudele, e non ti vergogni di strap­pare ad una donna quella mammella, che tu stesso hai succhiato a tua madre? - Grondante sangue, l'eroina della fe­de fu ricondotta nella prigione. Nella notte le apparve l'Apostolo San Pietro, che a nome di Gesù la consolò; poi le toccò il petto, che sull'istante si risanò. La mattina era vegeta e serena.

Quinziano aveva deciso di farla mo­rire e pubblicamente la sottopose ad un altro tormento. Era preparato un letto, formato da grossi chiodi, e sotto stavano i carboni ardenti.

La giovanetta vi fu messa sopra e poi rotolata sui chiodi. Nel frattempo un forte terremoto scosse la città; il po­polo che assisteva al martirio riconobbe la mano di Dio e cominciò a fare tumulto. Impaurito Quinziano, fece ricondurre se­gretamente in carcere la fanciulla, già se­miviva.

Abbattuta nel corpo, ma non nello spirito, così la verginella pregò: Signo­re Gesù, che mi hai custodita sin dal­l'infanzia, che mi hai liberata dall'amore mondano, che mi hai fatto superare i tormenti dei carnefici, ricevi ora l'anima mia! -

Così spirava a Catania la Martire San­t'Agata.

Gesù

I Profeti, scrivendo di me, mi chia­marono l'Uomo dei Dolori. I trentatrè anni della mia vita terrena furono un continuo intreccio di sofferenze, che rag­giunsero il massimo limite sulla Croce. Fa meraviglia il pensare che io ab­bia scelto il dolore come mezzo di re­denzione umana. Se nella mia sapienza infinita avessi trovata una via più pre­ziosa di quella della Croce, quella avrei scelta e quella avrei indicata ai miei se­guaci. Ma è il dolore che prepara la gloria eterna.

Questa grande verità la ricordai do­po la mia risurrezione ai due fratelli di Emmaus: Era necessario che il Cristo pa­tisse per entrare nella sua gloria. -

Ho sofferto io, che sono il Redento­re, il capo dell'umanità; dovete soffrire voi, che ne siete le membra. Ho lancia­to l'invito a tutte le generazioni: Chi vuoi venire dietro di me, rinneghi se stesso, porti ogni giorno la sua croce e mi segua! -

Il mondo, avido di piaceri, si ribella a tale invito, fa di tutto per tenere lon­tana la sofferenza, anche minima, e non vuole sentirne di penitenza. `

Purtroppo, non pochi di coloro che si dicono miei seguaci, hanno lo spirito del mondo e vogliono sempre godere. Vorrebbero due paradisi: uno sulla terra e l'altro nel Cielo. Si sbagliano! ... Il regno dei Cieli è premio; si acquista con la fa­tica e soltanto chi si fa violenza se ne impossessa. Se non farete penitenza, pe­rirete tutti.

La penitenza che d'ordinario chiedo ai miei redenti è il distacco dai beni ter­reni, il freno delle passioni, la fuga dei pericoli morali, i quali sono apprestati dai divertimenti mondani, la rassegnazione umile nelle pene della vita ed anche certe privazioni volontarie di piaceri leciti.

Ad anime più generose chiedo lo sta­to di vittima riparatrice, per riparare la divina giustizia per sé e per gli altri.

A milioni di anime ho domandato e continuerò a domandare il dono com­pleto della vita con il martirio di sangue. Ma chi avrà perduto la vita per me, la troverà!

Agata, la Martire catanese, morì per me; fu generosa; ebbe da me la forza di sostenere i tormenti ed oggi è beata nella Corte Celeste. Da diciassette se­coli gode in Cielo la gloria dei Santi e la godrà per tutta l'eternità.

Perdette per me la vita terrena e trovò la vera vita, quella eterna.

O voi, che sulla terra soffrite, non scoraggiatevi! Il dolore vi avvicina a me e vi rende simili a me. Domandate a me la forza di portare la croce; verrò subito in vostro aiuto.

Il momento in cui sono più vicino alle anime, è proprio quello in cui la croce è più pesante, per aiutare a portarla. Se si meditassero di più i miei dolori, si avrebbe più pace nel cuore, più forza nella prova e maggiore premio in Cielo.

O Signore, io sono una di quelle ani­me che vorrebbero il Paradiso in terra e poi anche in Cielo.

Tu, Gesù mio, sei stato nel mare delle sofferenze ed io voglio stare nel mare delle delizie. Tu sulla Croce ed io desiderosa di piaceri.

Come posso dirmi amante di te Cro­cifisso, se rifuggo da tutto ciò che fa soffrire?

Tu hai sofferto per riparare i miei peccati. Ed io non devo soffrire qual­che cosa per dimostrarti il mio amore?

Quando ti guardo Crocifisso, dovrei sentire vergogna di me, perché sono tan­to dissimile da te.

O Gesù, voglio avere più generosità; non vorrò lamentarmi delle croci che mi mandi, come non si lamentava la tua Vergine Madre, Donna dei Dolori, quan­do con te soffriva ai piedi della Croce.

CHESSMAN

In questi ultimi tempi tutti i gior­nali hanno molto parlato del bandito ame­ricano Chessman, che era ateo, ladro ed assassino. Il suo nome faceva paura; era chiamato « Il bandito della luce rossa ». Era uomo perverso, ma molto intel­ligente, autore di noti libri scritti in car­cere, tra cui il più famoso « Cella della morte».

La giustizia umana, dopo tanta fa­tica, riuscì ad arrestarlo e chiuderlo in prigione. Quivi l'infelice trascorse lunghi anni, sempre in attesa della sentenza.

Nella solitudine e nelle sofferenze del­la prigione non rinsaviva, si professava senza fede e si dimostrava indifferente davanti alla morte.

I numerosi delitti meritavano la pena di morte. L'esecuzione della sentenza fu fissata per il giorno 2 Maggio 1960.

Morire, carica la coscienza di delit­ti, senza fede in Dio e nella vita fu­tura, morire per passare dalle pene della vita terrena alle pene dell'Inferno... che disgrazia!

Pochi giorni prima di quello fissa­to per l'esecuzione, si presentò a me, scrittore di queste pagine, un Sacerdote, raggiante di gioia.

Gli chiesi: Qual è il motivo di tanta gioia?

- Probabilmente fra qualche gior­no sarò nella gloria del Paradiso!

- Pensa di morire a quarantacinque anni? Sta così bene in salute!

- Si tratta di questo: Chessman è stato condannato a morte; se morrà male, come male è vissuto, andrà all'Inferno. Ho deciso di compiere un atto di carità: mo­rire io per lui. La giustizia umana in certi casi, che registra la storia, ha accettato simili cambi. Ho fatto le pratiche neces­sarie; se l'Alta Corte Americana accet­terà, per via aerea mi troverò in tempo sul luogo dell'esecuzione della sentenza. Entrerò io nella camera a gas e dopo qualche istante sarò in Paradiso. La mia entrata in Cielo sarà sicura, perché per amore di Dio darò la mia vita a vantaggio del prossimo e metterò l'infelice assassino in condizione di poter salvare in seguito l'anima sua. Se morrò io, Chessman qual­che giorno potrebbe rientrare in se stesso e dire: Io sono vivo, ma per me è morto un Prete Cattolico! - Questo pensiero, vivendo ancora, potrebbe apportargli la luce della fede e morire nell'amicizia di Dio. -

Davanti a sì nobili sentimenti, io dis­si: Ringrazi Dio che le ha ispirato quest'at­to eroico di carità! Si ricordi che, ancor­ché la sua domanda non fosse accettata, di certo avrà in Cielo la ricompensa del­l'atto che desidera compiere. -

E di fatti la domanda non fu accet­tata; nel giorno e nell'ora stabilita l'as­sassino entrò nella camera a gas e dopo qualche momento la radio annunziava: Giustizia è fatta! Chessman è morto! - Se la magistratura avesse accettato il cambio, cosa avrebbe dovuto fare quel­l'assassino? Almeno, di tanto in tanto, ri­volgere un pensiero di riconoscenza al suo grande benefattore; almeno tenere presso di sé una fotografia, per guardare e baciare l'immagine di colui ch'era morto affinché lui vivesse! ... Il non fare questo, sarebbe stata la più nera mostruosità.

Gesù

Degno di lode, di riconoscenza, de­gno di ricompensa eterna è colui che dà la vita per il prossimo, se fa questo per dare gloria a Dio. Però in questo eccel­lente atto di carità è l'uomo che dà la vita per un altro uomo.

Anch'io ho dato la mia vita per tut­ti gli uomini e per ciascuno in partico­lare; ma il mio atto di carità non può avere pari.

Io, Dio, felicità eterna, sorgente ine­sauribile di ogni bene, io perfettissimo, che basto a me stesso, mi sono fatto uomo per dare la vita eterna all'uomo; trentatrè anni dedicati a beneficare tutti ed infine diedi la vita.

Andai alla morte, non per me, ma per voi, per liberarvi dalla morte eterna. Abbracciai la morte di croce, doloro­sissima... e questa mi fu inflitta da co­loro per i quali io morivo!

Quante miriadi di anime, che avreb­bero dovuto subire la morte eterna, go­dono invece ora, nella vita eterna! E quante schiere di anime attende ancora la Corte Celeste! Tutto ciò è dovuto alla mia morte in Croce.

Come potete, o mie creature, pensa­re a me, vostro Dio, pendente dalla Croce, e non sentirvi spezzare il cuore dall'a­more, dal dolore, dalla riconoscenza?... Tanti mi guardano Crocifisso, ma con indifferenza, come se io fossi morto per altri e non per loro. Benedico quelli che danno gloria alla mia morte, col richiamarla spesso alla memoria e con l'emettere atti di amore e di doverosa riconoscenza.

Gesù Crocifisso, ti ringrazio che sei morto in Croce per me! La tua morte atrocissima mi ha apportato la vera vi­ta. Cosa sarebbe di me, nel tempo e nel­l'eternità, se non fossi morto per amor mio?

Devo imparare a meditare, ma più che sui libri, sulla tua immagine di Crocifisso.

Tanti portano addosso. gioielli e talismani, ma il mio gioiello prezioso che devo portare notte e giorno, deve es­sere l'immagine di te Crocifisso!

Non basta portarti addosso, ma lun­go il giorno voglio mirarti meditando. Almeno due volte al giorno, matti­no e sera, voglio baciarti, o Gesù Cro­cifisso, e dirti con amore: Ti ringrazio, Gesù mio, che sei morto in Croce per dare a me la vita!

Voglio suggerire ad altri questa de­vota pratica.

CELLULA COMUNISTA

Un uomo, « cellula comunista », spin­to dall'odio contro la Religione, svolgeva la sua opera deleteria tra i compagni di lavoro, visitando famiglie ed attiran­do a sé bambini, di ambo i sessi. Disponendo di somme, ricevute per la propaganda atea, facilmente si for­mava dei seguaci, tra i cattivi e tra gl'igno­ranti.

Il lavorio più nefasto preferiva com­pierlo tra i piccoli. Trovò un locale fuori della periferia della città e qui die­de l'appuntamento ai ragazzi, prometten­do regali.

Come agnelli innocenti chiamati dal lupo, andarono molti alla riunione.

Il comunista insegnò loro che Dio non esiste, che non è necessario andare in Chiesa, anzi doversi odiare il Prete ed ingiuriarlo, incontrandolo, perché è il nemico della società. Raccomandò di non pregare mai, perché Dio, non esistendo, non può ascoltare le preghiere. Li con­vinse con una trovata... secondo lui ori­ginale. Li esortò a ripetere: O Dio, dà a noi le caramelle, che tanto ci piacciono! -

I ragazzi ripetevano a coro la pre­ghiera e siccome le caramelle non ve­nivano, il comunista, concluse: Avete vi­sto che Dio non c'è e non sente le pre­ghiere? Dite invece così: Vogliamo le caramelle e le vogliamo subito! -

Appena il coro disse così, quell'uo­mo - mise fuori alcuni pacchi di caramelle e ne distribuì generosamente a tutti.

Quegli innocenti ed incauti furono conquistati.

Il comunista non si fermò lì, ma per­fidamente andò oltre. Presentò molte mo­nete, dicendo: Questo denaro è per voi. Chi bestemmia contro Gesù Cristo, rice­verà delle monete; chi bestemmia di più, ne riceverà di più. -

Davanti al denaro i ragazzi sogliono perdere il controllo di sé e, senza pen­sarci due volte, cominciarono a bestem­miare.

Finita la diabolica riunione, ognuno ritornò a casa. È naturale che il ragaz­zo racconti ciò che vede e sente. Non pochi genitori si allarmarono e taluni si rivolsero alla Questura.

La risposta fu: Sappiamo quanto av­viene clandestinamente e non solo in que­sta città, ma quasi in tutti i grossi centri. La Polizia ha l'ordine di arrestare questi disseminatori d'irreligiosità e d'immora­lità e c'è di già qualche processo in corso. -

Gesù

I seguaci di Satana danno la paga a chi bestemmia il mio nome! ... E la paga sarà data anche da me, Dio d'infinità giustizia! Nell'Antica Legge era ordina­to agli Ebrei di uccidere a colpi di pietra il bestemmiatore; l'ordine veniva diretta­mente da Dio.

Venuto io nel mondo, nella Nuova Legge dell'amore, è stato tolto all'uomo il potere di troncare la vita al bestem­miatore; però io non posso lasciare im­punito chi profana il mio nome; non pago al sabato, ma in qualunque gior­no della vita; e se il bestemmiatore muore impenitente, avrà la dovuta paga... nel­l'Inferno!

Bestemmiare il nome di Gesù!... Ho voluto questo nome, perché significa « Salvatore ». Gli uomini dovrebbero ca­dere al suolo in adorazione, pronunziarlo e benedirlo di continuo, come fanno i Beati in Cielo.

Il mio nome è ammirabile in tutto l'universo e deve lodarlo ogni lingua; è data molta misericordia a coloro che lo invocano.

Nella Cantica è detto che il mio no­me è olio diffuso; l'olio infatti è balsamo per le ferite, perché rinfresca e ri­sana. Ed io, vostro Salvatore, da buon samaritano, curo le ferite delle anime vostre, per darvi la vita eterna.

Non è dato agli uomini altro nome sotto il cielo per salvarsi che il mio nome: Gesù!

Chi opera il male, è sulla via della perdizione eterna; finché sta in questa terra di esilio, può rimettersi, ma ha bisogno di uno che lo salvi, che lo strap­pi a Satana, ha bisogno di un Salvatore potente... E questo Salvatore sono io, Gesù! Amo essere chiamato Salvatore.

Ma come può salvarsi chi si avventa contro il Salvatore? Come può sfuggire alla morte, chi sta sospeso sopra un pre­cipizio e si avventa contro la corda che lo sostiene? Così fa colui che bestemmia il mio nome!

Non c'è sulla terra un nome tanto bestemmiato quanto quello del Figlio di Dio! Ed allora, io che sono il Salvatore per eccellenza, dovrò esercitare l'ufficio di tremendo Giudice.

O Dio d'infinita bontà, adoro il tuo santo nome!

Inorridisco all'udire delle bestemmie contro di te. È mio dovere riparare gl'in­sulti che tu ricevi.

Ti chiedo perdono delle bestemmie, che forse altri avranno pronunziato per cagione mia.

Tu sei il Salvatore ed io, anima cri­stiana, devo essere salvata da te. Quan­te volte mi hai salvato, togliendomi da certe occasioni che probabilmente mi avrebbero condotto al peccato!

Ti ringrazio dell'aiuto che sempre mi dài, quando il demonio mi assale con terribili tentazioni. Sei tu, o Gesù, che mi salvi e mi liberi dalla bocca del leone ruggente.

Ti prego, sii sempre il mio Salvatore; ricordati che sono opera delle tue mani e frutto del tuo preziosissimo Sangue!

Il tuo nome, o Gesù, voglio pronun­ziarlo sovente, per adorarlo; e concedi­mi questa grazia: l'ultima parola che dirò alla fine della mia vita, sia « Gesù! »

IL TEMPIO DI SANTA CROCE

È tanto facile oggi il viaggiare. Si fanno viaggi di piacere e anche devoti pellegrinaggi.

Roma, centro del mondo antico e cen­tro del mondo cattolico, vede ogni giorno decine e spesso centinaia di migliaia di pellegrini. C'è molto da vedere e su cui meditare nella città eterna. Non pochi si contentano di visita­re i monumenti nazionali o il Villag­gio Olimpico o il Giardino Zoologico e niente si curano delle bellezze stori­che cristiane. I buoni cattolici soglio­no visitare le quattro Basiliche Maggiori, la Cappella della Scala Santa e le Cata­combe. Ma c'è un Tempio assai impor­tante, degno di essere visitato dagli amanti di Gesù, che porta il nome di « Santa Croce in Gerusalemme »; trovasi quasi dirimpetto alla Chiesa di San Giovanni in Laterano, in fondo alla grande piazza.

Qui si venerano le Reliquie insigni della Passione di Gesù, tra cui è uno dei chiodi che trapassarono le mani del Figlio di Dio.

Può vedersi anche una tavola, contro una lastra di vetro, che porta un'iscri­zione in tre lingue: in latino, in greco ed in ebraico; la dicitura, incisa con uno stilo, va da destra a sinistra ed è ancora leg­gibile: «Jesus Nazarenus Rex Judeo­rum», cioè «Gesù Nazareno Re dei Giudei». Una parte della tavola manca, quindi l'iscrizione non è completa; in venti secoli ha subìto questa mutilazione e non sappiamo per opera di chi.

Questa è la tavola di cui si servì Ponzio Pilato, Procuratore Romano, per scrivere la sentenza di morte di Gesù. Aveva egli scritto su tante altre tavole i nomi dei più famosi malfattori Ebrei, la­dri od assassini, e scrisse anche il nome del Figlio di Dio, mettendolo nel numero dei rei di morte.

La preziosa tavola, attaccata alla Croce e posta sul capo di Gesù, fu testimone degli spasimi del Redentore agonizzante.

Gesù

Essere annoverato tra i malfattori e morire tra due ladroni... Fu questo l'epi­logo della mia vita terrena!

Per riparare la colpa d'origine e tut­te le colpe dei figli di Adamo, mi sono offerto al Padre Celeste quale vittima divina.

Ho preso sopra di me, innocente, tutte le iniquità umane, per ridare al Padre mio la gloria che gli toglie il pec­cato.

Ponzio Pilato riconobbe la mia inno­cenza e la proclamò solennemente: Non trovo in Costui colpa alcuna! - Con tut­to ciò, per debolezza, cedette al furore dei Giudei e scrisse la mia sentenza di morte.

Avrei potuto liberarmi dalle mani dei miei nemici, avrei almeno potuto pro­testare contro la mia condanna; ma io tacevo, tanto che Pilato ne fece le me­raviglie.

La mia sentenza di morte, in quali­tà di Vittima Divina, cancellava la seritenza di morte eterna delle mie crea­ture.

Se voi comprendeste la preziosità delle mie sofferenze, del mio Sangue sparso e di tutti gli atti che ho compiuto sulla terra, come sfruttereste i miei meriti!

Tutte le opere buone compiute dagli uomini sin dal principio del mondo e quelle che ancora si compiranno, tutto il sangue dei Martiri, quanto di eroico possa farsi sulla terra, è uno zero da­vanti alla Divina Giustizia. Lo zero ac­quista valore quando è congiunto all'uni­tà; così le vostre opere acquistano valore, soltanto se si uniscono a me.

Sono i meriti della Vittima Divina che rendono meritori i vostri atti, an­che minimi.

Chi vuole amarmi ed arricchirsi di tesori celesti, si appigli ai miei meriti. Il Padre Celeste gradisce le vostre ope­re buone, solamente se portano il sug­gello dei meriti del suo Divino Figlio. Dite dunque sovente: Eterno Padre, vi offro i meriti della Vittima Divina, per me e per tutte le anime. -

Quando compite un'opera buona, offritela al Divin Padre, dicendo così: Eterno Padre, vi offro questa sofferenza in unione alle sofferenze di Gesù!... Vi offro le mie fatiche in unione alle fati­che di Gesù!... Vi offro gli atti di ado­razione, di ringraziamento e di ripara­zione, in unione agli atti che compiva Gesù sulla terra!... Per le Piaghe di Gesù sanate le piaghe dell'anima mia! -

In tale offerta il Padre vede i me­riti della mia Incarnazione, Passione e Morte, ed allora gradisce immensamente i vostri atti.

Quante volte, Gesù mio, ho scritto misteriosamente la sentenza della tua mor­te con i miei peccati! Le colpe gravi della mia vita ti hanno crocifisso. Ne sento vivo dolore.

Ho meritato la sentenza di eterna morte e cagione delle mie ricadute nel peccato; ho abusato della tua misericor­dia. In avvenire non sarà più così. Sento di essere numero negativo, cioè meno di zero; voglio però unirmi sempre a te, Vittima Divina, per rendere meri­toria la mia vita.

Tutto ciò che penso, dico e faccio, da ora in poi intendo offrirlo al tuo Divin Padre in unione a quanto tu, Gesù mio, hai pensato, detto e fatto nella tua vita terrena.

INCONTENTABILE

- Pane e divertimenti! - era il grido del popolo romano sotto i Cesari.

Oggi, che rivive il paganesimo, i po­poli ripetono lo stesso grido e comune­mente non cercano altro che pane e di­vertimenti.

Il cinema e la televisione incatenano le masse degli spettatori; gli artisti e le artiste diventano gl'idoli della società.

La sete del denaro suole moltiplica­re le energie ai registi ed agl'impresari, i quali calpestano spesso la moralità e disseminano scandali. Più che tutto trion­fa negli spettacoli la vanità della donna: Mentre scrivo queste pagine, la più celebre diva dello schermo internaziona­le è Brigitte Bardot.

Il rinomato regista Vadim, attratto dalla bellezza di questa donna, la lan­ciò per primo sullo schermo ed in se­guito volle sposarla. Non trascorse mol­to tempo ed arrivarono al divorzio. La Bardot contrasse le nozze con un altro giovane artista.

Oggi, dicono i giornali, Brigitte Bar­dot è la persona più rinomata del mondo. Milioni di uomini sembrano impaz­ziti davanti alla figura di quest'artista; quando costei si muove, è seguita da una grande schiera di giornalisti e di fotografi; nessun uomo politico ha mai avuto tanta pubblicità.- A milioni circo­lano le foto di questa diva. I rotocal­chi ed i giornali hanno parlato di lei come di nessuna altra persona.

Sono felici i registi quando riescono a trovare una « stella » o « diva » del ci­nema.

Umanamente parlando, alla Bardot non mancherebbe nulla: ha l'ammirazione frenetica degli uomini, ha l'appagamento della sua vanità muliebre, ha le ricchezze esorbitanti ed è ricoperta di gioielli. Ep­pure... non è felice!

In questi giorni, tutti i giornali, com­preso l'Osservatore Romano, hanno nar­rato il tentativo di suicidio della famosa artista. Costei, sentendosi infelice, ingoiò due tubetti di barbiturici e dopo si tagliò le vene dei polsi. Provvidenzialmente si potè correre ai ripari e fu salvata.

Il medico curante, dimettendola dal­l'ospedale, dichiarò: La Bardot è amma­lata d'infinita tristezza; sicuramente ri­peterà il suo gesto disperato, se non riuscirà a dare uno scopo alla sua vita. Cerca la felicità e non la trova. -

Gesù

La felicità sono io! Invano si cerca fuori di me.

Ponzio Pilato durante l'interrogato­rio mi chiese: Sei tu il Re dei Giudei? Gli risposi: Tu lo dici!... Sono Re. Son nato per questo e per questo son ve­nuto al mondo, a rendere testimonian­za alla verità. -

Quando poi scrisse la sentenza di morte e mise « Re dei Giudei », i miei accusatori protestarono; ma Pilato ri­spose: « Ciò che ho scritto, ho scritto! ». Sono Re, e non solo dei Giudei, ma di tutti i popoli, di tutti i cuori.

Sono Re pacifico, perché ove regno io, regna la pace, la gioia più pura, la felicità.

Apportatrice di pace e di felicità è la mia dottrina. Ho detto al mondo: Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore, e troverete la pace per le anime vostre! ... Beati i poveri in ispirito!... Beati i puri di cuore! -

Come può essere felice una diva mon­dana, avida di onori, ricoperta di gioielli, immersa nel peccato che fa rossore ?

Sente il vuoto nel suo cuore e pre­ferisce troncarsi la vita, anziché vivere nell'infelicità.

E’ del tutto differente lo stato del cuore di chi ama. Nel cuore dei miei amanti regno io, Re pacifico; dò la pa­ce, che supera ogni gaudio terreno; dò il sorriso anche nelle tribolazioni; ren­do la vita bella e meritoria per l'eter­nità. Il mio giogo è soave e le dolcezze che dò a chi mi serve con generosità, sono indescrivibili.

Io sono il Re per eccellenza; non posso però regnare nei cuori dominati dalla superbia, dall'attacco sregolato alle ricchezze e dal vizio dell'impurità.

In simili cuori regna Satana, appor­tatore di amarezza e di disperazione. La Samaritana, pubblica peccatrice, trovò la felicità presso il pozzo di Gia­cobbe, appena ebbe l'incontro con me. Maria di Magdala soltanto allora potè dire di essere felice, quando si aggrappò ai miei piedi e li bagnò di lacrime.

Mi prostro ai tuoi piedi, o Gesù, perla dell'amore, fonte di felicità e Re del mio cuore!

Anch'io nella vita ho provato il vuoto del cuore e l'amarezza del rimorso dopo certi peccati. Accecata dalla passione, l'anima mia ha cercato la felicità fuori di te ed è rimasta delusa.

Quante amarezze mi sono procurate per colpa mia, andando dietro alla mia superbia e dando al mio cuore libertà ille­cite o pericolose!

Soltanto ora godo della tua pace, per­ché regni tu nel mio cuore con la tua grazia. Non permettere mai, o Signore, che in me regni Satana, neppure per un istante.

Prima morire, anziché cadere sotto la schiavitù del nemico infernale!

PAGINA NERA

La Spagna stava per diventare preda dei comunisti. Il Generale Franco, buon cattolico, per difendere la Religione e la patria, si mise a capo del movimento anticomunista e riuscì nella difficile im­presa.

I comunisti commisero orrende atrocità; basta pensare come furono marti­rizzati circa ventimila Sacerdoti e oltre centomila membri di Azione Cattolica.

Elena Nicholson, scrittrice americana, nella sua pubblicazione sulla Spagna Rossa riporta degli episodi terrificanti. Eccone uno.

Si teneva un'adunanza comunista, per uno scambio d'idee. Si proponevano dei piani da attuare, si parlava delle gesta compiute nelle diverse zone; taluni per farsi belli davanti ai compagni, raccon­tavano gli atti di valore, o meglio, descri­vevano i delitti compiuti.

Un tale, dal volto fiero, estrasse dalla tasca una manata di occhi umani e, mo­strandoli ai convenuti, disse: Questi sono occhi di signorine; li ho strappati io, con le mie mani! - Pagina nera della storia umana!

Gesù

Vi ho creati per amare me e per amar­vi scambievolmente; invece vi odiate!

I cattivi odiano i miei amici, perché odiano me; i senza-Dio vorrebbero che tutti fossero senza fede.

Perché c'è la perenne lotta nel mon­do? L'umanità è divisa in due schiere: i buoni ed i cattivi, i credenti ed i mi­scredenti. Una schiera è con me e l'al­tra contro di me.

Alla fine del mondo, quando verrò a giudicare l'umana generazione, in quel giorno ci saranno le due schiere ben di­stinte: una alla mia destra e l'altra alla mia sinistra. Per la prima schiera sarò Salvatore e per la seconda sarò Giudice inesorabile.

Quando la Vergine Madre presentò me, Bambino, al Tempio, mi pose sulle braccia del vecchio Simeone. Questi, ri­pieno di Spiritò Santo, profetizzò dicen­do alla Madre mia: Ecco, questo Bam­bino è posto a rovina ed a risurrezione di molti. -

Io sono il Redentore; voglio che tut­ti entriate in Paradiso; non sono ve­nuto al mondo per condannarlo, ma per salvarlo. Tuttavia non tutti gli uomini si salveranno.

Io sarò la rovina dei miei nemici, i quali saranno lo sgabello dei miei piedi. Condannerò al fuoco eterno quelli che colpevolmente non vogliono riconoscere la mia Divinità; quelli che non vogliono entrare nella Chiesa da me istituita, pur riconoscendone i caratteri che la distin­guono dalle false Chiese.

Coloro che sono nella mia Chiesa, quantunque siano stati tutti chiamati, non tutti però sono eletti, poiché tan­ti vivono senza la veste nuziale della mia amicizia; costoro da me saranno condan­nati alla prigione eterna, ove sarà pianto e stridor di denti.

Sarò specialmente la rovina degli scan­dalosi, i quali lavorano per strappare alle anime la mia Grazia. Le false dottrine che diffondono, dicendo che il mio Van­gelo è una favola; le provocazioni al male che apprestano agli innocenti per rapire loro la purezza; lo scherno che fanno di coloro che osservano la mia Legge... tutti questi scandalosi saranno vagliati da me, Redentore e Giudice.

Se è delitto strappare gli occhi del corpo ad una persona, è delitto maggio­re strappare la fede a chi crede in me. Tutti questi infelici saranno messi da me nel numero dei dannati; per loro la mia Incarnazione, Passione e Morte, sarà motivo di rovina eterna!

Dando, o Gesù, uno sguardo sul mondo, inorridisco a vedere quanti stan­no lontani da te! Attratti dai piaceri cor­porali, dal denaro e dalla superbia, molti battono la via del male e non si ritrarranno da essa, se non sopravverrà un miracolo della tua misericordia.

Pietà, o Signore, dei tuoi nemici! Pietà degli scandalosi!

Anch'io ho dei rimorsi! La mia vita non è stata sempre irreprensibile. La mia condotta leggera in quel periodo di gio­vinezza,... certi suggerimenti maliziosi... certe occasioni date al prossimo di pec­care... tutte queste mie colpe, quantun­que tu me le abbia perdonate, tuttavia voglio piangerle finché avrò vita. Guai a me, se tu non avessi avuto pietà di que­st'anima peccatrice!

Tu, o Gesù, sei per me risurrezione e non rovina; mi hai fatto risorgere dalla vita di peccato, per scrivermi nel libro della vita.

Voglio pregare per coloro che sono lontani da te. Se ti ho rapito un'ani­ma, voglio in compenso salvarne cento, dando buon esempio, pregando molto, offrendoti molti sacrifici per i peccatori.

E L'ALTRO FIGLIO?

In prossimità della guerra, nel 1915, l'esercito italiano ingrossò le sue file; moltissimi giovani furono richiamati alle armi.

Anche i due fratelli dello scrivente lasciarono la mamma per rispondere al­l'appello della Patria.

I figli stavano in trincea, notte e giorno davanti alla morte, e la mamma era loro presente con il pensiero, trepi­dando per la loro sorte.

Dopo tre anni finì la guerra ed i militari superstiti ritornarono in famiglia. Ricordo ancora quel giorno! Appena mia madre vide entrare in casa mio fra­tello, quasi dimentica di quella gioia, emi­se un grido straziante: E l'altro figlio?

L'altro figlio da un anno era morto! Povera madre! In quell'istante vede­va due figli: uno vivo, presente, e l'altro, sepolto nel cimitero di Palmanova.

Chi può descrivere il dolore di una madre dopo la morte di un figlio, a ven­tidue anni, morto lontano e chi sa in che modo?

Gesù

È grande il dolore di una donna per la morte di un figlio; ma immensamente maggiore è il mio dolore per la perdita di una sola anima. Nessuna madre potrà amare suo figlio, quanto io amo la mia creatura; nessuno potrà tanto sacrificarsi, quanto io mi sono sacrificato per cia­scun'anima in particolare.

Ogni anima che va all'eterna perdi­zione, è un'amarezza per me, che sono il Redentore.

Anima dannata, cosa avrei potuto fare di più per darti la felicità del Paradiso. Per te sono morto in Croce! E tu hai voluto dannarti!

Quando muore un figlio, soffre la madre; ma, sebbene in proporzione mi­nore, soffrono i fratelli e le sorelle.

La perdita delle anime deve appor­tare amarezza anche a coloro che mi ama­no; non devono restare indifferenti.

Ogni giorno passano all'eternità nu­merosissime anime. Ma tutte si salvano? La Madre mia Maria, apparendo ai fan­ciulli di Fatima, fece loro vedere il bara­tro infernale e coloro che vi piombavano tra le fiamme.

Ho bisogno di cuori generosi, dispo­sti a sacrificarsi, affinché l'Inferno perda molte prede. Un'anima può salvarne mol­te altre. Chi coopera alla salvezza delle anime, anche di una sola, apporta al mio Cuore una gioia incomparabile.

Io sono il Redentore; coloro che mi aiutano nella salvezza altrui, sono cor­redentori.

L'amarezza del Getsemani che mi fece sudare Sangue, fu causata principalmente da questo pensiero: malgrado la mia do­lorosa Passione, tanti si danneranno.

Come vorrei che i miei amanti fos­sero più solleciti a venire in aiuto a co­loro che stanno sull'orlo dell'Inferno, prossimi a cadervi per sempre!

Voglio consolarti io, o Signore, del­l'amarezza che ti cagiona la perdita delle anime!

Cuori induriti nel male, restii alla tua grazia, ostili o indifferenti a tutto ciò che sa di Religione, ne conosco e non pochi. Qualcuno vive con me, in famiglia; altri sono a me legati col vin­colo del sangue o dell'amicizia; la loro vita è tutt'altro che edificante. Se in tale condizione passassero all'eternità, andreb­bero all'Inferno. Non permettere, o Gesù, che si dannino! Voglio mettere queste anime infelici sotto la mia cura spirituale. Ogni giorno ti offrirò preghiere ed opere buone per loro, affinché la tua misericordia trionfi.

Poiché è la tua grazia che lavora nei cuori e nelle menti, e poiché questa grazia misericordiosa si ottiene con la preghiera, farò mia questa orazione: O Gesù, metto nelle tue Sante Piaghe e nel Cuore Imma­colato e Addolorato di Maria le anime più bisognose della divina misericordia, spe­cialmente quelle che mi appartengono e quelle che oggi passeranno all'eternità. -

CUORE ARDENTE

Uscivo da un Istituto Religioso. Una giovane donna a vedermi esclamò: È Gesù che vuole quest'incontro! -

La persona di cui parlo è un'anima veramente pia. Aspetto sereno, sguardo dolce, parlare calmo. A vederla si sareb­be detto: È una giovane gaudente; è la salute in persona; suscita invidia! - Tutt'altro!

La conoscevo intimamente e le diedi agio di parlare.

- Da tempo, Reverendo, ho desiderato quest'incontro. Gesù mi vuol bene e mi vuole per compagna della sua Croce. Come vede, sono vestita a nero; da po­chi mesi è morto mio padre. - Si com­prende quale ferita abbia il mio cuore. In questo periodo ho dovuto subire un'operazione chirurgica, che durò a lun­go, ed ancora ne porto le conseguenze; sono stato parecchio nell'ospedale.

- Ha fatto fruttare le sofferenze?

- Tutte, tutte per Gesù, per salva­re molte anime e così consolare il suo Divin Cuore! Sento in cuore un fuoco che mi divora. Non saprei più cosa fare per piacere a Gesù. Vorrei che le mie os­sa fossero macinate e ridotte in polvere, per farne pane e saziare Gesù! Quante anime si perdono! Ma io mi sono offer­ta al mio Sposo Celeste per la salvezza dei peccatori. Sono in cerca di altre ani­me, che si uniscano a me nella santa cro­ciata. -

Avevo poco da suggerire ad un'ani­ma tanto amante di Gesù; tuttavia le diedi qualche suggerimento, per rendere più fruttuoso il suo apostolato.

Dicevo a me stesso: Che anime belle Gesù sa coltivarsi in mezzo al fango del mondo!

Gesù

Ho bisogno di tali anime e le susci­to in ogni ambiente ed in qualunque stato. Se io sono la rovina di molti, di co­loro cioè che non vogliono credere in me e praticare i miei insegnamenti, sono anche la risurrezione di molti e bramo ardentemente che molti risorgano a nuo­va vita, lasciando la vita di peccato.

L'amico Lazzaro da quattro giorni era morto; il suo corpo già andava in putrefazione; ma ad una mia parola Laz­zaro risuscitò.

Il prodigio dell'amico di Betania si rinnova ogni giorno in molte anime, mor­te alla mia grazia. Le conversioni, i mi­racoli della mia misericordia, potrebbero moltiplicarsi se io avessi molte anime vittime, disposte ad immolarsi per coloro che battono la via del male.

La mia grazia per agire nel cuore in peccato, ha bisogno di opere buone, offer­te da chi è nella mia amicizia. Più si prega, più si soffre, più si ama, e più peccatori risorgono e si salvano.

La sete che avevo sulla Croce, sete che mi divorava, più che sete di acqua era di anime. Chi dice di amarmi, do­vrebbe ardere di questa sete: dare la vita a chi è morto per il peccato!

Ogni peccatore dovrebbe fare com­passione e spingere ad andargli in aiuto. Come per il corpo, quando c'è un ammalato grave, si moltiplicano le cure e si ricorre a tutte le risorse della scienza per strapparlo alla morte, così dovrebbe farsi anche per l'anima.

I peccatori più bisognosi di aiuti spi­rituali - sono quelli che stanno per mo­rire; dall'ultima ora dipende la loro sorte eterna.

Se non c'è una mano pietosa che li strappi a Satana, si danneranno. Ed io intensifico la mia grazia su questi infe­lici vorrei dire ad ognuno di loro ciò che dissi al buon ladrone: Oggi sarai con me in Paradiso! -

Se tutti i fedeli mi dessero ogni gior­no qualche bene spirituale da applicare ai moribondi della giornata, quanti pecca­tori si salverebbero!

Tenere presenti i moribondi della giornata, specialmente se peccatori osti­nati!... Ogni giorno c'è chi muore, o in casa, o in viaggio, o sul lavoro, o per malattia naturale o per infortunio!... Si può affermare che istante per istante c'è chi entra nell'eternità.

O voi che mi amate, io sono il gran­de assetato di anime, il buon pastore che cerca la pecorella smarrita. Domando la vostra cooperazione e questo è un onore che vi rendo. Rispondete al mio appello! Non lasciate passare giorno senza aver fatta qualche opera buona per i moribondi della giornata. Nel bene che fate, mettete pure altre intenzioni, ma non escludete mai quella degli agonizzanti bisognosi!

Una Comunione, una Messa, un Ro­sario, un piccolo sacrificio... tutto giova alla grande impresa.

Ogni fedele scelga un'opera buona particolare, quotidiana, e la chiami « 1'aiuto dei moribondi »; la compia tutti i gior­ni, con amore perseverante. Nell'altra vita ne vedrà i frutti meravigliosi.

Tanta gioia mi danno e temperano così la mia amarezza per la perdita del­le anime, quegli Ordini Claustrali che fanno l'Adorazione Perpetua per gli ago­nizzanti del giorno; quei Sacerdoti zelanti che, a turno, celebrano la Messa per i mo­ribondi, per tutti i giorni dell'anno; quei fedeli delicati, che s'industriano a gruppi, perché sia celebrata per i moribondi qual­che Messa settimanale o mensile!

Beato chi ascolta la mia parola e la mette in pratica!

Signore Gesù, godo a sapere che nel mondo ci sono anime innamorate di te! Tale conoscenza è anche un rimpro­vero alla mia tiepidezza ed indolenza. Poiché le anime sono i tesori che tu cerchi, voglio mettermi a tuo fianco con generosità.

Innanzi tutto è mia intenzione offrirmi vittima. Tu sei la Vittima dei pec­catori; cerchi chi ti segua; metti anche me nel numero delle anime generose.

Quando mi presenterai la croce, sot­to qualunque forma, chiunque sia che l'abbia preparata, l'abbraccerò con amo­re, dice ido: Gesù, tu con la Croce hai salvato me; io con la croce che tu mi presenti intendo salvare i peccatori, spe­cialmente se ostinati e se di già sul letto di morte! -

Sarà questa una delle giaculatorie a me più care: Gesù, per la tua agonia sulla Croce, pietà degli agonizzanti di que­sto giorno! -

UN QUADRO

Mi avevano parlato di un quadro ar­tistico, esposto in un Istituto Religioso di Roma; non mi mancò l'occasione di andarlo a vedere.

La pittura, fatta su tela di discreti dimensioni, mi tenne lì fermo, inchio­dato, a contemplare.

L'artista scrisse alla base del qua­dro: « Il Gesù di ognuno ».

Sono raffigurati tanti personaggi; l'aspetto di uno è differente dall'aspet­to dell'altro, riflettendo lo stato dell'a­nima; chi è sereno, chi turbato, chi per­plesso, chi disperato.

Dietro ad ogni personaggio c'è la fi­gura di Gesù. Anche Gesù ha differen­ti espressioni nel volto: guarda uno con gioia, un altro soprapensiero; un terzo con commiserazione, un quarto quasi pian­gente...

Mentre contemplavo, pensavo all'i­dea geniale del pittore, che seppe colpire nel segno: ognuno ha l'identico Gesù, ma non tutti lo trattano bene ugualmente, come - Egli merita e desidera.

Gesù

Le anime sono da me amate tutte con infinito amore; se io fossi più cono­sciuto, sarei più riamato. Non tutti mi stimano e mi trattano come merita il Figlio di Dio, il Salvatore del mondo.

C'è chi mi considera estraneo alla sua vita.

Altri mi offendono e continuano se­renamente i loro affari, pensando: Pri­ma di morire, aggiusterò i conti con Gesù!

Taluni fanno il male e quasi si ar­rabbiano contro di me, perché faccio sentir loro il pungolo del rimorso.

C'è chi si dispera, pensando che le sue colpe hanno oltrepassato i limiti della mia misericordia.

Non pochi mi pensano così lontano, sino a perdermi di vista.

Anime, che si dicono pie, al momento della prova, quando poggio la croce sulle loro spalle, pensano che io sia crudele e che non sappia trattare i miei amici. Ci sono però le anime che cammina­no sulla via della mia volontà, disposte a qualunque sacrificio, pur di farmi pia­cere. Io sono il fine del loro operare; mi tengono in cima ai loro pensieri; nel cuore mi tengono come in un trono di amore.

Stanno vigilanti per non commettere venialità; se per caso mancano, ripa­rano, si umiliano e riallacciano subito i loro vincoli amorosi. Di tali anime ne tengo in gran numero e sono esse che formano le mie delizie. Le benedico di continuo, distribuisco con sapienza le loro ore di gioia e di dolore, le sostengo nella prova. Le aspetto a braccia aperte nella gloria del Paradiso, per ricompensarle di tutto l'amore che mi dimostrano.

Per costoro io sono il Gesù soave, dolce, sorridente.

Quando mi fermai a contemplare la città di Gerusalemme che si stendeva sot­to il mio sguardo, pensando all'ingratitu­dine dimostrata verso di me, Messia, ed alla distruzione che l'attendeva, fui preso da tanta tristezza che piansi.

Quante anime mi tocca guardare con profonda tristezza, perchè non corrispon­dono alle mie cure e non sanno darmi che dispiaceri!

E su quante altre piango, prevedendo la loro eterna perdizione!

O Gesù, io desidero che tu resti con­tento di me! Preferirei morire, anziché saperti triste o piangente per colpa mia.

Voglio vivere per te ed in te. Sino­ra ti ho tenuto in un cantuccio della mia mente e del mio cuore; da ora in poi vo­glio pensarti spesso, con gioia, con amore; il mio cuore deve battere per te solo, cer­cando di piacerti istante per istante. Cosa mi giova per l'eternità il piacere alle crea­ture, il lasciarle contente di me, se non lascio pienamente contento te, che sei il mio tutto e l'eterna ricompensa?

Vorrei essere anch'io riprodotta in quel quadro artistico e saperti lieto di me e sorridente!

UN'ARTISTA

Nell'apostolato sacerdotale la corri­spondenza epistolare non è cosa trascu­rabile. Allo scrivente giungono molte let­tere, delle quali non poche sono edifican­ti e spronano al bene. Ne riporto una.

« Non sono un'italiana, ma conosco bene la lingua dell'Italia. Appartengo a famiglia cristiana. Sin dai primi anni ho sentito molto trasporto per Gesù. e per la Madonna.

« Sono nel fiore degli anni e voglio offrire a Dio tutte le mie energie giova­nili. Posso affermare che Gesù è stato largo dei suoi doni verso di me. Al pre­sente sono un'artista cinematografica; la televisione si occupa di me; periodici cattolici spesso mi mettono in eviden­za. Il Sommo Pontefice più volte mi ha ricevuta, mi ha benedetta ed ha avuto verso la mia povera persona delle paro­le di encomio. Tante nazioni ascoltano alla radio la mia voce.

« Ma io considero nulla tutto ciò; amo Gesù e voglio farlo amare. La vita di artista per me è un apostolato; la Mas­soneria tenta ostacolarmi.

« Ogni giorno ricevo Gesù Eucaristi­co; è Gesù la mia forza ed il mio amore. Attraverso la lettura spirituale e la me­ditazione alimento i buoni pensieri.

« Prima di mettermi al microfono ba­cio il Crocifisso che porto al collo, affin­ché Gesù m'ispiri mentre parlo alla radio e benedica le mie parole.

« Desidero dei suggerimenti, affinché il mio apostolato sia fecondo e così fare amare da tutti Gesù e la Vergine Santis­sima! ».

Gesù

Quante ne vorrei artiste simili a que­sta! Arde d'amore e desidera infiammare gli altri!

L'amore è operoso; è un fuoco che ingigantisce ed ha bisogno di espander­si. Chi mi ama, deve sentire il bisogno dell'apostolato; non può contentarsi di amarmi, ma cerca altri amanti.

La mia vita pubblica fu un aposto­lato ininterrotto, con la predicazione e con l'esempio. Ovunque disseminavo il bene, tanto che gli Ebrei dissero di me: Ha fatto bene tutte le cose! -

Io sono il Divino amante e desidero che i miei amici mi suscitino altri amanti. Non posso contentarmi delle anime egoiste, che pensano solo a se stesse, cu­randosi poco o niente del bene spirituale altrui.

Chi mi ama, parla di me a chi non mi conosce ed a chi mi ha dimentica­to; sa trovare la parola opportuna per toc­care il cuore del peccatore indurito, per scuotere l'apatia religiosa degl'indifferenti, per trovarmi anime riparatrici. Se non riesce subito nell'apostolato, non si sco­raggia ma si appiglia al gran mezzo della preghiera ed all'offerta dei sacrifici, offren­dosi vittima per le anime bisognose.

L'apostolato dei miei amanti si svol­ge, con prudenza, in ogni luogo, in ogni tempo, con ogni ceto di persone.

Fa l'apostolato chi scrive buoni libri, chi li diffonde, chi li consiglia, chi rac­conta quanto avrà letto.

È apostolato l'interessarsi dell'assi­stenza religiosa degli agonizzanti, l'im­partire l'istruzione catechistica ai piccoli, l'interessamento della sistemazione di un matrimonio.

È grande apostolato l'aiutare i gio­vani poveri che sono chiamati al Sacerdozio e il lavorare per le Missioni. Più che tutto si compie l'apostolato con l’esempio, in casa, in Chiesa, nel posto di lavoro, lungo la via; è aposto­lato il vestire modesto, il rispondere col sorriso benevolo a chi tratta male.

Le anime si possono conquistare, al­le volte, con un nonnulla, come si pos­sono allontanare da me per un'inezia.

O Dio, come sono lontana dalla per­fezione! L'anima mia dovrebbe, o Gesù, amarti molto e farti amare. Dovrei sen­tire di più il bisogno dell'apostolato, per portare anime a te; eppure faccio così poco.

Gli affari temporali, le cure del cor­po, assorbono i miei pensierí e mi fan­no dimenticare gl'interessi spirituali miei e del prossimo.

Con un po' di buona volontà, pur attendendo ai miei doveri quotidiani, mi sarebbe facile essere utile ai cuori bi­sognosi. Davanti agli esempi luminosi di apostolato di certe persone, provo una santa invidia.

Infiamma, o Gesù, il mio cuore del tuo amore, affinché io possa infiammare il cuore dei miei fratelli!

L'UOMO DEL SACCO

Ero sul Corso Vittorio, a Roma. Vidi un vecchietto sdraiato presso un muro e mi avvicinai.

Era un mendicante; aveva le gam­be gonfie, piagate, e dalle piaghe ve­niva fuori il pus. Mi fece pena. Gli chiesi: - Non ci sono ricoveri a Roma?

- Sì, ci sono, ma non bastano. Ero ricoverato a Monte Mario, ma fui messo fuori perché vennero altri più biso­gnosi. -

Diedi uno sguardo all'intorno ed a vedere lo sfarzo della città ed il lusso dei viandanti, esclamai: Pare impossibile! Tanta miseria anche qui! -

La capitale del mondo cattolico ha le sue migliaia di senza-tetto e di mendícantí; c'è chi dorme nei cunicoli del Circo Massimo, sotto gli archi del Co­losseo e sui ruderi delle mura imperiali.

Mosso da carità cristiana, un buon padre di famiglia, certo Mario Tírabassi, abruzzese, ha ideata un'opera di miseri­cordia meravigliosa: raccogliere quanto i generosi gli dànno e poi di notte, con un sacco sulle spalle, andare in giro per la città a distribuire tutto ai bisognosi.

I romani lo chiamano « l'uomo del sacco ». Ha attirato gli occhi dei citta­dini e dei poliziotti e si è guadagnata la simpatia popolare.

Tutte le notti immancabilmente, an­che al presente, continua l'opera sua. Spesso trova dietro la sua porta i do­ni delle persone caritatevoli ed egli con scrupolosa delicatezza li distribuisce. Porta ai bisognosi il denaro, i viveri e gl'indumenti che la Provvidenza manda e sa dire la parola cristiana, che esorta alla fiducia in Dio ed al retto vivere. Nei suoi viaggi notturni, sempre col sacco sulle spalle, gli sono capitate delle avventure, non sempre liete.

Tempo fa, sulla via Appia Antica fu fermato da un uomo barbuto, che gl'impose di consegnargli il sacco. Ti­rabassi aprì il sacco e disse: Prenda quel­lo che le serve, ma lasci qualche cosa an­che agli altri, perché ci sono delle bocche affamate che a quest'ora mi attendono. -

Meravigliato l'aggressore non prese nulla e camminò a fianco dell'abruzzese tutta la notte; vide i miserabili, tra cui non mancavano i malati; osservò l'uomo del sacco mentre abbracciava i beneficati, ascoltò le sue buone parole... e non cre­deva ai propri occhi.

Quando all'alba l'aggressore stava per separarsi, commosso sino alle lagrime, si tolse la barba finta e consegnò a Tirabassi un pugnale, che avrebbe usato contro di lui, se avesse fatto resistenza. Da quel momento il malvivente cambiò condotta.

Hanno seguito l'esempio dell'abruz­zese altri quattro: un principe romano, uno studente, un ammiraglio in pensione ed un commerciante napoletano. Anche costoro con il sacco sulle spalle hanno dato prova di vera carità.

Il Papa, informato di tutto, ha do­nato al Tirabassi una macchina, affinché possa fare con sveltezza e con meno fatica il suo viaggio notturno. Al benefattore dei poveri è stato conferito il « Premio della Bontà ».

Da diciotto anni in qua, cioè dal 1942, chi spinge il pio abruzzese all'eroismo della carità? E’ Gesù. È la parola di Gesù che lo ispira, lo guida e lo sorregge: « Quello che avrete fatto all'ultimo dei miei fratelli, l'avrete fatto a me! »

Gesù

Non si può amare me, se non si ama il prossimo. La carità è il distintivo dei miei seguaci.

Il Giudizio Universale sarà poggiato tutto sulla carità. Se ci pensassero i ricchi, i benestanti e coloro che sogliono spre­care il denaro! Quanti potrebbero guada­gnare il Paradiso, facendo buon uso del mammona d'iniquità, del denaro, ed in­vece preferiscono andare all'Inferno co me il ricco epulone!

I poveri nel mondo sono la ricchezza spirituale, perché chi li benefica acquista tesori celesti. Bisogna guardarli con fede ed aiutarli con amore.

C'è denaro per abiti eleganti non ne­cessari, per arredamenti lussuosi, per cibi ricercati, per divertimenti mondani, per gite di piacere, per gingilli e capricci... ma per i bisognosi, per i miei fratelli, non c'è denaro.

Nella mia vita pubblica ho dato l'e­sempio della carità sfamando le turbe ed ho proclamato beati i poveri.

Poiché la carità non è di solo pane, ho dato l'esempio di tutte le opere di misericordia, istruendo gl'ignoranti, con­solando gli afflitti, dando la salute agli infermi.

Anima fedele, che desideri farmi pia­cere e mi domandi chi sia io, sappi che io sono Dio dell'amore e della bontà; e, se vuoi essere a me molto vicina, procura di amare e di beneficare il tuo prossimo per amor mio:

La carità del cuore è più preziosa di quella della mano: Non tutti pur volendo, possono dare ai poveri; ma la carità del cuore possono praticarla tutti, e con frequenza, poiché le occasioni giornaliere non mancano.

Carità del cuore significa non contri­stare gli altri per colpa propria, gode­re del bene dei fratelli, non giudicare quando non se ne hanno i motivi suffi­cienti, sopportare i difetti altrui, fare bene a chi fa del male.

Vorrei fermare l'attenzione tua, o ani­ma, sopra un punto della carità, che pra­ticato con esattezza, diviene fonte di gioia per me e per te.

Tutti avete dei difetti personali, più o meno accentuati: la diversità di carat­tere, i diversi gradi di virtù, la forza delle passioni... Tutto ciò produce la di­sarmonia tra i cuori. Io permetto certe miserie, lasciando sempre libera la vostra volontà, affinché i volonterosi acquistino dei meriti.

Tu, ad esempio, sei stata trattata ma­le, con parole aspre ed umilianti. Ricor­dati che quello è il momento prezioso del­la carità:

1) Compatisci chi ha mancato verso te, come tu desideri essere compatita quando manchi.

2) Perdona subito.

3) Prega, prega brevemente, anche col semplice pensiero, ma prega con ar­dore, dicendo: Ti ringrazio, Gesù, che mi presenti una buona occasione per esercitare la carità! Benedici chi mi ha trattata male, perché mi fa acquistare te­sori celesti! -

Chi non potrebbe praticare così la carità? Eppure, quanto pochi sono co­loro che la esercitano con questa per­fezione!

Tu, Gesù, sei amore ed io sono egoi­smo. Poco ho amato il mio prossimo, pur sapendo che è la tua immagine.

Voglio intensificare la mia carità ver­so i bisognosi, evitando spese inutili; pri­vandomi di qualche cosa, potrò sollevare qualche indigente.

Più che tutto è mio proposito praticare la carità del cuore. Per il passa­to, dopo un'offesa ho moltiplicato le mie colpe, ribellandomi, non frenando la lin­gua, augurando qualche volta il male e facendo propositi di piccole vendette. Mi atterrò al tuo desiderio: perdonare, pre­gare, dimenticare.

PERDONO

Il 21 Aprile 1937, epoca in cui si com­batteva nella Spagna tra comunisti e na­zionalisti, l'Osservatore Romano pubblicò quanto segue:

« Dopo molta resistenza, i nazionali­sti avevano occupato un villaggio. In una casa, quasi intieramente distrutta, fu tro­vato un soldato della milizia rossa, ferito gravemente al petto da una scheggia di granata.

« Davanti ad un uomo prossimo a mo­rire, quantunque sia stato pessimo il suo passato, cessa ogni animosità e subentra l'umanità e la carità cristiana.

« Constatata la gravità del caso, al ferito fu chiesto cosa avesse di bisogno e cosa desiderasse.

« - Desidero un Sacerdote; voglio morire con il conforto dei Sacramenti. - « Un Sacerdote andò al suo capez­zale.

« Il soldato, prima di confessarsi, al­la presenza di parecchie persone, disse con accento penoso: Io ho odiato Gesù e la sua Religione. Con queste mani io ho ucciso trentadue Sacerdoti. Non po­trei precisare il numero degli altri cit­tadini uccisi. Tutti hanno affrontato la morte con coraggio e sono caduti gri­dando: Viva Cristo Re! -

« Il Sacerdote ascoltò in silenzio, ma con una commozione crescente; poi dis­se: Non affliggerti più! A nome di tutti ti perdono io. Sei proprio tu che hai ucciso mio padre e due miei fratelli; con tutto ciò, io ti assisto, ti ammini­stro i Sacramenti e ti prometto che pre­gherò sempre per te. -

« Il comunista era già convertito; potè confessarsi e comunicarsi. Prima di morire disse: Accetto la morte come un sacrificio espiatorio per i miei delitti. Viva Cristo Re! - »

Furono queste le ultime parole del­l'assassino pentito.

È da ammirare una conversione così strepitosa e l'eroismo del Sacerdote, che seppe trattare con tanta carità l'uccisore di suo padre e dei suoi fratelli.

Gesù

Perdonare è ciò che facevo nella mia vita pubblica e che insegnavo ai miei discepoli ed alle turbe. Perdonare fu uno degli atti miei più solenni, mentre pen­devo dalla Croce; ed il perdono che uscì allora dal mio Cuore Divino, era per­dono di cuore, completo, sino a scusare il deicidio dei Giudei e ad implorare ad essi perdono dal Padre mio.

Come può dirsi anima cristiana, quella che non sa perdonare?

Il perdonare ai nemici ed a quelli che fanno del male, è condizione essen­ziale per ottenere da me la remissione dei peccati. A chi non perdona, non sarà perdonato.

Quanti pretesti mette avanti il vo­stro orgoglio per negare al colpevole il perdono, o per differirlo, o per darlo parziale e condizionato! Il perdono è tale, se è dato di cuore.

La parabola dei diecimila talenti, per­donati dal buon padrone al servo infedele, vi dice come dovete comportarvi con il prossimo. Come potete chiedere a Dio che vi perdoni il molto, se non siete disposti a perdonare il poco al vostro simile?

Come quel padrone fece chiudere in prigione il servo cattivo, che aveva trat­tato male il suo conservo per una pic­cola somma, così vi tratterà il Padre mio se non perdonerete di cuore.

Il mio Cuore Divino, aperto sempre al perdono, resta afflitto davanti all'agire di quell'anima che dice: Io perdono a quella persona; però non voglio guar­darla, né aver da fare con essa. Io per­dono... ma ognuno per la sua strada; se posso evitare l'incontro, meglio ancora; se non posso evitarlo, fingo di non ve­dere. Pregare per quel tale?... Preghi lui per sé, se ne ha voglia!

È questa la carità da me predicata? Il mio insegnamento è tutt'altra cosa: Amate i vostri nemici; fate del bene a coloro che vi odiano, pregate per coloro che vi perseguitano e vi calunniano, affin­ché siate figli del Padre vostro che è nei Cieli, il quale fa sorgere il sole sui buoni e sui cattivi e fa piovere sui giusti e sugl'ingiusti. Perché, se amate chi vi ama, quale premio ne avrete? Non fanno altret­tanto anche i peccatori? E se salutate sol­tanto i vostri fratelli, cosa fate di spe­ciale? Non fanno altrettanto i pagani? Siate dunque perfetti, come è perfetto il Padre vostro Celeste!

Quante volte, Gesù mio, ti ho sup­plicato di perdonare a me i peccati, di cancellarli del tutto e di dimenticarli per sempre!

Però devo dire, con mio rossore, che non ho agito con la stessa misura nei rap­porti del prossimo.

Non mi mancheranno le occasioni di perdonare e vorrò dimostrarti in esse il mio amore. Quando il mio amor proprio offeso troverà difficoltà a perdonare gene­rosamente, dirò subito: Come desidero che mi perdoni Gesù, così devo perdo­nare anch'io. -

La prima preghiera che avrò da fare dopo aver ricevuta un'offesa, sarà offerta, o Gesù mio, a bene di chi mi avrà of­feso.

Non oserò dire la seconda parte del Padre Nostro... « Rimetti a noi i nostri debiti... », se il mio cuore non sarà in pace con il prossimo.

Inoltre, propongo di trovare l'occa­sione di fare qualche bene a chiunque mi abbia fatto del male.

E PER I MIEI POVERI?

I poveri raccolti nel Ricovero era­no molti; vivevano di Provvidenza. Qual­che volta la beneficienza si lasciava de­siderare ed allora le Suore andavano in giro per la questua.

Presentarsi a questa ed a quella porta, chiedere per altri, ricevere rifiuti e talvol­ta parole d'insulto, è vita di umiliazione, che abbracciano solo coloro che ne hanno la vocazione.

Una Suora entrò in una rivendita, sperando ricevere qualche offerta per i suoi poveri.

Il padrone, indispettito forse per gli affari scarsi o irritato dalla presenza di quella Suora, le diede uno schiaffo, dicen­do: L'avete avuto; ora potete andare! - La Religiosa, umiliata e dolente, senza perdere la pazienza, disse: Questo schiaffo è per me! ... E per i miei poveri cosa mi date? -

Quell'uomo brutale mutò aspetto; non poteva immaginare tanta virtù in una Suora; le chiese scusa e dopo le diede una generosa offerta, soggiungendo: Questo è per i vostri poveri! -

Gesù

Uno schiaffo ricevuto con pazienza, per amore mio, rende l'anima somigliante a me.

Anch'io fui schiaffeggiato, nel Sine­drio e nel Pretorio; una tempesta di schiaffi, accompagnati da sputi, si riversò sul mio volto durante la Passione. Lascia­vo fare, restavo calmo, non parlavo, sol­tanto al primo schiaffo chiesi al soldato: Perché mi percuoti? Se ho detto male, dimmi cosa ho detto? - Il mio parlare non era agitato, solamente volevo che il mondo conoscesse che nella mia risposta al Sommo Sacerdote non c'era nulla di riprensibile o di poco riverente all'auto­rità costituita.

Come agnello mansueto, senza aprir bocca, andai alla morte. Tutta la mia vita fu un continuo esempio di pazien­za, di mansuetudine e di mitezza soave. Vi lasciai questo insegnamento: Impa­rate da me che sono mite di cuore!

Anima devota che ascolti le lezioni del tuo Divin Maestro, puoi sinceramente dire di essere mite? Cerca di renderti si­mile a me, più che ti sia possibile. Non subirai mai le ingiustizie inflitte a me dai Giudei, per gelosia e per odio; si tratterà soltanto di accettare un rimprovero, una piccola ingiustizia, uno sgarbo... piccole cose in paragone a quelle da me sopportate. Sii generosa all'occasione!

Non scattare per un nonnulla. Fre­na la lingua. Domina subito i tuoi nervi. La irascibilità è madre di tante colpe; deriva dalla superbia e dispiace a Dio ed agli uomini.

Con quale compiacenza guardo un'a­nima, che sa conservare la calma nelle contrarietà! Vedo in essa qualche cosa di me, perché imita la condotta da me tenuta durante la Passione.

Beati i mansueti, perché essi posse­deranno la terra!

L'infedeltà, o Signore, ove cado so­vente, è l'impazienza. Riconosco di esse­re debole. Oh, come sono dissimile da te! Come invidio coloro che sanno con­servare la calma interna in ogni circo­stanza! Vorrei appigliarmi a qualunque mezzo, pur di conservare la pazienza.

La mia volontà è questa: nelle contrarietà non agitarmi; non parlare for­te, o meglio, tacere; pensare alla man­suetudine che dimostravi mentre i Giudei ti schernivano e ti schiaffeggiavano.

È mio dovere pregare per ottenere questa virtù e te la chiederò tutti i giorni: Rendi il mio cuore mite come il tuo!

PERCHÈ A TE?

Il Poverello di Assisi, San France­sco, amava molto Frate Masseo, uomo di grande santità.

Un giorno ritornavano assieme dalla selva, dopo aver pregato.

A Frate Masseo venne in mente di assicurarsi se Francesco fosse davvero umile; gli rivolse una domanda, con tono di rimprovero:

- Perché a te?... Perché a te?... - Francesco rispose: Cosa vuoi dire? - Dico, ..perché a te tutto il mondo vieno dietro ed ogni persona desidera vederti ed udire la tua parola? Tu non sei bello di corpo, non hai grande scienza, non sei un nobile. Come mai dun­que tutti ti vengono dietro? - Contento Francesco di essere stimato per nulla, sollevò gli occhi al cielo e così rimase a lungo, pregando. Dopo s'ingi­nocchiò e rese grazie a Dio; di poi disse a frate Masseo:

- Vuoi sapere perché tutto il mondo viene dietro di me? Gli occhi dell'Altis­simo Dia in ogni luogo contemplano i buoni ed i cattivi. Quegli occhi santis­simi non hanno veduto tra i peccatori nessuno più vile, né più insufficiente, né più grande peccatore di me; per fare l'opera meravigliosa ch'Egli intende fa­re, non ha trovato sulla terra creatura più vile di me; e perciò ha eletto me per confondere la nobiltà, la grandezza, la fortezza, la bellezza, la scienza del mondo, affinché si conosca che ogni vir­tù ed ogni bene viene da Dio e non dalla creatura e nessuno si possa gloriare al suo cospetto; ma chi si gloria, si glorii nel Signore, al quale si deve ogni onore e gloria! -

Frate Masseo a così umile risposta, data con molto fervore, riconobbe che il Poverello di Assisi era fondato sulla vera umiltà e ne accrebbe la stima.

Gesù

L'umiltà ha fatto grande. Francesco d'Assisi, sino a fargli occupare in Cielo il posto, che perdette Lucifero per la sua superbia.

L'umiltà mi attira alle anime, per­ché io sono l'umile per eccellenza.

Da Dio mi son fatto uomo; da Pa­drone assoluto sono divenuto servo; da Creatore mi sono sottomesso alle crea­ture.

Sono il Dominatore dell'Inferno; ep­pure dagli uomini sono stato chiamato « indemoniato ».

Sono il Figlio Eterno di Dio Padre, uguale a lui; eppure sono stato chia­mato « bestemmiatore ».

Sono stato condannato a morte per avere testimoniato la verità, affermando essere io Figlio di Dio; la mia morte fu il colmo delle umiliazioni.

La mia umiltà ha riparata la superbia del mondo. Il cuore umano è arso dalla febbre della superbia, desideroso di eccellere, di mettersi in evidenza, di procacciarsi lodi. Le sofferenze più nume­rose e più gravi ve le procurate a cagio­ne della vostra superbia non dominata, perché l'orgoglio ferito è come un leone sanguinante che rugge.

Il segreto della pace del cuore è l'u­miltà.

Imparate dunque da me, che sono umile di cuore, e troverete il riposo per le anime vostre!

Anima cristiana, se vuoi essere dav­vero tale, imita la mia umiltà. Compor­tati da umile, sempre, ovunque, con tutti.

Sii umile davanti a me, battendoti il petto come il pubblicano in fondo al Tempio e dicendo: Sono indegna di al­zare gli occhi al Cielo, per i peccati che ho commessi! -

Sii umile davanti al mondo, evitan­do le vanità e disprezzando la vana lode umana.

Sii specialmente umile davanti a te stessa, pensando che andrai a marcire sotto terra e che sei un ammasso di mi­serie morali e di cattive tendenze.

Non gloriarti di nulla, neppure di qualche atto di virtù che compi, poiché non potresti fare nulla di bene senza l'assistenza della mia grazia.

Accetta le umiliazioni che potrebbe­ro capitarti, - pensando a me che sono stato umiliato oltre misura e pensando che meriteresti maggiori umiliazioni per riparare i tuoi peccati di superbia.

Il mio Cuore è un abisso d'umiltà e m'innamoro dei cuori umili, mentre re­spingo da me quelli superbi.

Tu, o Gesù, sei l'Altissimo e ti sei abbassato tanto; io sono nulla e vorrei innalzarmi sempre più! Perdona la mia superbia!

È stato proprio l'orgoglio ferito che mi ha fatto trascorrere ore e giorni di profonda afflizione. Un rimprovero, una disapprovazione, una parola poco rispet­tosa, ha ferito il mio cuore e sono caduta nella tristezza. Avrei fatto meglio ad accet­tare in silenzio l'umiliazione. Avrei goduto il riposo del cuore e più che tutto avrei dato piacere a te.

La superbia mi fa stimare più vir­tuosa che io non sia e mi spinge a di­sprezzare gli altri; ímito il superbo Fa­riseo, che disprezzava il pubblicano pec­catore.

O Gesù, hai detto che se non diver­remo piccoli come bambini cioè umili, non entreremo nel regno dei Cieli. Per salvarmi dunque mi è necessaria l'umiltà. Quante cose ti ho chiesto nelle mie pre­ghiere; però poco o niente ho pregato per ottenere l'umiltà. Intensificherò le tuie suppliche per avere la vera umiltà, l'umil­tà del cuore.

FRECCIA: « CAPPELLA »

In tempo di tanto paganesimo non mancano le sante iniziative. La Cappel­la con Gesù Sacramentato nelle principali stazioni ferroviarie è una di queste ini­ziative.

Sono costretto ad intraprendere dei viaggi, più o meno lunghi. Il mio primo pensiero è dare il saluto a Gesù Sacramen­tato, che dimora nella stazione.

Scendo alla Centrale di Roma; mi­gliaia di persone arrivano ed altre par­tono.

Nell'immensa tettoia - salone sono col­locate tante segnalazioni, utili ai viag­giatori. Vi si scorge pure questa freccia: « Cappella ».

Una breve gradinata mi porta giù, al piano sotterraneo. Presso l'ingresso del­la Cappella c'è un - mendicante; dentro vedo un vecchietto e più in là una signora. O povero Gesù, dico dentro di me, sei lasciato solo! È già qualche cosa che due anime ti facciano compagnia. Ma quante volte ho trovato la Cappella de­serta!

Gesù mio, coloro che popolano la stazione, non sono anime da te reden­te? Non ti appartengono tutte? Perché dunque non ti pensano e non vengono a salutarti, o perché arrivati o perché pros­simi a partire? Il mondo pensa ad altro; ha gli affari, ha i divertimenti; non si preoccupa di te. Eppure tu sei nella sta­zione per loro!

Accetta, o Gesù, questa visita a no­me di coloro che non te la fanno.

Benedici il mio arrivo; benedici le mie imprese; liberami dai pericoli del­l'anima e del corpo. In questi giorni ti offro le mie povere opere buone per riparare i peccati che si fanno in que­sta grande città.

Ti offro pure i meriti di tanti Mar­tiri e Santi, che morirono in questa città.

Invocata la Benedizione di Gesù, della Madonna e dei Santi Protettori, esco dalla Cappella, col proposito di ritornarvi prima di partire.

Gesù

L'amore mi ha spinto a restare vivo e vero sulla terra sotto le Sacre Specie Eucaristiche. Sto nei Tabernacoli per gli uomini ed essi non si curano di me.

Quanto gradisco una visita! Sono il Prigioniero d'amore ed il mio Cuore palpita fortemente quando vedo un'anima in adorazione davanti al mio Altare.

Le mie mani allora si aprono per elargire grazie e si sollevano per bene­dire.

Se tutti quelli che giungono in una città o ne partono, venissero a darmi il saluto, o nella Cappella della stazione o in qualche Chiesa, oh, come risentirebbero gli effetti di quella Visita Eucaristica! Ne avvantaggerebbero i loro affari, ma più ne avvantaggerebbe il loro spirito.

Con occhio di compiacenza miro quel­l'anima che volge il suo pensiero a me Sacramentato, allorché passa vicino a qual­che Chiesa o la scorge da lontano.

Quante pene, o anime, rendono amara la vostra vita! Perché non venite a me? Io sono il Consolatore: Venite a me, o voi tutti, che siete affaticati e stanchi ed, io vi ristorerò!

Cercate conforto e sollievo presso le creature. Ma cosa possono esse darvi, se sono tanto misere?

Sono il Dio-Uomo dimorante tra gli uomini. Per mancanza di fede eucaristica da molti sono lasciato in abbandono; restano deserte o quasi le mie Chiese, men­tre brulicano di spettatori gli stadi e le sale cinematografiche e sono popolate le vie.

Il mondo va male; è come un pau­roso deserto. Le anime sono deboli e ca­dono nella colpa. L'unico rimedio sono io, Gesù, sorgente eterna di acqua viva, for­za dei deboli, conforto dei tribolati, salute dei viventi, speranza di chi muore e pegno di vita eterna. Dal silenzio del Taberna­colo io parlo al mondo e chiamo tutti al mio Cuore amante...

Credo, Gesù mio, che tu sei real­mente presente nel Santissimo Sacra­mento.

Darei la mia vita per testimoniare la verità eucaristica. Però la mia fede è languida.

Se io avessi più fede, in ogni pena correrei al tuo Tabernacolo per avere conforto. Invece cerco sollievo lontano da te. Gradisco le visite che mi fanno per­sone care e volentieri vado a visitare co­noscenti ed amici. Solo con te, o Gesù, sono avara di visite. È il poco amore che nutro per te, che mi lascia in questa in­differenza spirituale.

Ogni giorno il mio pensiero vola di continuo a tante persone, vicine e lon­tane; raramente vola a te, chiuso nel Tabernacolo.

In avvenire, o Gesù, starò più vi­cino a te col pensiero e con la presenza. Tu, Sacramentato, sei il tesoro dei cuori ed il Paradiso in terra!

FERVORE EUCARISTICO

Un Missionario Salesiano andava per i villaggi della Malesia a visitare i Cri­stiani. Il suo arrivo era salutato con se­gni di festa.

Sarebbero dovuti passare due, tre ed anche cinque anni prima di ripetere la visita, perciò molti approfittavano per farsi istruire, o per regolare il matrimonio, o per accostarsi ai Sacramenti.

Nella foresta, distante parecchi chi­lometri dal villaggio ove era giunto il Missionario, dimorava un uomo paraliz­zato alle gambe. Da tempo aveva lasciato il paganesimo ed era divenuto un vero Cristiano.

Volendo ricevere la Santa Comunio­ne, supplicò gli amici affinché lo traspor­tassero dov'era il Missionario. Ognuno si rifiutava, perché non essendoci mezzi di trasporto, sarebbe stato necessario pren­derlo di peso sulle spalle.

L'amore è industrioso. Il paralitico voleva assolutamente ricevere Gesù e poi­ché nessuno lo aiutava; volle fare da sé. Si raccomandò a Dio ed alla Madonna e partì per il villaggio. Non potendo reg­gersi in piedi, cominciò a rotolare su se stesso. Partì la sera e giunse al villaggio l'indomani mattina. Era andato avanti ro­tolando per diversi chilometri, non curan­dosi delle spine e dei sassi.

Quando giunse ai piedi del Missio­nario era sanguinante.

Il fatto è stato narrato allo scriven­te dallo stesso Missionario, il quale ha affermato: Io rimasi commosso alla vi­sta di quell'uomo e con me anche gli altri. Dissi ai presenti: La vostra fede è grande, ma quella di quest'uomo è mas­sima!

- Padre, disse il paralitico, ora che sono venuto qui, mi dài Gesù Sacramen­tato?

- Certamente! Questa Comunione ti è costata cara - e te la sei meritata. Gesù verrà nel tuo cuore con molta gioia! -

Gesù

Un convertito della Malesia che dà al mondo lezione di fede e di amore! È proprio questo che manca a molti: fede ed amore eucaristico.

Il mio amore onnipotente per voi tutti, mi tiene vivo e vero sulla terra sotto le Specie Eucaristiche.

Ma perché resto prigioniero nei Ta­bernacoli? Soltanto per essere visitato e supplícato? Non basta ciò al mio amore.

Ho istituito il grande Sacramento per darmi in cibo alle anime. Mi sono messo sotto le apparenze di pane e di vino per unirmi più intimamente a voi e per farvi comprendere che come il corpo ha bi­sogno del pane, così l'anima ha bisogno della Comunione.

Non tutti però si curano degli ardenti desideri di un Dio Eucaristico! Per taluni il ricevermi Sacramentato è affare indiffe­rente, che trascurano senza rimorso. Per altri il ricevermi una volta l'anno costi­tuisce un gran peso e vi si sobbarcano per necessità o per accontentare questa o quel­la persona. Certi infelici rifiutano di rice­vermi come Viatico e preferiscono morire nel loro peccato.

Quante amarezze mi danno i cattivi! Ma anche tanti fedeli mi contristano con la loro tiepidezza eucaristica: o trascurano facilmente di comunicarsi, o si accostano a me con poca fede, ricavandone poco frutto.

Quali possono essere i miei deside­ri? Li manifesto, nella speranza che cuori generosi si muovano a soddisfarli.

1) Comunione frequente, con prepa­razione e con ringraziamento. Portare ad ogni Comunione il cuore sempre più ricco di buone opere e sempre più disposto al bene.

2) Fare apostolato, affinché i piccoli si accostino presto alla Prima Comunione. Bisogna svegliare la coscienza dei geni­tori, i quali, mentre sono avveduti nel resto, su questo punto sono ciechi. Ritar­dando la Comunione, permettono che nel cuore dei piccoli entri prima Satana, con le sue tristi conseguenze, e poi permet­tono che vi entri io, per essere forse... cacciato al più presto!

3) Si solennizzino le feste con la Co­munione; e non solo quelle liturgiche, ma anche le feste personali e familiari: compleanni, anniversari, onomastici...

4) Ciò che molto mi sta a cuore è la S. Comunione del giovedì, in memoria dell'Istituzione Eucaristica.

Mi dà gloria il ricevermi Sacramen­tato al giovedì con queste intenzioni: ringraziarmi del dono dell'Eucaristia e riparare i sacrilegi eucaristici e le profa­nazioni che si fanno davanti ai miei Ta­bernacoli. Benedico le anime ferventi che sanno muovere altre ad appagare il mio desiderio.

5) La Santa Messa, rinnovazione in­cruenta del sacrificio della Croce, sia più apprezzata. Vi si assista, se è possibile, anche nei giorni feriali. Benedico coloro che nel gìorno festivo, potendo, assisto­no ad una seconda Messa, per coprire il vuoto di coloro che la trascurano; se non possono fare ciò nella festa, suppliscano durante la settimana.

Io sono Gesù Eucaristico; ardo d'a­more e cerco amore e riparazione.

O Gesù Sacramentato, voglio soddi­sfare i tuoi desideri. Sarà mia premura comunicarmi spesso e sarà da me con­siderato quasi perduto quel giorno, in cui avrò tralasciato la S. Comunione per colpa mia. E’ mia volontà cercare anime che al giovedì si comunichino per rin­graziarti e ripararti e che siano disposte ad assistere nella festa ad una seconda Messa. Mattina e sera dirò questa pre­ghiera: Eterno Padre, vi offro per le mani della Madonna tutte le Messe che sono state celebrate nel passato e che saranno celebrate nel corso dei secoli, special­mente le Messe di questo giorno. –

GRATA A DIO

Nel lebbrosario di Acquaviva delle Fonti (Bari) si trova una donna assai sofferente.

Dopo meno di un anno di matrimo­nio fu colpita dalla lebbra. Fu costretta a lasciare lo sposo, i parenti e la casa per rinchiudersi nel luogo del dolore, da dove uscirà morta.

Da oltre venti anni è ammalata. Il microbo micidiale va consumando il suo corpo, che fa pena a guardarsi.

In conseguenza del male è divenuta perfettamente cieca e si avvia alla sordità; è sopraggiunta la paralisi deformante, alle membra, che suole provocare indici­bili dolori.

Mosse a compassione, lodevoli per­sone vanno a visitarla, con le dovute pre­cauzioni.

Un Sacerdote tempo fa andò a tro­varla. A vederla così sofferente si com­mosse e pensò di dirle qualche parola dì conforto. -

- Signora, come sta?

- Oh, sono tanto, tanto felice! - Felice?

- Sì! L'anima mia è ripiena di gioia. E’ stato Gesù a mandarmi questa croce, croce preziosa, perché purifica l'anima mia e serve a salvare altre anime.

- Perciò lei ringrazia Gesù di que­sta croce?

- Di questo dono devo essere grata a Dio. -

Il Sacerdote rimase edificato e quasi sbalordito alla risposta della signora Ca­terina Regis, ancora vivente...

Gesù

Sono poche le anime che sanno am­mirare la mia sapienza e lodare la mia bontà, quando attuo su di loro i miei disegni per mezzo della sofferenza.

Io sono l'Artista Divino, che lavoro nelle anime per scolpirvi la mia immagine. Lo scultore ha bisogno di martelli grossi e piccoli, secondo i Casi; senza di essi non può dirozzare un blocco di marmo e ren­derlo un capolavoro.

La sofferenza è il martello princi­pale di cui mi servo; per sofferenza in­tendo tutto ciò che contrasta i gusti della natura. Ora è il corpo che soffre, ora è l'anima che agonizza. I piccoli martelli sono le croci quotidiane, che rendono la vita più meritoria, perché fanno esercitare le virtù, specialmente la carità, l'umiltà e la pazienza.

Più un'anima mi è cara e più pesanti sono i martelli. Nel mio lavorìo divino guardo la vita presente, ma di più guar­do la vita futura: il Purgatorio da fare evitare, scontando sulla terra, il Paradiso più glorioso, con la corona di gloria ingemmata di preziosissime perle, l'In­ferno da fare evitare a tanti, peccatori, in virtù del bene che compiono i cuori amanti.

Le anime sapienti apprezzano la mia condotta e sentono il dovere di ringra­ziare la mia bontà.

Le anime piccine, preoccupate più del­l'ora presente chea dell'eternità, si lamen­tano, borbottando e non di raro si ribel­lano al lavorìo che compio. Non mi com­prendono e pensano che io non sappia trattarle o che le abbia abbandonate al destino.

Io sono il Celeste Giardiniere, che ho cura delle mie piante e so a suo tempo potarle, affinché producano più frutto.

Non sto ozioso nelle anime. Beati co­loro che mi danno libertà di agire!

Ho da chiederti perdono, o Signore, della mia condotta passata. Non ho sa­puto apprezzare il lavorio paziente ed amoroso, che hai voluto compiere in me iri tanti anni di vita.

Quando mi hai mandato qualche, gra­ve afflizione, ho pensato che tu mi amassi poco e mi avessi quasi abbandonata, men­tre tu hai inteso purificarmi e distaccarmi dalle cose del mondo.

I martelli provvidenziali, di cui ti sei servito per scolpire in me la tua im­magine, non li ho sopportati, anzi mi sono irritata al loro tocco.

Voglio essere generosa. Se la pianti­cella dell'anima mia ha bisogno di po­tatura o di grossi tagli, ti dò, Gesù mio, libertà di agire. Non più lamentele e ri­bellioni, ma tutto voglio accettare dalle tue mani amorose e delicate.

Anch'io, quando avrò da stare in croce, vorrò dire: Sono tanto felice... perché sono, o Gesù, nelle mani divine!

TRISTE STORIA

Una signorina viveva cristianamente; era l'esempio del paese. Le mamme l'ad­ditavano alle figliuole.

Disgrazia volle che, commettesse un fallo. Non seppe mortificare il cuore e poco per volta cadde nel disonore.

Quando il fatto divenne di pubbli­ca ragione, la signorina fu cacciata da casa.

- Hai disonorata la famiglia; vatte­ne via e non lasciarti più vedere! - La giovane, demoralizzata, pensò di rivolgersi a Dio e si presentò al Parroco per essere confortata e sorretta in quel­l'ora terribile.

Il Parroco, non ponderando bene le cose, non trattò con delicatezza la si­gnorina e le rinfacciò il male fatto: E non ti vergogni di presentarti a me dopo quanto è successo? -

La giovane, che sperava trovare nel Ministro di Dio il Ministro della divi­na misericordia, cadde nella disperazio­ne: i genitori mi hanno cacciata; Dio mi respinge. Cosa mi resta a fare? To­gliermi la vita!

II demonio intensificò l'opera sua, fa­cendo comprendere alla peccatrice che per essa non c'era più misericordia.

La signorina andò in altro paese ed aspettò il buio della sera per suicidarsi, gettandosi nel fiume.

Affinché si perdesse ogni traccia, dap­prima buttò nelle acque la borsetta, con­tenente le carte personali e un po' di de­naro; poi spiccò il salto per annegarsi. Come se una mano misteriosa la trat­tenesse, non riuscì a gettarsi; tentò la seconda e la terza volta e non riuscì an­cora.

Indispettita, si allontanò dal fiume, dicendo: Ritornerò domani sera. Assolu­tamente devo troncare la vita! -

Non sapendo dove passare la notte, per sfuggire agli sguardi altrui, si sedette presso il muro del vicino cimitero.

Fatto giorno, per trascorrere le lun­ghe ore che a separavano dalla sera, gi­ronzolò per il paese, sfamandosi con un pezzo di pane, che un ragazzetto aveva gettato. Passando per una Chiesa, sentì l'ispirazione di entrarvi, ma più per ri­posare che per pregare.

In quel momento predicava un Sacerdote, mio amico, il quale, mentre io scrivo, mi narra il fatto. Ecco le sue pa­role: Trattavo l'argomento della divina misericordia, mostrando alle anime la bon­tà di Gesù verso i peccatori. Quando, fi­nita la predica, giunsi in sacrestia, venne il Parroco a dirmi: C'è in fondo alla Chiesa una signorina; dallo sguardo e dal parlare concitato pare una disperata. Ha chiesto di parlarle. Ho risposto che lei è stanco e non può riceverla. Essa insiste ancora.

- Le dica che venga; l'ascolterò vo­lentieri: -

La giovane faceva pena a guardarsi. Mi disse commossa: Ho ascoltato la sua predica. Dunque per me c'è ancora mise­ricordia?... Gesù perdonerà i miei pec­cati?... - e mi narrò in breve la triste storia.

Potei risollevarla nel suo morale; quella sera non tentò di gettarsi nel fiume; ritornò tra le braccia di Gesù con la Con­fessione; la Santa Comunione le fu di bal­samo. Con l'aiuto di Dio potè riabilitarsi davanti alla società.

Quel giorno ib ebbi tanta gioia, pen­sando al frutto della mia modesta pre­dica.

Gesù

Sono misericordioso, anzi sono la mi­sericordia in persona. Qualunque peccato, qualunque ne sia il numero e la gravità, si perde nell'oceano della mia misericordia. Finché dura il tempo, cioè la vita terrena, io sono Gesù misericordioso. Quando comincia l'eternità, appena avviene la morte, io sono Gesù d'infi­nita giustizia. Ho un'eternità per la mia giustizia; ho solo il tempo per la miseri­cordia; poiché sono tanto buono, con tut­ti coloro che militano sulla terra, voglio usare continua misericordia.

E non sono io quel Gesù, che per­donò la Samaritana, la donna adultera, Zaccheo, Maria Maddalena, il ladrone mo­rente sulla croce, l'Apostolo Pietro sper­giuro per tre volte? E non sono quel Gesù, che ogni giorno perdono per mezzo del mio Ministro al confessionale, bestem­mie, delitti, scandali ed ogni iniquità?

Se i peccatori riflettessero sulla mia misericordia, come correrebbero a me sen­za alcun indugio!

Sono buono, ma di una bontà infi­nitamente delicata. Ecco un esempio: Un'anima desidera una grazia particolare e me la chiede con insistenza. Sono più desideroso io di darla che essa di riceverla; tuttavia non gliela do, perché prevedo che poi non corrisponderà ed allora avrei il dispiacere di chiederle conto.

Due peccati trafiggono specialmente il mio Cuore: il primo è la sfiducia in me; il secondo è l'abuso della mia mise­ricordia.

Non fidarsi di me Redentore, che do la vita per la salvezza del mondo, è un oltraggio al mio amore. Abusare della mia misericordia, peccando e ripeccando, senza la volontà risoluta di lasciare il male, è un insulto alla mia bontà.

Desidero che la mia misericordia sia ringraziata e riparata.

Avere un Dio disposto a perdonare tutto, purché si ricorra a lui prima di essere giudicati, e non volerne approfittare in tempo, è la maggiore delle stol­tezze.

Fatevi amico il giudice mentre siete lungo la via, affinché egli non abbia a consegnarvi alle guardie per rinchiudervi nella prigione, ove sarà pianto e stridore di denti.

Tu, o Gesù, sei misericordia e me l'hai dimostrato le cento volte durante la vita. A quest'ora dovrei essere tra i dannati nell'Inferno, se la tua giustizia avesse troncata la mia esistenza in quel periodo, in cui vivevo nel peccato. In­vece mi hai sopportata ed anzi ricolmata di grazie.

È giusto rendere onore al tuo Cuore misericordioso, ringraziandoti con un cor­so di Sante Comunioni.

Mi comunicherò parecchie e parec­chie volte con l'intenzione di ringraziarti della misericordia usata a me ed a tante al­tre anime ingrate, che non ti ringraziano. Anch'io ho abusato della tua misericordia ed ho tanto oltraggiata la tua bontà.

Ti chiedo perdono, o Signore, a no­me mio e di tutti coloro che continuano ad abusare del tuo buon Cuore!

MA... DIO NON MUORE!

Nella Repubblica dell'Equatore viveva un ottimo cattolico. Era Garcia Moreno. Questi era avvocato, ingegnere e gran­de statista; il popolo lo elesse Presidente della Repubblica.

Quantunque occupasse un posto co­sì eminente, non tralasciava le sue pra­tiche devote giornaliere, dando così a tutti il buon esempio.

Ogni mattina, di buon ora, ascoltava la Messa, anzi si prestava a servirla, e si accostava anche alla Comunione. Era il promotore e l'animatore delle manifesta­zioni religiose. Molto devoto del Sacro Cuore, consacrò la Repubblica al Cuore di Gesù.

Un giorno il Parroco della Cattedrale di Quito disse al popolo che si cercava un operaio, disposto a portare una pesante Croce all'ingresso della città, ove bisogna­va collocarla. Garcia Moreno disse al Par­roco: Porterò io la Croce sulle mie spalle. Quest'onore è riservato a me, quale Pre­sidente della Repubblica. -

Quanto bene operò finché fu al go­verno della nazione!

I cattivi non potevano sopportarlo; i massoni decisero di ucciderlo, pensan­do: Morto questo Presidente, sarà abbat­tuta la Religione Cattolica nell'Equatore. Infatti, il 6 Agosto 1875, mentre si recava al Palazzo del Governo, fu assa­lito dai settari e colpito a morte.

Il Moreno prima di spirare esclamò: Io muoio, ma... Dio non muore! –

Gesù

Al mio valoroso soldato, che muore per la mia causa, a Garcia Moreno, è dovuto il premio, il Paradiso; ai suoi uccisori, miei nemici, è dovuto il casti­go, l'Inferno.

Io sono Gesù di misericordia. Ma appena si sta per entrare nella vita eter­na, appena l'anima spira, io sono Gesù di giustizia, il Re della tremenda maestà, il Giudice supremo. Do a ciascuno secon­do le sue opere.

Ogni carne viene a me per essere giudicata; a me si presenteranno coloro che oggi mi bestemmiano, che mi com­battono, che calpestano la mia legge. Da­vanti al mio trono di inesorabile giustizia non ci sono re e principi, padroni e servi; ma tutti tremanti hanno da guardare un Dio fatto uomo, che è folgorante di luce nella sua gloria eterna.

Come il padrone, secondo la para­bola del mio Vangelo, chiama a raccolta i suoi -servitori per fare i conti e se ne trova qualcuno infedele lo caccia in prigione senza pietà, così io, giusto Giudice, chiamo alla resa dei conti ogni anima, appena si separa dal corpo, e giudicherò tutta l'umana generazione riunita nell'ul­timo giorno del mondo.

Quello sarà il mio giorno, il giorno di un Dio amato o disprezzato; sarà giorno di dolore e di miseria, giorno grande ed amaro assai.

Di tutto l'anima dovrà dar conto, anche di una parola oziosa. Beati colo­ro ai quali sono state rimesse le ini­quità ed i cui peccati sono stati coper­ti dal manto della mía miserícordia. Du­rante la vita mortale sono stati vigilanti; hanno combattuto; se hanno ricevuta qual­che ferita, hanno fatto subito ricorso a rne, padre di misericordia, e così al passag­gio per l'eternità possono essere annove­rati tra i servi fedeli. Ad ognuno di costoro dico: Vieni, servo buono e fedele! Poiché sei stato fedele nel poco, ti costituirò pa­drone sul molto. Entra nel gaudio del tuo Signore. -

Ma guai al fattore infedele, che ha sperperato i miei beni! Guai al servo pigro che non ha fatto fruttare il talento che gli avevo consegnato mettendolo nel mondo! Guai a coloro che hanno avuto vergogna di me davanti al mondo! Allora io mi vergognerò di essi davanti al Pa­dre mio ed ai miei Angeli.

A questi operatori d'iniquità, per i quali sono morto in Croce, ho da dare la terribile sentenza: Via da me, male­detti! Andate nel fuoco eterno, prepa­rato a Satana ed ai suoi seguaci.

Giusto sei, o Signore, e retto è il tuo giudizio!

Poiché tu sarai il mio Giudice al mio ingresso nell'eternità, mentre sono ancora per via su questa terra, voglio renderti mio amico. Gli amici si aiutano, perché si amano. Se durante la vita ho te per amico, che timore potrò avere pensandoti Giudice? Le mie iniquità sono state per­donate ed i miei peccati sono stati di­strutti col tuo Divin Sangue.

Non mi resta che essere vigilante, per conservare inalterata la preziosa ami­cizia, preferendo la morte al peccato.

Poiché è detto: Ricòrdati dei peccati che ti sono stati perdonati! - voglio tenere presenti alla mia mente le mie colpe, non per preoccuparmi, ma per umi­liarmi e per avere una spinta maggiore ad amarti.

Ogni giorno, almeno prima di pren­dere riposo, voglio dire: Gesù mio, met­to nelle fiamme del tuo Cuore miseri­cordioso tutti i miei peccati! Distruggili completamente, affinché quando avrò da presentarmi a te per il giudizio finale, tu non abbia a trovare in me ombra di colpa! -

O Gesù, al giudizio sii il mio Salvatore e non il mio Giudice!

VISIONE PROFETICA

Ezechiele è uno dei Profeti più fa­mosi del popolo ebreo. Visse sei secoli prima che nascesse Gesù Cristo.

Verso i trenta anni cominciò il suo ministero profetico e per circa ventidue anni ascoltò direttamente la voce di Dio, che poi trasmise agli Ebrei. Le sue vi­sioni profetiche sono meravigliose; ecco­ne una:

La mano del Signore venne sopra di me e mi condusse in ispirito in mezzo ad un campo pieno di ossa. Mi fece camminare tra le ossa, che erano sovrabbon­danti e molto secche.

Il Signore mi disse: O uomo, credi tu che queste ossa diverranno vive? - Voi lo sapete, o Signore Iddio! - Profetizzerai intorno a queste ossa e dirai: Ossa secche, ascoltate la parola del Signore! Io manderò a voi lo spirito e vivrete! Vi darò i nervi, vi farò cre­scere la carne, stenderò su voi la pelle, vi darò l'anima e ritornerete in vita. Cosa saprete che io sono il Signore. - Parlai a nome di Dio, come mi era stato comandato; ed ecco farsi un grande movimento: le ossa si accostarono alle ossa e ciascuno andava alla propria giun­tura. E mi accorsi che sopra le ossa erano andati i nervi, la carne e la pelle, però non c'era l'anima.

Il Signore mi disse: Parlerai nel mio nome allo spirito e dirai: Il Signore Iddio dice questo: Vieni, o spirito, dai quattro venti, e va sopra questi morti affinché risorgano! -

Feci come m'era stato ordinato; en­trò l'anima in quei corpi ed ebbero vita; infatti si rizzarono in piedi e si formò una grandissima moltitudine. (Ezechiele XXXVII, 1...)

Gesù

Al mio Profeta feci vedere innanzi tempo quanto avverrà alla fine del mon­do, prima della mia comparsa gloriosa sulle nubi del cielo.

Al suono delle angeliche trombe i morti risorgeranno; i corpi umani si ricomporranno e si riuniranno all'anima. Il corpo seguirà la sorte dell'anima.

Io sono la risurrezione e la vita!

Mi umiliai a morire sulla Croce; il mio corpo era tutto piagato e senza san­gue. Tre giorni stetti seppellito; ma poi il mio corpo si riunì all'anima ed uscii dal sepolcro nello stato glorioso.

Io sono la primizia della risurrezione! Durante la mia vita pubblica avevo fatto risorgere dei morti, ma non nel­lo stato glorioso. L'onore della primizia era riservato a me, Dio, Verbo Incar­nato.

Tuttavia, anche voi un giorno risorgerete, alla fine del mondo; i vostri cor­pi, dopo l'umiliazione del sepolcro, ritor­neranno alla vita, per andare assieme al­l'anima all'eternità felice o infelice.

Il vostro corpo, strumento dell'ani­ma, è ben giusto che vada a godere il frutto del bene operato in vita. Quel­le membra, che sono state sotto il do­minio della volontà per custodire la mia legge e vivere nella purezza, quelle mani che hanno beneficato il prossimo; quei piedi che si sono mossi per ubbidire alla mia volontà; quelle labbra e quella lin­gua che hanno cantato le mie lodi e mi hanno supplicato, quel cuore desideroso di piacermi, quegli occhi che mi hanno mirato sotto i Veli Eucaristici e quelle orecchie che hanno ascoltato la mia parola per metterla in pratica... tutto il corpo umano sarà ripagato eternamente nella glo­ria del Cielo, gustando delizie, al cui con­fronto sono un nulla tutti i piaceri dei sensi.

Ma se l'anima è dannata, al corpo sono riservati i più terribili tormenti e per sempre!

Quanta compassione fanno coloro che rivolgono tutte le cure al corpo e poco o niente si curano dell'anima! Preferiscono il secondario al principale e non pensano che trascurando l'anima rovinano anche il corpo. -

Oggi nel mondo il corpo è idolatrato. Tutto è lecito, pur di procurare una sod­disfazione ai sensi.

Quale sarà il destino eterno di quel corpo profumato, le cui membra sono strumento di peccato? Cosa ne sarà di quegli occhi impuri, di quelle mani pro­fanate, di quel cuore arso da amori il­leciti?

I miei Santi sono stati sapienti; in vista della gloria eterna riservata al corpo, hanno saputo tenerlo a freno con la tem­peranza, con la mortificazione ed anche con le battiture.

Infelici e stolti i gaudenti del mondo, perché non vogliono pensare alla disso­luzione del corpo nella tomba e non vo­gliono credere alla risurrezione univer­sale! Hanno orrore di questa grande verità predicata da me, verità eterna, e preferiscono non crederla. Ma verrà anche per loro il giorno del giudizio; apriranno con ritardo gli occhi, quando non potranno più rimediare.

Pensando, o Gesù, al mio corpo, sen­to confusione e vergogna.

Avrei dovuto trattarlo sempre con il massimo rispetto, come tempio dello Spirito Santo e come immagine della tua Sacrosanta Umanità, ed invece l'ho pro­fanato.

Era mio dovere tenerlo a freno nelle sue male voglie ed io, dimenticando il suo destino eterno, ho voluto rendermi simile ai giumenti senza intelletto.

Come potrei pretendere che questo mio corpo abbia a risorgere un giorno gloriosamente ed abbia ad entrare in Pa­radiso?... Ma la tua misericordia mi dà piena fiducia. Il corpo della Maddalena, strumento di peccato, fu ammesso a ba­ciare i tuoi piedi, a bagnarli con le sue lacrime e ad asciugarli con i suoi capelli; tu, o Gesù, non avesti orrore di quel contatto, anzi fosti lieto di quell'atto di fidu­cia e di amore e perdonasti tutto alla pec­catrice di Magdala.

Se ho imitato la Maddalena nella col­pa, voglio imitarla nella penitenza e nel­l'amore.

Nel resto della vita rispetterò il mio corpo, lo terrò sempre soggetto alla ret­ta ragione, farò uso della mortificazione cristiana per custodire gelosamente i miei sensi. Devo riparare il passato e devo ren­dermi degna della risurrezione gloriosa.

CONCLUSIONE

A chiusura dello scritto riporto qual­che brano della vita di Santa Geltrude, preso dal libro « l'Araldo del Divino Amore ».

Il primo periodo della vita della Santa non fu macchiato da gravi colpe, ma fu offuscato dalla tiepidezza; nei primi anni della giovinezza infatti si occupò più delle cose del mondo che del suo profitto spi­rituale. Per cose del mondo s'intende l'ardente desiderio cfie aveva di acquistare la scienza, per cui lo studio era il suo mag­giore godimento. Quando Gesù le fece aprire gli occhi alla vera luce, Geltrude pianse.

Io ti saluto, o mio Salvatore, luce dell'aníma mia! Tutto ciò che i cieli rac­chiudono nelle loro sfere, la terra nel suo globo, l'abisso dei mari nelle loro pro­fondità, ti ringrazino dello straordinario favore di avermi fatto conoscere e consi­derare i segreti del mio cuore...

Prima che tu mi dessi la vera luce, mi curavo poco del mio interno, poco più delle calzature dei miei piedi.

In questa nuova luce potei ricercare con cura nel mio cuore e scorgere nella mia anima più di una macchia. Vidi nel mio interno tanto disordine, da rendere impossibile la tua dimora in me. Però la mia indegnità non ti ha allontanato da me, o Gesù mio amatissimo!

Con tale dolce accondiscendenza tu hai voluto impegnare la mia anima a fare nuovi sforzi, per unirmi più familiarmente a te, per contemplarti con occhio più lim­pido e per gioire con pienezza del tuo amore.

Quando considero cosa era la mia vi­ta in passato, devo proclamare con sin­cerità che il beneficio della tua luce fu un dono gratuito ed immeritato.

Da quel benedetto istante, in cui tu, o Gesù, mi hai aperti gli occhi, ho avu­to una conoscenza così luminosa di te stesso, da essere più commossa per la dolce tenerezza della tua familiarità che per il timore dei tuoi castighi.

Un giorno mi dicesti, o Signore: Se tu per riconoscenza facessi risalire sino a me, come l'acqua di un fiume che pre­cipita verso il mare, le grazie di cui ti ho ricolmata, se ti sforzassi di crescere in virtù, come un albero vigoroso si adorna di ricca verzura, se libera di tutti i legami terrestri, spiccassi il volo come la colomba verso le regioni celesti per dimorarvi con me, lungi dalle passioni e dal rumore del mondo, allora tu mi prepareresti nel tuo cuore un incantevole soggiorno. - Il mio spirito restò tutto il giorno occupato da queste tue sante parole.

O Gesù, chi mi darà di far scor­rere sull'anima mia un vasto oceano, le cui acque, mutate in sangue, purifichino questo mio cuore vile e miserabile?

Chi mi darà di strapparmi il cuore dal petto e, fattolo a brani, gettarlo su carboni ardenti, affinché purificato col fuo­co da ogni scoria potesse essere se non degno di te, almeno un pò meno indegno? Da che ho deciso di darmi a te ge­nerosamente, tu, o Gesù, ti sei mostrato a me ora col volto benevolo ed ora con espressione severa, secondo che sono stata più o meno vigilante nel combattere i miei difetti.

Quando ho commessa qualche infe­deltà, nella tua infinita bontà, ti sei mo­strato più afflitto che irritato.

Prima di darmi a te, o mio Signore, ti procurai un grande dispiacere con una conversazione mondana. Mi meraviglio io stessa come abbia potuto giungere a tale punto di demenza. Con tutto ciò tu mi amavi. Forse volevi farmi esperimentare le parole di S. Bernardo: Quando fuggiamo, tu c’insegui; se ti mostriamo ilo dorso tu ci presentimi volto; se supplichi, ti disprezziamo. Ma né cattiveria, né disprezzo, possono allontanarti da noi. Instancabile e buono t’industri di guidarci sempre verso quella gioia che l’occhio umano non ha vista; né l’orecchio intesa e cuore umano non conosce –

Per i dono che mi hai fatto, sia lode a te, o Gesù, e ringraziamento perenne!

Possa io d’ora innanzi essere sempre presente a te, come tu lo sei a me.

Se per necessità dovrò occuparmi di cose esteriori, possa io prestarmi per il loro compimento, ma interiormente unita a te, così che, quando le avrò adempite con cura, possa ritornare subito a godere di te, nell’intimo del mio cuore!

Chi sei Gesù?… La mia felicità… nel tempo e nell’eternità!
 




Articoli correlati per categorie



Nessun commento:

Posta un commento