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venerdì 5 dicembre 2014

Bisogna perdonare chi ci offende. Questa è la regola.....DON CAMILLO – Tratto da “ MONDO PICCOLO “ di Giovannino Guareschi




Don Camillo, l'arciprete di Ponteratto, era un gran brav'uomo. Però uno di quei tipi che non hanno peli sulla lingua e, la volta che in paese era successo un sudicio pasticcio nel quale erano immischiati vecchi possidenti e ragazze, don Camillo durante la Messa aveva cominciato un discorsetto generico e ammodino, poi a un bel momento, scorgendo proprio in prima fila uno degli scostumati, gli erano scappati i cavalli e, interrotto il suo dire, aveva gettato un drappo sulla testa del Gesù Crocifisso dell'altar maggiore perché non sentisse e, piantandosi i pugni sui fianchi, aveva finito il discorso a modo suo e tanto era tonante la voce che usciva dalla bocca di quell'omaccione, e tanto grosse le diceva, che il soffitto della chiesetta tremava. Naturalmente don Camillo, venuto il tempo delle elezioni, si era espresso in modo così esplicito nei riguardi degli esponenti locali delle sinistre che, una bella sera, tra il lusco e il brusco, mentre tornava in canonica, un pezzaccio d'uomo intabarrato gli era arrivato alle spalle schizzando fuor da una siepe e, approfittando che don Camillo era impacciato dalla bicicletta al manubrio della quale era appeso un fagotto con settanta uova, gli aveva dato una robusta suonata con un palo, scomparendo poi come inghiottito dalla terra. Don Camillo non aveva detto niente a nessuno. Arrivato in canonica e messe in salvo le uova, era andato in chiesa a consigliarsi con Gesù, come era solito fare nei momenti di dubbio. «Cosa debbo fare?» aveva chiesto don Camillo. «Spennellati la schiena con un po' d'olio sbattuto nell'acqua e statti zitto» gli aveva risposto Gesù dal sommo dell'altare. «Bisogna perdonare chi ci offende. Questa è la regola.» «Va bene» aveva obiettato don Camillo. «Qui però si tratta di legnate, non di offese.» «E cosa vuol dire?» gli aveva sussurrato Gesù. «Forse che le offese recate al corpo sono più dolorose di quelle recate allo spirito?»«D'accordo, Signore. Ma Voi dovete tener presente che legnando me che sono il Vostro ministro, hanno recato offesa a Voi. Io lo faccio più per Voi che per me.» «E io non ero forse più ministro di Dio di te? E non ho forse perdonato chi mi ha inchiodato sulla croce?» «Con Voi non si può ragionare» aveva concluso don Camillo. «Avete sempre ragione Voi. Sia fatta la Vostra volontà. Perdoneremo. Però ricordatevi che se quelli, imbaldanziti dal mio silenzio, mi spaccheranno la zucca la responsabilità sarà Vostra. Io Vi potrei citare dei passi del Vecchio Testamento...» «Don Camillo, a me vieni a parlare di Vecchio Testamento! Per quanto riguarda il resto mi assumo ogni responsabilità. Però, detto fra noi, una pestatina ti sta bene così impari a fare della politica in casa mia.» Don Camillo aveva perdonato. Però una cosa gli era rimasta di traverso nel gozzo come una lisca di merluzzo: la curiosità di sapere chi l'avesse spennellato. Passò del tempo e, una sera tardi, mentre era nel confessionale, don Camillo vide attraverso la grata la faccia del capoccia dell'estrema sinistra, Peppone. Peppone che veniva a confessarsi era un avvenimento da far rimanere a bocca aperta. Don Camillo si compiacque. «Dio sia con te, fratello: con te che più d'ogni altro hai bisogno della Sua santa benedizione. È da molto tempo che non ti confessi?» «Dal 1918» rispose Peppone. «Figurati i peccati che hai fatto in questi 28 anni, con quelle belle idee che hai per la testa.» «Eh sì, parecchi» sospirò Peppone. «Per esempio?» «Per esempio due mesi fa vi ho bastonato.» «È grave» rispose don Camillo. «Offendendo un ministro di Dio tu hai offeso Dio.» «Me ne sono pentito» esclamò Peppone. «Io poi non vi ho bastonato come ministro di Dio, ma come avversario politico. È stato un momento di debolezza.»«Oltre a questo e all'appartenenza a quel diabolico partito, hai altri peccati gravi?» Peppone vuotò il sacco. In complesso era poca roba e don Camillo lo liquidò con una ventina fra Pater e Avemarie. Poi, mentre Peppone si inginocchiava davanti alla balaustra per dire la sua penitenza, don Camillo andò a inginocchiarsi sotto il Crocifisso. «Gesù» disse «perdonami ma io gliele pesto.» «Neanche per sogno» rispose Gesù. «Io l'ho perdonato e anche tu lo devi perdonare. In fondo è un brav'uomo.» «Gesù, non ti fidare dei rossi: quelli tirano a fregare. Guardalo bene: non vedi che faccia da barabba che ha?» «Una faccia come tutte le altre. Don Camillo, tu hai il cuore avvelenato!» «Gesù, se Vi ho servito bene fatemi una grazia: lasciate almeno che gli sbatta quel candelotto sulla schiena! Cos'è una candela, Gesù mio?»«No» rispose Gesù. «Le tue mani sono fatte per benedire, non per percuotere.»Don Camillo sospirò. Si inchinò e uscì dal cancelletto. Si volse verso l'altare per segnarsi ancora e così si trovò dietro le spalle di Peppone che, inginocchiato, era immerso nelle sue preghiere. «Sta bene» gemette don Camillo giungendo le palme e guardando Gesù. «Le mani sono fatte per benedire, ma i piedi no!» «Anche questo è vero» disse Gesù dall'alto dell'altare. «Però mi raccomando, don Camillo: una sola!» La pedata partì come un fulmine. Peppone incassò senza battere ciglio poi si alzò e sospirò sollevato: «È dieci minuti che l'aspettavo» disse. «Adesso mi sento meglio.» «Anch'io» esclamò don Camillo che aveva ora il cuore sgombro e netto come il cielo sereno. Gesù non disse niente. Ma si vedeva che era contento anche Lui.