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giovedì 6 agosto 2015

MI ALZO – di don Divo Barsotti – Tratto da “ La mia giornata con Cristo”




Gesù ha vissuto esattamente la nostra vita. Vi è un rapporto tra quello che egli ha compiuto e quello che noi compiamo, fra quello che ha sofferto e quello che noi soffriamo, fra quello che è stato il suo vivere fra gli uomini e quello che è il nostro vivere: un rapporto non soltanto fondato sulla comune natura umana che agisce abitualmente nel medesimo modo (infatti tutti gli uomini agiscono conformemente a natura: e questo vuol dire che tutti gli uomini mangiano, dormono, possono amare o possono odiare, conoscono la sofferenza e conoscono la gioia), ma un rapporto più profondo: egli è l’uomo che in sé, in qualche modo, tutti ci contiene.
La vita nostra di oggi non può dunque non avere un legame intimo e profondo con la sua vita di allora. La vita di Gesù, purcosì breve, è veramente una vita che abbraccia tutta la storia, che contiene tutti. Non soltanto siamo contenuti nel suo cuore perché Egli ci ama, e nella sua intelligenza perché ci conosce: siamo contenuti nella sua vita.
Si capisce bene allora come sia naturale, facile, il vivere con Gesù. Sarebbe stata una cosa impossibile, un'assurdità, pensare che noi potessimo vivere con Dio: quale rapporto vi è mai fra Dio e l’uomo, perché noi potessimo pensare alla possibilità di una comunione con la pura Divinità? La Divinità non mangia, non dorme, non ha i nostri sentimenti, non agisce come noi;  che cosa   vi è di comune perché noi potessimo vivere in una comunione con Dio? E pur tuttavia siamo stati chiamati a vivere una comunione con  Dio:  questo avviene attraverso la mediazione del Cristo,  "per ipsum", per la grazia che Lui ci ha meritato; «cum Ipso», in compagnia di Gesù, vivendo in una comunione intima con Lui fatto uomo, perché in Lui veramente anche l’uomo vive una comunione con Dio; in un’unione ineffabile, in una identificazione con Cristo, «in Ipso». «Et societas nostra sit cum Patre et cum Fílio eius»: «La nostra comunione sia con il Padre e con il Figlio suo» (1Gv 1,3). Così è possibile per noi vivere una comunione con Dio. Altrimenti l'abisso infinito che separa la creatura dal Creatore non può essere valicato: l’uomo rimane nella sua solitudine e Dio nella sua. Non c’è possibilità di contatto. Solo per Cristo, solo col Cristo. E noi dobbiamo vivere con Lui, con Gesù.
Come si vive con nostro Signore? Che cosa vuol dire vivere con Lui? Dobbiamo dare un certo ordine al nostro discorso: quale ordine? Quello che ci impone la stessa natura: dobbiamo accettare la vita così come la natura ce la dona, e viverla in unione con Lui. Ora, la natura ci fa vivere in tal modo che la nostra vita ha un senso compiuto, almeno nel disegno divino, anche se noi non riusciamo a vedere la sua compiutezza. Così ogni nostra giornata ha un senso compiuto, e ogni nostra giornata somiglia all’altra. Infatti, anche ieri abbiamo dormito e ci siamo alzati; così anche oggi e probabilmente, se non moriremo, anche domani ci alzeremo. Ogni giorno si ripete. È una misura completa, la giornata dell’uomo. Così la giornata dell’uomo in piccolo è tutta la vita e anche tutta la storia. Ha un inizio e una fine, un progresso e un declinare; e in questa parabola vi è tempo per mangiare e per dormire, per parlare e per lavorare, per amare, come dice il Qoelet, e per ricrearci. Per questo l'ordine che stabiliamo per le nostre meditazioni ci viene dato precisamente dalla giornata. Qual è il primo atto della giornata? L'alzarci.
Che cosa vuol dire alzarci se dobbiamo vivere questo atto in unione con Cristo? Prima di alzarci bisogna essere svegli. Il passaggio dal sonno all’essere desti è un atto fra i più importanti della giornata, perché è l'atto che la inizia. Fintanto che non sei sveglio, evidentemente tu dormi, ma che cosa vuol dire dormire? Vuol dire non esser capace di atti umani; vuol dire che tu non sei consapevole di quello che fai e che non sei responsabile, perciò, di quello che pensi, di quello che puoi sentire o volere nel sonno. Con lo svegliarsi comincia la vita umana. Lo svegliarsi vuol dire, per l’uomo, riprendere il pieno possesso di sé. Per che cosa? Lo dice il Salmo 104(103),23: per impegnarsi al lavoro. L'uomo può riprendere il suo compito umano, la sua missione, il suo lavoro, solo da sveglio. È nella misura in cui è sveglio, che veramente può uscire «ad opus suum». Il Salmo 104(103), 23 nell’Ora Sesta del Sabato dice: «Exit homo ad opus suum et ad operationem suam usque ad vesperum»: L'uomo esce al suo lavoro, per la sua fatica fino a sera. Il contenuto della giornata è massimamente il lavoro, la missione propria dell’uomo. -
Il primo atto è proprio lo svegliarci. Ora, che cos'è lo svegliarsi dal sonno, il passaggio dal sonno all’essere sveglio? Dobbiamo chiedercelo. Vi è indubbiamente sempre un rapporto fra la natura fisica e l’uomo, e poi fra l’uomo e Dio; Dio stesso l'ha stabilito prima di tutto nella nostra stessa natura, poi nella sua Incarnazione.
Che cos'è il sonno? È, in qualche modo, l'assenza della vita, almeno della vita umana: una sospensione di questa vita. Tu sei come inghiottito dal caos primigenio, precipiti come nella morte ogni qualvolta ti abbandoni al sonno. Di fatto, tu non vivi più una vita umana. Può continuare la vita puramente vegetativa, animale, ma non la vita umana: la vita umana è sospesa. Sul piano, dunque, della vita spirituale qualche cosa si è interrotto per te che cosa fa la tua intelligenza? Che cosa fa la tua volontà? Dal momento che sono potenze legate a un organo corporco e agiscono attraverso di esso, l’organo corporeo non è atto in quel momento a suscitare quelle potenze, a far sì he l'uomo posa veramente volere e pensare, in un modo libero e conciente. L'intelligenza e la volontà non trovano nel Corpo, che pure animano (l'anima durante il sonno continua ad animare il corpo umano) uno strumento che le faccia passare dalla potenza all'atto, che dia all'uomo la possibilità, cioè, di essere libero e cosciente di quello che fa, di esserne responabile. E' come morto. Questo sul piano puramente umano. Anche sul piano soprannaturale, in una sua trasposizione, il sonno è immagine della morte. Che cos'è il sonno dell’anima se non precisamente una morte? L'uomo vive, vegeta, ma non vive in Dio. E come chi dorme non vive una vita pienamente umana, così chi è nel peccato vive, vegeta come uomo, ma non vive come figlio di Dio. Tutta la Scrittura mette in rapporto il sonno con lo stato di peccato: non col peccato che compio hic et nunc ma con l’effetto che segue al peccato.
La nostra vita è talmente povera sul piano soprannaturale che la liturgia può sempre invitarci a svegliarci dal sonno, come a un risvegliarci dal peccato: non come avessimo commesso dei peccati nel sonno, ma nel senso che veramente il nostro torpore è uno stato che deriva dal peccato. L’incapacità per noi di usare immediatamente le nostre potenze per metterle a servizio di Dio, l’incapacità di applicarci immediatamente ad amare il Signore, sono reliquie del peccato. Appena vi svegliate potete avere anche il pensiero di Dio, ma prima di impegnare veramente tutte le vostre potenze nell'amore di Dio, quale fatica!
Lo svegliarsi deve essere precisamente l'atto dell'anima che si riprende tutta per rispondere a Dio che è la Luce. «Ego sum lux mundi: qui ambulat in taenebris, non habebit lumem vitae»: «Io sono la luce del mondo: chi cammina nelle tenebre non avrà la luce della vita». «Fintanto che avete la luce, camminate nella luce» dice Gesù nel Vangelo (cfr. Gv 8,12; 12,35).
Ogni qualvolta ci destiamo, la prima cosa che dobbiamo realizzare non è soltanto questo trasporci dal sonno alla realtà della vita umana; dal sonno, che non è soltanto fisico ma è anche l’espressione stessa di uno stato di peccato, di torpore, di pigrizia, di lentezza nel bene, di incapacità di amare. Dobbiamo realizzare immediatamente il trasferimento in un piano di comunione con Dio.
La luce del giorno che viene, ci fa alzare, ci risveglia, ci ridona una nuova capacità di applicarci al lavoro, di continuare la nostra vita, di impegnarci nei compiti che sono propri della nostra esistenza. Immediatamente lo svegliarmi dal sonno mi mette di nuovo in contatto con i miei doveri. Finora io non ero sollecitato da essi: dormivo! Anche una mamma che vuol bene al suo figliolo, fintanto che dorme non ci pensa; bisogna che il figliolo stesso, piagnucolando, la svegli: se poi, piagnucolando, la sveglia, allora ella è pronta a compiere il suo dovere di madre, ad allattare il piccino, a cullarlo.
Da questo torpore in cui l'anima vive, e di cui è espressione concreta il sonno fisico, l'anima si risveglia immediatamente per riprendere la sua missione di vita soprannaturale, vita divina di amore, di impegno per Dio. Immediatamente l’anima riprende tutte le sue potenze per metterle al servizio divino. Dice l’apostolo Paolo: «È ormai ora che vi svegliate dal sonno, perché la salvezza è a noi più vicina ora di quando abbiamo creduto. La notte è già inoltrata, il giorno si avvicina. Svestiamoci dunque delle opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce» (Rom 13,11-12). E dice ancora nella Lettera agli Efesini, probabilmente riportando l’inizio di un inno della liturgia cristiana primitiva: «Tutte le cose che sono confutate vengono rese manifeste dalla luce, perché tutto ciò che è reso manifesto è luce. Per questo è detto: “Svegliati, o tu che dormi, sorgi dai morti e su di te splenderà il Cristo”» (Ef 5,13-14).
Il primo atto della nostra vita umana è uno svegliarci, un riprendere pieno possesso di tutte le nostre potenze. Tante volte, è vero, lo svegliarci avviene così lentamente! Che questo non dipenda da un nostro rilassamento! Se veramente abbiamo dormito, è l’ora di svegliarci del tutto, di non stare a poltrire, ma di riprendere pieno possesso di tutte le nostre energie, per metterle a servizio di quello che è il dovere, il compito del giorno, il nostro lavoro.
Prima ancora del nostro lavoro, o – meglio – insieme al nostro lavoro perché è una cosa sola con esso, si impone per noi il metterci a servizio di Cristo. È il sole che fa il giorno, e Cristo è il sole che fa la giornata della tua vita, che illumina la tua vita: le dà un contenuto, le impone una missione. Via via che sorge il sole, cresce in te l’esigenza di un impegno anche religioso, perché via via che sorge il sole, anche la grazia si effonde in te: è quello che ci insegnano le Ore minori della liturgia. Non si prega sempre nello stesso modo: la preghiera del Breviario non è una preghiera uniforme. Non si può dire l'Ora di Prima la sera, quando si va a letto; non si può dire Sesta al mattino, perché sesta è la preghiera del mezzogiorno: vi si parla infatti del calore torrido che può essere nocivo allo spirito, dell’immobilità che nasce da una pienezza della luce. La nostra vita religiosa è legata al ritmo della giornata. Perché? Perché Dio non agisce sull’uomo indipendentemente dai segni, da quei mezzi che egli si è scelto e che sono i mezzi che offre la natura stessa dell’uomo, la natura delle cose. Proprio per il fatto che per noi la vita religiosa è divisa da quella della natura, la nostra vita soprannaturale è intermittente, si passa dal profano al sacro, si fa nella vita religiosa come nelle “montagne russe”: si va su e giù continuamente, senza mai rimanere fermi, stabili nel servizio di Dio. Tutto questo avviene perché, ad esempio, non viviamo a Sesta quello spirito religioso che il segno del sole, nella sua piena luce, ci fa vivere di Dio.
Così all’inizio vivi lo svegliarti dal sonno in un riprenderti totale, per metterti a servizio del Signore. Ti metterai a servizio di Dio in un risveglio totale, solo nella misura in cui avrai la percezione di una tua impotenza, di un torpore che ti lega, ti paralizza. Siamo come paralizzati quando ci destiamo, ci sentiamo come tutti legati e ci si stira. Ebbene, bisogna riprenderci con decisione e fermezza. Se destandoti tu veramente hai di nuovo il potere di agire sulla tua volontà e sulla tua intelligenza, e sei consapevole dei tuoi doveri, allora devi riprenderti totalmente e metterti fin dall'inizio a servizio di Dio, del Cristo. Svegliarci che cosa dunque vuol dire? Vuol dire sentire il bisogno di metterci a servizio di Dio, ma sentirci anche impotenti a farlo a causa di un torpore naturale che ci paralizza. Anche la liturgia parla di uno stato di peccato, di un sentimento di impotenza nel metterci a servizio di Dio, e ce ne parla con gli inni del Martutino e delle Lodi, con le preghiere cioè che si dovrebbero dire di notte – perché il Mattutino si dovrebbe dire di notte – e le Lodi al primo barlume del giorno. L’uomo, nelle ore di notte, svegliandosi dal sonno, si sente così intorpidito, così fiacco, che realizza la propria impotenza nei confronti di Dio, la propria debolezza, il proprio stato di umiliazione. Siamo davvero della materia grezza, siamo della mota: non riusciamo mai a prenderci totalmente in mano per metterci a servizio di Dio. L'anima lo sente e implora l’aiuto divino.
Come ci si sveglia? Ci si sveglia nella consapevolezza di doveri nuovi che s’impongono e nel sentimento della nostra impotenza ad adempierli. Ci si sveglia col desiderio o almeno con una certa visione di quelle che possono essere le esigenze di Dio sulla nostra vita, sul nostro spirito; ma anche col riconoscimento che non potremmo far nulla per amarlo veramente come Egli vuole essere amato da noi.
Quando sarai pienamente sveglio ti sembrerà di poter fare qualcosa per Lui. Appena desto, ti sembra invece che, se la grazia non ti soccorre, tu sia del tutto impotente a rispondere. E allora che cosa si impone? Che tu viva con Cristo questo bisogno perché Egli ti risani. Se destandoci ci alziamo, e lo svegliarci ci impone che ci alziamo, noi possiamo paragonare il nostro primo atto della giornata all'atto del paralitico, cui Gesù si rivolge. Non il letto deve dominare te, ma tu dominare il letto: «Prendi il tuo letto e cammina» (Lc 5,24).
Ecco come si vive in compagnia del Signore. Nel sentimento di un'impotenza assoluta, pure sveglio, pur destato dal sonno, ti senti come incapace di muoverti, di riprendere il tuo cammino. Sempre lo stesso: la stessa fatica, la noia, l’inefficacia del tuo lavoro... Perché riprendere questo cammino senza fine e senza perché? E tu staresti così volentieri a letto a lasciar passare tutto il tempo, senza più doverti risvegliare per riprendere il lavoro! E il lavoro è anche l'impegno di una tua santificazione, di una perfezione cristiana, che sembra sempre più allontanarsi da te quanto più veramente ti impegni. E allora perché riprendere la fatica, ricominciare il cammino? Sembra così inutile! Dopo tanti anni che si vive, sembra soltanto di Vegetare: siamo sempre allo stesso punto e ci verrebbe di dire: «Sì, sono sveglio, ma avrei voglia di riaddormentarmi; l'unica cosa buona è di addormentarmi e dormire».
In questo sentimento della tua povertà e della tua impotenza devi rivolgerti a Cristo. Anche il paralitico aspettava uno che lo calasse nell'acqua; e non c'era nessuno con lui. Credevi di essere solo nella tua impotenza? Credevi di essere solo nella tua fiacchezza, in questo tuo torpore? No, Gesù è accanto a te e ti dice: «che fai?»Tu devi sentirlo vicino, perché Egli è con te, tu sei con Lui. È con te anche allora, vicino al tuo letto e ti dice: «alzati!». È la sua parola che ti dice di alzarti. Prima che tu possa udire la sua voce sei fiacco, non riesci a muoverti. Ma se ascolti la sua voce, se veramente vivi con nostro Signore, allora ti sembra di essere rinato e ti riesce, prima un piede e poi l'altro, di metterti fuori. Il freddo poi che senti nell’uscire dal letto ha anch'esso la sua parte nello stimolarti e risvegliarti totalmente: «Alzati e cammina».
Proprio perché ci alziamo possiamo anche camminare; proprio perché ci liberiamo dal nostro torpore, possiamo subito metterci all’opera. Fintanto che rimani a letto sveglio, certo non puoi camminare e nemmeno lavorare. Ti riprende di nuovo il sonno, vivi nel dormiveglia, ti abbandoni al tuo torpore, alla fiacchezza, a un senso di impotenza. Basta che tu risponda alla parola di Dio che ti chiama e che ti getti fuori dal letto: allora per te si rende possibile subito pensare a una cosa e all’altra. Gettatevi fuori e vedrete. Urgono subito tanti doveri, tante necessità: bisogna far questo, quello... Bisogna andare a far la spesa, vedere la tale persona, scrivere la tale lettera, rimettere a posto la tale stanza. Subito, immediatamente!
«Cammina!», dice Gesù. Al primo atto dell’anima che risponde a Cristo che l’ha chiamata, segue poi tutta la giornata come frutto. Il primo atto della giornata è quello dal quale tutto dipende. Se si comincia col nicchiare, si nicchia poi tutto il giorno. Se non si nicchia nel lavoro perché c'è l’urgenza di quelli che ti vengono a richiedere quello che tu avevi promesso, si nicchia nella vita spirituale: si rimanda a domani, «tanto c'è sempre tempo» si dice. E allora si continua a dormicchiare anche se siamo svegli, si continua a rimanere nel dormiveglia anche se camminiamo, anche se lavoriamo. Si sta così bene in questo dormiveglia spirituale in cui non avvertiamo chiara, precisa, la parola di Gesù: «Alzati e cammina!». «E cammina!». E anche se portiamo il nostro corpo attraverso le strade, la nostra anima spesso continua a rimanere nella sua sonnolenza, perché fin dall’inizio non ha risposto, e non rispondendo subito non ha ottenuto il potere, la grazia di rispondere poi, Che cosa sarebbe successo al paralitico se non avesse risposto a Gesù? Sarebbe rimasto paralitico, Che cosa può succedere a noi se non rispondiamo alla parola del Cristo che ci chiama? Rimaniamo quelli che siamo. Continueremo a lavorare sul piano naturale ed umano, ma vivremo la nostra giornata priva di luce sul piano soprannaturale. Vivremo la nostra giornata non in compagnia di Gesù, «cum ipso», ma soli perché fin dall'inizio abbiamo rifiutato di ascoltarlo, per vivere con Lui.
Mi sembra che sia questo che ci dice lo svegliarci al mattino in compagnia del Cristo: nel torpore, nell'impotenza a muoverci, il bisogno che un altro ci chiami e ci dia il potere. Qualche cosa di simile avviene anche sul piano puramente umano e naturale. Quando noi, per esempio, siamo mezzi addormentati, può essere veramente che la parola di un altro ci aiuti a svegliarci. Non perché sia un taumaturgo: tutte le mamme non fanno miracoli quando fanno alzare i loro figlioli da letto perché vadano a scuola! Ma il fatto che la mamma chiami il figliolo, dà al figliolo il potere di rispondere, di gettarsi fuori.
Tanto più la parola del Cristo ha il potere di svegliarci, di richiamarci, di darci forza per cominciare la nostra giornata. E Cristo è con te: ascoltalo perché s'inizi bene la giornata, perché fin dal principio sia una risposta a Colui che chiama. Allora tutta la giornata sarà un seguire Lui, sarà un andar con Lui, sarà un vivere la sua medesima vita.
Infatti non si può vivere con Gesù pensando che Gesù voglia adattarsi alla nostra miseria: vivere con Lui imporrà sempre, più o meno, che noi ci adattiamo a vivere la sua medesima vita. «Exsurge a mortuis», come dice l'apostolo Paolo: «Svegliati, o tu che dormi, sorgi dai morti, e su di te splenderà il Cristo!»
(Ef 5,14).