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martedì 4 agosto 2015

Educare: far scoprire ai figli la propria vocazione - Lettera n° 7 – Tratta da “Lettere agli amici” su come vivere la fede cristiana di padre Basilio Martin



Cara Chiara, tutte le volte che sei venuta a cena da me con la tua famiglia, mi hai sempre posto degli interrogativi su come educare i tuoi figli alla fede cristiana, su come far - amare loro Gesù e come far apprendere e vivere i suoi insegnamenti, per aiutarli a realizzarsi pienamente. Questa tua preoccupazione, sappi, la trovo in tanti genitori che oggi si trovano a lottare contro una cultura permissiva che non solo ignora, ma cerca in tutti i modi di sradicare dalla famiglia quei valori cristiani che, per secoli, hanno formato - generazioni di giovani dando loro stabilità morale e garantendo la serena convivenza nella società civile. In questa mia lettera cercherò, con il contributo di vari autori, di descriverti alcune regole-base per educare i figli e di evidenziarti i pericoli in cui essi potrebbero incorrere se - esentati da una formazione morale. Prima di tutto ti ricordo che i figli -ho presente in questo momento la creazione di Adamo: “E il Signore Dio formò l'uomo dalla polvere e alitò nelle sue narici un soffio di vita e l'uomo divenne anima vivente” (Gn. 2,27)- sono come una | massa di argilla da modellare: plasmabili da parte dell'educatore”, secondo l'ideale che si è prefisso. Questo dovrebbe essere abbastanza chiaro per ogni genitore. E a questo proposito, ti racconto un piccolo episodio che ho trovato scritto su una rivista missionaria a cui da anni sono abbonato. “Sull'albero della foresta c'era un nido con due piccoli pappagalli. Un giorno, mentre la madre era fuori in cerca di cibo per nutrirli, un cacciatore di passaggio si arrampicò sull'albero per rapire i due pappagalli. Riuscì a prenderne uno solo perché l'altro riuscì a fuggire. Quello catturato fu messo in gabbia e imparò a parlare e a ripetere le frasi del cacciatore; l'altro, starnazzando come poteva qua e là per la foresta, capitò pressò la capanna di un vecchio asceta, il quale lo raccolse, lo portò nel suo eremitaggio e lo allevò con cura. Anche lui, ascoltando quanto diceva l'eremita durante la preghiera, imparò a ripetere le sue lodi e anche le parole d'amore che l'eremita esprimeva nei riguardi dei suoi visitatori. Ora avvenne che un giorno il re, attraversando a cavallo la foresta, si smarri. Capitò vicino all'abitazione del cacciatore; e il pappagallo nello scorgerlo cominciò a gridare: –Prendilo! Dai! Ammazzalo! Il re, impaurito, diede di volta, spronò il cavallo e fuggi da quel luogo. Si trovò per caso davanti all'abitazione dell'asceta. Anche lì c'era un altro pappagallo che nello scorgere si mise a dire: -Oh, poveretto. Entra nella mia cella e ristorati. Meravigliato, il re si accostò alla capanna dell'eremita,lo salutò cortesemente e gli disse: -Non lontano di qui ho trovato un altro pappagallo che mi ha riempito di ingiurie e minacce, mentre questo ha usato verso di me solo parole di cortesia. -Eppure sono fratelli -disse l'eremita. -Come mai dunque tanta differenza di linguaggio? Perché l'uno è buono e l'altro è cattivo? -chiese il re. -I pappagalli non sono né buoni né cattivi -disse l'eremita. - Imparano a ripetere le parole che sentono più spesso. E... non crede Vostra Maestà che sia così anche nel mondo degli uomini?”. Scriveva il vescovo C. M. Martini: “Educare significa talora anche contrariare. Permettere o, peggio, favorire la crescita incontrastata degli istinti negativi della persona, non frenare i capricci, l'aggressività distruttiva e i vizi che la disumanizzano, non correggere i difetti e le pulsioni egoistiche, significa rinunciare alla sua educazione”. “Un bambino è come lo educhi. Se lo abbandoni , nella giungla, diventerà Tarzan”, affermava il giornalista Ferdinando Camon.

Ne Sei convinta? Spesso mi fai presente che è difficile educare i figli alla fede cristiana nella società in cui viviamo: corrotta, malata e piena di vizi; diseducata a vivere i valori morali a causa degli esempi negativi della classe politica e di quanti gestiscono il potere economico della nazione. Eppure, devi sapere, che quando il Vangelo giunse nella città di Roma, capitale dell'Impero, il “clima morale” non era certo migliore di quello odierno: sfruttamento della schiavitù, violenza negli stadi la gente si divertiva a vedere i leoni sbranare i cristiani e ad assistere a spettacoli in cui i gladiatori lottavano per uccidere, la prostituzione legalizzata, la prostituzione giovanile -era uso da parte dei giovani studenti donarsi ai propri insegnanti e tutori, l'infanticidio, ecc. Eppure, come ben sai, le famiglie cristiane riuscivano a educare i loro figli all'osservanza della morale predicata da Gesù Cristo, senza se e senza ma. E se tu oggi sei cristiana lo devi a questi nostri fratelli che per primi accolsero la fede, divenendo testimoni con la propria vita. Oggi molti genitori, ignorando la loro missione di educatori, preferiscono lasciare che i figli crescano liberi, senza regole e valori, creando così dei futuri disagiati, incapaci di affrontare la fatica e il dolore del vivere. Quanti suicidi di giovani? Quanti di loro muoiono distrutti dalla droga? Quanti anoressici e bulimici incontri nelle scuole o negli studi di psicologi? Molti dei loro genitori sono più propensi a creare dei divi, piuttosto che a crescere dei figli. Si racconta di tre donne che andarono alla fontana per attingere acqua. Presso la fontana c'era una panca di pietra, sedeva un uomo anziano che le osservava in silenzio ed ascoltava i loro discorsi. Le donne lodavano i loro rispettivi figli. - “Mio figlio diceva la prima, è così svelto ed agile che nessuno gli sta alla pari”. - “Mio figlio sosteneva la seconda, canta come un usignolo. Non c'è nessuno al mondo che possa vantare una voce bella come la Sua”. - “E tu, che cosa dici di tuo figlio?”, chiesero alla terza, che rimaneva in silenzio. - “Non so che cosa dire di mio figlio -rispose la donna-. E' un bravo ragazzo, come ce ne sono tanti. Non sa fare niente di speciale”. Quando le anfore furono piene, le tre donne ripresero la via di casa. Il vecchio le seguì per un pezzo di strada. Le anfore erano pesanti, le braccia delle donne stentavano a reggerle. A un certo punto si fermarono per riposarsi. Vennero loro incontro i tre giovani figli. Il primo improvvisò uno spettacolo: appoggiava le mani a terra e faceva la ruota con i piedi per aria, poi inanellava un salto mortale dopo l'altro. Le donne lo guardavano estasiate: “Che giovane abile”, dicevano. Il secondo giovane intonò una canzone. Aveva una voce splendida che ricamava armonie nell'aria come un usignolo. Le donne lo ascoltavano con le lacrime agli occhi: “E' un angelo!”, dicevano. Il terso giovane si diresse verso sua madre, prese la pesante anfora e si mise a portarla camminando accanto a lei. Le donne si rivolsero al vecchio: - “Allora che cosa dici dei nostri figli?”. - “Figli? -esclamò meravigliato il vecchio-. Io ho visto un figlio solo!”. “Se pianti un cardo, non aspettarti un gelsomino”, recita una massima orientale. Quando è bene iniziare a educare cristianamente i nostri figli? E' una domanda che sento spesso nelle famiglie influenzate da certe teorie moderne che predicano il non condizionamento educativo, soprattutto quello religioso per non limitare i figli. Una madre domandò al guru quando avrebbe dovuto iniziare a educare la figlia. - Quanti anni ha la bambina? -domandò il maestro. - Cinque -rispose la madre. - Cinque? Corri subito a casa. Sei già in ritardo di cinque anni! -rispose il maestro. I primi tre anni di vita sono importantissimi per la formazione del carattere di una persona; le impressioni che assorbe, gli insegnamenti che riceve sono segni indelebili per la Sua Stabilità morale. Come si educano i figli? Quale è il metodo migliore da applicare? Un giovane, prossimo alle nozze, nell'atto di congedarsi dai suoi genitori, disse loro: “Ho imparato molto di più spiandovi, che non sentendo le vostre “prediche”. Cara Chiara, i figli assorbono molto bene “gli esempi di vita” dei genitori, più che i tanti loro consigli. Scriveva Papa san Gregorio Magno al suo clero questa esortazione che si addice benissimo anche agli educatori e ai genitori: “Ogni predicatore deve parlare più con le azioni che con la voce; più che a indicare agli altri la via deve, vivendo bene, tracciare le orme su cui gli altri dovranno camminare” (Regola pastorale III,40). Mi domando: come può un bimbo imparare ad avere il timore di Dio se sente i suoi genitori bestemmiare il Signore? Imparare ad avere fiducia e confidenza con Dio se non vede mai i suoi genitori pregare e confidare nella presenza divina? Rispettare le idee altrui, se assiste in casa ai continui litigi dei suoi, agli insulti reciproci, al mancarsi di rispetto? L'uomo è ciò che mangia”, ci ricorda Goethe. Quando esercitavo il ministero sacerdotale nella Diocesi di Torino, fui invitato un giorno a pranzo da una famiglia di mia conoscenza. E' sempre stata mia abitudine recitare la preghiera prima di iniziare a mangiare. Anche quel giorno, prima di sedermi a tavola, chiesi alla padrona di casa di poter benedire il cibo che stavamo per consumare. Mi disse: “C’è mia figlia che vuole dire lei la preghiera: è tutta la mattina che si prepara a questo momento”. - “Certo. E perché no?” -le risposi. - “Signore, benedici il cibo che ci hai donato e danne anche a coloro che non ne hanno. Amen!” -recitò in modo trionfante la figlioletta di sette anni. - “Chee! -le dissi. Perché, invece di dire al Signore cosa debba fare, non fai tu ciò che è tuo dovere? La tua preghiera non è corretta”. E come dovrei dire allora?” -replicò la bimba. - “Signore, benedici il cibo che ci hai donato e aiutaci a condividerlo con coloro che non ne hanno”. La bimba si girò verso la mamma e disse: - “Sei una scema! La colpa è tua se ho sbagliato a dire la preghiera”. - “Ma è questo il modo con cui tratti tua madre?” - dissi rivolto alla bimba. La madre a quel punto intervenne e disse: “E' colpa mia, reverendo: sono io che glielo permetto; noi due ci trattiamo da amiche”. Non replicai per non rovinare l'incontro che era stato voluto da molto tempo. Ma prova a chiederti, Chiara: è questo il giusto modo di porsi del genitore nei confronti di un figlio, fare l'amicone piuttosto che l'educatore? Te lo immagini Gesù, al sentirsi rimproverare da Maria, sua madre, per essersi allontanato senza permesso dalla carovana familiare e essersi fermato a parlare con dottori del Tempio, darle della “scema”, perché cosciente che il figlio doveva occuparsi delle cose del suo Padre celeste? (cf Lc. 2,49). A quella donna volevo dire che la bimba, tutto sommato, aveva ragione a definirla con quel termine poco simpatico, dato che non aveva capito ancora cosa ella volesse da lei: una madre e non un'amica. Infine ti puoi chiedere: quale impegno devo privilegiare nella crescita dei figli? Ci sono genitori che per i loro figli sono disposti a qualsiasi tipo di sacrificio purché diventino il top della società competitiva, ma non altrettanto a far sì che apprendano i valori che Gesù ci ha insegnato per vivere. Ho sempre in mente la storia di un figlio sedicenne che trascorse alcuni anni in carcere per aver ucciso, nella vigna di famiglia, il proprio padre a calci. “Una famiglia viveva in collina con poca terra avara e qualche filare di viti fra i quali in primavera, seminava patate, cibo quotidiano per la famiglia. La borgata di collina distava circa tre chilometri dal paese. Il parroco locale teneva ogni giorno di Avvento e Quaresima il catechismo, frequentato da tutti i ragazzi, tra cui il figlio di quella famiglia di borgata che amava frequentare. Il papà era seccato che il figlio fosse assente da casa tutti i pomeriggi per il catechismo. Un giorno mentre aravano nella vigna, il figlio decenne disse al padre:”Devo andare al catechismo”, ed il padre scocciato rispose: “Il prete ti dà da mangiare?”. “No”, fu la risposta del ragazzino. Il padre concluse: “Allora il catechismo serve a nulla”. E da quel momento gli proibì di frequentare il catechismo pomeridiano. A quattordici anni già si rivoltava al padre e a sedici, nello stesso campo de “ Il catechismo serve a nulla”, ci fu una lite furiosa; il figlio rifilò al padre due calci nel ventre e lo lasciò morto nel campo. Il giovanotto visse diversi anni in carcere, poi, uscitone, si sposò e tornò ad abitare nella borgata dove, con la sposa, allevò quattro figli, a cui non proibì mai di frequentare il catechismo. Chi ha raccontato questo episodio è il parroco che seppe questa storia perché accompagnò in sepoltura quel padre che credeva e poi credette ancora nella istruzione religiosa”. Cara Chiara, questa storia che ti ho raccontato mi sovviene sempre quando incrocio genitori indaffarati a portare i loro figli a pallacanestro, a nuoto, a calcio, in palestra, ma poco propensi a portarli a catechismo e a richiamarli per la loro eventuale assenza. Immagino cosa possano pensare di fronte a un richiamo del loro parroco: “A mio figlio il prete dà da magiare?”. Spero con questa mia lettera, cara Chiara, di aver risposto alle tante tue domande ed essere riuscito a rafforzare la tua determinazione a educare cristianamente i tuoi figli, secondo le indicazioni lasciateci da Gesù Cristo. Ti Saluto caramente. Non dimenticarti di salutarmi tuo marito e i tuoi figli che affido alla misericordia divina. Ciao.
 padre Basilio Martin