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venerdì 21 agosto 2015

La meravigliosa storia di un fanciullo di Riese - San Pio X (Giuseppe Sarto) Papa - di Ginesta Fassina Favero



Nei primi decenni del 1800 a Riese, piccolo paese della campagna trevigiana, nel quale l’agricoltura era l’attività predominante, vivevano due sposi: Giambattista Sarto cursore comunale e proprietario di un piccolo appezzamento di terreno, della casa che abitava e di una mucca; e Margherita Sanson cucitrice, ma, come la maggior parte delle donne di allora, illetterata, vuol dire cioè che non sapeva nè leggere nè scrivere. In questa famiglia di condizioni modeste, ma non misere, il 2 giugno 1835 nacque Giuseppe Sarto, il futuro S. Pio X. Il giorno dopo la nascita, e cioè il 3 giugno, i genitori lo portarono al fonte Battesimale dove gli furono imposti i nomi dei nonni: Giuseppe e Melchiorre. Egli crebbe, assieme agli altri otto fra fratelli e sorelle, arrivati dopo di lui ad allietare la casetta dei Sarto, come tutti i bambini di allora, dividendo il suo tempo fra la chiesa, la casa e aiutando il papà nel lavoro dei campi e nella consegna di qualche missiva alla gente del luogo.
Dai sette ai nove anni frequentò la scuola del paese, dove il maestro Francesco Gecherle impartiva le più rudimentali nozioni di lettura, scrittura e calcolo. Nel frattempo, però il Parroco di Riese, Don Tito Fusarini e il cappellano, Don Pietro Iacuzzi, vista la buona volontà e l’intelligenza del ragazzo, completarono la sua preparazione culturale in modo tale ch’egli potesse frequentare il ginnasio di Castelfranco. Questa scuola distava km.7 da Riese e il nostro studentello per ben tre anni li percorse a piedi, con la cartella di tela, preparata dalla mamma, a tracolla e, nella bella stagione, anche scalzo per non consumare le scarpe. Solo nell’ultimo anno il papà, avendo deciso che anche il fratello Angelo frequentasse tale scuola, gli procurò un asinello e un calessino.

Pur studiando a Castelfranco, Bepi, così lo chiamavano, continuava a frequentare la parrocchia e a istruirsi nella dottrina cristiana.
A 10 anni, l’1 settembre 1845, ricevette la Santa Cresima dal Vescovo G. Battista Canova ad Asolo e il 6 aprile 1846 fu ammesso per la prima volta alla Santa Comunione nella chiesa parrocchiale del paese natio.
Vicino a Riese c’era, e c’è ancora, un santuario dedicato alla Madonna Assunta. Lì mamma Margherita aveva portato il suo figliolo fin da piccolo a pregare la Mamma Celeste e lì lui si recava spesso, da solo o con gli amici nei momenti liberi dagli impegni scolastici. Tornando, saliva su uno degli alberi che c’erano ai lati del Curiotto (piccola strada campestre) e istruiva i suoi compagni sulle verità della fede o intesseva le lodi della Madonna. Un giorno, tornato da una di queste visite all’amato santuario, si avvicinò alla mamma e, con gli occhi sfavillanti di gioia, le disse: «Voglio farmi prete. Ho capito che questa è la mia strada oggi mentre pregavo all’altare della Madonna». Farsi prete! Era un problema. Come avrebbe potuto suo padre, con quella nidiata di figli che aveva da mantenere, pagare la retta del seminario? Bepi non si scoraggiò. Pregò tanto e il Signore venne in suo aiuto. Era in quegli anni Patriarca a Venezia il Card. Iacopo Monico, anch’egli nativo di Riese.
Questi gli procurò un posto gratuito nel seminario di Padova, dove potè entrare il 13 novembre 1850. Tutto procedeva bene. I superiori lo stimavano e lo consideravano uno studente modello. Ma il 4 maggio 1852 la morte bussò alla porta della casetta di Riese e si portò via il padre. Bepi tornò in famiglia per partecipare ai funerali. La costernazione di mamma Margherita fu grande. Rimaneva sola, privata della modesta paga del marito, con i figli da mantenere. Qualche parente osò dire che sarebbe stato bene che Bepi lasciasse il Seminario e prendesse il posto del padre: così sarebbe stato d’aiuto alla famiglia. «Ma io voglio diventare prete» disse piangendo il giovane chierico. «E prete diventerai. Ci aiuterà la Provvidenza» rispose la mamma. Così lui tornò in seminario. La brava donna aiutata dalle figlie lavorò giorno e notte da sarta ricevendo, dalle donne del paese, compensi in natura, più che denaro. Furono per lei e per i figli anni di duri sacrifici, ma il 10 settembre 1858 ebbero la gioia di vedere il loro caro ordinato sacerdote, nel Duomo di Castelfranco Veneto, dal Vescovo G. Antonio Farina. Il giorno successivo il novello prete celebrò la prima Messa solenne nella chiesa parrocchiale di Riese. Tutta la popolazione era in festa e, per l’occasione, venne inaugurato un tabernacolo (capiteo) dedicato alla Vergine Immacolata. «Ora sei Don Bepi» gli disse la madre e, per rispetto alla dignità di cui era insignito, volle che le sorelle sostituissero il “tu”, fino allora usato nel trattarlo, con il “voi”. Poco dopo il vescovo lo nominò cappellano di Tombolo dove era parroco Don Antonio Costantini, ottimo sacerdote, ma molto malato. Don Giuseppe lo assistette con amore filiale e con il rispetto dovuto a un suo superiore. Gli abitanti di Tombolo che, oltre a lavorare la terra, frequentavano i mercati facendo i mediatori e i paratori di bovini, avevano il maledetto vizio di bestemmiare. Il buon cappellano studiò il modo di sradicare questa brutta abitudine. Molti di loro non sapevano nè leggere, nè scrivere, nè far di conto. Egli aprì una scuola serale dove tutti potevano essere accolti. Come ricompensa chiese solo che smettessero di bestemmiare. Dedicava tutto se stesso al bene del popolo. Si alzava presto al mattino, celebrava la S. Messa, attendeva alle confessioni, poi andava in giro ad aiutare chi aveva bisogno e, pur guadagnando pochissimo, dava generosamente ai poveri. Non è da meravigliarsi dunque che fosse tanto benvoluto dai Tombolani. Ma, allo scoccare del nono anno di permanenza in mezzo a loro, dovette lasciarli perchè fu nominato Parroco di Salzano. Vedremo in seguito che il numero 9 sarà fatidico nella vita del sacerdozio di Don Giuseppe Sarto. Mentre i Tombolani erano desolati per la partenza del cappellano, gli abitanti di Salzano furono poco soddisfatti del nuovo Parroco. Abituati ad avere dei professori, dei monsignori e dei parroci provetti, questo ex cappellano di trentadue anni, che fece il suo ingresso il 13 luglio 1867, alla chetichella, di sabato sera, non incontrò, sulle prime, il loro favore. Ma i fatti successivi cambiarono le impressioni della prima ora. Don Giuseppe si rivelò ben presto un ottimo Parroco. Instancabile confessava, predicava, assisteva gli infermi. Il grano, la legna, talvolta anche il suo stesso desinare erano a disposizione dei poveri. Per il bene del popolo collaborò con l’amministrazione comunale: fu presidente della Congregazione di Carità, direttore delle scuole comunali e sopraintendente scolastico e anche qui, come a Tombolo, contribuì in modo efficace a combattere l’analfabetismo. Per rendere più facile l’apprendimento delle verità della fede compose il cosidetto “Catechismo di Salzano”. Si tratta di due quaderni, scritti a mano, pieni zeppi di domande e risposte. Nel 1873 l’epidemia di colera che scoppiò nel Veneto, arrivò anche a Salzano. Don Giuseppe corse di giorno e di notte dove maggiore era il pericolo, a confortare, ad amministrare i sacramenti, a distribuire sussidi. Un giorno, recatosi a prelevare un morto, dovette constatare che, per portare il feretro, vi erano solo tre persone. Non si scompose. Benedì la salma, recitò le preghiere e, in cotta e stola, supplì il quarto come fosse la cosa più naturale del mondo. Passata l’epidemia ci fu chi disse: «In quei giorni tremendi se non ci fosse stato l’Arciprete saremmo morti di paura e di dolore». Ma ormai erano nove anni che Don Giuseppe era Parroco di Salzano e, come abbiamo detto già, il numero 9 segnava una svolta nella sua vita. Venne così anche l’ora di lasciare Salzano. Il 27 novembre 1875, chiamato dal Vescovo, dovette trasferirsi in Curia, a Treviso, dove occupò contemporaneamente tre uffici: Canonico del Duomo, Cancelliere della Curia Vescovile e Direttore Spirituale dei chierici del Seminario Diocesano. Tre incarichi importanti che richiedevano impegno e sacrificio. Spesso per arrivare a tutto si privava del passeggio e stava alzato di notte. Talvolta il cameriere, entrando la mattina nella sua camera per rifargli il letto lo trovava addirittura intatto. Con tutto ciò riusciva ad andare spesso a tenere importanti corsi di predicazione nei paesi e nelle città vicine perchè voleva obbedire all’ordine di Gesù: «Andate, predicate il Vangelo a tutte le genti» ma anche per guadagnare qualcosa per aiutare i poveri che non mancavano neppure a Treviso. Un giorno gli si presentò un seminarista in lagrime: la sua famiglia doveva pagare presto un debito, altrimenti veniva sfrattata da casa. «Quanto ti occorre?» gli chiese. «Centocinquanta lire» rispose il ragazzo. Per quei tempi si trattava di una grossa somma. Mons. Sarto non l’aveva. La chiese in prestito e gliela diede. Lavorando così per il Regno di Dio rimase anche a Treviso nove anni. Nel novembre 1884 il Vescovo di Treviso, Mons. Apollonio, lo chiamò nel suo ufficio e gli disse: «Inginocchiatevi davanti a questo Crocifisso perchè vi devo dire una cosa importante. Nel Concistoro del 10 scorso il Santo Padre vi ha nominato Vescovo di Mantova». Mons. Sarto, nella sua umiltà, si sentiva indegno. Pianse, pregò, scrisse persino alla S. Sede per essere dispensato da tale incarico, ma alla fine dovette rassegnarsi. Il 16 dello stesso mese, a Roma, veniva consacrato Vescovo e il 19 aprile 1885 faceva il suo ingresso solenne nella cattedrale di Mantova. Si interessò subito del seminario che era rimasto chiuso dal 1870 al 1880, si impegnò per la musica sacra, tenne due visite pastorali. Benchè Vescovo si comportava come da Cappellano e da Parroco: predicava molto, ascoltava le confessioni, sbrigava da sè gli affari più importanti della Curia e quasi tutta la corrispondenza. E continuava, come sempre, ad aiutare i poveri. Un giorno gli si presentò un uomo a chiedergli “qualche cosa” per la moglie ammalata e Lui, per far più presto a dargli la carne, gli diede la pentola e tutto. Nonostante ciò ci fu un disgraziato che osò scrivere, su un giornale, un articolo cattivo contro di lui. Il Vescovo, venuto a conoscerne il nome, non solo lo perdonò, ma disse: «Credo che quel poveretto abbia più bisogno di preghiere che di castighi». Dopo un po’ di tempo quel tale ebbe un grave rovescio di fortuna e cadde nella miseria. Mons. Sarto gli venne in aiuto, ma non volle mai che sapesse ch’era stato lui a porgergli la mano nel momento del bisogno. Purtroppo, però, si avvicinava il nono anno da che era Vescovo di Mantova e chi sapeva “la storia del nove” cominciava a nutrire dei dubbi e dei timori. L’eco della virtù di Mons. Sarto arrivò fino a Roma e il Papa, che era allora Leone XIII; il 12 giugno 1892 lo fece Cardinale e nel successivo Concistoro lo nominò Patriarca di Venezia. Per ragioni politiche, però, non potè entrare subito nella Diocesi assegnatagli e continuò a fare il Vescovo di Mantova con la consueta assiduità di prima. Nel mese di ottobre si recò a Riese per trovare la mamma. Siccome ella, essendo malata, non potè recarsi in chiesa ad assistere alla Messa solenne celebrata dal figlio, Lui indossò gli abiti cardinalizi in casa soltanto perchè lei potesse vederlo. La buona donna, meravigliata, lo guardò e gli disse: «Bepi, te si tutto rosso».
E lui, commosso: «E vu mamma si tutta bianca». Finalmente il 24 novembre 1894, essendo state risolte le ragioni politiche, potè fare il suo ingresso trionfale a Venezia. Anche qui lavorò con zelo per il bene del popolo che tanto amava. Fu attento ai bisogni dei poveri cogliendo ogni occasione per far del bene. Si racconta che una notte, vestito da semplice prete, fu visto portare il materasso del suo letto a una povera donna malata che giaceva in un mucchio di stracci. Ma due fatti importanti, avvenuti durante il periodo che Egli rimase a Venezia, meritano di essere ricordati. Il primo riguarda la salita del Patriarca, precisamente il 4 agosto 1901, sulla vetta del Monte Grappa, sul dorso di una mula bianca, per l’inaugurazione di un sacello e la benedizione di una immagine della Madonna. Il secondo la caduta del campanile di S. Marco avvenuta il 14 luglio 1902, per fortuna senza danno di persone, e la benedizione della prima pietra di quello attuale. Il 20 luglio 1903, moriva il Papa Leone XIII e il Cardinale Sarto dovette partire per il Conclave (assemblea di Cardinali che si tiene a Roma per l’elezione del nuovo Papa). Nemmeno a farlo apposta stavano per compiersi i suoi nove anni di apostolato a Venezia. In quel Conclave, a 68 anni di età, fu eletto Papa il 4 agosto 1903. Dopo aver scongiurato piangendo i Cardinali a scegliere una persona più degna, disse: «Accetto la Croce» e scelse di chiamarsi Pio, perchè così si erano chiamati i Papi che avevano maggiormente sofferto. Questo fu il programma del suo pontificato: «Incentrare tutte le cose in Cristo» e per attuarlo lavorò molto. La domenica raccoglieva nel cortile di S. Damaso i ragazzi e i bambini di Roma e spiegava loro il catechismo. Ben presto si ebbe poi per tutta l’Italia il “Testo unico” che fu chiamato il “Catechismo di Pio X” perchè preparato e voluto da Lui. Ma perchè i cristiani fossero veramente tali volle che si accostassero più spesso alla Comunione. “L’Eucaristia è il centro e l’anima della vita cristiana e della Chiesa” diceva. Il 20 dicembre 1905 scrisse un decreto “su la Comunione frequente” con il quale raccomandava vivamente a tutti i fedeli di ogni ordine e condizione di accostarsi al Banchetto Eucaristico con frequenza, anche quotidianamente e l’8 agosto 1910 emanò un decreto che permetteva ai bambini di accostarsi presto a Gesù e non aspettare, come succedeva allora, fino all’età di 12 o anche 13 anni. Per questo venne chiamato “Il Papa dell’Eucaristia”. Molte sono le lettere Encicliche ch’egli scrisse, come molto è il bene operato verso i poveri. «Ad essere Papa ho un gran vantaggio e cioè che per aiutare i poveri non sono costretto a fare debiti» diceva. Stette sul colle Vaticano per undici anni. Ma quando sul cielo dell’Europa si profilò lo scoppio della prima guerra mondiale il suo cuore non resse. Il pensiero che i suoi figli si sarebbero uccisi gli uni gli altri gli causò tanto dolore e il 20 agosto 1914 morì. Il giorno dopo venne aperto il suo testamento che cominciava così: “Nato povero, vissuto povero, voglio morire povero” e col quale esponeva il desiderio d’essere sepolto nelle grotte vaticane.
I Romani, gli Italiani e il mondo intero quando appresero la triste notizia dissero: «è morto un Santo». Molte grazie, addirittura miracoli, furono ottenuti per sua intercessione. La Chiesa lo proclamò beato il 3 giugno 1951 e il 29 maggio 1954 lo annoverò alla schiera dei santi.